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Indefinito
Era felice. Cazzo, eccome se lo era. Era uno sballo.
In lui abitava una fantastica sensazione di euforia che lo faceva sentire un mostro invincibile. Un senso inevitabile di vittoria nei confronti del mondo e dei pipistrelli che lo stavano assalendo. Agitava le braccia in alto e si copriva la testa. Ripeteva "Via, via pezzi di merda" per scacciarli, e quando non li vedeva più un minuto dopo riapparivano. Schizzò in piedi e corse via. Si scontrò con alcuni corpi e ricevette un paio di insulti, e si rendeva conto che le sue capacità motorie ragionavano di testa loro e camminava come un ubriacone irlandese, ma non aveva il coraggio di scusarsi con delle persone che avevano la testa di un dinosauro e il corpo di uno stuzzicadenti.
In ogni direzione c'era follia, dovunque andasse, in ogni angolo, sprizzava scintille. Sviare i vari corpi sudati e strafatti, orientarsi nel disordine esagerato era diventato un gioco divertente per lui. Si imbatté in un gruppetto di ragazzi, erano riuniti attorno ad un tavolo, avevano la mandibola slegata dal viso, sembravano zombie verdi e viola. Quei due che stavano piegati in avanti sollevarono il busto, inciamparono all'indietro con le loro espressioni zampillanti di gioia e privi di sensi. Venne attratto da quella gioia come un cazzo di hippie che sniffa tutto ciò che gli capitava sotto il naso, e finì anche lui con il naso bianco e gli occhi dietro la testa.
L'LSD sale lentamente, ma dopo un'ora, massimo due se proprio sei tosto, perdi totalmente il contatto con la realtà. Il trip dura una vita. Il cocktail ti inizia a parlare e ti dice che il governo vuole ammazzarti, che se non lasci il paese ti rapiranno, e allora tu gli dai ascolto perché col cazzo che ti fai prendere dal governo e sconti la pena per aver derubato tuo padre ed evaso le tasse, quindi pensi di scappare salendo sopra il tetto di un palazzo e spiccando il volo, ma poi qualcuno ti prende dal braccio e ti dice che non sai volare. Perciò, non ti rimane altro che ballare per una notte intera sudato come un cavallo e vedendo i suoni sottoforma di linee azzurre fluo che ondeggiano nello spazio. Ma pasticca dopo pasticca, festa dopo festa, ti serve di più. Affinché la magia abbia effetto non ti basta una caramella, ti serve un sortilegio vero e proprio e devi rincorrere l'estasi da discoteca in discoteca, passando da canna a capsule a polvere a siringhe, e così finisci in un labirinto interminabile, un Minotauro affamato di psichedelici senza via d'uscita.
Quando l'acido si esaurisce e alzi gli occhi al cielo, braccia e gambe sono degli arti fantasmi, il soffitto sta precipitando e non senti più il cuore. Sei solo, non sei reale. Stai per morire. Il down era devastante. Restavano dei flashback di colori sgargianti e pentagoni caleidoscopici, non c'era nessuna miscela di parole e suoni capace di descrivere il viaggio che aveva fatto, al centro di quella pista, ammassato a decine di corpi, vivo a scatenarsi. Finito l'effetto si sarebbe ricongiunto con i ricordi sinistri del passato e gli atroci lampi di una fatale sorte a cui non poteva sfuggire, e sarebbe andato in cerca della prossima euforia.
Ad un tratto sentì le ossa delle braccia allungarsi e staccarsi. Le sue braccia erano diventate lunghissime e molli, sembravano plastilina. Ai suoi polsi, lontani chilometri, vide delle mani grandi e verdi, stringerli e strattonarlo da tutte le parti, ma più tiravano più le braccia si allungavano. Collegò le mani alle facce delle rane che lo fissavano con occhi grandi quanto mongolfiere minacciose ed ebbe paura, cominciò a dimenarsi e a urlare. Il governo l'aveva trovato. Lo stavano trascinando con loro per ucciderlo e darlo in pasto ai porci.
"Sei in arresto Jung Hoseok." Vide le lettere ingrandirsi e dilatarsi, "Sta' buono, fighettina. Ti conviene chiamare un bravo avvocato."
*
Non era molto diverso da suo padre in fondo.
Avevano un fisico pressoché simile, suo padre era forse più flaccido: due stecche come gambe e un filo di muscoli, pancia piatta con una lieve linea di addominali, braccia poco allenate. Avevano lo stesso viso allungato e incavato di un tossicodipendente malnutrito, lo stesso naso grande, le stesse labbra sottili e gli stessi occhi a mandorla.
Nudo davanti allo specchio, il pene penzolante in mezzo alle gambe. Sperava che il suo fosse più lungo e più grande di quello di suo padre – era uguale a suo padre ma, se avesse avuto un cazzo più grande, non sarebbero stati la stessa persona. Erano diversi. Era migliore di lui, lo aveva battuto in centimetri. Francamente, non sapeva se fossero lunghi uguali. Ricordava di averglielo visto nudo in obitorio, ma quello fu anni fa, non aveva fatto caso alla sua lunghezza.
Dopodiché, inizio ad elencare tutte le differenze che li separavano come uomini: suo padre non sapeva ballare, non sapeva cantare, non era ricco, non sapeva restare, non sapeva volere bene. Non gli teneva testa: Hoseok era il più bravo, il migliore, senza eguali. Non aveva ragione la madre, lui non era suo padre.
Si scambiò un'occhiata veloce con il suo riflesso e avvolse il pene nella mano. Strofinò su e giù e si masturbò nella speranza di raddrizzarlo. Lo strofinava irrequieto. Eccitarsi era un'impresa impossibile, non provava un'erezioni da mesi. Strofinò, strofinò finché non venne assalito da uno sfogo di frustrazione e gettò per terra i saponi e i profumi sopra il lavandino. L'impeto era incastrato nel suo ventre, ansimava pesantemente a corto di fiato. Ci riprovò. Perciò riprese in mano il pene moscio e ritornò a strofinare su e giù. Sarebbe riuscito a venire, questo era poco ma sicuro.
Un vetro graffiato, una visione confusa, distorta, lo separava da se stesso. Beccò il riflesso dei suoi occhi e, anziché riconoscersi, si lasciò terrorizzare. Vedeva un corpo nudo, udiva dei sospiri e toccava la pelle di uno sconosciuto. Un paio di occhi assatanati e vuoti controllavano che la sua mano insistesse con veemenza, in alto e in basso, la punta e poi le palle, e per lui non avevano alcuna clemenza. Il petto si contraeva, la mano libera strinse la coscia. Goccioline di sudore si formavano sulla fronte e, prima che potessero scendere lungo il viso, il capo si mosse all'insù gemendo forte. Aveva lo sguardo identico al padre.
Sesso. Doveva pensare al sesso. Qualche posizione che lo stimolava particolarmente, doggy style, missionario, le sue mani affondate nella carne morbida del culo di qualcuno. Immaginò di essere dentro un orifizio, di strofinare il cazzo dentro una fessura tanto stretta da fargli roteare gli occhi dietro la testa e per un momento poté prevedere la sensazione liberatoria di quando, dopo essere venuto, usciva e se ne andava a sballarsi di acidi. Respirava spazientito, si sorresse dal marmo del lavandino e chiuse gli occhi ormai disperati, supplicando le braccia di non abbandonarlo e farlo cadere.
Dopo quella che sembrò un'eternità, sudato e senza più fiato, venne nella sua mano. Qualche schizzo era finito sopra il suo addome e qualche altro sullo specchio. Osservò le condizioni dell'uomo nel riflesso, il quale aveva alzato in aria la mano sporca di sperma. Picchiettò le dita tra loro e tastò la disgustosa sensazione appiccicosa. Strappò qualche foglio di carta igienica e fece scorrere l'acqua del lavandino. Voleva buttarsi a terra e piangere.
Restava un uomo, anche con gli occhi rossi, anche se non era diverso da suo padre.
