Work Text:
PARTE UNO
“and my words shoot to kill when i’m mad
i have a lot of regrets about that.”
La consapevolezza arriva come un calcio allo stomaco in tre suoni distinti.
Il primo, uno stridio di gomme contro l’asfalto seguito dal terribile fracasso di cose che si vanno a schiantare a tutta velocità e dal rumore che fanno le ossa quando si rompono – qualcosa di così intenso e vicino che Manuel si ritrova a controllarsi le mani e le gambe in modo quasi frenetico come a sincerarsi che sia ancora tutto intero.
Il secondo, il cigolio acuto che la finestra emette quando la apre con urgenza perché, qualche frazione di secondo dopo, si affaccia il pensiero che qualcosa dev’essere successo e il respiro strozzato che sua madre rilascia quando entrambi mettono a fuoco la scena sotto il loro occhi.
Il terzo, il suono remoto e disperato della sua stessa voce che urla, senza che lui se ne accorga, un nome familiare – un nome che ha imparato a pronunciare a ogni ora del giorno e della notte, un nome che ha sospirato con fare annoiato e che ha imprecato con la rabbia che gli faceva tremare le labbra, un nome che ha premuto contro una gola bianca in una notte che sembra bruciare come una fotografia sovraesposta nella sua mente, un nome che è diventato parte di lui, che ha sempre sulla bocca come un bacio di cui non riesce a liberarsi – mentre si precipita giù.
Non ha alcun ricordo di quello che succede dopo. La sua coscienza è fuori fuoco come un obiettivo rotto e tutto intorno è confuso come se si fosse scolato l’intero reparto dei superalcolici dell’Eurospin. Non sa come faccia a fare le scale senza sfracellarsi al suolo, non sa come faccia a correre senza che le sue ginocchia si fracassino contro il terreno, non sa neppure come faccia ad arrivare lì senza crepare prima di infarto.
Non sa un cazzo – sa soltanto che Simone è lì, disteso per terra, e non si muove, non emette suono, e Manuel non ricorda niente, neppure il suo cazzo di nome o dove si trovano, ma sa che non può finire così, che non è così che che deve andare, che Simone non può–
–non può–
–non può essere–
“Simo’!” L’impatto del suolo contro le sue ginocchia gli sembra quasi una carezza quando si butta per terra accanto a Simone. È certo che potrebbe rompersi tutte le ossa e non se ne accorgerebbe neanche. “Simo’, oh! Non fa’ scherzi! Parlami!”
Ma Simone non risponde – i suoi occhi scuri sono chiusi. Il respiro gli trema sulle labbra come un rantolo, un suono quasi sibilante che rimbomba come uno sparo nel silenzio della notte, e il petto gli si alza e si abbassa in un ritmo troppo lento e il suo braccio è piegato in modo innaturale e c’è così tanto sangue – sul suo volto, sull’asfalto, sulle mani di Manuel quando cerca di farlo tornare qui, nella realtà, da lui, perché Simone non può andarsene in questo modo assurdo, non può venire a schiantarsi sotto casa sua come un coglione e lasciarlo così, senza una cazzo di spiegazione, senza un motivo, con il ricordo delle ultime litigate che ancora pulsa come una ferita nella mente di Manuel e se i lividi che ha sul collo per come Simone lo ha afferrato non meno di qualche ora fa sono l’ultima cosa che gli resta di lui allora Manuel pensa che non può reggere, non può, non ce la fa–
Non può crepare, non può, non può, continua a dirsi mentre chiede aiuto, mentre sua madre chiama i soccorsi, mentre guarda il sangue di Simone macchiargli le mani. Non gli ha dato il permesso di fare il cazzo che gli pare e andarsene così. Non gli ha dato il permesso di farsi perdere in questo modo del cazzo. È pronto ad andare a prenderlo all’inferno per quegli stupidi capelli che si ritrova e trascinarlo qui di peso, perché non esiste un universo in cui Simone Balestra non gli ronza attorno con quella sua aria da bravo ragazzo e quel suo cuore testardo e quella sua impossibile devozione, non esiste Manuel senza di lui, non esiste niente senza di lui–
Non si accorge che sua madre lo sta aiutando a rialzarsi da terra quando i soccorsi finalmente arrivano e caricano Simone su una barella. È a malapena consapevole dei movimenti che fa per arrampicarsi nell’ambulanza e il dolore alle ginocchia gli arriva come l’eco di un brutto sogno, e sente a stento le voci attorno a lui, anche se sua madre deve star combattendo per far rimanere entrambi lì, in quella ambulanza che gli si stringe attorno come le pareti di un sarcofago.
Il suo sguardo è fisso su Simone. I suoi occhi sono chiusi e respira a stento.
Manuel si sente come se su quella barella ci fosse un po’ anche lui.
✨
Manuel non è mai stato particolarmente bravo ad aspettare.
Le attese lo logorano. I minuti si allargano e si espandono fino a diventare eternità e i secondi impiegano secoli a scorrere e Manuel – Manuel che non sa stare fermo, che ha sempre avuto più energia di quanta realmente ne avesse bisogno, Manuel che ha passato la vita a saltare e correre da un pensiero all’altro senza mai darsi tregua, perché fermarsi e aspettare significava convivere con questa cosa terribile al centro del petto che gli diceva che doveva trovare un senso a questa cosa insensata che è la sua esistenza –, Manuel si sente come morire in questa sala d’aspetto asettica, mentre guarda le lancette dell’orologio di sua madre segnare sempre lo stesso orario da quella che gli sembra una vita e mezza.
Anche adesso, la sua energia in eccesso sembra vibrare nel suo corpo come elettricità statica che gli impedisce di stare zitto e buono su questa sedia scomoda.
Si alza. Fa un paio di passi in una direzione. Torna indietro. Si siede di nuovo. Agita la gamba su e giù in un tic nervoso. Si tormenta lo squarcio nei jeans all’altezza del ginocchio causato dall’impatto col suolo, strappandone i fili con le dita tremanti e finendo per creare uno strappo ancora più grande per cui sua madre lo ammazzerà, se non crepa prima per l’angoscia di questa attesa. Lancia uno sguardo al polso di sua madre. Sono passati a malapena quarantacinque secondi dall’ultima volta che ha controllato e a lui sembra di essere invecchiato di dieci anni.
“Manuel.” Sua madre poggia una mano sul suo ginocchio, fermandone il movimento inconsulto. Manuel un po’ la vorrebbe ringraziare, un po’ se la vorrebbe scrollare di dosso e urlare. “Andrà tutto bene. Respira.”
A lui non gli pare proprio che andrà tutto bene. A giudicare dalle facce di Dante e della nonna di Simone, manco loro ne sono convinti. Seduti tutti e quattro su queste sedie di plastica, sembrano condannati che stanno aspettando la loro sentenza. Da quando Simone è stato portato via in un caos di grida e di termini medici incomprensibili alle orecchie di Manuel, sono passate quelle che ha percepito come tre eternità, e che invece è appena un’ora.
“Vabbè,” dice.
Guarda la mano di sua madre, curva attorno al suo ginocchio malconcio e sbucciato, e si sente improvvisamente un bambino piccolo che è caduto al parco, e vorrebbe ci fosse una soluzione semplice come c’era allora, un cerotto da mettere su questa ferita e una canzoncina da cantare per fargli passare la paura. Invece, c’è solo questo silenzio rotto dal rumore che fa ogni volta che si muove, e questa cosa logorante nel suo petto che assomiglia al terrore di dover vivere senza una parte di sé.
“Vabbè,” ripete. La sua voce suona strana alle sue stesse orecchie. “Vado in bagno, ma’.”
Sua madre prova a fermarlo, ma Manuel sguscia via con la destrezza che solo anni di allenamento ad evitare le sue domande possono avergli regalato. Prima che si possa mettere in testa di seguirlo, Manuel spalanca la porta del bagno degli uomini e la chiude con un rumore sordo e improvvisamente sono solo lui e il silenzio.
Il bagno è vuoto, salvo per il suo riflesso allo specchio quando si ferma davanti a uno dei lavandini. Manuel quasi non si riconosce, anche se non c’è niente di diverso nella sua faccia. Ma è questo l’effetto del pensiero di perdere Simone – i contorni della sua esistenza si sfumano senza di lui e Manuel si sente una macchia confusa al posto di una persona. Si sente come lo squarcio nei suoi jeans, come se qualcuno fosse sul punto di strappare il filo che lo tiene insieme ed eccolo scomparire nella voragine che si è aperta al centro del suo petto.
La voragine lo accoglie con un solo pensiero. È colpa tua.
E Manuel lo sa, certo che lo sa. Il pensiero è lì da quando ha visto Simone per terra in un mare di sangue, ma ora non c’è più niente a frenare questa consapevolezza – non la corsa disperata in ambulanza, non la presenza di sua madre – e Manuel vi affoga senza neanche cercare di dibattersi, come se si fosse legato un peso alla caviglia e si fosse gettato sott’acqua con il solo obiettivo di annegare.
È colpa tua.
Se lo dice mentre si guarda quei lividi attorno al collo che Simone gli ha regalato nella sua collera solo qualche ora fa. Sono pochi, già sul punto di sbiadire perché Simone non ha fatto realmente forza, e Manuel vorrebbe urlare, perché non vuole che vadano via, perché se questi e il sangue sulle sue mani sono le ultime cose che Simone gli ha lasciato, allora dovrebbero rimanere in eterno su di lui come un marchio, una cicatrice, un segno indelebile e tangibile dell’esistenza di Simone, un qualcosa che gli ricordi che Simone è esistito, che Manuel lo ha avuto per un po’ e poi lo ha perso perché è un coglione che non sa fare altro che rovinare tutto nella sua vita.
Ha sempre sentito dire che ci si rende conto dell’importanza di qualcosa solo quando la si perde, ma Manuel pensa che sia una stronzata perché Simone lo aveva già perso, e questa gli pare un’infamata senza senso, una crudeltà inutile, un calcio quando è già a terra, e lui lo sapeva già, quanto era importante Simone, e per rendersene conto non aveva bisogno che venisse a morire sotto casa sua come uno stronzo – un ultimo, speciale vaffanculo dedicato solo a Manuel, una di quelle cattiverie perfette che solo Simone Balestra sa fargli.
Se Simone muore, si dice mentre osserva il suo riflesso allo specchio, è colpa tua.
Non si rende conto del suo respiro affannato, o del peso sul suo petto. Sono entrambi lì da svariate eternità, da quando ha sentito quello schianto e ha visto Simone riverso lì per terra, e a malapena si accorge che sta tremando. Il suono della porta del bagno che si apre arriva lontano alle sue orecchie, come se venisse da un altro mondo, e non nota neanche che qualcuno lo sta prendendo tra le braccia e gli sta scostando i capelli dal viso e gli sta sussurrando qualcosa all’orecchio.
Un suono stridulo invade la stanza e rimbomba tra le pareti. Gli ronza nelle orecchie, come un pensiero che non riesce ad allontanare.
Gli arriva solo dopo, la consapevolezza che è lui ad emettere quel suono agonizzante.
Non sa come sia possibile. Gli sembra di star morendo, di non avere abbastanza aria nei polmoni neanche per respirare, gli sembra di essere sul punto di accartocciarsi per terra come un pezzo di carta e morire lì, soffocato e dimenticato da tutti–
Una mano gli accarezza i capelli. Ci mette qualche minuto per capire che si tratta di sua madre.
“Ma’.” La sua voce è quasi irriconoscibile mentre ansima e affanna a cercare aria che non riesce a trovare, e qualcosa gli brucia, lì, nel petto, e non sa se sono i polmoni o il cuore. “Ma’. Che stai a fa’? È il bagno degli uomini.”
E sua madre, che ha avuto a che fare con lui per troppo tempo e ha fin troppa pazienza per le sue stronzate, risponde solo, “Ma te stai zitto?”
È così che crolla.
Qualcosa si rompe dentro di lui e il suo corpo si fa pesante e lontano e l’unica cosa che può fare è aggrapparsi a sua madre, sperando che lo regga. Il suo petto si alza e si abbassa in maniera frenetica e disperata alla ricerca di aria che non riesce a trovare, e può sentire le sue dita artigliare il maglione di sua madre, anche se non ne ha alcuna consapevolezza, come se tutte le fibre nervose che portano le informazioni dagli arti al cervello fossero state recise con un colpo secco. Sua madre gli accarezza la schiena, i capelli, il viso, come se lo stesse consolando da un brutto sogno, e Manuel vorrebbe solo nascondersi nel suo abbraccio e far finta che tutto questo sia solo un incubo da cui si sveglierà.
“Va tutto bene,” gli dice lei, la sua voce ridotta a un sussurro, come se temesse di romperlo con una parola più forte. “Va tutto bene, Manuel, va tutto bene.”
Ma non va bene un cazzo. Simone è in sala operatoria ed è colpa sua, e se non dovesse risvegliarsi, se dovesse crepare così in questo modo terribile, se dovesse scomparire così improvvisamente senza una ragione Manuel sa che si porterebbe quel pensiero dietro come un peso, un fantasma, un mostro che gli crescerebbe nel petto, pronto a divorarlo per il resto della sua vita.
“È colpa mia, ma’.” Sente la sua voce pronunciare le parole tra i rantoli, ma non se ne rende neppure conto, come se avesse perso la consapevolezza di sé stesso e si stesse guardando da fuori, una cosa patetica che ansima e trema tra le braccia di sua madre. “È tutta colpa mia. È colpa mia se Simone s’è schiantato.”
Sua madre gli prende il viso tra le mani, delicatamente, e spazza via le lacrime con le sue dita. Manuel manco si era accorto di star piangendo.
"Che dici? Non è colpa tua, Manuel."
“Invece sì,” ribatte, e si sente quasi un bambino petulante che vuole avere per forza averla vinta. “Se non gli avessi detto del fratello in quel modo– Simone per poco non me menava e c’aveva pure ragione. E io l’ho lasciato pure andare in quello stato, come un coglione– E poi–” Deglutisce, e il respiro gli si fa ancora più corto, e non sa se è per il panico o per il ricordo. “Gli ho detto delle cose, ma’...”
Sua madre fa un sorriso, una cosa che sembra quasi una smorfia sotto queste luci terribili. Gli scosta i capelli dalla fronte con immensa tenerezza e lo guarda con lo sguardo di chi, in qualche modo, ha capito tutto. Manuel si sente come si sentiva da piccolo quando confessava di essere stato lui a rompere qualcosa e sua madre gli regalava la stessa espressione a metà tra l’esasperazione e l’affetto.
“Che gli hai detto?”
Manuel deglutisce di nuovo, il respiro che scappa dalle sue labbra in suoni incerti.
"Cose orribili, ma’. Cose che non pensavo.” Cose terribili di cui sente ancora il sapore in bocca e di cui non riuscirà a liberarsi mai. Ancora vede l’espressione devastata di Simone, la voce rotta e le lacrime a stento trattenute, che lo manda a fanculo – e se è quella l’ultima conversazione vera che hanno avuto, se quelle sono le ultime cose che gli ha detto davvero prima che gli dicesse del fratello e mandasse tutto a puttane, Manuel vuole morire pure lui appresso a Simone. “E se succede qualcosa e io manco me so’ scusato–”
“Non succederà niente.”
Manuel vorrebbe ridere istericamente. Vorrebbe piangere di nuovo. Vorrebbe urlare fino a che questo ospedale di merda non se ne cade, portando giù anche lui.
Invece chiede solo, “Che ne sai te?”
“Vieni qui.”
Sua madre lo porta giù alla sua altezza, posa la sua fronte sulla sua, gentilmente, e fa un respiro profondo. Istintivamente, Manuel la imita, prendendo una boccata d’aria ed espellendola lentamente, accordando il ritmo del suo respiro a quello di sua madre. Per un po’ non succede altro – l’universo non collassa, il mondo non gli cade addosso, la terra non gli si apre sotto i piedi e il buco nero che ha lì, al posto del cuore, non lo consuma. Respira, con tutta la calma del mondo, e l’aria che gli entra nei polmoni brucia come se fosse alcool su una ferita, ma sta respirando. Il peso sul petto non svanisce, non del tutto, ma sente le mani formicolare ed è come se stesse lentamente tornando nel suo corpo – come se stesse riaffiorando in superficie dopo essersi immerso in acque troppo profonde.
“Lo so,” dice sua madre, infine, con una sicurezza disarmante per qualcuno di così esile e fragile. Qualcuno che Manuel ha passato la vita intera a cercare di proteggere, fallendo miseramente, come fallisce in tutto. “Lo so e basta. Non succederà niente a Simone, te lo prometto.”
Manuel vorrebbe così tanto crederle, ma è a corto di miracoli e non osa neppure sperare, perché è la speranza che ti rovina, che ti fa a pezzi, che ti sbrana da dentro come un mostro affamato.
“Da quando sei pure veggente?”
Sua madre gli rifila il suo solito sguardo esasperato. “Da mo. E mo vieni qua e fatte dare ’na pulita che stai a fa’ un macello.”
Con invidiabile pazienza, sua madre gli rimbocca le maniche della maglietta che ha indosso come se fosse un bambino e gli porta entrambe le mani sotto il lavandino, prima di aprire la fontana. L’acqua è dapprima gelida, poi diventa bollente, e Manuel guarda la ceramica colorarsi di rosa mentre quel che rimaneva del sangue di Simone – quello che non aveva pulito via appena entrato in ambulanza – scivola nello scarico.
Cerca di non pensare che è l’ennesima parte di lui che sta perdendo.
✨
Non sa esattamente quando si addormenta.
Un secondo prima era vigile, gli occhi spalancati e le mani che ancora tremavano anche se cercava di tenerle serrate in pugni – per non lasciare che gli altri lo vedessero in questo stato, o perché non si vedesse lui? –, e il secondo dopo si è ritrovato disteso sulle sedie della sala d’aspetto, la testa poggiata sul suo giaccone, le braccia strette attorno al suo corpo come a proteggersi. Addormentarsi è come lanciarsi all’indietro nel vuoto, e Manuel non sa o non vuole sapere se continuerà a cadere all’infinito o se impatterà contro il suolo.
Nei suoi sogni, Simone è vivo e non lo odia e tanto basta.
Nei suoi sogni, gli rifila uno di quei sorrisi che hanno sempre fatto sentire Manuel come se tutto l’universo non fosse che un timido preludio per l’assurda, impossibile presenza di Simone Balestra, e il modo in cui gli parla è pieno della solita inaspettata familiarità che Manuel ha imparato a conoscere in questi mesi. Lo sta prendendo per il culo per qualcosa che Manuel non afferra, ed è così contento di vederlo, vivo e reale, che si scorda pure di incazzarsi con lui. C’è del calore nella sua voce. C’è qualcosa di più – qualcosa che fra tremare le mani di Manuel per un motivo totalmente diverso e gli fa balbettare il cuore, e stavolta sa che è pronto, che non farà finta che quel qualcosa non esista, che non lo getterà da parte come un regalo non desiderato, e quando Simone gli sorride di nuovo Manuel sa, finalmente, che vorrebbe sentire quel sorriso sotto le sue labbra, solo per sapere l’effetto che fa, ingoiare la sua risata.
Nei suoi sogni, Simone si lascia baciare e si scioglie contro di lui come il ghiaccio appena fa primavera e le sue labbra sono calde come l’ultima volta, ma gentili invece di irruente, e il bacio è quasi un sussurro, invece che un grido, e quando si stacca da lui lo guarda con quei suoi occhi scuri e con quel sorriso davanti al quale Manuel diventa sempre un po’ scemo e dice solo, “Finalmente.”
Come se lo avesse aspettato tutto questo tempo.
Eccomi, vorrebbe dire Manuel. Eccomi. Sono qui. Scusa il ritardo.
Appena ci prova, però, il sogno svanisce in un filo di fumo e l’ultima cosa che ricorda è il sorriso di Simone premuto contro il suo, come un addio.
✨
Quando sua madre lo scrolla per le spalle per svegliarlo, Manuel ha ancora il ricordo di quel sorriso attaccato alle ciglia.
Dura solo pochi secondi – per un attimo, pensa di essersi svegliato nel suo letto, in un giorno normale. Sua madre lo sta scuotendo perché ha fatto di nuovo tardi – perché ha passato la nottata in garage invece di dormire come farebbe un figlio normale – e gli sta dicendo che arriverà di nuovo in ritardo a scuola se non si dà una mossa. Manuel mugugna qualcosa e cerca di dire a sua madre che vuole rimanere lì altri cinque minuti, solo cinque, si accontenta, davvero, vuole solo rivedere il sorriso di Simone nei suoi sogni–
È quella consapevolezza che lo sveglia.
L’illusione si sgretola e improvvisamente Manuel non è nel suo letto e questo non è un giorno normale, ma è di nuovo lì, su quella sedia scomoda in quella sala d’aspetto, di nuovo con quel peso sul cuore, di nuovo a sentirsi come se potesse morire da un momento all’altro anche lui, perché che senso avrebbe tutto questo – questa vita di merda, questa folle corsa verso il niente – senza Simone che lo segue nelle sue cazzate?
“Che è successo?” chiede, tirandosi immediatamente su, improvvisamente sveglio e lucido come non è mai stato in vita sua. Il cuore fa un rumore sordo nel petto perché se sua madre lo ha svegliato allora vuol dire che è successo qualcosa e se è successo qualcosa allora– “Simone–”
Impiega un secondo a mettere a fuoco la scena. Sua madre è di fronte a lui, china su di lui e i suoi occhi sono lucidi di lacrime, ma le sue labbra sono piegate in un sorriso, e Manuel non sa come interpretare tutto questo, il cervello è ancora affollato dall’immagine di Simone che sorride e quella cosa logorante nel suo petto sembra espandersi–
“Sta bene. È uscito dalla sala operatoria ed è sveglio.”
Il cuore di Manuel fa una cosa strana nel suo petto. Prima si ferma, in maniera così improvvisa che Manuel pensa che gli stia davvero prendendo un infarto, e poi, come a recuperare quel secondo di stasi, inizia a battere all’impazzata, così forte che probabilmente persino sua madre riesce a sentirlo e a lui non gliene frega un cazzo.
Si tira su immediatamente, scatta in piedi come se dovesse correre una maratona da un momento all’altro, agita le mani senza rendersi conto di quello che sta facendo.
“Posso vederlo?”
E cosa gli potrebbe mai dire, Manuel manco lo sa, ma Simone è vivo ed è sveglio ed è un miracolo che non si aspettava di ricevere oggi, e alle parole giuste può pensarci quando se lo ritroverà davanti o forse no, forse neanche ci penserà, forse dirà la prima cosa che gli passerà per la testa, e Simone vorrà menarlo di nuovo pure da un letto di ospedale e non vorrà più vederlo e tutto tornerà come prima e Manuel non lo avrà perso, non davvero, non per sempre, non nel modo che conta.
Può sopportare l’idea di non averlo più nella sua vita, a patto che Simone non rischi di nuovo la sua.
Sua madre lo ferma portando le mani sulle sue spalle. Manco si era accorto di star camminando avanti e indietro.
“Calmati,” gli dice, come se fosse una cosa possibile. Come se si potesse calmare. Come se il pensiero di Simone, vivo, col cuore che batte, potesse essere accolto con qualcosa che assomiglia alla calma. “C’è Dante con lui, ed è meglio che veda una sola persona alla volta. Ha preso ’na bella botta e gli hanno pure dovuto fare’ na lavanda gastrica.”
Deglutisce, il cuore che gli fa su e giù per la gola in battiti nervosi. Le parole gli arrivano a sprazzi, neanche si interroga sul senso.
“Ma sta bene? Non è che–”
Non è che lo perdo di nuovo, vorrebbe chiedere, ma le parole rimangono incastrate da qualche parte tra il cervello e le labbra, perché la possibilità divampa come una devastazione dentro di lui, e non può sopportare l’idea di riavere Simone solo per poi vederselo scivolare via di nuovo.
Le mani di sua madre gli cingono il viso con gentilezza. Lo guarda con lo stesso sguardo di sempre – con quel misto di comprensione e amore che Manuel sente di non meritare la maggior parte del tempo.
“È fuori pericolo, Manuel,” dice e a Manuel sembrano le parole più belle che abbia mai sentito, una poesia fatta di sollievo e gioia e terrore che si mescolano nel suo petto e premono per uscire. “Deve solo riposare. Dagli tempo.”
Manuel annuisce.
Poi, senza neanche rendersene conto, si siede di nuovo su quella sedia scomoda, si prende il volto tra le mani e inizia a piangere.
Una parte di lui gli ricorda che è ridicolo – che probabilmente l’ultima volta che ha pianto così aveva sette anni e aveva perso il palloncino che sua madre gli aveva regalato, che è un coglione per crollare in questo modo, che lo sa da una vita che piangere non serve a un cazzo, che deve essere lui quello forte quando sua madre non può esserlo per lui. E lo sa, certo che lo sa.
Ma Simone è vivo, e gli viene quasi da urlare al pensiero di quanto vicino è stato a perderlo per sempre, e cosa cazzo avrebbe fatto senza di lui? Come avrebbe fatto senza Simone e quel suo dire di sì a tutti i suoi piani del cazzo, senza quella sua espressione da cane bastonato ogni volta che Manuel si comporta da Manuel e senza il ritmo costante di quel cuore che non ha mai meritato, ma non si è fatto mai problemi a reclamare per sé?
Sua madre si china su di lui, gli prende il viso tra le mani anche se Manuel non smette di piangere, e gli accarezza i capelli in gesti lenti. Manuel si sente come il bambino che non ricorda di aver mai avuto il lusso di essere.
“Va tutto bene,” gli dice con gentilezza, le sue parole premute contro la sua tempia quando gli posa un bacio lì, tra i suoi capelli disordinati. “Va tutto bene.”
Annuisce di nuovo.
Va tutto bene. Va tutto bene. Simone è vivo.
Non smette di piangere per un po’, ma va bene così.
Nessuno lo saprà mai, neppure Simone.
PARTE DUE
“i didn’t know if you’d care if i came back
i have a lot of regrets about that.”
A quanto pare, ammazzarsi – o tentare di farlo, in ogni caso – è ’na cosa che ti spossa e Simone dorme per una quantità oscena di tempo.
Per i primi giorni, è cosciente solo per poche ore ogni tanto e sono quelle ore che passa con suo padre. Manuel sa che è giusto così, che hanno cose da dirsi, che non è il momento per arrivare e rovinare tutto ancora una volta quando le cose sono ancora così fragili e delicate, ma allo stesso tempo vorrebbe solo precipitarsi in quella stanza e – cosa? Insultarlo per essersi quasi ammazzato? Prenderlo a parole per avergli quasi fatto venire un infarto? Dirgli che non si deve azzardare mai più a pensare di sparire in questo modo dalla sua vita?
Non lo sa neanche lui.
Si è scritto un sacco di discorsi in questi giorni di attesa passati a fare la spola tra la scuola e l’ospedale e casa sua. Li ha buttati tutti.
Quando finalmente gli dicono che ha il permesso di entrare in quella stanza a patto che non lo stressi, Manuel non ha manco un discorso pronto e si sente improvvisamente il cuore in gola e le mani che tremano di nuovo.
Per un secondo, pensa di scappare. Ma Simone – Simone che lo ha seguito fino all’inferno, che non gli ha mai chiesto nulla in cambio, che è stato coraggioso abbastanza da mostrargli quella parte vulnerabile di sé che Manuel ha passato la vita a soffocare come una pianta cresciuta sul terreno sbagliato – si merita di meglio di un codardo, e quindi non può fare altro che rimanere.
La porta si apre con un debole cigolio che fa voltare immediatamente Simone, e Manuel deve trattenere il respiro per un secondo perché–
Simone è sempre stato una presenza solida nella sua vita. Più alto di lui, con le spalle più ampie e i suoi stupidi allenamenti di rugby e i pugni che è in grado di tirare – Manuel ha sempre pensato a lui come qualcosa di vivo, di forte, di incrollabile. Eppure, ora gli sembra quasi piccolo ed evanescente in quel letto bianco – qualcosa di delicato che Manuel, con i suoi gesti irruenti e quella energia in eccesso di cui non sa liberarsi, potrebbe rompere in un battito di ciglia. Ha ancora una benda attorno alla testa e il suo volto è costellato di lividi e tagli, il braccio ingessato in una posa plastica, ma tutto quel sangue che aveva visto macchiare l’asfalto e le sue mani è svanito, e Simone è vivo e i suoi occhi sono aperti e lo stanno guardando e Manuel si sente come se adesso fosse lui ad essersi schiantato contro un muro.
Deglutisce e si tormenta le mani, come ad avere qualcosa da fare.
“Ciao,” dice, infine, come un coglione.
Per un secondo, Simone lo guarda e basta. Manuel non può di certo biasimarlo, perché si sente un cretino e si strangolerebbe da solo con le sue mani per mettere fine alle sue sofferenze.
Poi, però, Simone aggrotta le sopracciglia nella sua familiare espressione corrucciata e Manuel non è mai stato tanto felice in vita sua di vedere qualcuno che lo guarda come se fosse pronto a menarlo anche da un letto d’ospedale, con un braccio rotto e la testa fasciata.
“Che ci fai qui?” chiede Simone.
Manuel sente qualcosa nel suo petto attorcigliarsi in maniera dolorosa e improvvisamente non ricorda neanche una parola delle migliaia che ha sempre avuto pronte sulla punta della lingua.
“Come che ce faccio?” Si avvicina a passi lenti al letto, come se non volesse spaventarlo. Oltre al rumore dei suoi passi, il bip regolare del battito cardiaco di Simone è l’unico altro suono nella stanza. Non riesce neppure a sentire il suo respiro e si chiede se Simone stia trattenendo il fiato come lui. “Tu per poco non te ammazzi, dove dovrei sta’?”
C’è un momento di silenzio. Simone distoglie lo sguardo e Manuel vorrebbe prendere la moto e andare a sbattere contro il muro di casa sua pure lui.
“Pensavo che per te manco esistevo.”
Le parole riecheggiano per un secondo tra le pareti asettiche, accompagnate dal ritmico bip del cuore testardo di Simone.
“Non è così.” Lo dice senza pensarci, come fa tutto nella vita, come ha sempre fatto tutto fin da che ha memoria, e non sa se sta rovinando tutto ancora una volta o se sta mettendo insieme i pezzi di quello che ha rotto – e perché poi finisca sempre a rompere le cose a cui tiene, Manuel non lo sa ma sa che è una cosa che deve dire, perché Simone deve sapere, perché è quasi morto e poteva morire con la convinzione che a Manuel non fregasse un cazzo di lui e– “Non è così. Simo’–”
Non sa neanche dove vuole andare a parare, e forse avere un discorso pronto gli sarebbe tornato utile per una volta, ma se c’è una cosa che Manuel ha capito di sé in questo groviglio di pensieri confusi è che, di sicuro, è un coglione.
“Non è per te,” lo interrompe Simone, sempre senza guardarlo, come se adesso fosse Manuel, quello che non esiste. “Non è per te che–” Che mi sono quasi ammazzato. Manuel capisce perfettamente le parole che Simone lascia aleggiare nell’aria per qualche secondo, come esitante a dare loro una forma, prima di deglutire e continuare. “Quindi se sei qui solo perché ti senti in colpa, te ne puoi pure andare. Non è colpa tua. Sei assolto. Puoi continuare a pensare che io non esista.”
“Simo’, ma che cazzo stai a di’?” Non riesce a trattenersi, e forse è così che deve andare, perché non hanno mai imparato a parlare come persone normali e le loro parole sono mine inesplose su cui camminano in precario equilibrio, fino a che non saltano in aria in un’esplosione di rabbia e cose mai dette. “Ovvio che me sento in colpa. Te sei quasi ammazzato.”
“Ti assicuro che non l’ho fatto per te. A dispetto di quello che tu credi, non sei il centro del mio universo, Manuel–”
“Ma comunque non sto qua per questo,” continua, ignorando le proteste di Simone. “Non sto qua perché me sento in colpa.”
Simone si volta verso di lui – lentamente, perché il collare che ha attorno al collo gli impedisce di fare movimenti bruschi, e pensare che quello che lo tiene ancorato alla vita è lì , sotto la pelle delicata di quella nuca che ha sfiorato con le dita non meno di qualche giorno fa, senza sapere, senza immaginare – e lo guarda con la stessa espressione di sempre.
Quella che sembra chiedere a Manuel di guardarlo, per una volta, e di vederlo.
Manuel non sa come dirgli che è da un po’ che lo vede, e non ha mai avuto il coraggio di ammetterlo.
“E allora perché sei qua?”
Perché per qualche ora ho pensato che ti avessi perso per sempre e il pensiero me faceva veni’ voglia de seguirte . Perché non riesco a pensare a un mondo in cui tu non esisti. Perché non t’avevo dato il permesso de lasciarme, non così, non per sempre, non in questo modo.
“Te sei quasi ammazzato,” dice, infine, con semplicità. “Te basta? Te sei quasi ammazzato e m’hai fatto crepa’ pure a me.”
Non sa se gli basti come risposta. Parlare con Simone assomiglia sempre ad un’interrogazione per cui Manuel non ha studiato e quando Simone non dice nulla, ma si limita a guardarlo con quei suoi occhi scuri e familiari, Manuel si domanda se abbia strappato la sufficienza o meno. In ogni caso, non smette di guardarlo, neppure quando il nodo che ha al centro del petto inizia ad espandersi come un’esplosione e a bruciargli nello sterno, perché ora che è qui il pensiero che avrebbe potuto perdere tutto questo – lo sguardo di Simone e il modo in cui lo fa sentire e quel crepitio elettrico sotto la pelle che solo la sua presenza è in grado di elicitare – gli arriva come un pugno allo stomaco e non vuole darlo per scontato mai più.
Infine, Simone emette un respiro profondo e si guarda le mani – una avvolta nel gesso e nelle bende, l’altra, quella sana, collegata al macchinario che monitora il suo battito.
“Tu come lo hai saputo?” chiede, e sembra quasi stia combattendo l’istinto di stringersi nelle spalle, come se volesse sparire. “Te lo ha detto mio padre?”
Manuel sbatte le palpebre. Per un momento, si chiede se tutto questo sia uno scherzo ai suoi danni o se Simone stia cercando di farlo impazzire ancora una volta per vendicarsi di tutta la merda che Manuel gli ha fatto.
Non che Manuel non lo meriti. Anzi.
“Come, come l’ho saputo? Ma non te ricordi?” Simone scuote la testa debolmente e lo guarda con un’espressione confusa che gli annoda lo stomaco in una morsa quasi dolorosa. Manuel si passa una mano sul volto e fa un respiro profondo, prima di dire, “Te sei schiantato in moto sotto casa mia. M’hai fatto prendere un colpo.”
Simone corruga di nuovo le sopracciglia, come se stesse cercando di dare un senso a quella informazione. “Sotto casa tua?”
Manuel non sa se piangere o ridere istericamente. Solo Simone Balestra sarebbe capace di tentare di ammazzarsi sotto casa sua in uno spettacolare dito medio che Manuel non scorderà finché campa – cosa che non potrà durare a lungo in ogni caso, perché apparentemente a Simone piace fargli prendere un infarto al giorno – e poi non ricordarlo affatto, perché ovviamente la vita di Manuel è una commedia che non fa ridere nessuno.
“Sì, Simo’. Sotto casa mia. Pensavo l’avessi fatto apposta.” Non si rende conto di quanto la voce gli tremi fino a quando le parole non escono dalle sue labbra. “Pensavo che fosse un modo per mandarme a fanculo pe’ l’ultima volta.”
Simone espira, piano.
“Te lo saresti meritato,” dice, senza guardarlo negli occhi.
E come dargli torto? L’ultimo vero litigio che hanno avuto prima che tutto iniziasse ad andare nel verso sbagliato – Tu per me manco esisti, ma era una bugia, perché Simone è la cosa che esiste di più in assoluto nella sua vita, vibra nel centro del suo campo visivo con un rosso brillante, e tutto il resto del mondo invece è una scala di grigi – è una ferita ancora aperta che Manuel non sa come rimarginare. Come si fa a mettere dei punti a qualcosa che non sa neppure se può guarire?
“Sì che me lo sarei meritato,” replica. La voce è quasi un sussurro, ma le parole sono una cosa bruciante nella sua gola. “Mi merito tutte le cattiverie che vuoi farmi, Simo’. Ma te–”
Quasi non si accorge di aver allungato la mano per sfiorare quella di Simone. Non lo tocca davvero – è più una carezza fantasma, i polpastrelli che, incerti, tracciano la forma di quelle dita lunghe che ha sentito sul suo volto e nei suoi capelli solo qualche giorno fa. Eppure è abbastanza per sentire come una corrente elettrica sotto la pelle, che ronza nelle sue orecchie come un pensiero costante.
“Te non te meriti de ammazzarte per farme un dispetto,” dice. Deglutisce. Il cuore gli batte nervosamente nel petto. “Questo no.”
Lo sguardo di Simone è fisso sulle loro mani e la sua voce è rotta quando dice, “Non era per farti un dispetto. Quello che ho fatto, tutto quello che ho preso–” Il respiro gli trema sulle labbra e Manuel sa che sta cercando di ricacciare indietro le lacrime. “Non l’ho fatto per farti un dispetto.”
Rilascia un respiro stanco. “Lo so.”
“Volevo–” Deglutisce di nuovo e Manuel sente il bip accelerato del suo cuore come se fosse il proprio. “Volevo solo morire. Pensavo che non avrebbe fatto la differenza per nessuno.”
Se solo non fosse costretto in un letto di ospedale con un braccio rotto e la testa fasciata, Manuel gli darebbe una testata. Quasi si deve fermare dal prenderlo per le spalle e scrollarlo.
“E pensavi male, Simo’.” La sua mano sale leggermente, le dita che sfiorano il polso di Simone. Può sentire il battito del suo cuore contro la sua pelle, e persino il modo in cui frulla quando Manuel traccia le sue vene con il pollice, e ripensa a quella sera – a come quel battito gli sembrava una cosa lieve, le ultime note di una canzone che stavano per svanire nel silenzio. “Quando t’ho trovato lì disteso– So’ quasi morto pure io.”
È impossibile non percepire lo sguardo incerto di Simone su di sé, come se cercasse di leggere la verità sul suo volto. Come se Manuel fosse una complicata equazione che dovrebbe fornirgli la soluzione per tutte le domande dell’universo, ma che non riesce a risolvere.
“Non dire cazzate,” dice, poi.
“Quali cazzate, Simo’? Te non hai idea de come me so’ sentito. Non rispondevi, non ti muovevi. Manco respiravi.” Le sue dita tracciano i contorni del polso di Simone, come se volessero memorizzare l’intreccio delle sue ossa sotto la pelle, e cerca di non notare il modo in cui la voce gli si spezza, da qualche parte tra la gola e le labbra. “Non capivo più un cazzo, m’hanno dovuto alzare da terra con la forza. E ho pensato a tutte le stronzate che t’ho detto e per cui non m’ero manco scusato– e se finiva tutto così e io non t’avevo manco detto niente– Se ce restavi secco e l’ultima volta che c’eravamo parlati era per insultarci– Volevo prendere la moto e andarme a schianta’ pure io. Quindi non dire che non faceva la differenza. Perché non è vero.”
Sente la mano di Simone tremare sotto la sua. “Manuel–”
“Me dispiace,” dice, piano. “Me dispiace per tutte le cose che t’ho detto, per quello che t’ho fatto. Per come t’ho trattato. Per averte fatto credere che non me ne importa di te. Non è vero che per me manco esisti, Simo’. Non lo so che c’ho in testa e non è compito tuo sbroglia’ ’sta roba assurda se non me capisco manco io, ma tu esisti. E fa la differenza, se esisti.”
Le sue dita seguono le tracce bluastre delle vene di Simone, dal polso fino all’incavo del gomito, come a sentire sotto la sua pelle il sangue che scorre, e sente Simone trattenere il fiato ad ogni tocco dei suoi polpastrelli. I bip ravvicinati del suo cuore cocciuto sono l’unico altro suono nella stanza.
“E lo so che non basta,” aggiunge, lo sguardo fisso sulle dita che danzano sulla pelle di Simone. “Che sto sempre a scusarmi con te perché so’ un pezzo de merda. Non devi perdonarmi pure stavolta. Va bene pure se non me vuoi più vede’. Va bene pure se me vuoi gonfia’ de botte de nuovo. Me lo merito.”
Fa un respiro profondo e le dita percorrono la pelle di Simone in senso opposto, dal gomito fino alla sua mano, lentamente, come se avesse tutto il tempo del mondo. Studia quella pelle chiara e delicata come se fosse la cosa più importante dalla nascita dell’universo ad ora, e traccia coi suoi polpastrelli le sue vene per la seconda volta, come ad assicurarsi di nuovo che sì, il sangue sta scorrendo, il suo cuore sta battendo, Simone è vivo e non è un’allucinazione.
Poi, prima che il coraggio possa mancargli e possa tirarsi indietro come il codardo che è, intreccia le sue dita con quelle di Simone e stringe la mano nella sua.
“Però devi vivere, Simo’,” dice, infine. Quando alza lo sguardo su Simone, sente il suo cuore fare su e giù nella sua gola, come un groppo che non riesce a mandar giù. “Perché non te voglio perdere così. Perché me importa, se vivi. Pure se non mi parli più. Pure se me odi. Pure se me gonfi de botte. Va bene tutto. Basta che vivi.”
Simone guarda le loro mani – il pollice di Manuel che disegna cerchi immaginari contro la sua pelle, i loro palmi premuti insieme come un segreto, le loro dita attorcigliate – ed emette un respiro che suona quasi come un singhiozzo alle orecchie di Manuel.
Infine, annuisce piano. I suoi occhi sono lucidi.
“Va bene,” dice, buttando fuori l’aria come se gli costasse uno sforzo immenso. “Ci provo.”
Le parole sono un sussurro, ma Manuel le sente lo stesso.
Le sue labbra hanno come un tremito – il fantasma di un sorriso, delicato ed evanescente come questo momento.
“Grazie,” dice, perché non sa cosa altro dire, perché come altro esprimere quello che sente qui, tra il petto e la gola, ora che Simone gli ha detto che ci proverà a vivere?
Simone annuisce di nuovo. Poi, preme le labbra insieme e lo guarda con quel suo sguardo imbronciato che ormai Manuel riconoscerebbe anche a occhi chiusi. “Se non fossi in questo stato ti darei un pugno.”
Manuel sente un calore all’altezza del petto, come se l’estate fosse esplosa all’improvviso nella sua gabbia toracica agli inizi di aprile.
“Conservatelo per quando esci,” replica, e se le sue labbra si curvano di nuovo in un tentativo di sorriso, chi lo biasimerebbe? “Te concedo tutti i pugni che vuoi.”
“Guarda che ti prendo in parola.”
“Oh, mo’ nun t’allarga’ però.”
Un’altra occhiataccia, ma invece di prenderlo a pugni, Simone stringe la presa sulla sua mano in maniera quasi impercettibile – eppure ogni fibra nervosa del corpo di Manuel sembra essere concentrata nel punto in cui le dita di Simone si intrecciano alle sue e ogni piccolo cambiamento sembra arrivare amplificato, come cerchi concentrici che si allargano sempre di più sulla superficie placida di un lago.
“Non t’ho perdonato,” rimarca Simone.
Manuel annuisce. “Lo so.”
“Sei stato ’na merda.”
“Lo so.”
“E non puoi fare così ogni volta. Non puoi dire certe cose e poi pensare che tutto possa tornare come prima. Non puoi–” Deglutisce, e un lieve rossore gli colora il viso. “Non puoi far finta che questo sia un gioco o un passatempo. Perché non lo è. Non per me.”
Annuisce di nuovo.
“Lo so. Mi dispiace.”
Simone inarca un sopracciglio, come a dire che non ci crede più alle sue scuse, e avrebbe anche ragione, perché gli sembra che in qualche modo si trovino sempre qui, con Manuel che cammina in equilibrio sul confine tra l’essere spaventato e l’essere ’na merda, e ogni volta si ritrova a scusarsi solo per ferirlo di nuovo qualche istante dopo come un animale selvatico che sa solo attaccare.
“Mi dispiace veramente, Simo’.” Guarda per un secondo le loro mani intrecciate e si domanda perché ci ha messo tanto e gli è servito perderlo in così tanti modi, per capire che era questo che voleva. “So’ stato ’na merda, hai ragione. Ho fatto un casino e non te dovevo dire quelle cose. Non lo so che c’ho in testa, non me capisco manco io metà del tempo e tu–” Preme le labbra in una sorta di sorriso imbarazzato, mentre accarezza col pollice il dorso della sua mano. “–tu vuoi sempre parla’ e riflettere sulle cose, vuoi sempre trovarce un significato e io– M’hai visto a me? Non me so’ mai fermato a pensa’ in vita mia.”
“Mo sarebbe colpa mia se te sei scemo?”
“Oh, piano con le parole. Vabbè che ho detto che me puoi prendere a pugni ma mo te stai ad allarga’ veramente,” replica, ma quell’estate nel suo petto sembra diventare quasi incandescente, e il fatto che Simone lo stia prendendo per il culo lo fa sentire come se avesse ricevuto una grazia che non merita, e si scorda pure di incazzarsi. Che finaccia, veramente. Preso per il culo da Simone Balestra, e pure contento. “Quello che voglio di’ è che non ero pronto per fermarme a pensa’ su chi ero e cosa voleva di’ tutto questo e ho fatto un casino. Non è ’na giustificazione. Non me devi perdona’. Però so’ qui ora. Se vuoi.”
È spaventoso, essere così vulnerabili. Manuel ha passato la vita intera a scappare da questa cosa – da questa roba che gli urla nel petto e che ora sembra stia cercando il modo per scalare la sua gola in battiti frenetici e uscirgli dalle labbra – e non sa come si fa, ad essere senza difese davanti a qualcun altro, ma sente che Simone – coraggioso e impossibile, così inaspettatamente sincero quando si parla di sentimenti – merita almeno che ci provi, anche se è terrorizzato.
Anche se questa attesa sembra far dilatare i secondi in piccole eternità costrette tra un battito del cuore di Simone e l’altro.
Poi, Simone lo guarda come fa sempre. Come se stesse per porre la domanda più importante del mondo e si aspettasse la risposta da Manuel, che non ha mai saputo un cazzo in vita sua.
“E ora?” chiede, la mano che trema nella sua. “Ora sei pronto per fermarti a pensare?”
E Manuel non lo sa neppure lui, perché qualcosa si è aggrovigliato dentro di lui come una matassa di pensieri e sentimenti che non riesce a sbrogliare, e non sa niente, ma sa che non ha avuto bisogno di pensare quando lo ha trovato riverso per terra in un mare di sangue e che se Simone non ci fosse gli mancherebbe come gli potrebbe mancare una parte di sé e che c’è qualcosa, dentro di lui, che dalla sera della festa continua a pensare a quel bacio che gli ha fatto bruciare le labbra e il cuore, e non può immaginare di sbrogliare questa matassa se non con lui al suo fianco.
“Sì. Ora sì.” Le sue labbra si piegano in un abbozzo di sorriso che sembra far martellare il cuore di Simone – una scarica di bip che rimbombano nel silenzio – e se solo non si sentisse pure lui sul punto di vomitare o di svenire o entrambe le cose nello stesso momento, lo prenderebbe in giro. “Simo’, io non so un cazzo e non me capisco manco io. Però preferisco non capirce un cazzo con te, qualsiasi cosa voglia dire, che perderte di nuovo. Va bene?”
Il sorriso che si apre sul volto di Simone è qualcosa che spacca a metà il cuore di Manuel, e non lo aveva mai saputo, che rendere qualcuno felice ti poteva far sentire come se ti fossi scolato un bar intero.
Quasi gli gira la testa.
“Non sei perdonato,” ribadisce Simone, ma a Manuel non importa, perché Simone sta sorridendo ed è vivo e le ferite che gli ha lasciato impiegheranno tempo per rimarginarsi, se mai lo faranno, ma ha a disposizione così tanto tempo – una vita intera, una lunga costellazione di brevi eternità – e per Simone è pure disposto a sottomettersi a questa tremenda, logorante esperienza del cazzo dell’attesa.
“Va bene.”
“So’ serio, Manuel.”
“Pure io.”
“E non pensare che non ti prenda a pugni quando esco.”
“Va bene pure quello.”
Simone inclina leggermente la testa, come a volerlo guardare meglio, e Manuel si sente quasi sotto esame. “Sei sicuro che non sei stato tu ad aver battuto la testa? Che ti è successo?”
Tu, Simo’. Tu.
Scrolla le spalle senza lasciare andare la mano di Simone. “A mia discolpa, so’ cinque giorni che nun dormo.”
Una risata esplode sul volto di Simone, ed è una cosa così inaspettata e luminosa che Manuel si sente un po’ stordito, come se fosse lui quello con un trauma cranico. E pensare che il mondo poteva essere privato di questa cosa assurda e impossibile che è il sorriso di Simone Balestra. Una crudeltà inconcepibile.
Manuel resta ancora per un po’, seduto sulla sedia accanto al letto, senza lasciar andare la mano di Simone neppure per un istante. Si sente un po’ ridicolo e anche sul punto di soffocare, perché è tutto improvvisamente reale e vero, ma Simone sembra felice nonostante le ferite e il braccio rotto e tutto il resto, e Simone felice è qualcosa che ha visto raramente in questi mesi, soprattutto visto il modo in cui lo ha trattato, per cui non lo lascia andare e parlano invece di cose stupide e inutili come facevano quando c’erano solo loro due e il cielo stellato sopra di loro.
Ad un certo punto, gli occhi di Simone iniziano a chiudersi. Le ciglia sfiorano le sue guance con un tocco leggero, nonostante Simone cerchi di fare del suo meglio per rimanere sveglio, e Manuel sente una terribile tenerezza che preme contro il suo sterno, come se stesse cercando di aprirsi a spintoni la strada fuori dalla sua gabbia toracica.
Quasi lo crede addormentato, quando Simone sbatte nuovamente palpebre e biascica un quasi incomprensibile, “Manuel?”
“Ma possibile che c’hai sempre qualcosa da ridire?” Rotea gli occhi, ma sulle labbra gli compare comunque un sorriso. “Che c’è mo?”
Simone fa un suono irritato, una cosa a metà tra uno sbuffo e mugolio infastidito che Manuel vorrebbe imbottigliare o sentire contro la sua bocca. Poi dice solo, “Non era per farti un dispetto.”
È il suo turno di guardarlo, confuso, anche se gli occhi di Simone si stanno chiudendo nuovamente. “Simo’, l’ho capito. T’assicuro che non so’ così egocentrico da crederme il centro del mondo–”
“No. Non intendo questo.” Manuel scopre così che Simone è in grado di imbronciarsi anche nel sonno, e sente di aver bisogno di almeno un paio di giorni lavorativi per poter processare questa informazione. “Non ricordo niente ma– se sono venuto da te quella notte… non era per farti un dispetto.”
Il cuore gli perde un battito nel petto. Gli sembra istintivo stringere un po’ di più la mano di Simone nella sua e tracciare la linea pulsante delle sue vene con il suo pollice.
“E allora perché?”
Il sorriso assonnato che si apre sul volto di Simone è abbastanza per fermagli il cuore nel petto, e le sue parole non sono altro che chiodi sulla sua bara, e tanti saluti a Manuel, riposi in pace, che la terra possa essergli lieve.
"Perché sapevo che m’avresti riportato indietro.”
PARTE TRE
“and i just wanted you to know,
that this is me trying.”
I rumori della città iniziano ad affievolirsi man mano che si allontanano e per un po’ l’unica cosa che Manuel riesce a sentire, oltre al ruggito del vento contro la sua faccia mentre sfrecciano lungo questa strada di campagna, è il cuore di Simone premuto contro la sua schiena mentre si regge a lui.
Non sa se sia normale o se sia una di quelle cose impossibili e assurde e anche un po’ ridicole che solo Simone Balestra è in grado di elicitare da lui – come questa stupida sensazione di calore nel suo sterno ogni volta che lo vede o questo sorriso da deficiente che minaccia di spaccargli le labbra ogni volta che incrocia il suo sguardo – ma Manuel riesce a percepire ogni singolo battito di quel cuore ostinato come se fosse un tatuaggio contro la sua spina dorsale, un rumore ritmico che scava come un solco nella pelle della sua schiena nonostante gli strati di vestiti tra di loro.
È nervoso, Manuel lo sa. E non sa quando, esattamente – tra un tatuaggio fatto nel suo garage e un bacio disperato scambiato sotto la luce rossa di un cantiere, tra una macchina rubata e una corsa folle in ambulanza –, abbia imparato a capire Simone, come se fosse un linguaggio in codice che solo lui è in grado di decifrare, ma sente la sua paura e la sua ansia come qualcosa che si agita sotto la pelle del suo petto, qualcosa che preme nella sua gola ad ogni respiro esitante che sfiora la nuca di Manuel, qualcosa che gli fa tremare le mani attorno alla sua vita mentre si regge alla sua giacca.
Quando finalmente arrivano a destinazione, Simone sta quasi tremando. Il suo respiro è una cosa incerta e corta sulle sue labbra, come se qualcosa gli si fosse incastrato in gola, e le mani artigliano in maniera spasmodica la giacca di Manuel.
“Oh,” Manuel gli fa, come a richiamarlo dai suoi pensieri e riportarlo nel mondo reale. Si sfila il casco con gesti abitudinari e lo lascia a penzolare sul manubrio della moto per un attimo. “Simo’. Stai bene?”
È una domanda stupida, e infatti Simone soffoca una debole risata esasperata contro la sua schiena. Manuel sente quel suono oltrepassare la barriera dei suoi indumenti e sprofondare nella sua pelle, come un marchio invisibile ma indelebile, un tatuaggio dorato che solo lui può vedere.
“Prossima domanda?”
Senza sapere cosa sta facendo – e quale è la novità? – , allunga una mano per portarla su quella di Simone, ancora stretta attorno alla sua vita. È un gesto ordinario, quasi banale, ma le cose banali con Simone diventano follie impossibili e qualcosa sembra scoppiargli nel cuore quando sfiora la pelle di Simone con la sua, e quando Simone allenta la presa sulla sua giacca e allarga leggermente le dita per permettere a Manuel di intrecciarle con le sue, si sente come se non avesse mai fermato la moto e stesse correndo a tutta velocità giù per una discesa.
“Sei sicuro che te la senti?” La sua voce è un sussurro, ma sa che Simone lo ha sentito lo stesso. “Guarda che va bene pure se nun te la senti. Non devi sta’ qua per forza. Va bene pure aspetta’.”
Simone rilascia un altro respiro tremante. La sua mano è fredda contro la pelle sempre troppo calda di Manuel e per un momento tutto quello a cui Manuel riesce a pensare è quella sera, quando la vita sembrava scorrere via dalle mani di Simone assieme al suo sangue.
A volte, si sveglia ancora nel cuore della notte perché sogna di aver sentito di nuovo quel terribile schianto.
Ma ora Simone è vivo, e il suo cuore sta frullando contro la sua spina dorsale in battiti frenetici e il suo respiro è un soffio caldo sul suo collo. Annuisce debolmente contro la sua spalla.
“Me la sento,” dice, piano.
Manuel annuisce a sua volta. Stringe un po’ di più la mano, come a volergli trasmettere un po’ del suo calore, e ne accarezza il dorso con il pollice, lentamente, mentre Simone fa un respiro profondo, e poi un altro e un altro ancora. Poi, quando il battito irregolare del cuore di Simone diventa un ritmo più costante, lascia andare la sua mano con un buffetto e si districa dalla sua presa per far scendere entrambi dalla moto.
Simone lo lascia andare con una riluttanza che Manuel può facilmente leggere sul suo volto e nel suo sguardo quando si volta nella sua direzione, e gli fa quasi male il cuore per la cosa che sente lì, incastrata in ogni suo battito, che divampa come un incendio ogni volta che incrocia i suoi occhi.
Come abbia fatto a non accorgersene per così tanto tempo, non ne ha proprio idea.
Senza dire altro, si allunga e lo aiuta a sfilare il casco. Simone cerca di fare del suo meglio con la mano sana e anche con quella intrappolata nel tutore perché è un testardo del cazzo che non si arrende mai, ma Manuel scosta le sue dita con uno sbuffo irritato e un mezzo sorriso e lo libera dal casco, poggiando poi la sua mano sui ricci scombinati di Simone per appiattirli un po’.
Poi, fa un respiro e chiede, “Andiamo?”
Simone lo guarda per un secondo, coi capelli in disordine per il casco e quegli occhi enormi un po’ spaventati. Manuel sente un improvviso, feroce istinto di proteggerlo.
Infine, annuisce.
“Andiamo.”
✨
Tutto inizia un pomeriggio di fine aprile, con il sole primaverile che filtra in raggi caldi e dorati attraverso le tende della camera di Simone, disegnando strane ombre sulla parete davanti a loro e immergendo la stanza in una brillantezza indolente.
Sono seduti entrambi sul letto a gambe incrociate per studiare – così vicini che le loro ginocchia quasi si sfiorano, così vicini che Manuel sente la possibilità di allungare la mano e intrecciare le sue dita con quelle di Simone come qualcosa di fisico che gli preme sul petto e gli leva il respiro, come se qualcuno gli avesse messo le mani intorno al collo e avesse fatto pressione. Simone tamburella con le dita contro le pagine del libro, giocherella con il tappo dell’evidenziatore, si porta la mano tra i capelli ogni tanto, e Manuel si sente ridicolo a essere così consapevole della sua presenza lì, accanto a lui, ma d’altronde il confine tra il normale e il ridicolo lo ha oltrepassato in corsa sfrenata già da un po’, e non ha manco più la forza di vergognarsi.
“Voglio andare al cimitero,” annuncia Simone, di punto in bianco, alzando appena lo sguardo dal libro di storia che sta sottolineando da quelle che Manuel ha percepito come due eternità e mezzo per fissarlo con quegli occhi che lo fanno sentire sempre come se gli si fosse appena annodato lo stomaco. “Voglio andare dove è sepolto. Jacopo.”
Per un secondo, Manuel si sente come se lo avessero lanciato nello spazio profondo – l’aria sembra svanire intorno a lui e qualcosa preme sui suoi polmoni, un peso che non riesce a scrollarsi di dosso.
È la prima volta che ne parlano da quando Simone è stato dimesso dall’ospedale.
Razionalmente, sa che prima o poi questo discorso sarebbe saltato fuori, perché non è qualcosa che possono ignorare per sempre, perché è il motivo per cui Simone si è ritrovato in quel campo a mandare giù pasticche e a sperare di non risvegliarsi – ma si sente ugualmente come se stessero camminando di nuovo su quel campo minato e potessero esplodere da un momento all’altro. Il modo in cui gli ha detto del fratello ancora pulsa nella sua mente come un livido che non riesce a guarire del tutto – se solo non gli avesse parlato in quel modo, se solo gli avesse dato il tempo di accettarlo, se solo lo avesse seguito invece di lasciarlo andare, se solo non fosse stato un codardo di merda per una volta, così tanti se che potrebbero tenerlo sveglio per una vita intera – e ha il terrore che qualsiasi cosa esca dalle sue labbra possa riportare Simone di nuovo al punto di partenza, in quella stanza d’ospedale a rischiare la sua vita.
Così si limita a chiedere, “Sei sicuro?”
Simone annuisce, piano. Con la mano sana, tormenta uno dei lacci della sua felpa, gli occhi che fanno la spola tra le sue dita e il volto di Manuel.
“È qualcosa che devo fare.” Deglutisce e si stringe nelle spalle, e qualcosa si agita nel petto di Manuel, come un bisogno di rassicurarlo. “Aspettavo di trovare il coraggio ma–” Scuote la testa e le labbra si curvano in una smorfia. “Non penso lo troverò mai.”
Manuel non sa cosa gli passi per la testa – e non è una novità, soprattutto quando si parla di Simone, ma si sente come se quel peso sul petto si fosse fatto quasi insopportabile e le parole escono dalle sue labbra in un soffio prima ancora che si renda conto di aver parlato.
“Vengo con te,” dice.
Simone lo guarda sempre con quegli occhi che sembrano leggere sul suo volto tutte le risposte del mondo, e Manuel si sente quasi nudo sotto il suo sguardo. No, peggio, si sente trasparente – come se Simone potesse vedere oltre lo strato di pelle e muscoli, oltre la gabbia di ossa della sua cassa toracica, e arrivare direttamente a quella cosa malconcia e deforme che è il suo cuore.
“Guarda che non c’è bisogno," replica, piano. “Non devi."
Manuel inarca un sopracciglio. “Senza offesa, Simo’, ma ’ndo cazzo vai da solo co’ quello?" chiede, accennando al braccio ingessato che Simone guarda come se avesse appena scoperto di averlo lì, attaccato alla sua spalla e momentaneamente inutile. Sente il cuore fare su e giù per il suo esofago quando aggiunge, le dita che sfiorano quelle di Simone mentre le loro mani stanno ferme lì, sul materasso, “E poi ce voglio veni’. Se me vuoi.”
C’è un nuovo momento di silenzio, che a Manuel sembra quasi l’attesa di una sentenza. Dopo qualche secondo – o qualche secolo –, Simone lo guarda negli occhi e annuisce. “Va bene.”
Poi, fa una di quelle cose assolutamente impossibili e assurde che solo Simone Balestra sa fare, togliendogli il terreno sotto i piedi ogni volta che inizia a sentirsi stabile. Fa un respiro profondo, butta fuori l’aria e poggia la testa sulla sua spalla.
“Grazie,” è l’unica cosa che dice.
Il mondo intero sembra scomparire e improvvisamente la sua consapevolezza è ridotta a questo istante. È probabilmente una posizione scomoda per Simone, visto che è più alto di lui e deve allungarsi sul letto in una prova di contorsionismo per non spezzarsi pure la schiena, ma sembra non importargli, perché non si muove di un millimetro e Manuel sente un intero universo esplodergli nel petto, un nuovo big bang che gli brucia tra le costole.
C’è un momento di calma perfetta in cui nessuno dei due osa muoversi, come se fossero finiti nell’occhio del ciclone. Manuel riesce a sentire la tensione – attorno a loro come un velo sottile, nelle linee del corpo di Simone che è rigido come se si fosse appoggiato ad un’asse di legno, persino nel modo in cui Manuel a malapena ispira ed espira. Tutto rimane immobile e sospeso, come se fossero sull’orlo di un precipizio e questi secondi di calma potessero fare la differenza tra la salvezza e la caduta nel vuoto.
Poi, qualcosa cambia – un battito di ciglia e Simone deve arrivare alla conclusione che, a dispetto di tutto, Manuel non lo prenderà di peso per gettarlo dalla finestra e tanti saluti, perché qualcosa in lui cede e si rilassa contro la sua spalla. Il suo corpo si abbandona contro quello di Manuel con una fiducia che è quasi disarmante, e Manuel si sente stordito e confuso, come se qualcuno gli avesse dato una botta in testa e lo avesse lasciato sanguinante per terra.
Uno sciame di pensieri frenetici vortica nella sua testa in lampi accecanti di consapevolezza – è la prima volta che uno di loro due fa un passo avanti dopo l’ospedale e ovviamente è Simone, perché è l’unico abbastanza coraggioso, e Manuel vorrebbe ridere e piangere e urlare e forse anche baciarlo e si sente ancora come se potesse morire da un momento all’altro e come se un fulmine l’avesse colpito, immettendo una corrente elettrica lungo la sua spina dorsale e – ma sembrano tutti zittirsi immediatamente nel momento in cui Manuel rilascia un respiro incerto e porta la sua mano su quella di Simone.
Un battito di cuore, poi un’altro. I secondi si dilatano in brevi, terrificanti eternità.
Poi, Simone intreccia le loro dita insieme e sorride contro la sua spalla.
“Vabbè,” dice Manuel, il cuore che sembra esplodergli nel petto come un crepitio di fuochi d’artificio. “Mo me spieghi matematica o me devo fa’ boccia’ di nuovo?”
✨
L’aria calda e dorata di metà maggio sfiora la loro pelle mentre si fanno strada tra le lapidi in silenzio.
Simone cammina qualche passo davanti a lui, le mani nelle tasche della giacca e il respiro che gli trema sulle labbra. Il suo sguardo vaga da una tomba all’altra, soffermandosi a malapena sulle iscrizioni, e il suo petto si alza e si abbassa in battiti frenetici. Manuel è sicuro che se posasse la sua mano al centro della sua schiena potrebbe sentire il martellare incessante e spaventato di quel cuore cocciuto che conosce fin troppo bene.
La lapide di Jacopo è facile da trovare, anche grazie al vecchio peluche impolverato che vi riposa sopra. Simone la nota dopo solo qualche minuto di cammino e Manuel capisce che l’ha individuata dal modo in cui il respiro gli resta incastrato in gola da un momento all’altro e un improvviso, pesante silenzio cala attorno a loro. L’unico suono che sente per qualche secondo è il rumore che le scarpe di Simone fanno contro il terreno, e il frullare del suo stesso cuore nel suo petto mentre lo guarda fissare la tomba con sguardo quasi assente.
“È qua,” dice Simone, poi.
La sua voce è una cosa delicata ed esitante, quasi come se temesse che potesse spezzarsi sulle sue labbra se solo parlasse un po’ più forte. Nonostante la sua altezza, sembra sorprendentemente fragile mentre se ne sta lì impalato con le mani nelle tasche e i grandi occhi scuri un po’ lucidi, e a Manuel sembra più simile alla figura evanescente che ha trovato in un letto di ospedale un mese fa che al Simone che lo ha seguito ovunque nel suo vortice di cazzate. Qualcosa gli si stringe nel petto, come se Simone avesse allungato una mano per stritolare il suo cuore in una morsa dolorosa.
Senza dire altro, lo raggiunge accanto alla tomba. I suoi passi risuonano attorno a loro come il colpo di una pistola, un suono quasi assordante nel silenzio di questo luogo, e la calma gli sembra ancora più angosciante quando si ferma accanto a Simone.
Le mani gli sudano e sente un groppo in gola che non riesce a mandar giù. Non è mai stato bravo con ’ste cose – Manuel non sa cosa vuol dire perdere una parte della sua famiglia perché non ha mai avuto una famiglia da perdere, e non sa quali sono le cose giuste da dire in questi casi. Si sente inadeguato quando le sue dita sfiorano quelle di Simone in una carezza silenziosa mentre stanno fermi davanti a quella tomba.
Simone rilascia un altro respiro tremante, le dita incerte contro la mano di Manuel. Jacopo Balestra, recita la lapide. Poco più sotto, ci sono le date di nascita e di morte, così vicine che a Manuel sembra quasi una cattiveria, inciderle lì su quel pezzo di legno, come una crudeltà che nessuno – né Jacopo che è sepolto lì sotto né il fratello vivo che sta tremando come una foglia accanto a lui – meritava. Oltre al vecchio peluche impolverato ci sono anche dei fiori freschi – segno che qualcuno, forse Dante, è passato di recente.
Ma Manuel non sta guardando la lapide, non davvero. Ogni fibra del suo corpo è come concentrata su Simone – sul modo in cui le sue spalle si alzano e si abbassano, quasi sussultando; sul respiro corto e spezzato che gli scappa dalle labbra come un rantolo che Manuel conosce troppo bene; sulle prime lacrime che iniziano a scorrergli sul viso, silenziosamente.
È istintivo, passargli il braccio attorno alle spalle e attirarlo a sé. Simone rimane rigido per un momento, come se non sapesse come rispondere a questo gesto, ma poi rilascia un singhiozzo soffocato e si abbandona contro di lui. In piedi, stretti l’uno contro l’altro, non riesce a posare la testa sulla sua spalla come ha fatto qualche settimana fa mentre erano seduti sul suo letto, ma sembra accontentarsi di poggiare il capo contro quello di Manuel, la sua pelle contro i ricci disordinati che affollano la sua tempia, e Manuel può sentire le lacrime di Simone scorrergli lungo il viso, lentamente.
Senza dire niente – e cosa potrebbe mai dire? Non importa quanto si sforzi a cercarle, non esistono le parole giuste per una situazione del genere e forse è meglio così, perché Simone di parole ne ha sentite pure troppe e non ha bisogno che ci si metta pure lui con le sue frasi del cazzo – gli accarezza la spalla. Il suo pollice traccia linee immaginarie contro il tessuto della giacca in movimenti lenti e ritmici come a rassicurarlo, e le altre dita stringono il braccio di Simone e Simone singhiozza contro di lui, il respiro rotto e ansimante premuto contro i capelli di Manuel.
“Non so cosa mi aspettassi di trovare,” dice, la voce ridotta a un sussurro tra i suoi ricci. “Un ricordo, forse. Qualsiasi cosa. Ma non c’è niente.” Cerca di deglutire, come se volesse ricacciare indietro le lacrime, ma gli scappa un altro singhiozzo. “Non c’è niente.”
La mano di Manuel fa su e giù lungo la spalla di Simone in movimenti lenti, delicati – e Manuel non è mai stato delicato in vita sua, come se quella energia in eccesso che gli scorre nelle vene assieme al sangue e gli ronza nella testa come elettricità statica trovasse la sua via di sfogo solo in gesti bruschi, irruenti, in movimenti repentini e impulsivi che finiscono per rovinare tutto perché è un coglione che non sa fare altro nella sua vita. Ma ora – ora che Simone sta piangendo contro di lui, ora che si sta fidando di lui –, ora lascia che le sue dita vaghino, lentamente, dalla spalla di Simone alla sua clavicola, salgano gentilmente lungo il suo collo e traccino, con la punta del polpastrelli, linee immaginarie sulla sua nuca, e scopre ora, così, che sa essere delicato .
Che sa volere bene senza distruggere.
“Simo’, eri un bambino,” dice, poi. Anche la sua voce è un sussurro. “Si dimenticano ’n sacco de cose a quell’età. Soprattutto quelle brutte.”
Simone trema contro di lui e Manuel sente nuove lacrime contro la sua pelle. “Era mio fratello," replica, i denti stretti come a sfidare i singhiozzi. La sua voce brucia di disperazione e rabbia. “Era mio fratello e non ricordo niente di lui. Neanche che è esistito.”
Le sue dita sfiorano i ricci alla base della sua nuca. “Avevi tre anni,” gli ricorda, sottovoce. “Lo so che se te lo dico non me credi, ma non è colpa tua, Simo’.”
“Come fa a non essere colpa mia?” Il respiro gli esce quasi in rantoli agonizzanti, il petto che si alza e si abbassa in un ritmo forsennato. Anche ora, le sopracciglia sono corrugate nella solita espressione corrucciata. “Ho completamente cancellato l’esistenza di mio fratello. Lui è morto e io– io ho deciso di far finta di niente.”
Istintivamente, Manuel lascia cadere il suo braccio. Senza dire una parola, si volta e porta entrambe le mani sul viso di Simone per convincerlo a girarsi nella sua direzione. Simone sembra troppo stupito per opporsi e per un secondo rimangono così – l’uno di fronte all’altro a guardarsi negli occhi, il respiro corto sulle labbra di Simone e i pollici di Manuel che spazzano via le lacrime dal suo viso.
“Simo’, ascoltami.” Lentamente, lo porta giù alla sua altezza e preme la sua fronte contro quella di Simone, come a cercare di trasmettergli senza parole tutto quello che si agita sotto la sottile superficie della sua pelle. “Non è colpa tua. Eri un bambino e hai fatto quello che potevi fa’ pe’ anda’ avanti. Non è una colpa.”
Simone emette un respiro spezzato e scuote piano la testa contro quella di Manuel. “Non dire cazzate–”
“No, ascoltame,” lo interrompe, stringendo il volto di Simone tra le mani. Il suo tono è gentile, ma le sue parole sono urgenti, quasi febbrili. “Non è colpa tua. La colpa è de quei du’ stronzi dei tuoi genitori che hanno deciso de fregarsene de come stavi e che non t’hanno mai portato a farte vede’ da qualcuno. Che non t’hanno mai detto la verità.” Cerca gli occhi di Simone, che lo guardano come se lo stessero vedendo per la prima volta. “Avevi tre anni, Simo’. Era compito loro aiutarte. Non puoi farte un processo per come tu hai cercato de tira’ avanti quando loro non l’hanno fatto.”
Simone resta in silenzio per un secondo, come a cercare di dare un senso a queste parole. Poi dice, debolmente, “Ma non avrei dovuto dimenticarlo. Jacopo non lo meritava.”
Manuel rilascia uno sbuffo irritato. Parte di lui vorrebbe afferrarlo per le spalle e scrollarlo con tutta la forza che ha per fargli entrare in testa che non è colpa sua, che era un bambino, che si è già punito abbastanza per una vita intera – ma per una volta non dà ascolto a quella voce impulsiva.
Invece, preme la sua fronte contro quella di Simone e traccia coi pollici la linea dei suoi zigomi.
“Simo’, non è colpa tua,” gli ripete, piano. “Tu hai solo fatto il meglio che potevi fa’ per arriva’ intero fino a mo.”
Alle sue parole, le labbra di Simone si piegano in un sorriso stanco. “Non mi pare che ci sia arrivato tanto intero.”
Manuel chiude gli occhi, come a sentirlo lì, contro di lui, il respiro mescolato al suo, la pelle sotto la sua, il battito ritmico del suo cuore che pulsa da tra di loro. Vivo e reale, un miracolo fatto di ossa e tessuti e sangue e quell’incredibile cuore cocciuto che brilla come una luce rossa in un mondo in bianco e nero.
Questa impossibile, assurda contraddizione che è Simone Balestra.
“Ce sei arrivato, però.” E lo dice quasi come a rassicurarsi, perché non pensa che smetterà mai di sognare quello schianto terribile, non smetterà mai di sentire il sangue sulle sue mani e il terrore nel suo petto, non smetterà mai di voltarsi a guardarlo per assicurarsi che Simone è lì, al suo fianco, vivo e reale. “E io so’ contento che ce sei arrivato, Simo’.”
Sente ancor prima di riaprire gli occhi il sorriso incerto di Simone, come una vibrazione nell’aria che solo lui sa riconoscere.
“Non pensi che–” Deglutisce, piano. Manuel lo sente tremare come una foglia contro la sua fronte, come se stesse per porre una domanda vitale e temesse la sua risposta. “Non pensi che sia una persona di merda?”
È istintivo attirarlo ancora di più a sé, anche se la sua fronte già preme insistentemente contro quella di Simone. Gli sembra quasi un crimine, il pensiero di lasciarlo andare anche solo per un secondo.
“No, Simo’. Non lo penso,” dice, cercando di mettere in quelle parole tutto quello che non sa come esprimere. “Non è colpa tua. Non è colpa tua se sei te quello vivo. E non è colpa tua tutto quello che hai fatto per restarce.”
Simone lo guarda per un secondo, come se volesse leggere tutto quello che Manuel non sa dire nel suo sguardo. Poi, annuisce contro la sua fronte e chiude gli occhi, respirando piano. Il suo cuore vibra ancora tra di loro, un pulsare ritmico e spaventato, ma Simone inspira ed espira lentamente, regolando il suo respiro a quello di Manuel, e quel frullare di ali sembra calmarsi un po’. Restano in silenzio per un attimo, fronte contro fronte, solo a respirare.
“Possiamo restare qui ancora un po’?” chiede, poi, con voce esitante, quasi come se si aspettasse una risposta negativa.
Manuel annuisce a sua volta, senza lasciarlo andare. “Tutto il tempo che vuoi, Simo’.”
EPILOGO
“at least i’m trying.”
Non parlano mentre tornano alla moto di Manuel, parcheggiata fuori e lontana dal cimitero perché Simone aveva bisogno di camminare fin lì, ma il silenzio che aleggia su di loro non è teso o nervoso come quello di prima. Al contrario, sembra quasi come il silenzio che arriva dopo un temporale estivo, quando la pioggia ormai è passata e il mondo torna pian piano a respirare.
Simone ha sempre le mani nelle tasche della giacca, ma il suo volto è quasi sereno, come se si fosse tolto un peso dalle spalle e avesse ricominciato a respirare, seppur a fatica. Le sopracciglia non sono corrugate nella solita espressione accigliata e le labbra sono premute insieme non in un broncio, ma in un accenno, un tentativo di sorriso che fa sentire Manuel un po’ come se si fosse ubriacato. Anche il peso sul petto di Manuel sembra essersi ridotto.
Non durerà per sempre, questo lo sa. Ci saranno altri momenti – altre sere buie, altri pomeriggi grigi. Ci saranno altre cazzate di Manuel, ci saranno altre follie di Simone. Ci saranno i momenti in cui cammineranno di nuovo su quelle mine inesplose. Ma per ora il sole illumina i ricci di Simone facendoli sembrare un po’ più chiari e l’estate si sta avvicinando, e il mondo è dorato e assurdo e pieno di possibilità. E per ora basta.
Per ora è tutto.
La moto li aspetta lì, lontano dall’ingresso del cimitero, i due caschi che penzolano dal manubrio. Simone vi si appoggia per qualche secondo con gesti abituali, quasi noncuranti, e Manuel lo guarda col cuore in gola, e si rende conto ora che è una sensazione piacevole, questo sentirsi come se stesse per collassare da un momento all’altro.
Non se ne era mai accorto.
O forse, aveva solo deciso di non accorgersene.
“Te va de veni’ da me?” chiede, le mani che giocano con l’orlo della giacca, come a dissimulare il modo in cui Simone lo fa sentire. “Possiamo sta’ un po’ in garage. Te permetto pure de studia’.”
Simone inarca un sopracciglio e le labbra si curvano in un sorriso che fa perdere a Manuel il filo del discorso.
“Ah, me permetti? Guarda che non sei più credibile dopo che hai preso nove in filosofia. Stai a diventa’ un secchione.”
“Oh, piano co’ le parole. Te t’approfitti troppo del fatto che ancora non te posso mena’.”
Una piccola risata increspa il volto di Simone, e Manuel si ferma a pensare, per un secondo, a come sarebbe baciare quella fossetta che si forma sulla sua guancia ogni volta che sorride. Poi, pensa che dopo ’sta cosa farebbe meglio a strangolarse con i lacci delle scarpe e mo, a dispetto di tutto quello che ha pensato fino ad ora, gli tocca veramente vergognarsi come un ladro perché Simone Balestra ha fatto di lui un deficiente.
“Allora?” chiede, sperando di non essere arrossito. “Ce vieni o no?”
Simone si stringe nelle spalle e distoglie lo sguardo per un secondo, fissando le sue mani come se fossero improvvisamente la cosa più interessante del mondo. Un leggero rossore gli colora le guance.
“Vorrei. Ma ho un impegno.”
Manuel inarca le sopracciglia, curioso, e lo studia per qualche secondo.
“Un impegno,” ripete, le labbra ancora premute in un sorriso. “E sentiamo, cosa c’è de più importante de me?”
È un copione che ormai hanno imparato a memoria. Manuel lo punzecchia e Simone sbuffa e rotea gli occhi con fare esasperato perché è così che va tra di loro, perché uno dice una cazzata e all’altro tocca sopportarla. Ma le labbra di Simone sono ancora curve in quel mezzo sorriso che Manuel vorrebbe sentire sotto le sue dita, e sa che non è davvero irritato con lui. Non lo è mai, di questi tempi.
“Prometti di non prendermi per il culo se te lo dico?”
“Croce sul cuore, Simo’.”
Simone lo fissa per un secondo, come a valutare le sue reali intenzioni, poi sembra giungere ad una conclusione perché emette un lungo sospiro e dice, “Ho un appuntamento con una psicologa.” Resta un secondo in silenzio, dandogli il tempo di metabolizzare questa informazione, poi si porta una mano nei capelli e aggiunge, quasi nervosamente, “Dopo quello che è successo– Sto cercando di fare in modo che non succeda di nuovo.”
Manuel lo guarda per un attimo. Il sole brilla ancora su di lui e seduto sulla sua moto, col volto inclinato nella sua direzione e gli occhi grandi e limpidi e puntati su di lui e quella specie di mezzo sorriso che lo fa diventare scemo, Simone è qualcosa di vivo e vibrante e impossibile e Manuel non riesce a pensare a nient’altro se non che ci ha messo troppo, troppo tempo per capire che era questo – che era lui – che voleva.
“Quale è il problema?” dice, poi, avvicinandosi alla moto con passi lenti. “T’accompagno io e t’aspetto così torniamo insieme.”
Simone lo fissa per un secondo. “Ma è dall’altra parte di Roma–”
Un altro passo ed è davanti a Simone che lo guarda come se avesse appena detto qualcosa di folle. “T’ho detto che t’accompagno.”
“E poi dovresti aspettare per un’ora–”
“T’accompagno lo stesso.”
“Ti annoieresti–”
Manuel non può reprimere il sorriso che gli spacca le labbra. “Simo’,” dice, piano, prendendo il volto di Simone tra le mani. “Ho detto che t’accompagno.”
Questa volta, quando Simone sorride, quasi incredulo, Manuel può sentire ogni increspatura di quel sorriso sotto le sue dita, ed è la cosa più bella che abbia mai toccato con le sue mani in diciassette anni di vita.
“Davvero?” chiede Simone.
Manuel emette una risata. “Sì, Simo’,” risponde, quasi esasperato. Il suo pollice segue la linea dello zigomo di Simone, lentamente, come a studiare la sua pelle sotto i polpastrelli. “Davvero.”
Quando si china a baciarlo, Simone rilascia un sospiro contro le sue labbra e si scioglie contro di lui proprio come fa nei suoi sogni. E come nei suoi sogni, lo bacia lentamente, come se il tempo si fosse fermato e ci fossero solo loro due al mondo, due figurine perse a baciarsi accanto ad una moto in una assolata giornata di metà maggio. Il cuore di Manuel batte come un tamburo contro il suo sterno, e il suo respiro si fa corto e spezzato quando le mani di Simone affondano nei suoi capelli per attirarlo di più a sé e la sua bocca si curva in un sorriso contro la sua e Manuel si sente di nuovo come se stesse sfrecciando a tutta velocità lungo una discesa, solo che stavolta sa che ad attenderlo alla fine ci sarà Simone.
Dura una vita. Un’eternità. Un secondo. Un battito di ciglia. Quasi gli sembra una cattiveria, questo bisogno d’aria che gli fa bruciare i polmoni.
“Allora?” chiede contro le sue labbra quando si separano per prendere fiato. “Te sta bene?”
Simone lo fissa come se non avesse afferrato una parola di quello che ha appena detto, ma annuisce lo stesso.
“Bene,” replica Manuel, dandogli un buffetto sulla guancia. “So’ contento che non c’hai niente da ridi’ pe’ ’na volta.”
Simone annuisce di nuovo, senza chiaramente avere idea di quello con cui sta concordando. Manuel approfitta del momento di confusione per strappargli un altro bacio. Si sente ubriaco. Si sente come se si fosse fatto quattro canne tutte insieme e fosse completamente andato. Si sente – e ci mette un secondo per rendersene conto – felice.
Questa volta, quando sfrecciano lungo questa strada di campagna in direzione opposta per tornare verso la città, Manuel sente il cuore di Simone battere contro la sua schiena, ma non c’è alcuna traccia di tensione o di ansia o di paura. Simone ride contro la sua spalla mentre si regge a lui, le mani contro il petto di Manuel, e il vento batte contro i loro volti come una carezza leggera e forse non durerà per sempre, forse domani andrà peggio, forse ci saranno giorni bui che dovranno imparare ad affrontare, ma per ora il sole splende su di loro e hanno diciassette anni e una intera giornata davanti a loro e Simone sta ridendo e la sua risata è qualcosa di più luminoso della luce dorata del sole e per ora – per ora va bene così.
Al resto ci penseranno dopo.
