Chapter Text
Mycroft si rese conto di avere un problema, una volta che l'adorato fratellino e il suo partner abbandonarono la sua tenuta.
Mycroft aveva di fronte a sé un enorme problema a cui far fronte in breve tempo possibile, prima che Sherlock mettesse muso dove non doveva.
Parte del problema però, era in centrale a Scotland Yard, mentre la restante, era a Sherrinford.
Erano poche le persone che avevano accesso alle riservatissime informazioni di quel luogo e tra queste non figuravano né i genitori, né Sherlock (almeno, fino a poco prima), né tanto meno Gregory Lestrade.
Nulla era mai andato storto, fino a quel momento.
Strinse gli occhi tra le dita, prima di intraprendere una lunga ed intensa telefonata con la sua assistente Anthea. I minuti, le ore passavano e quel macigno sulla schiena pesava sempre di più; convenne con ella che avrebbe dovuto esporsi, prima che il Detective venisse a conoscenza di ogni singolo particolare – “non dalla tua voce”. Uno dei pensieri che più lo tormentava in quel momento, era non prevedere la reazione del suo compagno.
*
« Suppongo di doverti esporre un problema, Gregory, a patto che tu mantenga la calma. »
Lestrade era sveglio, una volta messo piede in casa aveva già fiutato che qualcosa non andasse: gli era bastato guardarlo dritto in volto per capire che qualcosa fosse andato storto (o doveva andare storto).
Quando si liberò della giacca, prese subito posto nel lungo tavolo del salone.
« Riguardo? »
Nonostante tutto cercò come meglio poté di far finta di niente, dissimulando calma e continuando a leggere i suoi documenti di lavoro, nonostante il disagio si facesse sempre più tangibile.
Mycroft non rispose subito, chiuse gli occhi e si prese del tempo, qualche secondo per cercare le parole giuste, evitando di tergiversare; congiunse le mani al mento e prese un respiro prima di aprire gli occhi.
« Mia sorella. »
Per un attimo Lestrade smise di sentire, di vedere, di vivere; il cuore perse un battito e i polmoni gli fecero trattenere il respiro più a lungo del dovuto. Scherzare non era tra le qualità più grandi del Governo Britannico ed infatti, pensò soltanto per un istante il fatto che avesse voglia di farlo proprio in quel momento. Chiuse gli occhi per un attimo, le dita impietrite sulla tastiera; quando li riaprì si impose di portare il suo sguardo su Mycroft, il quale prese posizione sul divano in salone.
« Non ho capito bene. »
Si accomodò contro lo schienale della sedia su cui era seduto, prima di proferire parola, sperando davvero di aver capito male, magari troppo assorto nei suoi pensieri; la tensione nell'aria però gli disse che no, non si era sbagliato, e così confermò il sorriso, naturalmente sarcastico di Mycroft.
Sapeva che i (due?) fratelli Holmes fossero degli enigmi con le gambe – e uno più dell'altro –, ma fino a che punto?
« Hai capito benissimo. Ora vieni qui, per piacere. Dobbiamo parlare. »
Lestrade impiegò diversi istanti prima di socchiudere il portatile e alzarsi, raggiungendo Mycroft dall'altro capo del divano: erano uno di fronte all'altro, Greg con la mascella completamente serrata, ma con mille domande, mentre l’altro non aveva mai avuto uno sguardo così serio.
Holmes introdusse Eurus a Lestrade cominciando a raccontarne dagli albori, introducendola come un genio epocale, del suo incredibile intelletto, degli esperimenti terribili che faceva su sé stessa e sugli altri esseri viventi, arrivando a narrare di quando bruciò la loro prima casa.
Molteplici erano le domande che Greg continuava a porsi, ma Mycroft lo pregò più e più volte di lasciarlo finire di parlare, se non era semplice per uno come lui esporsi così tanto ad una persona che fino a qualche decennio prima era uno sconosciuto, non lo era neppure per l'altro riuscire ad ascoltare un fatto tanto assurdo, al limite del ridicolo. Quando Mycroft dovette raccontare della presunta morte della ragazza, della donna, che si rivelò essere un vero e proprio internamento, gli servirono alcuni istanti di silenzio; conosceva Lestrade e sapeva che per mantenere quella calma apparente, stava facendo molta, moltissima fatica.
Il sole era ormai un ricordo, quando Mycroft si voltò verso la finestra, distogliendo lo sguardo dal compagno e sussurrando l’ultima parola di quel discorso che alle orecchie dello yarder parve infinito.
Quest’ultimo fece un lungo respiro, cominciando a massaggiarsi per primi gli occhi, passando poi alle tempie, che avevano cominciato a dolergli.
« Tu… tu e chi ti è stato dietro… siete fuori di testa! »
Sconcerto: lo si poteva ben vedere sul suo volto: l’espressione era pressoché allibita. Lo si poteva persino vedere sul suo corpo per via di ogni muscolo teso. Quando poté finalmente proferir parola, dovette prima di tutto schiarirsi la voce, bagnarsi le labbra con la lingua ed infine sperare di non balbettare: era talmente turbato che non ne rimase sorpreso della sua voce tremante.
« E cosa avremmo dovuto fare? »
Rispose Mycroft, deglutendo a fatica.
« E io che cazzo ne so!? Non sono io il genio dei due! Ma... non avevi il diritto di trattare un essere umano così, Mycroft! Per di più della tua famiglia! »
Infine Gregory sbottò stizzito, alzandosi di scatto dal divano.
« Eurus non è una persona comune, Gregory. Non lo è Sherlock, non lo sono io. Lei è pericolosa, la persona più pericolosa che abbia mai incontrato in vita mia, e perciò va trattata come tale. »
Scosse la testa, Gregory, incredulo alle parole del compagno, riprendendo posto sul divano, poggiando i gomiti sulle cosce.
« Credo di aver bisogno di tempo per assimilare. »
Portò il viso tra le mani, massaggiandosi ancora una volta gli occhi ed il volto.
« È possibile vederla, conoscerla? »
« Non essere sciocco, Gregory. »
Mycroft sorrise sarcastico non dandogli modo di vederlo poiché di spalle, dirigendosi verso la vetrina dei liquori per estrarne due snifter, riempiendoli poco più del dovuto, porgendogliene uno.
