Actions

Work Header

Rating:
Archive Warning:
Category:
Fandom:
Relationships:
Characters:
Additional Tags:
Language:
Italiano
Stats:
Published:
2023-01-07
Words:
1,847
Chapters:
1/1
Kudos:
1
Hits:
90

Insonnia

Summary:

Akira si sente schiacciato dal dovere morale dell'essere un Ladro Fantasma.
Incapace di trovare il sonno, decide di cercare il supporto morale della sua confidente preferita...

Notes:

(See the end of the work for notes.)

Work Text:

Un’altra notte insonne.
Tutti affidavano a lui i loro affanni, ma esser il loro confidente aveva fatto sì che, lentamente, il senso di impotenza iniziasse a divorarlo dall’interno, privandolo sempre più di preziose ore di sonno. Dormiva pochissimo, forse tre o quattro ore a notte. Era raro che riuscisse a dormire sei ore o più e anche quando ciò accadeva, il sonno non era mai sufficiente a rigenerarlo, lasciando sul suo volto tracce inconfondibili.
Morgana mostrava profondo dispiacere nel vedere quelle occhiaie sempre più marcate. “Non puoi farci niente,” diceva. “Puoi soltanto agire come Ladro Fantasma. È l’unico modo per portare un po’ di giustizia in questo mondo. Voglio dire, è sempre meglio di niente.”
Indubbiamente, era sempre meglio di niente. Ma il suo cruccio, di carattere fortemente pessimista, consisteva nel fatto che risvegliare il cuore di due o tre persone non eliminava il problema alla radice e quindi altra gente continuava a soffrire. Sempre per gli stessi, egoistici motivi. E così, la questione continuava a tormentarlo, giorno e notte, consumandolo come la fiamma di una candela.
In quelle notti prive di sonno, allora, preferiva accantonare quei brutti pensieri e cercare un po’ di quiete altrove. Scendeva dal letto e cercando di non far rumore, indossava i primi abiti che trovava, lasciava il locale e si incamminava per le stradine di Yongen-Jaya.


Ora che la sua reputazione era migliorata, la clinica Takemi era diventata il punto di riferimento per gli abitanti del quartiere e per questo il numero di pazienti era aumentato. Al fine di concedersi del tempo per continuare le proprie ricerche, Tae restava in clinica oltre l’orario di apertura al pubblico, talvolta rimanendo chiusa nello studio fino a notte fonda. Per questo motivo, Akira sapeva di poter contare sulla sua compagnia quando il sonno lo bidonava. Non gli dispiaceva affatto passare del tempo con lei; anzi, era una scusa per vederla di più nell’arco della settimana – se non della stessa giornata. Quando varcò la porta della clinica, sentì il suono familiare del campanello, quello che annunciava l'arrivo di un nuovo paziente nella sala d'attesa, e poco tempo dopo la dottoressa uscì dallo studio.
“Oh, buona notte, mia piccola cava! Un’altra nottata insonne? Temo di aver esaurito i sonniferi, ma posso sottoporti a degli estenuanti test se preferisci”.
Akira accennò un sorriso. Aveva uno strano senso dell’umorismo, Tae, ma era proprio questa sua caratteristica a piacergli.
“Non potremmo fare un semplice controllo?”
“Non sapevo avessi conseguito una laurea in medicina. Prego, dottor Kurusu, si accomodi pure nello studio.”
Akira seguì l’ordine ed entrò in quella stanza ricca di ricordi. Si era sottoposto a moltissimi test, lì, ed era venuto a conoscenza della triste storia di Tae, apprendendo che anche la sua vita era stata rovinata da un vile abuso di potere, lasciando in lei una cicatrice ancor più profonda della sua. Per molto tempo, infatti, la donna aveva sofferto in silenzio per la morte di una sua paziente, colpevolizzandosi per l’accaduto e pagando il prezzo di un errore che non aveva mai commesso. Fortunatamente, l’operato dei Ladri Fantasma le aveva permesso di scoprire che, in realtà, la paziente era ancora in vita e che grazie al suo farmaco, stavolta la ragazza sarebbe potuta guarire per davvero. In questo modo, Tae aveva potuto finalmente voltare pagina e ritornare ad apprezzare la sua professione, carica di una rinnovata determinazione.
“A cosa stai lavorando, stavolta?” le domandò Akira.
“Ad un afrodisiaco,” rispose la donna con un sorriso malizioso.
“Tae…”
“…Non sai proprio stare al gioco, eh? Sto conducendo una ricerca sugli effetti collaterali delle bevande energetiche. Per ora ho solamente analizzato la composizione di alcune marche note, ma presto potrei aver nuovamente bisogno del tuo aiuto.”
“Come ai vecchi tempi, eh?” mormorò Akira.
“Come ai vecchi tempi. Analizzare solo la composizione non serve a nulla se poi manca un riscontro pratico.”
“Giusto.”
“Se vuoi, puoi stenderti sul lettino. Scommetto che ascoltando i dettagli della mia ricerca ti verrà subito sonno."
“In realtà, ero venuto per fare quattro chiacchiere con te. Il sonno arriverà più velocemente se prima mi rilasso.”
“Oh, un caso di insonnia da stress… Ottima osservazione,” lo complimentò Tae, compiaciuta.
Ma quel sorriso svanì in un baleno, lasciando il posto a un’espressione cupa. “C’è qualcosa che ti turba, vero? Scommetto che si tratta di…”
Akira annuì, forzando un sorriso.
“Non è nulla di grave. È solo che trovo frustrante non poter fare di più. C’è così tanta gente che ha bisogno di noi…”
Un silenzio tombale seguì alle parole di Akira: era una questione molto delicata e probabilmente nemmeno Tae sapeva cosa dire. La donna si sistemò sulla sua poltrona, poggiando la schiena contro lo schienale, e, addolorata, prese a guardare alcune cartelle cliniche che si trovavano sulla scrivania.
“Sai… il tuo lavoro è simile al mio, per certi aspetti. Entrambi vogliamo salvare le persone e aiutarle a guarire da un malessere che distrugge le loro vite. Mentre per me si tratta di trovare un rimedio a una malattia, per te si tratta di combattere l’immoralità di certi individui. Di base, la condizione è la stessa: anche l’immoralità è una specie di malattia. Perciò… capisco come ti senti: hai il modo e i mezzi per aiutare qualcuno, ma ti rendi conto che non sono sufficienti ad aiutare tutti. C’è troppa gente là fuori, più di quanta tu possa salvarne. Nella sola area di Yongen-Jaya ci saranno centinaia di persone, figuriamoci in tutta Tokyo! O in tutto il Giappone. O in tutto il mondo…”
Akira annuiva alle sue parole. Tae aveva centrato perfettamente il punto: era proprio questo a schiacciarlo, la frustrazione di non poter fare più di quanto già stesse facendo, un senso di colpa che gli si era attaccato addosso come un parassita prosciugandolo, giorno dopo giorno, di tutte le forze. Le persone che soffrivano per l’egoismo altrui erano troppe, più di quanto si potesse immaginare, e i Ladri Fantasma non riuscivano a gestire — o meglio, non potevano —  il crescente numero di richieste pubblicate sul PhanSite. Persino Mishima, che si dedicava alla gestione del sito con enorme dedizione senza mai lamentarsi delle problematiche derivanti da esso, aveva espresso velate lamentele sul numero di richieste che doveva filtrare ogni giorno. Si trattava di un lavoro mastodontico, sia per lui, sia per loro. Per rendere la situazione meno drastica ci sarebbero voluti anni!
“Mi rendo conto che le mie parole non saranno molto di conforto, non sono brava in queste cose… La verità è che, purtroppo, non possiamo salvare tutti. Per quanto lo desideriamo, possiamo fare poco. È un dato di fatto e prima o poi dobbiamo accettarlo se non vogliamo farci sopraffare dal dolore. Lo so che sembra una frase fatta, ma è una lezione che tutti quelli che operano nel mio campo sono costretti a imparare a proprie spese. Crediamo sempre di poter salvare tutti, perché abbiamo giurato di impegnarci a salvare quante più vite possibile, ma quando ti ritrovi costantemente di fronte a situazioni del genere, situazioni in cui devi compiere una scelta molto attenta di priorità, è facile farsi prendere dallo sconforto, dall’amarezza e dalla frustrazione. La cosa migliore che possiamo fare, però, è non lasciarci schiacciare da quei sentimenti e concentrare tutte le nostre energie sulle persone che possiamo effettivamente salvare. Sapere di aver potuto aiutare qualcuno in difficoltà, anche se si tratta di una persona sola, è comunque un passo avanti verso il nostro obiettivo. Ed è anche alquanto appagante, non trovi?”
Tae gli rivolse un dolce sorriso, simile a quello di una madre che consola il proprio bambino in lacrime dopo una sgradevole esperienza. E proprio come quel bambino, Akira si ritrovò a “smettere di piangere” e guardare la dottoressa con meraviglia, profondamente toccato dal suo discorso di profetica verità. Non poteva affatto replicare.
“Hai perfettamente ragione, lo so…” mormorò, prima di ripiombare in un pensieroso silenzio.
“Non è facile. E non pretendo nemmeno che tu esca di qui con una consapevolezza che, solitamente, si acquisisce in un arco di tempo più esteso. Io stessa ci ho messo anni per chiudermi alla sofferenza che vedevo ogni giorno in ospedale.”
Tae fece una pausa e sorrise ancora, con intima dolcezza.
“La mia prescrizione è questa, mia dolce cavia: prova a ricordare le mie parole quando quei pensieri ti tormenteranno, e vedrai che, pian piano, sicuramente, riuscirai a non farti più schiacciare dal senso di colpa. Stai già facendo molto, lo sai.”
Akira annuì e ricambiò il sorriso con profonda gratitudine. Ricordava di aver sentito pronunciare un discorso simile anche al dottor Maruki, ma poiché all’epoca provava enorme diffidenza nei confronti dell’uomo, le sue parole non sortirono lo stesso effetto; sembravano vuote, come le frasi di circostanza che si dicono per educazione, più che per esprimere un’effettiva vicinanza a qualcuno.
“Piano piano…” Se intendeva raggiungere il cambiamento interiore auspicato, doveva ricordarsi quotidianamente quanto la dottoressa gli aveva “prescritto”.
“In alternativa, potrai sempre venire qui e sorbirti le mie ramanzine,” concluse Tae.
Akira ridacchiò, forse più per il modo in cui la donna era solita ricorrere alla simpatia per sottrarsi a un momento imbarazzante, che per l’effetto comico della frase in sé. Ma anche questo era un aspetto di lei che apprezzava.
“Naturalmente. Una mela avvelenata al giorno, toglie il medico di torno. Dico bene, dottoressa?”
Tae si sistemò ancora sulla poltrona, accavallando le gambe e sporgendo il busto in avanti, poggiando poi il gomito su un ginocchio e il mento sul dorso della mano. Un sorriso malizioso le arricciò gli angoli della bocca.
“Giusto. Lo sai, mio piccolo porcellino d’India, che assumendo piccole dosi di veleno ogni giorno si può arrivare a sviluppare un’immunità allo stesso?”
“Non è una tesi comprovata dalla mia esperienza qui in clinica, dottoressa?” domandò, allora, ritrovando l’audacia che soleva mostrarle ai tempi dei test clinici, quando cercava di far colpo su di lei. “Mi pareva di aver letto su una sua cartella che: il soggetto ha sviluppato immunità al veleno Takemi.”
Le labbra di Tae fremettero per quello che, se la donna non si fosse trattenuta, sarebbe stato un sorriso di estremo imbarazzo. Le guance assunsero presto un colorito roseo su quel suo volto di languido candore e la dottoressa si schiarì la gola.
“Beh, direi che ti sei rilassato a sufficienza adesso. Scriverò sulla tua cartella medica che puoi essere dimesso senza alcun pericolo.”
Ed eccola lì, la Tae Takemi che, colta da un momento di profondo imbarazzo, quello che si manifestava quando un commento o un gesto attraversavano la gelida corazza che la proteggeva dal mondo esterno, esibiva una innocua ostilità verbale e comportamentale verso tutto e tutti. Akira sorrise, intenerito dalla sua reazione, dimentico dei suoi problemi da Ladro Fantasma e della sua insonnia. La osservò col trasporto tipico di qualcuno che si abbandona a dolci fantasie, lo stesso sguardo di un innamorato. Sì, poteva dire di aver ottenuto ciò che voleva.
Rinvigorito dalla chiacchierata con la dottoressa, Akira si alzò e si accinse a lasciare la stanza.
“D’accordo, dottoressa Takemi. Come sempre, la ringrazio molto per la pazienza e per il consulto professionale. Buon proseguimento della ricerca. Mi raccomando, non faccia tardi. Buona notte!”

Notes:

Ciao a tuttə!
Non credevo avrei pubblicato un’altra storia su P5 e invece eccomi qui, ancora una volta con qualcosa di malinconico e sdolcinato che spero abbia intenerito anche voi lettori.
Non ricordo in che contesto avevo iniziato a scriverla, ma scavando tra le mie fanfic incomplete sono rimasta sorpresa di trovarne una che ben si adattasse al mio attuale (mal)umore, così ho deciso di completarla.
Stravedo tantissimo per Tae Takemi e volevo mostrare un lato dolcissimo della sua personalità in un contesto differente da quello che il gioco propone - invertendo i ruoli, insomma - perché, sì, il nostro protagonista sarà pure stoico e quello che volete, ma “da un grande potere derivano grandi responsabilità,” dico bene? È una domanda che mi sono spesso fatta, se ad Akira è mai capitato di sentirsi schiacciato dalle responsabilità dell’essere un Ladro Fantasma, e ho voluto catturare una foto di quei momenti con questa breve fanfiction. Credo che per quanto forte emotivamente, non sia strano vederlo confidarsi con qualcuno dei suoi Confidenti di tanto in tanto.
Purtroppo o per fortuna, alla fine mi sono lasciata prendere la mano ed è venuto fuori un imbarazzante flirt tra paziente e dottoressa che in entrambi i P5 ho sempre sostenuto. Se non siete fan della coppia per vari motivi, spero che siate riuscitə comunque a godervi la storiella; alla fine, il mio scopo era semplicemente quello di risollevare l'umore a chiunque la leggesse.

Tendo a parlare troppo, scusatemi, perciò concludo qui il mio soliloquio.
Grazie ancora per aver letto questa storia ed essere arrivatə fin qui. Alla prossima! :D