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Il controllo: del mio corpo, della mia velocità, dei miei sentimenti, è sempre stato il punto focale della mia vita. Controllo di me, sempre, in ogni secondo, di ogni pensiero, di ogni respiro, è la mia ossessione ricorrente. E per quanto mi sforzi, per quanto tempo ci investo, e impegno, c’è sempre qualcosa che mi sfugge dalle dita, e che alla fine diventa l’innesco per una slavina spaventosa, in grado di cancellare ogni azione compiuta, ogni decisione.
Ho distrutto speranze, sogni. Ho distrutto vite – consapevolmente, convinto che fosse necessario. Sono tutt’ora convinto che lo sarebbe stato se io non avessi fallito: ancora, come ogni singola volta, per un particolare non considerato, per una reazione mal analizzata, per uno scatto irrazionale che non sono riuscito a dominare.
Esatto: dominio, e controllo.
Vorrei essere almeno la metà di quello che so che dovrei essere, eppure non ci riesco. Nonostante tutto l’impegno, la fatica, lo sforzo, negli occhi di chi mi circonda non leggo mai quello che vorrei leggere. Nei miei occhi, allo specchio, non vedo quello che dovrei trovarvi.
So precisamente come dovrebbero essere, come dovrei essere io, cosa aspettarmi, come costruirmi, e invece tutto è labile e instabile come un sogno al margine dell’alba, destinato a svanire al primo raggio di sole.
Conosco il sapore del fallimento, fin troppo bene.
Mia sorella mi dice che ho pretese troppo stringenti, troppo precise: che la vita porta comunque in sé una parte di ineffabilità che, per sua natura, scombina tutti i nostri piani. In tanti anni non ho mai capito se certe cose le dicesse perché ci crede davvero o perché detesta vedermi arrancare lungo questa china ripida da cui continuo a scivolare.
Ci sono giornate, poi, come quella di oggi, in cui il tempo si dilata, lentissimo, come un sudario appiccicoso, in cui perdersi e abbandonarsi al presente è come permettere a un oceano troppo buio e freddo di chiudersi sopra di noi senza la forza neppure di pensare di divincolarsi. Sarebbe meraviglioso lasciarsi andare. Sarebbe sublime concedersi il lusso di chiudere gli occhi e lasciare che, finalmente, non importi più niente. Non il dovere, non la responsabilità, non il potere, non i debiti da ripagare. Non il sangue, la famiglia, l’eredità.
Niente.
E proprio in queste giornate, a cavallo tra l’esaustione e l’inutilitá assoluta, l’unica cosa a cui riesco a pensare sono gli occhi di mia sorella, e la certezza granitica, unica ed assoluta che, nonostante tutto, sono amato.
Lo merito?
Adesso, oggi, è una domanda senza alcun senso. Domani, forse, mi sveglierò angosciato, e ricomincerò questa lotta. Ma ora?
Adesso lascio che non importi.
