Chapter Text
Da quando era stata imprigionata, Orihime aveva accettato il suo destino.
Voleva fare la sua parte in quella silente battaglia, e se quello fosse stato il prezzo da pagare per proteggerli, lo avrebbe fatto.
O almeno, quello era stato il suo obiettivo fino a quel momento.
Ulquiorra Schiffer era l’abitante del Hueco Mundo che vedeva più spesso, sia perché era l’Espada più vicino al Sommo Aizen, sia perché aveva una strana curiosità nei suoi confronti.
Un’umana con un potere simile è interessante, aveva detto.
Sicuramente – pensava Orihime – l’Espada più criptico e misterioso era lui. Il suo sguardo così sofferente e triste, le sue parole strascicate, senza un minimo di intonazione, lo rendevano strano. E pieno di cose non dette.
Probabilmente era stato creato in quel modo, ma lo aveva visto combattere contro Ichigo e la sua tristezza l’aveva colta in pieno come un maremoto.
«Sei immobile da interi minuti. Cosa ti affligge, donna?»
Orihime sobbalzò, voltandosi per guardarlo. Non si era accorta della sua presenza, era stato silenzioso.
«I-Io… niente.» disse, irrigidendosi nel vederlo avvicinare.
«Mi credi forse stupido, donna? È ovvio che stavi pensando a qualcosa, terribilmente sentimentale e umano.»
«Il mio nome è Orihime Inoue, Ulquiorra.»
«Osi pronunciare il mio nome?» sgranò appena gli occhi, per poi tornare ad essere indifferente.
«Anche a me dà fastidio, che mi chiami donna. Ho un nome e vorrei che lo usassi. Aizen lo utilizza.»
«Il Sommo può chiamarti come preferisce, io ti chiamo così, invece.»
Orihime sospirò, abbassando le spalle, rassegnata «va bene, come preferisci.» si sedette sul divano, con lo sguardo chino.
Sentiva il suo sguardo addosso, non accusatorio, ma quasi curioso.
Si trovava in territorio nemico, l’Hueco Mundo non aveva la luce del sole, ma solo notte e oscurità. Riusciva a percepirla, nonostante rimanesse chiusa in quella stanza – in quella cella – praticamente tutta la giornata.
Aizen sembrava gentile, ma in realtà era il più oscuro di tutti. I suoi occhi trafiggevano come una lama affilata, pronta ad uccidere. I suoi sottoposti gli erano devoti, alcuni per rispetto, altri per timore.
Ulquiorra lo era davvero per rispetto, lo trattava come il suo dio, forse perché lo aveva creato.
Ma come poteva essere riconoscente ad un uomo che aveva creato persone senza un’anima? Il buco al centro del petto ne era una chiara conferma.
«Te lo ripeto. A cosa pensi, donna?»
«Penso alla tristezza.» disse.
«La tristezza? Un’emozione umana, capisco.»
«No, non capisci, perché non lo sei» ebbe il coraggio di dire, alzando lo sguardo verso di lui «lo hai detto tu stesso, non capisci gli esseri umani. Allora mi chiedo, tu cosa provi?»
Ulquiorra sgranò gli occhi, sorpreso e preso alla sprovvista da quella domanda. Forse, addirittura, ebbe difficoltà a rispondere. Cosa provava?
«Non provo niente.»
«Non è possibile, mi rifiuto di crederci.» disse lei con convinzione «chiunque prova qualcosa, anche tu.»
Stavolta era ostinata ad avere delle risposte. Sentiva che c’era qualcosa in lui di vagamente umano, pur non essendolo. Era forse la traccia di umanità di Aizen? Non lo sapeva, poteva soltanto immaginare.
«Non io. rappresento il nichilismo, la mia natura è radere al suolo qualsiasi convinzione della persona con cui parlo. Ci sono i tuoi amici qui, ma sono venuti a morire.»
«Non è così, loro vinceranno e mi libereranno!»
«Dimmi, hai paura? Ormai è scritto, che morirai sola lontano da tutti e tutti. Davvero un pensiero del genere non ti spaventa?» *
«Non ho affatto paura. Tutti i miei amici sono venuti in mio soccorso, il mio cuore si trova insieme a tutti loro.»
«Sono tutte idiozie. Non hai paura per questo? Ci credi veramente alle parole che escono dalla tua bocca?»
«Sì, ci credo veramente.»
Ulquiorra fece un passo verso di lei, girandole attorno «la tua speranza è destinata a spegnersi, come tutti i tuoi sentimenti.»
«Questo succederà solo quando morirò. E non accadrà ora» girò il collo per rimanere attaccata al suo sguardo, sicura «Aizen verrà sconfitto, questa battaglia la vincerà Ichigo.»
«Chi, Kurosaki? Davvero credi che uno Shinigami così debole possa sconfiggere gli Espada e il Sommo? È patetico.»
«Mi rendi triste, Ulquiorra.» non riuscì a frenare quelle parole dalla bocca. Subito si irrigidì, con gli occhi sgranati.
Lui la fissò, portando le mani dietro la schiena «io? E per quale ragione?»
«La tua aura, la tua persona. Sei spento, come… come un oggetto.»
«Osi paragonarmi a questo?» la sua voce sembrò alterarsi, ma durò solo qualche secondo «voi umani siete così deboli, vi lasciate influenzare da qualsiasi evento e sentimento.»
«Noi saremo deboli e mortali, ma almeno abbiamo un cuore.»
«Cuore? E cos’è il cuore?» si avvicinò ancora, fino ad arrivare al suo cospetto «è forse quello che hai nel petto, che batte?» sfiorò con le dita i suoi vestiti, proprio al centro del petto. Orihime trattenne il fiato.
«O è il centro dei vostri pensieri, nella mente?» con la mano risalì fino alla fronte, che sfiorò.
«I-Io…» alzò lo sguardo verso di lui, respirando proprio vicino a lui. Si accorse di sentire un delicato profumo, di… gigli? Lui… profumava? Cauta, si avvicinò a lui, ma deviando verso il collo.
«Cosa stai facendo?»
Quando si accorse di quello che stava facendo sobbalzò all’indietro, di due passi «i-io… mi dispiace!»
«Sei strana, quanto sorprendente, Orihime Inoue. Il tuo potere interessa al Sommo, per questo sei al sicuro, ma non pensare che sarà così per molto.»
«Cosa… vuoi dire?»
«Voglio dire che sarai protetta da me e dagli altri Espada finché servirai al Sommo. Dopo allora non sarà così.»
«Vorrà dire che in quel momento sarò già protetta dai miei amici.»
«Che patetica affermazione, questa.» Ulquiorra si voltò, dandogli le spalle, pronto ad uscire dalla stanza «dirò a Grimmjow di sorvegliarti.»
«Non… bisogna lasciare che la fatica entri nel cuore. Può darsi che la fatica controlli il tuo corpo, ma fai del tuo cuore una cosa tua.» **
Lui arrestò la sua corsa, senza voltarsi. Non disse nulla, sembrava solo pensieroso da quelle parole. Poi affrettò il passo, uscendo senza dire una parola.
Orihime si sedette sul divano, sospirando. Non doveva perdere la testa. La speranza era sempre l’ultima a morire, no? E i suoi amici avrebbero vinto, Ichigo era molto forte, sapeva che ce l’avrebbe fatta. Non aveva idea di chi fosse con lui, ma avrebbe vinto.
Non poteva pensare ad una conclusione diversa. Doveva vincere.
Si distese, rannicchiandosi. Lei era innamorata di Ichigo, lo aveva quasi baciato prima di lasciare Karakura. Ma allora perché prima di addormentarsi, colui a cui pensò aveva la pelle chiara come la luna e gli occhi verdi?
* dialogo preso dall'anime;
** citazione di Haruki Murakami
