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Tougher than the rest

Summary:

Ogni tanto appaio anche io con qualcosa per #ASmileinACornfield, di cui sarei anche zia adottiva. E appaio con una mole di angst che fa paura e hurt/comfort, soltanto per MyPride.
La scena finale è un richiamo alla entry “Freddo psicosomatico”, sempre di MyPride, della #1grab11pt challenge del gruppo "Hurt/Comfort Italia" mentre la frase che Damian dice di aver detto a suo fratello Richard - Dick Grayson - è in una parte di saga che sto scrivendo e che spero di riuscire a finire prima della prossima era glaciale.

Notes:

Work Text:

The road is dark

And it's a thin thin line

But I want you to know I'll walk it for you any time

 

(Tougher than the rest - Bruce Springsteen)

 

Le orecchie di Jon ronzavano come se un intero sciame di locuste avessero riempito il salotto di casa e stessero tutte cantando, ossessive e affamate, per soffocare qualsiasi altro rumore, perfino quelli dei suoi pensieri.

Sentiva il peso e il calore del corpo di Tommy aggrappato al suo braccio mentre le immagini di un familiare furgone rosso in fiamme scorrevano sullo schermo della televisione da più di un’ora e il sottotitolo che lampeggiava annunciava di un incidente mortale sulla statale che da Hamilton portava alla contea vicina.

In mano, stringeva il telefono.

Quindici chiamate perse dopo, la risposta era sempre la stessa.

Il telefono della persona chiamata potrebbe essere spento o non raggiungibile. La preghiamo di riprovare più tardi.

La voce della collega, era una collega del telegiornale locale e spesso collaborava con la redazione del quotidiano – con Cat, Catherine, spesso prendevano un caffè insieme tra un'edizione e l'altra, diavolo, aveva perfino portato il suo gatto, Pixie, a far fare i richiami dei vaccini alla clinica - sembrava così lontana; ma gli occhi dell'inviata erano cupi. Anche la sua voce lo era stata quando l’aveva chiamato settanta minuti prima per avvertirlo di quanto stesse accadendo, per dargli il tempo di prepararsi.

“Carl era in servizio, mi ha chiamata lui. Jon, è il furgone della clinica, c’è l’adesivo dei Gotham Knights sul lunotto posteriore e il doc ne è l’unico tifoso in tutta la contea.”

Al di là dello schermo, Cat sembrava guardare soltanto lui.

"...ripetiamo, i vigili del fuoco stanno ancora intervenendo sul luogo dell’incidente per domare l'incendio ma anche da dietro le transenne è facile riconoscere il furgone del dottor Wayne-Kent. Non possiamo avvicinarci di più, per ora ci tengono a distanza. Non abbiamo notizie di sopravvissuti al momento."

Non abbiamo notizie di sopravvissuti al momento.

Queste parole turbinarono nella mente di Jon per qualche minuto e le ripetè ossessivamente sottovoce fino a quando non ebbero perso il loro significato.

Jon sbatté più volte le palpebre e cercò di ricacciare indietro le lacrime, tentò di distogliere lo sguardo dalle immagini sullo schermo, ma i suoi occhi erano incapaci di concentrarsi su altro. Anche chiudendoli, continuava a vedere con quelli della mente.

Le fiamme continuavano a divorare il furgone nella fredda notte invernale e a sciogliere la neve tutto intorno al muso del mezzo, i pompieri si affannavano con tubi e estintori portatili dietro alle spalle di Cat e le locuste nella stanza ronzavano ancora più forti ogni volta che l'inviata apriva bocca per dare qualche aggiornamento.

Dopo altri dieci minuti, l'unica cosa che Jon era riuscito a carpire era stata che avevano trovato un cadavere carbonizzato.

Aveva sentito il corpo di Tommy irrigidirsi e il figlio aggrapparsi alla sua spalla, singhiozzando disperato, ma non era riuscito ad alzare neppure un dito, il cervello si rifiutava di collaborare, di dare anche i più elementari comandi al resto del corpo.

Anche spostare una mano non gli era mai sembrato così difficile.

L'unica cosa che la sua mente riusciva a fare in quel momento era riempirsi di immagini che aveva archiviato con cura nei cassetti dei ricordi, immagini tutte diverse, in anni e stagioni differenti, ma che avevano una cosa in comune.

La presenza di un paio di occhi verdi che lo guardavano con amore e dolcezza.

Gli occhi pizzicavano per le lacrime mentre tutti i ricordi che aveva con Damian si mischiavano tra loro, un Damian adulto sotto il portico di casa si alternava con un pulcino in rosso e giallo che saltellava tra i tetti e lo spronava a volare più veloce se voleva raggiungerlo, al familiare thump thump della protesi sul tavolato di legno seguiva il fruscio dei batarang che sfrecciavano tra i gargoyle dei grattacieli di Gotham, gli abbracci e i baci - da incerti e goffi, dati da un adolescente insicuro - erano diventati una sensazione ferma e calda attorno alle sue spalle e sulle sue labbra.

E da quel momento in poi sarebbero rimasti tali.

Una sensazione.

Perché Damian non c'era più.

Perché del suo hayaty, dell'amore della sua vita, della persona con cui aveva affrontato divinità e piccoli ladruncoli, con cui aveva affrontato sentieri scuri e angusti, sfidando disperazione e depressione - depressione che aveva minacciato di strapparglielo via già in passato - e vissuto momenti di pura gioia in cui ogni cosa non solo era al proprio posto ma era giusta…

Perché di Damian Wayne, la sua anima gemella, era rimasto soltanto un cadavere carbonizzato.

Un singhiozzo violento gli eruttò dal profondo della gola quando il luccichio dell'anello d'oro all'anulare attirò il suo sguardo.

"...Prometto di invecchiare con te, Damian Wayne, e di amarti fino al mio ultimo giorno e al mio ultimo respiro. Lo giuro davanti agli Dei e all'Universo, lo giuro davanti a te."

Razionalmente, Jon sapeva che non era possibile, che erano passati anni dalla forgiatura degli anelli, ma quel semplice cerchio di metallo sembrava rovente, lo sentiva bruciargli la carne mentre ricordava il momento in cui - davanti a Diana, ai loro genitori e ai loro fratelli - aveva sussurrato quella promessa e si era abbandonato all'amore negli occhi verdi del suo hayaty, nella sua voce assonnata quando lo chiamava habibi nel cuore della notte e si stringeva contro la sua schiena, nel battito del suo cuore che gli rimbombava nelle orecchie quando si addormentava con l'orecchio appoggiato contro il petto di Damian e lo confortava ora che non poteva più udirlo in ogni momento come un tempo, quando aveva ancora i poteri.

Un altro singhiozzo gli sconquassò il petto.

I poteri…

Forse avrebbe potuto udirlo un'ultima volta se li avesse avuti, avrebbe avuto il conforto di udirlo un'ultima volta, o forse avrebbe potuto raggiungerlo e stare con lui fino all'ultimo, o perfino salvarlo.

E invece…

Quell'anello era sempre stato segno del loro amore, della scelta che lui aveva fatto per amore, e mai aveva avuto un altro significato, mai guardarlo gli aveva causato dolore.

Mai.

Prima di quel momento.

Ora, Jon voleva soltanto toglierselo di dosso e buttarlo nel pozzo più profondo.

"Papà…"

C'era qualcosa di profondamente sbagliato nel tono addolorato di Tommy, Jon lo sapeva - il figlio era allegria e risate, era incursioni alle 7 del mattino in camera dei genitori insieme ad Asso e salti sul materasso, era panini ripieni di marmellata mangiati nei campi tra i fiori e piccole fughe dalla finestra -, ma non aveva idea di come aiutarlo.

Non quando lui stesso stava affogando nello stesso dolore.

Avrebbe dovuto esserne il salvagente ma non riusciva a tenere a galla neppure se stesso.

Jon lo prese tra le braccia, lo strinse e lo sentì accoccolarsi contro di lui, aggrapparsi alle sue spalle e tremare come una foglia.

"Baba non c'è più… Se n'è andato…" lo udì mormorare tra i singhiozzi, "Se n'è andato e non gli ho neppure detto che gli voglio bene…"

"L-Lo sapeva… Glielo dici… glielo dicevi," un altro singhiozzo uscì incontrollabile dalla bocca di Jon, usare il tempo passato associato a Damian era una pugnalata al cuore ad ogni parola, "glielo dicevi ogni giorno, anche senza usare le parole."

"Baba… Baba se n'è andato, papà… Non è g-giusto… il mio baba… Voglio il mio baba…"

Jon singhiozzò più forte.

“L-lo so, Tommy… Lo so…” riuscì a dire con un filo di voce, “Non è giusto, piccolo… Non è giusto…”

“Baba ha sempre fatto cose b-buone per tutti…”

“Le ha fatte, amore mio. Le ha fatte…” 

“Allora perché il mio baba non c’è più? Non si meritava di m-morire. ”

Jon premette un bacio, lungo e disperato, sulla testa del figlio e lo strinse senza dire una parola, non sapeva cosa dire e non sapeva come dirlo.

Cosa poteva dire a un bambino di dodici anni che aveva appena perso il padre? Lui almeno aveva avuto anni con Damian, l’aveva vissuto e l’aveva amato per più di vent’anni. Tommy aveva iniziato a conoscerlo davvero da poco tempo.

Lui avrebbe avuto i ricordi di una vita insieme a sostenerlo, Tommy ne avrebbe avuti pochi e una vita di rammarico e dolore.

Restarono abbracciati per dieci minuti, con l’uggiolare triste di Asso incuneato in mezzo a loro, e Jon si staccò da lui soltanto quando lo scricchiolio delle assi di legno del portico attirò la sua attenzione.

Il cucciolo saltò giù dal divano e iniziò ad abbaiare come un forsennato verso la porta.

“Che succede?” mormorò Tommy con un filo di voce.

Jon gli accarezzò la schiena e lo avvolse nella coperta prima di posargli un altro bacio sulla fronte e alzarsi in piedi; scosse la testa e gli fece cenno di stare zitto mentre lui, una volta preso l’attizzatoio dal porta-attrezzi accanto al caminetto, si avvicinava alla porta.

Con la coda dell’occhio, si assicurò che il figlio fosse al sicuro sul divano prima di spalancare la porta con uno scatto.

Una folata di vento gelido e un basso borbottio infastidito lo accolsero all’esterno e Jon sollevò l’attizzatoio sopra la testa, pronto a colpire l’intruso sulla testa, intruso che - seduto sui gradini del portico - non sembrava neppure essersi accorto di lui.

Lo vide rincantucciato su se stesso, senza giacca, con le spalle tremanti e un flusso di imprecazioni - mezze in inglese e mezze in arabo - che gli bloccarono il respiro in gola.

“...quando lo becco gli faccio passare la voglia di rubare, lo giuro su mia madre, chiamo Jason e glielo mando contro. Dannazione, Timothy mi ucciderà… La protesi era nuova, Dannazione. Ora chissà quanto ci vorrà per farmene arrivare una nuova.”

Le locuste dovevano essere uscite dal salotto ed essersi radunate in giardino perché il loro ronzio assordò Jon per qualche secondo - l’attizzatoio gli era sfuggito di mano ed era caduto a terra -, impedendogli di udire la voce di Damian che, alzatosi in piedi, gli aveva sorriso, appoggiato alla balaustra.

Accanto, Jon vide la protesi.

Era ridotta male, coi fili che uscivano e il piede storto, ma era la stessa che Jon aveva aiutato a installare soltanto pochi mesi prima.

Damian era lì.

Ma Jon non riusciva a udire la sua voce, vedeva le sue labbra muoversi tra le lacrime che gli riempivano gli occhi; avrebbe voluto alzare un braccio per toccarlo, assicurarsi che non fosse un sogno, che non fosse completamente impazzito, ma un’altra volta il suo cervello si rifiutò di collaborare.

Uno schiaffo sulla guancia lo trascinò fuori a forza dall’oceano di stupore e dolore in cui la sua mente stava affogando, quello era il salvagente di cui aveva bisogno.

Si ritrovò in ginocchio sul tavolato del portico, con la mano bollente di Damian sulla guancia e i suoi occhi verdi che lo fissavano preoccupati.

Nel vederli, Jon singhiozzò più forte.

“Hayaty…” rantolò lui.

“Habibi, sono qui, va tutto bene, che è successo? Dov’è Thomas?” lo sguardo di Jon si concentrò prima sulle labbra di Damian, viola per il freddo, e poi sui lividi e sul rivolo di sangue secco che gli percorreva la guancia alla luce della lampada esterna, “Habibi, dov’è Thomas?” ripetè Damian con voce strozzata.

“I-In casa… Hayaty, il furgone… Tu…”

“Mi hanno rubato il furgone,” ammise l’altro con espressione cupa, “Sono sceso a prendere un pacchetto che mi sono fatto mandare da mio padre. Tempo di risalire a bordo e qualcuno mi ha colpito in testa con qualcosa di duro e pesante.” Damian indicò la propria tempia, sporca di sangue secco e con un taglio profondo visibile al di sotto dei capelli, “Mi ha buttato nel fossato fuori dall’ufficio postale… Sono tornato indietro a piedi, il mio cellulare era nella giacca.”

Il fossato fuori dall’ufficio postale…

Damian non era a bordo del furgone…

Il suo hayaty non era morto in quell’incidente.

Era davanti a lui, vivo e vegeto, infreddolito ma vivo.

Aveva percorso più di dieci chilometri a piedi ma era al sicuro, dall’altra parte del paese rispetto al luogo dell’incidente.

Il tremito che aveva cominciato a propagarsi nel corpo di Jon diventò sempre più forte, incontrollabile insieme ai singhiozzi, e Jon si ritrovò a baciare Damian sulle labbra con disperazione.

“Sei vivo, hayaty… Sei vivo, sei vivo, sei vivo…” cantilenò Jon tra un bacio e l’altro, tra un singhiozzo e un rantolo, cullando il corpo - caldo e vivo, non freddo, non cadavere - del marito come faceva ogni notte; quando sentì le braccia di Damian avvolgersi attorno alle sue spalle, lui affondò il viso contro il suo petto e tese l’orecchio.

Il familiare thump thump del battito del cuore del marito gli rimbombò nelle orecchie, cancellando qualsiasi altro rumore. 

“Papà, che succede?”

Jon non alzò la testa, non aveva la forza di staccarsi dal corpo di Damian, non voleva che sparisse - era sicuro che sarebbe successo se l’avesse lasciato andare anche solo per un attimo - e restò in silenzio.

Udì i singhiozzi del figlio e l’abbaiare di Asso, sentì il corpo del loro bambino stringersi contro di lui e contro Damian e semplicemente si lasciò andare.

 

  • §§

 

Stretto in mezzo alle due persone che amava di più al mondo, Damian si concesse qualche minuto per respirare. 

Appoggiato contro il corpo tremante del marito, lo sorresse mentre Tommy gli stringeva forte la mano tra un singhiozzo e l'altro.

"Sto bene, davvero." disse Damian, "Mi fa solo male l'attacco della protesi."

“Baba, c-cosa ti è successo? La televisione ha detto che eri m-morto.”

Damian scosse la testa e gli posò un bacio sulla fronte.

“Sto bene, Thomas, non ero io, te lo giuro. Non volevo farvi preoccupare, mio leone, davvero, ma il mio cellulare è rimasto sul furgone. Sono tornato indietro a piedi.”

Asso uggiolò e si infilò in mezzo a loro alla ricerca di coccole e lui lo grattò dietro le orecchie.

"Cos'è successo alla tua protesi?"

A Damian si strinse il cuore nel vedere l'espressione distrutta di Jon, che si sforzava di sorridere malgrado tutto, mentre guardava la gamba artificiale abbandonata contro la balaustra di legno; l'ex vigilante scosse la testa e indicò il moncherino sotto il pantalone.

"Sì è staccata mentre attraversavo il campo, la neve che copre la strada non è la condizione migliore per camminare con una protesi danneggiata, anche se è una protesi di altissima qualità e tecnologia disegnata da mio padre e mio fratello. Quando mi ha gettato nel fossato, deve essere entrata della fanghiglia da qualche parte e deve aver rovinato i connettori. E camminare per dieci chilometri le ha dato il colpo di grazia. Sono salito su per i gradini trascinandomi sui gomiti."

Jon lo tirò verso di sé e lo aiutò ad alzarsi in piedi.

Senza dire niente, ne sorresse il peso e Damian lo lasciò fare mentre Tommy li seguiva con Asso.

Una volta dentro, lasciò che lo trasportasse fino al divano.

"Siediti." gli mormorò Jon all'orecchio, "Fammi dare un'occhiata alla gamba.”

Damian obbedì mentre Tommy spariva in cucina; un minuto dopo, l'ex vigilante udì il rumore del bollitore sul fuoco e quello del figlio che frugava in cassetti e credenze alla ricerca di qualcosa.

"Fallo bello caldo quel tè, Tommy, il tuo Baba è mezzo congelato." gridò Jon mentre aiutava Damian a togliersi i pantaloni zuppi e la camicia; i vestiti vennero buttati per terra senza troppa attenzione e il marito gli mise addosso una coperta. Gli avvolse il busto e le spalle prima di baciarlo piano sulla bocca. 

"Hai le labbra blu, hayaty." Jon gli sfregò le braccia da sopra la spessa coperta di lana cotta, "Resisti ancora un po', Tommy sta facendo il tè, poi ti porto a fare un bagno caldo."

"Sto bene, habibi. È solo una leggera ipotermia." Damian chiuse gli occhi e si lasciò coprire la testa, “Ne ho viste di peggio. 

"Fallo per me…" gli mormorò Jon mentre gli passava una mano tra i capelli, "So che hai avuto disavventure più serie, che hai avuto ferite più serie, che al confronto con la tua gamba tutto questo è un graffietto ma voglio prendermi cura di te, lasciamelo fare, D. Ti prego…." 

Negli occhi azzurri del marito, Damian vide dolore puro, tutto quello che Jon non aveva mai espresso nei lunghi mesi della convalescenza e della riabilitazione; e Damian non poteva dire di no a quello sguardo.

Lui annuì e le spalle dell'altro si rilassarono, seppur di poco.

Mentre Jon esaminava la parte di gamba attorno all'attacco della protesi, Damian si appoggiò allo schienale del divano e chiuse gli occhi; richiamati alla mente gli insegnamenti di Jason e del padre, ispirò ed espirò ad intervalli regolari - cinque secondi dentro, tre di stallo e sei secondi fuori - finché anche il battito del cuore non si fu calmato.

"Hai uno strappo muscolare, D. E forse anche l'attacco si è danneggiato durante la camminata, dobbiamo farti dare un'occhiata da un medico."

Ma Damian scosse la testa e posò una mano sulla spalla di Jon.

"Non adesso…" sussurrò lui, "Semmai domani."

Damian sentì Jon sospirare e posare la testa sulle sue gambe; assonnato, sollevò la mano e la passó tra i capelli del marito.

"Stasera voglio stare con te. Con te e Thomas."

Il basso singhiozzo di Jon gli fece male al cuore - gli aveva fatto male, di nuovo, anche se inconsapevolmente - e Damian si prese un momento per respirare e riflettere su come fare meglio, su come non fargli altro male, su come non fare altro male alla sua famiglia.

Non se lo meritavano, Thomas e Jon meritavano molto di più di paura e dolore, soprattutto se inflitti da lui.

"Non è colpa tua, hayaty. Smettila di pensare."

Damian rise sottovoce.

"Mi leggi nel pensiero, ora?"

"No, ti conosco da tutta la vita e so come pensi." Damian lo sentì alzarsi e sedersi al suo fianco, sentì la propria mano venire sollevata e baciata e fu solo a quel punto che aprì gli occhi.

L'espressione affettuosa del marito fu la prima cosa che vide.

"Non è colpa tua, hayaty, così come non è stata colpa tua quando ho scelto di rinunciare ai miei poteri, è stata una mia libera scelta, oggi come allora, di starti accanto, nel bene e nel male. E amare qualcuno vuol dire anche stare male per lui e con lui."

Una lacrima scivolò lungo la guancia di Jon e Damian, d'istinto, allungò la mano per asciugarla. Poi si mise seduto e guardò Jon negli occhi.

"Vuoi dirmi cos'è successo, habibi? Thomas… Thomas sembrava così sconvolto, ha detto che ero morto, che la televisione ha detto che ero morto…"

Il marito scosse la testa e gli sistemò la coperta sulle spalle.

"Habibi?"

“Cat… Cat mi ha telefonato, c'è stato un incidente sulla strada che porta alla contea vicina… Un furgone ha preso fuoco. Cat ha detto che suo marito ha riconosciuto il furgone della clinica… Siamo gli unici ad avere l’adesivo dei Gotham Knights sul lunotto posteriore. E in tv hanno detto di aver trovato un c-cadavere e non potevi che essere tu, e non sapevo che pensare, non riuscivamo a contattarti.”

Damian si sentì mancare il respiro e strinse un lembo della coperta tra le dita; aprì e chiuse la bocca per svariate volte, incapace di parlare.

“Ehi, D, va tutto bene. Sei a casa, io-”

“Non va tutto bene, J.” mormorò Damian con gli occhi bassi e il cuore in gola, “Ti hanno chiamato e ti hanno detto che ero morto, hai dovuto vedere le riprese del nostro furgone in fiamme sapendo che ero morto, Thomas ha dovuto vederlo, io-”

“Ma ora sei qui.” Jon si chinò su di lui e gli baciò le labbra, “Sei qui ed è l’unica cosa che mi importa, che ci importa.” gli posò una mano sulla nuca e lo avvicinò a sé fino a fargli appoggiare la fronte contro la spalla, “Sei qui e non voglio lasciarti andare.”

“Scusami per il furgone, J, era un regalo di tuo padre…”

"Non me ne frega un cazzo del furgone, D,  quello lo possiamo ricomprare ma c'è un solo Damian. E stasera, per un'ora, l'ho perso. E non voglio mai più provare qualcosa di simile."

“Baba, papà… il tè è pronto.”

Damian alzò la testa e sorrise al figlio in piedi accanto a loro con il vassoio in mano e un cucciolo scodinzolante che correva tra le sue gambe.

“Ci penso io, Tommy, siediti accanto a Baba.” Jon prese il vassoio e fece un cenno al ragazzo con la testa; lui si lasciò cadere sul divano e Damian lo prese tra le braccia; lo sentì tremare e singhiozzare contro la sua spalla, il viso premuto contro la camicia che si inumidiva sempre più.

“Eaziz, sto bene, davvero.” Damian gli baciò la fronte con delicatezza, “Mi dispiace di averti fatto preoccupare, ma sono qui e non me ne andrò. Te lo prometto.”

Il ragazzo bofonchiò qualcosa che il padre non capì.

“Cos’hai detto?” gli mormorò lui mentre gli passava una mano tra i capelli.

Thomas alzò gli occhi e lo guardò con le lacrime che scendevano lungo le guance.

“Ti voglio bene, Baba. Non sono riuscito a dirtelo prima…”

“Lo so, eaziz, lo so anche quando non me lo dici, anche quando sei arrabbiato con me o con papà.” Damian sorrise, “Sei il mio leone, Thomas, sei la cosa migliore che ci sia mai capitata e ti voglio bene. Sei mio figlio e giuro su quanto ho di più caro al mondo che non volevo farvi soffrire così…”

"Baba, sei stupido." Thomas storse il naso e si asciugò gli occhi, "Non è stata colpa tua, non potevi sapere. È solo che ho avuto paura." ammise il ragazzo con la voce che sfumava in un tremolio, "Ho avuto paura di non vederti più, di non poterti più dire che ti voglio bene e di abbracciarti. Ho avuto paura di non avere più il mio Baba." singhiozzò lui.

Damian scosse la testa e allungò le braccia verso il figlio.

"Sono qui, mio leone. Sono qui e non me ne vado." gli sussurrò all'orecchio quando Thomas gli si fu gettato addosso, "Sono qui e ti voglio bene."

"Anche io, Baba…"

Rimasero abbracciati finché la mano di Jon non si fu posata sulla spalla del marito.

Damian alzò la testa e ricambiò il suo sorriso.

"Lo stesso vale per te, Habibi. Sono qui e non me ne vado."

Jon si chinò su di lui e gli baciò l'orecchio.

"Anche perché ti verrei a recuperare di persona. Non ti faccio scappare via da me, hayaty."

C'era qualcosa di rassicurante, qualcosa che urlava amore, nelle sue parole e Damian, pur sapendo che i sentimenti di Jon non erano da mettere in discussione, si stupì una volta di più della loro intensità.

Era incredibile per lui accettare fino in fondo, anche dopo tutti quegli anni, che qualcuno potesse amarlo in maniera incondizionata; e non valeva soltanto per Jon, ma anche per la sua famiglia - Alfred, il padre, i fratelli, perfino Quinzeel e la Isley che ogni tanto gli telefonavano dal Brasile, e Damian ancora non aveva scoperto come avessero fatto ad avere il suo numero di telefono -.

Le abitudini sono dure a morire, ma alcune lo sono più di altre.

"Sono abbastanza maturo emotivamente da capire che gli insegnamenti di mia madre fossero dannosi, Richard. Hanno manipolato le mie emozioni e le mie insicurezze e proprio per questo voglio che mio nipote capisca quello che hanno fatto e come evitarlo."

Mai come in quel momento, le parole che aveva detto al fratello un paio di anni prima avevano significato.

E se all'epoca le aveva pronunciate per rassicurarlo sulla fuga da casa di John, adesso le riconosceva per quello che erano veramente: un nuovo frammento di consapevolezza.

Poteva abbracciarlo e usarlo per migliorarsi, per diventare un padre, un marito, un figlio, un fratello finalmente libero da tutti i vincoli - auto-imposti o meno -.

"Farei lo stesso per te, habibi."

"Lo so, hayaty.”

Con un ultimo bacio sulla guancia, Jon si alzò e fermò il figlio con un cenno della mano.

“Resta con lui, piccolo. Assicurati che non si cacci in altri guai e che beva il suo tè. Vado a preparargli un bagno caldo.”

“Non ce n’è bisogno, J, sto bene.”

Ma il marito scosse la testa e gli sorrise.

“Torno subito, promesso.”

 

  • §§

 

Trasportare Damian dal divano al bagno non era stato difficile - Jon continuava ad allenarsi anche dopo aver perso i poteri e occuparsi della fattoria contribuiva a mantenere i muscoli in esercizio -, e in pochi minuti lo aveva spogliato completamente e aiutato a sdraiarsi nell'acqua calda. Con attenzione, aveva ripulito la ferita e l'aveva disinfettata prima di usare lo shampoo.

E mentre gli massaggiava i capelli, le tempie e un punto particolare dietro le orecchie, Jon lo sentì rilassarsi sotto le sue dita e non riuscì a tenere lontana l'immagine di un Damian di dieci anni più giovane, altrettanto infreddolito, nella stessa posizione; sentì il cuore battere più veloce e gli occhi pizzicare per le lacrime che si affollavano traditrici agli angoli.

Era passato così tanto tempo ma il suo hayaty era ancora lì, che gli permetteva di prendersi cura di lui con la stessa fiducia di allora e questo faceva gonfiare il cuore di Jon di amore.

Un respiro più profondo da parte di Damian gli strappò una risata scommessa. 

"D...?"

"Mmmh..."

"Stai dormendo?"

"Mmmh..."

"Sei stanco, vero? Camminare per tutti quei chilometri non deve essere stato semplice..." Damian sentì le labbra di Jon posarsi sulle sue, "Ma ora va tutto bene, hayaty, mi prenderò cura di te, come ho temuto di non poter più fare..."

E come allora, il sapore di aloe sulle labbra di Damian quando lo baciò lo accolse a casa.