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Portare a letto Arthur non era stato semplice e nemmeno così scontato.
Erano servite molte cose: costanza, coraggio e una buona dose di birre.
Soprattutto di birre.
Merlin sapeva benissimo perché Arthur non voleva andare a letto con lui e non aveva niente a che fare col consenso, quanto più con il concetto antiquato e superato di “virilità”.
Perché figuriamoci se Arthur Pendragon potesse mai accettare l’idea di essere gay. E non solo gay, ma innamorato di lui.
Poco contava se passava il tempo a farsi le seghe di fronte a un porno con due uomini, o se nelle docce degli spogliatoi i suoi occhi ricadevano sui culi scolpiti dei ragazzi, o se, peggio ancora, in fondo in fondo non gli dispiacessero i musical.
Essere gay era totalmente inaccettabile per lui.
E nemmeno una dichiarazione d’amore fatta come ogni Dio esistente comandasse, poteva fargli cambiare idea.
Niente lo avrebbe fatto.
Niente tranne…
“Un’altra birra,” sbiasciò, accasciandosi alticcio sul bancone, mentre il barista guardava Merlin con sguardo perplesso.
“Arthur dovresti…”
“Niente, non dovrei niente. Dovrei berne altre tre perché tu sei innamorato di me…e io…”
Merlin non riusciva seriamente a capire il nesso di quelle parole, ma provò ad immaginare che avergli confessato il suo amore un’ora prima, in preda ad un attacco isterico, non avesse aiutato la coerenza di Arthur.
Era scoppiato. Si era tenuto dentro quel sentimento per così tanto tempo…
Per una vita intera, in pratica.
La prima volta era successo quando ancora Arthur era il Re di Camelot. Arthur questo non poteva ricordarlo visto che era risorto dalle acque del lago di Avalon da qualche anno ma senza memoria della vita precedente, tuttavia Merlin lo ricordava fin troppo bene.
“Arthur, io ti devo dire una cosa…”
“Cos’è quel tono preoccupato?”
“Io…”
E poi Gaius aprì la porta della sua stanza, interrompendoli.
Merlin non trovò più il coraggio per i mesi successivi, fino a un’altra volta, mentre stavano tornando al castello insieme.
Il cuore in gola, le farfalle nello stomaco. Arthur era sposato, ma non riusciva più a tenerselo.
“Arthur io…”
“Arthur!” una voce femminile li interruppe, Gwen stava cavalcando verso di loro.
Merlin, rassegnato, si passò una mano sul volto.
Forse certe cose erano destinate a rimanere segrete e basta.
E infine, c’era stata quella sera.
Dopo l’ennesimo litigio dal suo ritorno nel regno dei vivi, Merlin sentiva di dover smettere di negare ad Arthur e a se stesso l’unica vera e ovvia verità: lo amava e voleva soltanto che anche Arthur accettasse questa cosa, perché Merlin ne era sicuro, lo ricambiava.
“Merlin devi smetterla con questa storia degli appuntamenti, si può sapere perché ti interessa così tanto con chi voglio uscire?”
“Perché ti amo, maledetto somaro!”
E da lì, il gelo.
Arthur nemmeno rispose, cominciò semplicemente a bere una birra dopo l’altra, alternandola anche a qualche alcolico non ben definito. Merlin aveva provato a fermarlo, visto che mischiare diversi alcolici non era sicuramente la soluzione ideale, ma non c’era riuscito.
E così, quella sera Merlin aveva portato Arthur a letto, ma non nel modo che tutti si immaginavano quando li avevano visti uscire dal pub.
Lo aveva trascinato a fatica verso la macchina e poi lo aveva condotto nella sua stanza, portandoselo addosso come un peso morto, mentre “l’antico re” farfugliava parole totalmente a caso, probabilmente convinto di star facendo chissà quale discorso.
Non era certo il modo in cui Merlin si sarebbe aspettato di riuscire a portare Arthur a letto, in effetti, ma tutto sommato non poteva lamentarsi. Lui era lì, steso sul proprio petto e lo stringeva come se non volesse mai più lasciarlo andare.
Dopotutto, Merlin non aveva chiesto soltanto questo?
Non aveva chiesto che non se ne andasse mai più?
Gli diede un bacio tra i capelli, grato che per una volta quella porta non si aprisse di nuovo per interromperli durante un momento di insolita tenerezza che, Merlin lo sapeva, sarebbe durato quanto una pinta di birra.
Ovvero… molto poco.
