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Là, adagiato sul suo battito

Summary:

"Ti ho trovato!" dice Lance, volteggiando sopra il retro del divano. Atterra con un leggero tonfo che fa rimbalzare Keith sul posto. "Ehi, ho una domanda. Non devi rispondere, ma ehm, hai incontrato la tua anima gemella?"

"No," dice Keith, "non l'ho incontrata."

 

 

Non dovrei.

*

***Translation of/traduzione di "There, nestled against his pulse" - hiuythn https://archiveofourown.org/works/15040385/chapters/34867535***

Notes:

  • A translation of [Restricted Work] by (Log in to access.)

Salve a tutti. Questa fanfiction non è un mio lavoro, ma è la traduzione di un'altra fanfiction "There, nestled against his pulse" di hiuythn (https://archiveofourown.org/works/15040385/chapters/34867535), che mi ha gentilmente permesso di postarla.
Spero non ci siano errori, nel caso sappiate che l'hanno guardata quattro persone, non so più cosa dirvi.
Buona lettura!

Chapter Text

Le parole sul polso destro di Keith dicono: ehi kogane stai bene.

Le parole che si leggono sul sinistro sono: smettila perché mi stai facendo questo smettila smettila smetti

 

 

 

 

 

 

Papà fa sempre indossare a Keith questi braccialetti di plastica che si avvolgono stretti intorno ai polsi. Il suo primo ricordo è di far scivolare le bande blu sulla pelle.

Quando chiede delle parole, gli viene detto delle anime gemelle e dei marchi e di essere predestinato, ma ancora non capisce cosa le ultime parole dette dalla sua anima gemella implichino su di lui. È un bambino; perde l’interesse e torna a scavare alla ricerca di insetti fighi.

E poi, un giorno, dimentica di coprirsi i marchi.

Ha otto anni ed è impacciato, tiene la testa bassa. Non nota che le persone stanno parlando delle parole sui suoi polsi finché un bambino non si siede vicino a lui a pranzo e dice:

“Allora, ho sentito che il tuo marchio è proprio orribile, eh? Cosa le farai per farla implorare così prima che muore?”

“Cosa?” chiede Keith. “Chi sei?”

L’altro bambino punta la forchetta verso il polso scoperto di Keith, e, d’un tratto, Keith si sente nudo. Gira la mano, preme il palmo sul tavolo.

“Le ultime parole della tua anima gemella,” dice il bambino. “Sembra spaventata di te. Pianifichi di pugnalarla o qualcosa così?”

Ride e riecheggia, lì Keith capisce che in mensa c’è un silenzio di tomba.

“Io non pugnalerei la mia anima gemella,” dice Keith, ma adesso che finalmente pensa alle parole, non capisce come potrebbero significare qualcosa di diverso ed è s—

“Oh, andiamo,” il bambino sbuffa. “Tutti in città sanno di tua mamma e di tuo papà. Lei se ne è andata e mia mamma dice che tuo papà si porta in giro un enorme coltello. La zia di Rosie dice che ha un caratteraccio, proprio l’altro giorno, Stevie cercava rocce fighe e ha visto tuo papà urlare e lanciare quella cosa su degli alberi.”

Il bambino si china verso di lui, con un sorriso di scherno. “Non siamo scemi, Kogane. Probabilmente il tuo papà ha ucciso la tua mamma, e a giudicare dalle tue parole? Seguirai le sue orme.”

Ridacchia. “Cioè, già mezza città lo pensa e se lo chiedi a me—“ Keith gli tira in faccia il vassoio del pranzo.
“Guerra col cibo!” qualcuno urla e nella mensa esplode il caos.

Vassoi del pranzo volano per aria, i bambini stanno gridando, i professori preoccupati si affrettano da ogni parte e Keith—

—va via.

Scivola fuori dalla stanza e si dirige verso l’entrata principale. Nessuno lo ferma quando esce dal cancello della scuola, anche se la campanella del pranzo suonerà fra un minuto.

Il bambino aveva ragione, sembra che tutti abbiano gli occhi incollati alle parole sul suo polso sinistro, eppure non incrociano il suo sguardo quando li guarda.

È una breve camminata fino a casa, e passa tutto il tempo guardando dritto davanti a sé. Tiene i polsi giranti verso l’interno e vicino ai fianchi, ma non importa quanto ci provi, non riesce a far uscire fuori le parole cosa le farai dalle orecchie.

Vuole colpire qualcosa.

ha un caratteraccio

La casa è vuota quando entra dalla porta principale. Papà è ancora a lavoro.

Delle foto incorniciate sono appese alle pareti: Keith e suo papà durante un viaggio in macchina, Keith e suo papà che pescano, Keith e suo papà in un parco divertimenti, Keith e suo papà e—

Mai sua mamma.

Non ci sono foto di sua mamma.

Si ferma, lo sguardo si sposta in fretta sulle pareti. Sa che ne ha avuta una, deve averne avuta una, prima che scomparisse.

Perché non ci sono foto per ricordarla?

Cerca di ricordare, papà l’ha mai menzionata? Ha mai detto il suo nome?

Keith è in piedi vicino alla porta e capisce, piuttosto all’improvviso, che non ha mai visto prima i marchi di suo padre.

E un pensiero silenzioso e raccapricciante scivola nella sua mente come olio, appiccicoso e insidioso: forse la ragione per cui non ha una mamma è perché anche i marchi di suo padre dicono perché mi stai facendo questo, perché le ha fatto qualcosa

probabilmente il tuo papà ha ucciso la tua mamma

seguirai le sue orme

Cade sul pavimento, gli occhi spalancati che non vedono.

E quella oscura vocina continua a sussurrare: forse tutta la sua famiglia è un gruppetto di assassini di anime gemelle, forse si sono tutti uccisi a vicenda.

Forse è per questo che non ha zii o zie o cugini o nonni.

Forse è per questo che è così solo, in questa piccola casa buia, in questa minuscola città.

 

 

 

 

 

 

Quando suo papà torna a casa due ore dopo, Keith è ancora seduto sul pavimento a piangere. Proprio in quel momento decide che non conoscerà mai la sua anima gemella.

 

Dopo quella volta, tiene i polsi coperti con più attenzione, avvolti stretti da spesse strisce di pelle che suo papà ha strappato da una vecchia cintura. Li indossa per anni, mentre dorme e sotto il sole. Gli vengono degli orribili segni da abbronzatura, ma va bene, perché non si vedono a meno che non tolga i polsini di pelle. Proprio non gli importa. Almeno sono più sicuri di quelli di gomma.

Mi dispiace, figliolo, ha detto suo papà, quando lo ha aiutato a metterli la prima volta. Le sue mani erano grandi, si avvolgevano facilmente attorno l’intero avambraccio di Keith.

Non era sicuro di cosa si stesse scusando suo papà: per i marchi di Keith? Per non sapere dove fosse andata sua mamma? Per non parlare mai di lei e lasciar pensare a Keith che fosse morta per mano sua? Si sta scusando per tutti e due, lì da soli, fra la gente che diffida di Keith? Che non gli parla, a cui piace fissare con la coda dell’occhio, dall’altra parte della strada con gli amici, come se fosse diverso?

Come se fosse pericoloso?

Allora non aveva domandato, ma quando anche papà lo lascia, immagina che valga come risposta.

Finisce alla Garrison, dove tutti si salutano o con il nome completo o con qualcosa di strano e fuori dal comune, perché vogliono sapere. Vogliono sentire l’altro parlare e sapere con certezza se è con questa persona che passeranno il resto delle loro vite, fino a che entrambi non raggiungeranno la fine scritta sul polso sinistro dell’altro.

Ma Keith fa quello che ha sempre fatto. Resta in silenzio.


Perché in questo modo, la sua anima gemella non lo troverà mai, e nessuno lo guarderà più in quel modo.

E funziona. Sono troppo confusi e vacillano quando annuisce semplicemente, quando non fa altro che guardarli senza espressione mentre aspettano che dica qualunque parola segni la loro morbida pelle e, alla fine, lo lasciano in pace.

Le uniche persone con cui parla sono gli istruttori, con gli anelli luccicanti sulle dita e i marchi sfacciatamente in mostra.

Gli va bene. Davvero.

 

Quando incontra Shiro è perché Iverson ha organizzato tutto. Qualcosa riguardo ad avere un mentore su come formare relazioni interpersonali con i suoi compagni. Forse rifiutarsi di comunicare con gli altri, a parte abbaiare ordini nel simulatore di tanto in tanto, non era stato un buon piano come aveva pensato.

“Sai, qualunque cosa tu stia cercando di evitare,” dice Shiro, “Credo che non parlare ti stia creando
più problemi.”

Keith alza le spalle, perché non ha intenzione di raccontare la storia della sua vita a un ufficiale inferiore a caso in un’ora.

Apparentemente, Shiro la prende come una sfida e si rifiuta di lasciare Keith in pace dopo quella volta. È ovunque—in mensa, a girare per i corridoi quando le lezioni finiscono, nelle stanze delle simulazioni e nelle sale da combattimento.

Keith non sa cosa pensare, perché Shiro può essere irritante per il modo ostinato con cui cerca di interagire con Keith, ma poi si gira ed esegue un avvitamento nella simulazione o una manovra di combattimento che fa finire Keith col sedere per terra, e Keith è curioso.

“Tieni, bevi.”

Keith gli passa una bibita energetica dopo uno dei loro combattimenti. Viene dritta dalla mensa con gli ingredienti modificati dalla Garrison, è strapiena di nutrienti e comunque riesce ad avere un sapore di merda. “E fai stretching, dopo.”

Keith prende la bibita, ma lancia a Shiro un’occhiata secca. “Sai che so prendermi cura di me stesso, vero? Lo faccio da anni.”

“Beh, non mi sorprende che tu sia magro come uno stecchino,” dice Shiro. “Senti, non cerco di farti da mamma. Devo solo farti socializzare.”

“Al massimo mi stai facendo venire ancora più voglia di andarmene e diventare un eremita,” borbotta Keith e non reagisce abbastanza in fretta da evitare un colpetto all’orecchio.

Shiro si ferma in una posa rilassata a un braccio di distanza, bevendo la sua bibita e facendo delle smorfie per via del sapore.

La stanza è vuota, tranne che per loro, tutti sono andati a cena o si sono ritirati per la notte. Keith aveva sperato di avere del tempo da solo in mezzo alla sua routine di allenamento, ma poi Shiro l’aveva trovato. Lo fa da tre mesi ormai, infilandosi in qualche modo nell’allenamento in solitaria di Keith.

Keith si dice che non è curioso perché è pazzo per le mosse fighe che Shiro sfoggia così facilmente, quelle che ha detto che insegnerà a Keith, quando smetterà di fare il ‘solitario’.

“Ho chiesto in giro,” dice Shiro improvvisamente, “e sembra che tipo l’ottanta per cento dei tuoi compagni cadetti non ti abbia sentito dire una sola parola a meno che un istruttore non ti stesse chiedendo di rispondere ad una domanda in classe.”

Keith grugnisce, sapendo già dove andrà a parare.

“Hai rifiutato tutti gli inviti ai club che pensavo potessero interessarti—non dirmi che non sembravano forti, perché se c’è una cosa che ho imparato su di te è che ti piacciono gli oggetti affilati e volare e i due club riguardavano questo; lo so, me ne sono assicurato.”

Keith chiude lentamente la bocca, imbarazzato. Evita lo sguardo consapevole di Shiro e succhia rumorosamente il contenuto della bottiglia.

Shiro sospira, avvita il tappo della sua bibita e se la passa pigramente tra le mani. “Ho provato di tutto, Keith, ma stranamente ti opponi anche alla minima interazione sociale. Hai già detto che non è una questione di ansia, e non ti chiederò di rivelare tutti i tuoi segreti, ma dammi qualcosa su cui lavorare, ragazzino.”

“Non sono un ragazzino” ribatte Keith in automatico. Ha lo sguardo corrucciato. “Non so perché lo devo fare. Non sto andando bene nelle aree che contano?”

“Ah, ma dimentichi una cosa.” Shiro punta la sua bottiglia verso Keith. “La Garrison non può mandarti là fuori a meno che il tuo equipaggio non si fidi di te e, al momento, il tuo fare da lupo solitario non aiuta. La gente sa che sei bravo, Keith, davvero. Ma sanno anche che non comunichi, che lavori meglio da solo.

“Se vuoi andare lontano nello spazio per mesi interi, devi interagire con i tuoi compagni. Se non credono che comunicherai, non ti vorranno nella loro squadra, e i comandanti esiteranno nell’inserirti in una. Un caso di incomprensione là fuori può rovinarti.”

Keith stringe la bottiglia, la plastica scricchiola sotto la forza delle sue mani. Fissa le sue gambe incrociate, la mascella serrata.

In un certo senso, Keith lo sapeva già, ma sperava di poterlo evitare fino a quando… beh, fino a quando non avrebbe più potuto. Sperava che il problema si risolvesse da solo con il tempo, senza bisogno di spiegare nulla. Solo il pensiero di rivelare il perché non vuole parlare, perché i suoi occhi schizzano via dalle mani e dai polsi e dalle braccia come se fossero qualcosa che non sopporta guardare—fa venire a Keith da vomitare.

Non pensa che potrebbe sopportarlo se la gente ricominciasse a sussurrare cose su di lui, se cominciasse a lasciare la stanza quando entra, se finisse al centro dell’attenzione, ma per ragioni diverse. Almeno qui pensano che lui sia uno strano ragazzino robot che lavora, dorme e mangia e basta.

Ma mentre scruta Shiro, con il suo cipiglio serio e preoccupato, il crescente senso di colpa batte la paura. Shiro è stato solo sconcertatamente sincero nei suoi tentativi di spingere Keith a farsi degli amici, quando avrebbe potuto fare il minimo per soddisfare Iverson. Avrebbe potuto mettere da parte i problemi di Keith per concentrarsi sulla sua promozione a ufficiale maggiore, che deve essere mille volte più importante per lui, ma non l’ha fatto. Per non parlare delle lezioni non ufficiali e dei consigli preziosi sulle lezioni di Keith.

Mette giù la bottiglia, la fa girare sul pavimento consumato. “Non è che non so come—come parlare alle persone. È solo che non voglio farmi degli amici—“ e si affretta ad aggiungere, quando Shiro si acciglia—“e non voglio parlare del perché, ma immagino—immagino che potrei essere… più gentile? Se è così importante.”

Shiro lo guarda inquisitore, uno sguardo a cui Keith risponde con testardaggine. E poi sorride, rapido e sollevato. “Non chiedo altro.”

Keith ricambia il sorriso, esitante.

“Adesso,” dice Shiro, alzandosi espirando a lungo. “Lo stretching. E poi ci intrufoleremo nella stanza delle simulazioni per farti vedere una finta che ho eseguito la settimana scorsa. Iverson dice che tecnicamente non dovrei riprovarla finché il consiglio non l’abbia rivista. Qualcosa sul fatto che è ‘troppo pericolosa’ o simili.”

Keith si alza di corsa con gli occhi spalancati, praticamente precipitandosi a fare lo stretching, perché non esiste che se lo perda.

Shiro nasconde un sorriso sulla piega del braccio, ma Keith lo vede comunque.

 

 

 

 

 

 

Non lo dice mai, ma Keith è grato che Shiro non tenti mai di tirargli fuori le ragioni, una volta che Keith dimostra di essere disposto a smettere di guardare accigliato tutti quelli che gli si avvicinano. Shiro… si fida che manterrà la parola e basta.

Cosa che fa. Lentamente, si permette di avere delle conversazioni artificiose con uno o due cadetti che siedono accanto a lui in classe. E se succede che interagisce solo con i pochi selezionati che hanno incontrato la loro anima gemella—beh. Non pensa che nessuno lo noti.

Shiro finge di asciugarsi le lacrime con un dito quando sente della cerchia sociale nascente di Keith. Tira su col naso rumorosamente. “Sono così orgoglioso di te, Keith. Così, così orgoglioso.”

“Sta’ zitto,” risponde Keith, e fa oscillare la sua spada da allenamento verso le ginocchia di Shiro.

Quindi, Keith è riconoscente, ma è facile assecondare lo stuzzicare e la leggerezza, trattenere il sentimento dell’essere così sollevato dalla mancanza di domande, piuttosto che dirlo direttamente.

Il fatto è che si accorge che Shiro è curioso—chi non lo sarebbe?—ma Shiro non chiede. Solo, riconosce che Keith ha i suoi motivi, e cerca di trovare modi per lavorarci intorno.

Quindi, è grato.

Avrebbe dovuto dirglielo.

 

 

 

 

 

 

Shiro è scomparso.

Fissando la notizia trasmessa dall’angolo della mensa, Keith pensa: chi ha avuto l’idea per questo scherzo.

Ma la giornalista sullo schermo è serissima e la notizia ha il bollo ufficiale nell’angolo in alto e nessuno in mensa sta ridendo.

“…confermati dispersi,” dice la donna. “La causa dell’incidente è stata ufficialmente etichettata come risultato di un errore del pilota.”

Errore del pilota?” qualcuno chiede, incredulo. “Ma Shiragane era il pilota. Non l’ho mai visto commettere un errore in vita mia.”

Il parlante viene zittito, ma c’è un mormorio di malcontento; la gente inizia a borbottare. Keith non riesce a distogliere lo sguardo dallo schermo.
La giornalista sistema le sue carte, le sopracciglia abbassate. “È stato chiesto alla Galaxy Garrison se è possibile mostrare le immagini dell’incidente. Hanno rifiutato, dichiarando che erano riservate.” Guarda in alto. “Cosa potrebbe esserci di classificato in un pilota che commette un errore?”

Il volume del mormorio si alza. C’è un ruggito nelle orecchie di Keith.

“Sembra che qualcosa non vada,” qualcuno sussurra.

“Perché non ne abbiamo sentito parlare prima?” un’altra voce chiede dall’altra parte della stanza. “Dispersi significa che l’equipaggio ha mancato gli aggiornamenti da un po’, ma non sono state mostrate preoccupazioni e improvvisamente lo scopriamo dalle notizie locali?”

“Zitta, Park, non riesco a sentire—“

“No, ha ragione, perché la Garrison è rimasta in silenzio tutto questo tempo—“ “…merda, conoscevo Holt, aveva una sorella minore…“
“—pensate che manderanno una squadra di salvataggio?”

“Una squadra di salvataggio… ci vogliono mesi per arrivare laggiù. Per quando avranno raggiunto Kerberos, non ci sarà più niente da salvare…“

“…guardate questo articolo, alcuni dicono sia una copertura…“

Il rumore diventa più forte, sedie spinte indietro, persone che parlano al telefono e stanno insieme e si riuniscono in cerchio, mostrandosi a vicenda gli schermi e parlando e sussurrando e litigando e—

Keith pensa che potrebbe vomitare.

Shiro ha detto che sarebbe tornato. L’ha detto.

Aveva scompigliato troppo forte i capelli a Keith, come fa sempre, e aveva promesso di portargli un pezzo di Kerberos come souvenir.

Keith aveva roteato gli occhi e fatto un commento sul prendersi i virus alieni e come Shiro sarebbe dovuto restare nello spazio se avesse dato inizio ad una apocalisse zombie e Shiro aveva riso e detto: in quel caso, devo tornare per forza, anche solo per vedere quale film di Hollywood ci ha azzeccato e se n’era andato e non tornerà

“—ne, stai bene?”

Le parole suonano distorte, come se fosse sott’acqua. C’è una mano sul braccio di Keith, nella piega del suo gomito. Guarda in alto e registra ciglia lunghe, occhi blu, un bel naso e poi qualcuno nel tavolo accanto dice—

“—pensate che Shirogane abbia una famiglia? Qualcuno dovrà organizzare il funerale—“ Keith non ricorda di aver lasciato la mensa.

Iverson fa una battuta su come nessuno di loro sia bravo quanto Shirogane e pure quell’uomo ha finito per commettere un errore fatale alla fine nel mezzo della revisione di una simulazione, e Keith viene espulso.

Per aver dato un pugno nell’occhio a Iverson. E per avergli dato un calcio nelle palle.

Ma Keith sa di aver ragione, sa che non è un errore del pilota, allora si ritrova a vagare nel deserto, cercando risposte, per Shiro, e per qualunque cosa gli stia sussurrando nella sua maledetta testa, sentendosi tirato in troppe direzioni e chiedendosi se tutto sia collegato in qualche modo.

Se lo chiede per molto tempo.

 

 

 

 

 

 

C’è un ragazzo.

Beh, due ragazzi e una ragazza. Ma Keith è concentrato su quello carino, in particolare. Ha una mascella forte, i capelli castani e lisci, la pelle abbronzata e le sue prime parole per Keith sono: “No. No, tu—no, no, no. No, non puoi. Sarò io a salvare Shiro.”

Keith è ancora nel bel mezzo di processare lo shock dell’aver trovato qui Shiro, che deve aver passato le pene dell’inferno, ed essere invecchiato di cinquant’anni nel mentre—cavolo, un terzo dei suoi capelli sono bianchi—perciò per la prima volta in molto, molto tempo, Keith risponde senza pensare due volte ai marchi.

“E tu chi sei?” chiede. E non intendeva suonare scortese, ma il ragazzo si paralizza per un nano secondo e stringe gli occhi.

“Non ti ricordi?” chiede il ragazzo, esitante. “Sono io, abbiamo parlato quando—“

Dà un’occhiata alla testa piegata di Shiro. Scuote la testa e si tira l’altro braccio di Shiro sulle spalle larghe. Keith glielo lascia fare: Shiro è diventato pesante.

“Lance,” dice il ragazzo. “Ero nel tuo anno alla Garrison, promosso pilota da caccia dopo che… te ne sei andato.”

Guarda Keith come se si aspettasse qualcosa, le sopracciglia abbassante sul suo viso. Qualcosa si smuove in fondo alla mente di Keith e pensa che potrebbe riconoscere questo Lance, ma è difficile perché si è epurato di proposito di ogni ricordo della Garrison, ragazzi carini o meno.

Allora, dice solo, “Oh. Okay. Volete uscire da qui prima che tornino?”

Lance lo fissa intensamente per un secondo ancora e poi distoglie lo sguardo, gli occhi scuri. “Fai strada.”

 

 

 

 

 

 

Quando arrivano a casa sua, gli altri si presentano: Pidge e Hunk. Keith non si ricorda nemmeno di loro, ma sembra che lui sia allo stesso modo un estrano per loro.

E poi Shiro rivela che tutta la sua squadra era stata rapita dai maledetti alieni—alieni che vogliono qualcosa chiamato Voltron? Che si suppone essere ciò che Keith ha sentito nella sua testa tutto questo tempo e che ha cercato incessantemente, eppure Hunk—una specie di genio ingegnere, immagina— è riuscito a trovarlo in meno di mezza giornata.

E poi cadono nel terreno e atterrano ai piedi di Voltron. Scusate, zampe. Perché Voltron è un gatto robot.

Che apparentemente Lance sa far volare.

“Ragazzi, è così figo!” gracchia e Keith ha a malapena mezzo secondo per aggrapparsi per la giravolta vertiginosa che Lance gli fa subire, per la quinta volta. “Vola che è una bellezza, non pensi?”

“Non potrei saperlo,” Keith dice a denti stretti, “visto che lo stai pilotando malissimo.”

Lanche nemmeno si offende, troppo preso dalla sua eccitazione. Butta la testa all’indietro e ride, il collo in mostra. Urla e grida anche quando le mani dirigono i controlli e spingono bottoni con capacità istintive che lasciano Keith piuttosto stupito.

Non mentiva quando ha detto che Lance stava pilotando male, nel senso che questo non ha nulla a che vedere con quello che gli è stato insegnato nelle simulazioni; inversioni che fanno ribaltare lo stomaco e imprudenti impicchiate, ma non c’è dubbio che Lance sappia cosa stia facendo.

Sì. Sì, capisce perché è stato Lance ad essere promosso al posto di Keith quando se ne è andato, tra la dozzina di speranzosi che ricorda mirare alla classe combattimento.

E poi Lance dice: “Ragazzi, gli alieni sono qui e credo che il gatto robot voglia che li combattiamo,” e Keith si rimangia l’affermazione, perché è la cosa più stupida che abbia mai sentito.

 

 

 

 

 

 

Keith pensa che sia così che è andato il loro primo incontro.

 

 

 

 

keith si sbaglia