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1.
L’aria calda e dolce di fine maggio gli sfiora il volto quando Manuel scende dalla moto e si sfila il casco, e l’odore delle rose che la nonna di Simone cura con incredibile pazienza lo raggiunge poco dopo, invadendogli il petto ad ogni respiro e facendolo sentire immediatamente a casa.
La villa è immersa nel silenzio delicato e un po’ assonnato tipico di quei pomeriggi dorati di primavera, in cui il tempo sembra scorrere in maniera pigra e tutto pare avvolto da una calma quasi irreale. Non sembra neanche di essere a pochi metri di distanza dal caos di Roma; al contrario, una brezza lievissima fa ondeggiare le chiome degli alberi, trasportando con sé i ciuffi di qualche dente di leone, e a Manuel la città appare come lontanissima, come se se la fosse lasciata alle spalle ore fa.
Simone è già in veranda, seduto al tavolo e chino su un libro che, da lontano, sembra essere quello di matematica. Il sole del primo pomeriggio si intrufola di sbieco tra le colonne del portico e lo illumina un po’, gli addolcisce i lineamenti spigolosi e dona una luminosità diversa al suo viso, rendendolo un po’ più vivo rispetto allo spettro pallido e insanguinato che Manuel vede ancora nei suoi incubi, certe notti. Una leggera sfumatura rossa, probabilmente dovuta al calore della giornata, gli ricopre le guance, e i suoi occhi, quando li alza dal libro per osservarlo mentre Manuel affretta il passo, sembrano più chiari, più profondi, più intensi del solito.
La calma irreale che avvolge la villa sembra essere calata, con la stessa delicatezza, su Simone. Manuel pensa che gli sta bene addosso, e che è così che vorrebbe vederlo sempre.
“Simo’,” dice, a mo’ di saluto.
“Ehi.”
Simone piega le labbra in un sorriso leggero, gli fa un cenno con la testa per salutarlo. I ricci gli rimbalzano sulla fronte, e così da vicino Manuel può notare, non per la prima volta ma sempre con la stessa sorpresa, una manciata di minuscole lentiggini – spuntate in questi pomeriggi assolati di primavera che hanno trascorso a studiare in giardino – che gli ricoprono il naso, e un po’ anche la fronte, e che Manuel ha immaginato di sfiorare con la punta delle dita più volte di quante ne potrebbe contare.
“Ho fatto il caffè, sta in cucina,” gli annuncia Simone. “È ancora caldo, se lo bevi ora.”
Non menziona il fatto che Manuel non l’avesse in alcun modo avvisato del suo imminente arrivo. Manuel sceglie di non farglielo presente, così come non gli ricorda che sa – come sa tutte le cose che lo riguardano, come se avesse passato questi mesi ad annotare ogni cosa che riguarda Simone Balestra – che, per via del trauma cranico che ha subito nell’incidente più di un mese fa, si sta tenendo alla larga dalla caffeina, e che senza dubbio deve aver chiesto aiuto a suo padre o a sua nonna per stringere la moka, visto che il tutore che porta al braccio gli impedisce di sforzare troppo la mano sinistra ancora in via di guarigione.
“Lo zucchero?”
“L’ho già messo.” Simone sposta indietro la testa per incrociare il suo sguardo, lo osserva con aria interrogativa. Le sopracciglia si corrugano leggermente. Poi chiede, come se fosse la cosa più ovvia del mondo, “Due cucchiaini, no?”
Manuel scosta una sedia dal tavolo, vi lascia cadere il casco e lo zaino, poi si libera della felpa, posandola sullo schienale.
“Seh. Te devono fa’ santo’.”
Simone riporta lo sguardo sul libro, si stringe nelle spalle ed emette una risata, calda e profonda, che fa apparire delle rughe leggere agli angoli degli occhi e gli fa spuntare delle fossette sul viso. È un suono nuovo e delicato, leggermente esitante – come se Simone avesse dimenticato come si fa, a ridere, o non lo avesse mai imparato davvero, e ora se ne vergognasse un po’. È dolce, e anche intimo, e Manuel sta imparando ad anticipare questa risata con un lieve frullare del suo cuore, e una piacevole elettricità che corre lungo la sua spina dorsale.
È bello essere in grado di farlo ridere, almeno per un attimo. Lo fa sentire come se non avesse sbagliato tutto, nella vita.
“Seh, Santo Simone Balestra da Roma Nord, protettore dei criminali improvvisati e di quelli che non sanno risolvere una disequazione manco a pagarli.” Non smette di sorridere neppure quando fa un altro cenno col capo, in direzione della porta-finestra della veranda, che ha lasciato aperta. “Dai, vatti a prendere ‘sto caffè, che domani vai volontario con la Girolami.”
Manuel alza gli occhi al cielo, sbuffa con una teatralità tale che, se la nonna di Simone fosse qui, senza dubbio gli offrirebbe un complimento particolarmente sentito sulla performance che ha appena offerto.
“Nun me piace ‘sta cosa de impegnarme sul serio, te lo dico,” borbotta, mentre si avvia verso la porta-finestra. “Era meglio quando nessuno s’aspettava niente da me, campavo più sereno.”
Simone picchietta con il tappo della penna contro il quaderno, senza prestargli particolare attenzione.
“Ti sei svegliato filosofo stamattina?”
“Sempre simpaticissimo, noto.” Emette un altro sbuffo, un po’ meno esasperato, solo per fare scena. “E comunque, la parola volontario presuppone che io abbia la volontà de farme interroga’, non che tu me devi costringe’.”
È uno spettacolo buffo, e al tempo stesso di una tenerezza disarmante, questo di Simone che alza gli occhi al cielo, ma cerca di fare del suo meglio per nascondere il modo in cui gli angoli delle labbra gli si stanno piegando, in modo automatico, verso l’alto. L’ombra di una fossetta appare sul suo viso, e Manuel sente un calore leggero e piacevole che gli preme contro lo sterno.
“La ringrazio per la lezione di italiano, professor Ferro.” Gli lancia un’occhiata un po’ divertita e un po’ esasperata. “Mo smettila di lamentarti e muoviti, però, altrimenti domani dico a Lombardi che vuoi andare volontario pure in latino.”
“Nun ce prova’. Guarda che te meno lo stesso, pure se c’hai ancora quel tutore. Io nun so’ Kant, ‘sti scrupoli morali nun me li faccio.”
“Tu muoviti.”
“Me muovo, me muovo, che tritacazzi che sei.”
Sbuffa ancora una volta, solo per spirito di contraddizione, ma, nonostante tutto, fa come gli è stato detto, un po’ perché è evidente che Simone ha preso a cuore – con la caparbia ostinazione di sempre, che è un po’ un miracolo dopo tutto quello che gli è successo – questa cosa disastrata che è la sua carriera scolastica e Manuel sente che vuole rimediare a tutti gli sbagli che ha commesso con lui e non deluderlo più neanche quando si parla delle cose più sciocche come il film da vedere la sera o i compiti di matematica da fare, ora che può, ora che ha capito, ora che sta cercando di fare del suo meglio per essere la persona che Simone merita di avere accanto; e un po’, pensa distrattamente mentre recupera la tazzina dal mobiletto della cucina e si versa il caffè, perché forse vuole dimostrare – a sua madre, ai suoi professori, a Simone, o forse a se stesso – che è capace di impegnarsi, e di fare qualcosa di buono nella vita per una volta.
Torna in veranda con la tazzina ancora stretta tra le dita, sorseggiando con calma il suo caffè ancora tiepido. Non si premura di chiedersi come faccia Simone a sapere esattamente quanto zucchero mettere senza che lui glielo abbia mai detto; pensa che è una di quelle cose che Simone fa sembrare assolutamente naturali e che invece gli tolgono un po’ il fiato e che se Manuel ha cercato di annotare ogni cosa di Simone nel tentativo, forse vano, di capirlo e, di riflesso, di capirsi – come se l’unico modo che avesse per conoscersi davvero fosse attraverso Simone, che ha stravolto tutti i suoi schemi nel giro di un paio di mesi e lo ha messo di fronte alla realtà di chi è davvero –, allora Simone deve aver fatto lo stesso con lui, memorizzando ogni particolare con la solita cura che mette in tutte le cose.
Che strano realizzare che c’è qualcuno che lo conosce così bene, e non esserne spaventato.
“Dai, me sento carico,” annuncia, posando la tazzina sul tavolo. Si sfrega le mani. “Damme ‘sti esercizi, te li risolvo in due minuti e non avranno altra scelta che darme il Nobel pe’ la matematica.”
Si lascia cadere sulla sedia di fronte a Simone, allunga le gambe sotto il tavolo. Sfiora distrattamente, con la punta dell’anfibio, la caviglia di Simone, coperta dai jeans che ha addosso. Simone non si sposta, e lui non sente la necessità di allontanarsi. È facile stare accanto a lui, e gli piace che sia così facile – che senta il bisogno di posare una mano alla base della sua schiena per rassicurarlo quando Simone si perde nella sua mente; che muoia dalla voglia di scostargli i ricci dalla fronte quando si sfila il casco e i capelli gli ricadono, un po’ più disordinati del solito, sul viso; che sia semplice sfiorare la sua guancia con un buffetto che assomiglia più a una carezza quando cerca qualcosa di divertente da dire per farlo sorridere; che ci sia una sorta di rassicurante, solida certezza nel petto di Simone premuto contro la sua schiena e nelle braccia strette attorno alla sua vita, quando sono in moto insieme –, e si pente di tutte le volte in cui ha fatto credere a Simone che fosse complicato – che dovesse misurare i suoi gesti, calibrare le distanze, stargli accanto a metà – quando gli pare la cosa più chiara e naturale del mondo.
“Non esiste il Nobel per la matematica,” dice Simone, senza alzare gli occhi dal quaderno su cui sta ricopiando, ordinatamente, la traccia dell’ultimo esercizio.
Manuel dà un colpetto alla sua caviglia. Anche questo è facile, ed è bello, soprattutto quando Simone ride, piano, senza alzare lo sguardo dal foglio. Sa di familiarità, e di casa, e di tutto quello che Manuel si è negato in maniera così stupida, e che non riesce a credere gli sia ancora concesso, dopo tutti gli errori che ha fatto.
“‘Sta fissa che c’hai per i dettagli.”
Simone lo colpisce di rimando con la punta della sua scarpa.
“Sono importanti.”
“Sono ‘na rottura di coglioni. Se vede che nun c’hai fantasia, parla’ co’ te è come parla’ co’ ‘n foglio Excel.”
Simone scuote la testa, preme le labbra insieme nel tentativo di mascherare un sorriso.
“Cretino.”
Non se la sente di ribattere, un po’ perché sente di essersi meritato – se non in questa particolare occasione, di sicuro per tutti i casini che ha fatto in passato – questo insulto e non pensa di poter dar torto a Simone, e un po’ perché è troppo occupato a seguire i movimenti eleganti del suo polso mentre finisce di ricopiare l’esercizio. Si riscuote solo quando Simone si raddrizza – ché sta sempre tutto curvo per scrivere, e Manuel, qualche giorno fa, ci ha tenuto a chiedergli, che giochi a fa’ a rugby se c’hai la postura de ‘n gamberetto, forse te conviene fa’ nuoto, ottenendo in cambio una cuscinata in faccia da parte di Simone – e fa scivolare il quaderno verso di lui.
Getta un’occhiata distratta al foglio, poi–
“Ma so’ venti esercizi!” esclama, a metà tra l’indignato e l’avvilito, quando mette a fuoco quello che Simone ha scritto sulla pagina. “Qua è capace che finimo direttamente domani mattina pe’ l’ora della Girolami.”
“Non eri mica carico?”
“Simo’, manco a fa’ così, però.” Allarga le braccia con fare drammatico e inarca le sopracciglia. “Che è questa, la tua personale vendetta contro di me per averte rubato l’ultima nastrina l’altro giorno?”
“Prima di tutto, non sono così così vendicativo–”
“M’hai sfasciato ‘na macchina perché te giravano le palle, ma okay, nun sei vendicativo, certo–”
“E poi–” Simone fa finta di non averlo sentito, ma una lieve sfumatura rossa si diffonde sul suo viso. “Questi esercizi sono la stessa identica cosa che ti ho spiegato ieri e che hai risolto senza problemi. Sei capace di farli.”
Lo dice come se fosse la cosa più naturale del mondo, come se Manuel non avesse passato tutte le scuole dell’obbligo a dimostrare il suo odio per qualsiasi forma di calcolo gli sia mai stata insegnata, collezionando insufficienze con una disinvoltura invidiabile. È quasi disarmante la fiducia che Simone ha nelle sue capacità, e Manuel non sa bene come reagire davanti all’idea che ci sia qualcuno che crede in lui, quando lui stesso non ci crede granché.
Arriccia il naso, imbarazzato e scettico al tempo stesso. Non sa cosa dire, per cui opta per un non particolarmente convinto, “Se lo dici te.”
“Lo dico.” Simone dà un altro colpetto alla sua caviglia, come a rassicurarlo, in quel modo silenzioso con cui fa tutto, persino esistere. Poi, si morde appena il labbro inferiore, come fa ogni volta che vuole parlare, ma qualcosa in lui – i suoi pensieri, o forse la paura di osare troppo – lo frena. “E poi–”
Manuel sente che qualcosa di impalpabile ma fondamentale sta per cambiare, nell’aria attorno a loro. Per una volta, non ne è spaventato.
“E poi?” chiede, curioso.
C’è un attimo di silenzio e Simone si stringe nelle spalle. Lo fa spesso, come se non avesse mai imparato a occupare quello spazio nel mondo che gli spetta di diritto, forse perché ha vissuto la sua intera vita a cercare di fare del suo meglio per dare meno fastidio possibile e rendere una perdita di cui lui non aveva memoria meno devastante per le persone attorno a lui. Certe volte, Manuel sente il bisogno bruciante di posare una mano lì, tra le sue scapole, e fermarne il movimento, impedirgli di sparire ancora una volta, ricordargli che questa vita gli appartiene e che può e deve dare fastidio come non si è permesso di fare per tutti questi anni.
“Niente,” dice, poi. Scuote piano la testa, ma le labbra gli si piegano in un piccolo sorriso quando aggiunge, un po’ incerto, ma con l’intensità di sempre, “Pensavo solo che è bello, quando ti impegni.”
Un silenzio diverso, ma familiare, cala su di loro. È più delicato, ma non spiacevole e Manuel sa che non stanno parlando solo degli esercizi di matematica, o del suo maldestro tentativo di salvare l’anno scolastico e non farsi bocciare di nuovo; stanno parlando anche di come sta cercando di riparare ai suoi errori, farsi perdonare per le sue mancanze, ricucire quello che lui stesso ha spezzato nella sua irruenza solo qualche mese fa. Sa che quando Simone gli dice che è bello vederlo impegnarsi, sta parlando del modo in cui sta cercando di dimostrarsi un alunno, un figlio, un amico migliori; ma anche di quel giorno in ospedale, quando ha intrecciato le loro dita e non l’ha lasciato andare fino a quando l’infermiera di turno non è venuta ad annunciargli che l’orario di visita era terminato, e di come – la voce rotta e le spalle che tremavano – gli ha promesso che non avrebbe più fatto lo stronzo con lui e gli ha detto che gli voleva bene, qualsiasi cosa quel bene significasse. Forse sta parlando anche della nuova, inaspettata determinazione con cui ha cercato di fare del suo meglio per permettere a Simone di non aver più paura di essere vulnerabile con lui e, invece, di farsi carico di quella vulnerabilità con la stessa cura con cui Simone si è fatto carico della sua, anche quando Manuel non aveva voluto permetterglielo.
Manuel cerca il suo sguardo. Si sente insolitamente nervoso quando chiede, “Sì?”, così piano che si domanda se Simone lo abbia sentito.
È sciocco dubitarne, realizza. Simone lo sente sempre, e forse non c’è stato mai nessuno al mondo che lo abbia ascoltato come fa lui.
Lo guarda annuire, piano.
“Sì,” replica, con lo stesso tono di voce.
Probabilmente devono sembrare stupidi a starsene qui, seduti uno di fronte all’altro un po’ imbarazzati, a comunicare a monosillabi, ma a Manuel questo pare improvvisamente il momento più importante della sua breve vita, e non gli importa granché di come deve apparire.
Chiede, esitante, “E sta funzionando?” Si schiarisce la voce, giocherella nervosamente con la penna che Simone gli ha passato assieme al quaderno. “Questo impegno, dico.”
Forse non avrebbe bisogno di una risposta da parte di Simone – i suoi voti, benché non eccellenti, si aggirano tutti intorno alla sufficienza da quando Simone è stato dimesso e passano i pomeriggi insieme a studiare davvero; è uscito dai giri in cui si era infilato di sua spontanea volontà nel tentativo di racimolare qualche soldo da portare a casa per aiutare sua madre; e soprattutto Simone è qui, è vivo, respira, e gli sta sorridendo dall’altro capo del tavolo con quel sorriso leggero e delicato che riserva solo per lui, come se avessero imparato a parlare una lingua segreta che Manuel non vuole condividere con nessun altro – ma sente che, in qualche modo, è importante che sia Simone a farglielo notare, come se le sue conquiste e i suoi passi avanti fossero reali solo se c’è Simone ad essere fiero di lui. E certo, non è ancora tutto a posto – benché i suoi voti siano migliorati, la sua media resta comunque un disastro e sa che la Smeriglio sta valutando il suo caso per decidere se bocciarlo o meno; sua madre ora sobbalza ogni volta che la porta di casa viene aperta con un po’ troppa forza e ha timore a lasciarlo uscire di casa, anche quando sa che sta andando da Simone; e Simone conserva, dell’incidente, una piccola cicatrice sulla tempia destra, il tutore al braccio sinistro e una sorta di tristezza silenziosa che gli è rimasta attaccata addosso, soprattutto nei giorni più difficili, e che Manuel non sa bene come maneggiare senza fare danni – ma ci sta provando davvero, per la prima volta nella sua vita insensata, e vuole che Simone lo sappia e lo riconosca, perché solo così potrebbe riuscire a riconoscerlo a sua volta.
Come se Simone avesse il miracoloso potere di rendere tutto più chiaro, e più vero.
Non sa come mettere in parole tutto questo, ma non ce n’è bisogno, perché Simone lo capisce, e si limita a sorridergli, prima di dirgli, piano, “Non ti monta’ la testa, ma direi proprio che sta funzionando.”
Manuel si sente come se Simone gli avesse appena regalato il mondo.
È semplice sorridergli di rimando, dire, “Bene.” Poi, un po’ per sdrammatizzare ché altrimenti se piagne, e un po’ perché sente che, se Simone continua a guardarlo così, potrebbe finire per fare qualcosa di stupido e irragionevole, aggiunge, “Però venti esercizi so’ comunque troppi.”
Il volto di Simone si apre in una risata. Dà l’ennesimo colpetto alla sua caviglia, prima di dire, “Fai ‘sti esercizi e non ti lamenta’, altrimenti ti faccio vedere quanto so’ vendicativo.”
Alla fine della giornata, Manuel risolve tutti gli esercizi, sbagliandone solo quattro, e le lentiggini sul volto di Simone sembrano essersi moltiplicate, nonostante non si siano mai avventurati oltre la veranda se non dopo cena, per fumare una canna sul balcone della camera di Simone quando il sole ormai è calato da un po’.
Tutto è avvolto nel silenzio. Dal piano di sotto arrivano il rumore dei piatti che vengono lavati, e le voci attutite di Dante e sua madre, che stanno discutendo di uno spettacolo che Manuel non ha mai sentito nominare, e che Virginia deve aver visto a teatro qualche sera fa. Simone espira, rilascia una nuvoletta di fumo, abbassa le spalle e getta appena un po’ indietro la testa, le ciglia lunghe che gli sfiorano le guance quando chiude gli occhi per un attimo. Si volta verso di lui con lentezza, poi, e gli chiede, piano, mentre gli passa la canna, se gli vada di restare a dormire, e Manuel gli risponde, altrettanto piano e con un piccolo sorriso, Dove altro dovrei anna’? Nella luce calda che viene dalla camera di Simone e che proietta ombre delicate sui loro visi, le lentiggini di Simone sembrano quasi dorate, e quando gli sorride di rimando, a Manuel tutto appare così improvvisamente chiaro che si chiede perché ci abbia messo tutti questi mesi a capirlo, quando invece era la constatazione più ovvia del mondo.
È innamorato di Simone.
In qualche modo, gli sembra la cosa più sensata che abbia fatto in quasi diciotto anni di esistenza.
Non lo bacia quella sera, ma quando rientrano in camera allunga appena la mano per sfiorare, con la punta delle dita, quella di Simone. Ne accarezza il dorso per un attimo, in maniera così leggera che Simone quasi potrebbe non farci caso, ma anche deliberata, come a rassicurarlo, nel modo silenzioso che ha imparato da lui, che non è un tocco casuale, che questo – che lui – è quello che vuole.
Simone lo lascia fare senza dire nulla, ma l’angolo delle sue labbra si solleva in un sorriso, e i suoi occhi sembrano brillare un po’ di più.
Dura pochissimo, ma Manuel ha come la sensazione che il suo mondo si sia spostato sul proprio asse.
2.
“Se lo guardi ‘n altro po’ lo consumi,” afferma Chicca, con un’esasperazione nella voce che Manuel ritiene francamente immeritata, dato che non pensa di aver fatto alcunché nell’ultima ora – o, a voler essere onesti, nell’intera serata – per elicitare una simile reazione.
Distoglie lo sguardo dall’ingresso del locale, dove può vedere uno scorcio della piazzetta e, soprattutto, il tavolino in ferro battuto dove Simone e gli altri sono seduti, e si volta lentamente nella direzione di Chicca, con, allo stesso tempo, la rassegnazione di chi sa che sta per combattere una battaglia da cui non uscirà vincitore e la morbosa fascinazione di chi si ferma ad osservare un incidente stradale. Le luci basse e colorate dipingono ombre strane sul suo viso, lasciando in ombra la metà che è rivolta verso il bancone del bar, ma lo sguardo che gli riserva, al di sopra del drink che sta sorseggiando in attesa che arrivino gli altri che hanno ordinato, è eloquente a sufficienza, e Manuel si sente come se c’avesse scritto in faccia a caratteri cubitali che è un coglione.
Si schiarisce la voce. Fa finta di essere impegnato a controllare che il barman stia lavorando ai loro drink, poi chiede, con una convinzione che non sapeva neppure gli appartenesse, “Ma de che stai a parla’?”
Chicca sbuffa. Abbassa il bicchiere che stava reggendo nella mano destra con una drammaticità che quasi gli ricorda quella di Simone ma che gli sembra un po’ meno autentica e un po’ più esasperata, e lo guarda come a dirgli, Mo me vuoi veni’ a di’ che non lo sai.
“Manuel.”
“Chicca.”
“Manuel.”
“E i nostri nomi abbiamo appurato che ce li ricordamo,” commenta, con ostentata disinvoltura. “Possiamo anna’ avanti mo?”
Distoglie lo sguardo da lei, si sporge appena oltre il bancone alla ricerca dei loro drink, o di qualsiasi altra cosa che possa salvarlo dalla situazione in cui si è cacciato. Rimpiange il momento in cui si è offerto, in un insolito slancio di altruismo che – col senno di poi – gli appare come un presagio del disastro imminente, di andare a ordinare per tutti, e Chicca ha deciso di seguirlo per aiutarlo. Valuta anche l’idea di darsi alla fuga, ma è abbastanza sicuro che Chicca gli conficcherebbe l’ombrellino arancione del suo bicchiere nella mano prima che possa anche solo provare a fare un passo in direzione dell’uscita, e Manuel non ci tiene particolarmente ad andare in ospedale a spiegare che è stato inchiodato come Gesù Cristo sulla croce per il grave crimine di essere un coglione.
“Manuel.”
“Oddio, ricominciamo– Se po’ sape’ che c’hai stasera?”
Sente un suono a metà tra un sospiro stanco e una risata incredula.
Non si premura di voltarsi nuovamente a guardare Chicca, ma sa che deve avere sul volto l’espressione di chi ha avuto a che fare per troppo tempo con lui, e ora ha imparato a non credere a nessuna delle innumerevoli parole che escono dalla sua bocca.
“Niente, che c’ho.” Fa una pausa, poi aggiunge, in maniera troppo casuale per essere sincera, “Che c’hai te, piuttosto?” E, prima che Manuel possa tentare di deragliare nuovamente la conversazione, aggiunge, “Te rendi conto che stai a fissa’ Simone da quando siamo arrivati, sì?”
A quelle parole, Manuel non trova nulla di intelligente da dire, per cui apre la bocca, ma la richiude immediatamente, e decide che forse è più dignitoso rimanere in silenzio. Il suo sguardo cade nuovamente su Simone, qualche metro più in là, come se non ne potesse fare a meno. Dalla sua postazione al bancone del bar, Manuel riesce a intravedere poco di lui. È seduto al tavolino con Aureliano e Luna – Manuel può vedere le gambe piegate in maniera buffa sotto il tavolo per non occupare troppo spazio allungandole; le spalle un po’ curve in avanti; le mani che giocherellano, in maniera distratta, col portatovaglioli; i capelli che gli ricadono ordinatamente sulla fronte, anche se un po’ gonfi per via dell’umidità di questa serata di metà luglio; le labbra che si muovono per dire qualcosa che Manuel non può sentire, ma che gli dipinge un sorriso sul volto e che elicita una risata dagli altri. Quando Luna dice qualcosa, Simone si volta nella sua direzione, forse per ascoltarla con la stessa cura che dedica a tutto – come se tutto fosse importante e meritasse la sua attenzione – e Manuel ha una visione perfetta del suo profilo che si staglia contro la luce dorata dei lampioni.
Sospira. Senza voltarsi nella direzione di Chicca chiede, divertito e rassegnato al tempo stesso, “Ma se vede così tanto?”
Non ha bisogno di vedere Chicca per decifrare lo sguardo che – lo può chiaramente sentire sulla sua pelle – gli sta lanciando in questo momento.
“Te prego. Sei serio?”
Una risata – forse un po’ isterica – gli scappa dalle labbra. Senza distogliere lo sguardo da Simone, si appoggia con la schiena al bancone, e lo osserva annuire a qualcosa che deve aver detto Aureliano.
“Non te fa strano?” si ritrova a chiedere, voltandosi appena nella direzione di Chicca, che lo sta ancora fissando con un sopracciglio inarcato. “Voglio di’, che so’ stato co’ te e poi–” Emette un respiro un po’ strozzato, il cuore sembra star facendo del suo meglio per arrampicarsi su per la sua gola. “E poi me so’ innamorato di Simone?”
Che strano, ammetterlo ad alta voce senza che il mondo crolli sotto i suoi piedi.
Sa che è una cosa un po’ strana da chiedere a Chicca, che, tra tutte le persone che Manuel ha ferito nell’ultimo anno, non può vantare il primato assoluto solo perché è effettivamente riuscito a fare di peggio e a mandare Simone in ospedale, e se decidesse di rovesciargli il drink in faccia e tirargli dietro anche il bicchiere per sicurezza, di certo non la biasimerebbe. Ci sta provando, però, ad essere una persona migliore e a rimediare ai danni che ha fatto – e questo include anche tentare di fare ammenda con Chicca, e, magari, offrirle la chiave per decifrare parte dei suoi comportamenti della scorsa primavera.
In tutta risposta, Chicca – con una calma invidiabile che Manuel non sa quando ha sviluppato, visto che fino a qualche mese fa gli avrebbe urlato addosso – solleva una spalla e prende un altro sorso del suo drink, come se non fosse minimamente stupita da questa situazione.
“Prima di tutto, stamo a parla’ de Simone,” dice, come se fosse una spiegazione sufficiente.
“Eh?”
Alza gli occhi al cielo, come se Manuel la stesse volutamente esasperando. Manuel si sente un po’ come si sentiva in terza elementare, quando gli hanno spiegato le divisioni a due cifre e la matematica ha smesso di avere senso.
“Manuel, dai. Te lo devo di’ io? Ma l’hai visto Simone?”
Si appoggia accanto a lui al bancone, senza posare il suo bicchiere, e insieme si voltano ad osservarlo mentre sorride a qualcosa che deve aver detto Luna. C’è una fossetta sulla sua guancia, e quando emette una piccola risata, la fossetta si allarga un po’.
E sì, Manuel l’ha visto. C’ha messo così tanto tempo – ma ora gli sembra di non voler fare altro nella vita, come se vedere Simone fosse l’unica cosa sensata che ha fatto in diciotto anni di esistenza, e non avesse più intenzione di smettere.
“Ecco, appunto,” dice Chicca, come se avesse appena provato con successo la sua ipotesi. “Lo vedi? M’avrebbe fatto strano se m’avessi detto che t’eri innamorato di Matteo, perché voleva di’ che c’avevi gusti de merda in fatto di uomini.”
Senza distogliere lo sguardo da Simone, Manuel le ricorda, “Te ce sei stata co’ Matteo.”
“Se è per questo, so’ stata pure co’ te,” ribatte lei, senza scomporsi. “Chiaramente nun depone a mio favore.”
“Ahia.”
Chicca emette una risata divertita, e Manuel si volta a guardarla, un po’ stupito. L’idea di essere ancora in grado di farla ridere – dopo tutto quello che le ha fatto – lo sorprende, ma gli lascia anche una sensazione piacevole che gli si diffonde sottopelle, come un calore leggero e delicato a cui non riesce a dare un nome.
“Te lo sei meritato,” lo informa, le sopracciglia che quasi spariscono sotto la frangetta rosa fluo, come se volesse sfidarlo a contraddirla.
Manuel, dal canto suo, alza le mani e ammette la sconfitta. “Non c’ho niente da di’ su questo.”
“E ce mancherebbe.”
Con la mano libera, Chicca lo spintona appena, senza metterci particolare forza, e Manuel la lascia fare. Pensa che si è meritato anche questo, ed è grato che – a guardarli da qui, dopo tutti i suoi maldestri tentativi di aggiustare ciò che ha rotto e dopo un nuvoloso pomeriggio di aprile nella sala d’aspetto asettica di un ospedale, quando si è seduto accanto a Chicca e le ha chiesto scusa con le mani che tremavano e le lacrime agli occhi e la sincera volontà di fare ammenda, senza pretendere un perdono da parte sua – i suoi errori siano qualcosa su cui Chicca riesce a scherzare, e lui riesce un po’ a riderne, anche se è una risata mortificata, tinta di dispiacere.
“E poi, se proprio lo vuoi sape’–” Chicca giocherella distrattamente con la cannuccia del suo drink, agita il ghiaccio sul fondo del bicchiere. Fa una pausa, poi dice, “Pure io sto’ a usci’ co’ ‘na ragazza.”
A queste parole, Manuel si gira così velocemente che il collo emette un lampo accecante di dolore. Lentamente, come intontito, porta una mano alla base della nuca, massaggia la porzione di pelle sotto il suo palmo; il tutto senza smettere di fissare Chicca come se avesse appena preso a camminare a testa in giù declamando Beowulf in lingua originale.
“Cosa? ”
Chicca lo guarda con la stessa imperturbabilità di prima, come se stessero parlando del tempo, e dell’afa di questa estate e certo, signora mia, che non è tanto il caldo quanto l’umidità, e non avesse, invece, appena fatto una specie di coming out con Manuel, la stessa persona che ha passato gli ultimi mesi della sua vita ad arrovellarsi sulla questione che lei fa apparire semplicissima.
“Manuel.” Chicca pronuncia il suo nome sia con l’esasperazione di qualcuno che sta spiegando qualcosa di molto semplice a un bambino molto stupido, sia con una punta di gentilezza insolita nella voce. “Ma te pensi de esse’ l’unica persona bisessuale de tutta Roma?”
“Sì?” Il modo in cui Chicca alza un sopracciglio lo spaventa abbastanza da portarlo ad affrettarsi ad aggiungere, “Cioè, no, ma–” Si schiarisce la voce, pensa alla reazione di Chicca se le dicesse, Ma pensavo de esse’ io il personaggio principale de ‘sto dramma. Decide che non vuole morire a diciotto anni per troppo egocentrismo, e si limita a chiedere, “Ma da quando?”
Il sopracciglio di Chicca resta inarcato, come se non fosse del tutto convinta della sua risposta e fosse pronta a pugnalarlo con la cannuccia biodegradabile del suo bicchiere al minimo passo falso.
“Da un paio de settimane,” dice, poi. Scrolla le spalle con noncuranza, ma un sorriso si dipinge ugualmente sul suo volto. “Hai presente la galleria dove lavoro da fine maggio, quella dove m’ha portato Balestra a marzo? Ce sta pure ‘n’altra ragazza a lavora’ per l’estate. Siamo andate a prende’ ‘n aperitivo insieme dopo il turno qualche volta, niente de che, giusto pe’ parla’ ‘n po’, e dopo un po’ ho realizzato che me piaceva, e io piacevo a lei.”
“Così, de botto?”
“Embé? Che ce ‘sta na procedura da segui’? Devo compila’ ‘n modulo?” Chicca lo guarda come se Manuel si stesse comportando in modo irragionevole. A questo punto, Manuel non è davvero sicuro che non lo stia facendo. “Guarda che non deve esse’ pe’ forza ‘sta grande realizzazione che te sconvolge l’esistenza. È che a te piace complicarte la vita.”
Valle a da’ torto, pensa.
Riporta lo sguardo su Simone, in maniera istintiva. Lo guarda mentre emette una risata che, per via della distanza, non riesce a sentire, ma che può facilmente immaginare, dato che ha passato gli ultimi mesi a cercare una scusa qualsiasi per farlo ridere. È così bello e sereno che Manuel non riesce a smettere di osservarlo, e forse Simone se ne è accorto – in quel modo silenzioso in cui sembra accorgersi di lui, e gli lascia, con pazienza infinita, il tempo per accorgersene a sua volta, come se ogni volta regolasse il suo passo a quello di Manuel – perché alza la testa e incrocia il suo sguardo. L’angolo delle sue labbra si solleva in un sorriso più delicato, quasi privato, come se il resto del mondo attorno a loro fosse scomparso, e gli fa un piccolo cenno col capo a cui Manuel si ritrova a rispondere senza rendersene conto, alzando appena il mento e piegando le labbra nello stesso sorriso.
Gli occhi di Simone brillano, e una leggerissima sfumatura rossa si dipinge sul suo viso, e per il breve spazio di questo momento, è tutto quello che conta. Pensa che Chicca c’ha ragione, e che ha passato mesi interi a farne una questione di Stato e complicare tutto, quando invece era così incredibilmente semplice, e si è innamorato di Simone, sì, e non è cambiato assolutamente niente, ed è lo stesso Manuel di sempre, ma forse anche un po’ più se stesso, come guardarsi allo specchio e riuscire a riconoscersi, finalmente.
“Chi’?”
“Mh?”
Si volta nella direzione di Chicca, senza perdere quel mezzo sorriso che gli ha fatto spuntare Simone. Si sente leggero, gli gira la testa, e un’euforia sottile e difficile da descrivere gli corre lungo la spina dorsale. Improvvisamente, questo locale affollato e un po’ fighetto a metà tra una galleria d’arte e una serra in rivolta contro il genere umano – “Me l’hanno consigliato alla galleria, ‘na figata, vero?” – gli sembra il posto più bello del mondo, nonostante il fatto che stiano aspettando un paio di drink da più o meno venti minuti e che la playlist d’elezione, a quanto pare, sia una sequenza infinita di cover concettuali e indie – e quindi un po’ biascicate – di classici dei primi anni Duemila.
Chicca lo guarda con un’espressione confusa, come se temesse per la sua sanità mentale, e Manuel vorrebbe ringraziarla, ma invece tutto quello che riesce a dire è, “Come se chiama ‘sta ragazza?”
Il sorriso che spunta sul volto di Chicca è dolce, e anche un po’ felice. Non pensa di averla mai vista così, e un po’ gli si stringe il cuore, un po’ è contento per lei.
“Nadia.”
Annuisce, come ad assorbire l’informazione. Poi, “E ce la presenti ‘sta Nadia, prima o poi?” chiede.
“Dipende.” Chicca inclina la testa, gli offre un sorriso divertito. Dice, a mo’ di spiegazione, “Sai, fa l’artistico.”
“Embé?”
“Eh. C’ha ‘n sacco di amici fighi, gente alternativa. Non voglio fa’ ‘na figura de merda portandome dietro la mia banda de amici soggettoni.”
“Soggettone a chi, oh?”
Prima che Chicca possa rispondere, i drink che avevano ordinato vengono finalmente poggiati sul bancone. Manuel ne passa uno a Chicca, poi afferra gli altri con una destrezza che non pensava di possedere. Fa per voltarsi e incamminarsi verso il tavolo, ma poi ci ripensa – si sporge appena oltre il bancone per richiamare l’attenzione del barman e chiedergli quale sia l’analcolico, tra tutti quanti. All’occhiata divertita di Chicca risponde inarcando le sopracciglia, e chiedendole, Embé, che è quella faccia? Lo sai che Simone nun beve più alcool, a cui Chicca replica con un’alzata di mani e una risatina soffocata.
Si affrettano a raggiungere il tavolo, dove Simone e gli altri li stanno aspettando. Aureliano emette un sospiro volutamente esasperato alla vista dei drink, esclama un, C’avete messo du’ ore, ma li stavate a fabbrica’? che fa ridacchiare Simone e gli fa strizzare appena gli occhi. Manuel sguscia nel posto accanto a lui che ha lasciato libero prima, quando si è alzato per ordinare, e gli posa il bicchiere con l’ombrellino azzurro davanti.
Simone si volta nella sua direzione, butta indietro la testa per guardarlo mentre è ancora in piedi. Ha il naso un po’ spellato per via del sole che ha preso quando in settimana sono stati al mare con gli altri della classe, e il volto pieno di lentiggini.
“È–”
“Analcolico, sì,” lo interrompe Manuel. Incrocia il suo sguardo e gli sorride, un po’ per rassicurarlo e un po’ perché non può farne a meno. “Ho chiesto.”
Il resto della serata trascorre in maniera quasi pigra. Dall’interno del locale arriva una musica soffusa, e una brezza lieve e fresca fa volteggiare appena nell’aria i tovaglioli che avevano lasciato sul tavolino, giocherella coi capelli lunghi di Luna, agita i ciuffi lasciati liberi dalla precaria acconciatura di Chicca, fa rimbalzare i ricci di Simone sulla sua fronte. Parlano di tutto e di niente, e Manuel ascolta Simone mentre discute con Aureliano di qualche serie che hanno guardando entrambi e che lui non conosce. Non gli importa più di tanto di partecipare alla discussione – gli basta stare accanto a Simone, ascoltarlo, guardarlo animarsi come non pensava potesse essere possibile solo qualche mese fa, quando i suoi sorrisi erano smorzati, e i suoi occhi lontani. Sono seduti così vicini che le loro braccia quasi si sfiorano, pelle contro pelle. Simone ha le spalle poggiate contro lo schienale della sedia e una sorta di tranquilla naturalezza nel modo in cui è seduto – le gambe non sono più piegate sotto il tavolo, ma, a un certo punto della conversazione, quando Manuel si è fatto più vicino, si sono allungate, e persino le spalle sono aperte, i gomiti poggiati sui braccioli di ferro battuto della sedia.
Manuel trova naturale allungare la mano, posarla gentilmente sul suo braccio. Lo fa quasi senza rendersene conto, come se l’avesse fatto milioni di volte prima di questa – sfiora il polso di Simone in una carezza delicata mentre Simone parla; traccia figure immaginarie sulla sua pelle; indugia, con la punta delle dita, sul segno bianco e quasi invisibile che gli è rimasto in seguito all’intervento che gli ha rimesso insieme le ossa del braccio.
Simone si volta nella sua direzione, sorpreso, e il suo battito ha un sussulto leggero prima di accelerare sotto il tocco di Manuel.
Alza gli occhi dalla mano sul suo polso per studiare la reazione degli altri, poi riporta lo sguardo su di lui, confuso. Ha l’espressione che mette su quando sta cercando un perché alle cose che Manuel fa, e Manuel non può fare a meno di sollevare l’angolo delle labbra in un sorriso e far scorrere le sue dita lungo il suo polso, fino a quando non fa scivolare la sua mano in quella di Simone.
Col pollice, disegna piccoli cerchi sul dorso. Restano così per qualche secondo; gli altri continuano a chiacchierare come se niente fosse successo – Manuel sente Chicca chiedere ad Aureliano come è finita con la ragazza della spiaggia l’altro giorno, e la risposta un po’ imbarazzata di Aureliano; sente anche la musica che viene dal bar, e il chiacchiericcio della gente attorno a loro, e i rumori del traffico di Roma, ma tutto gli arriva come lontanissimo, come se avesse chiuso la porta di una stanza, e fossero rimasti solo lui e Simone, e il suono incerto dei loro respiri, e quello frenetico dei loro cuori.
Chiede, quasi sottovoce, “Te va di andare al mare domani?” E poi, come se volesse mettere in chiaro qualcosa, aggiunge, “Io e te?”
Simone lo studia ancora per qualche secondo, con la stessa espressione di sempre. Gli occhi, nella luce che viene dai lampioni, sembrano enormi.
Poi, “Va bene,” dice. Sorride, con quel sorriso privato che Manuel sa che è solo per lui. “Però guido io, l’altra volta m’hai fatto risali’ pure il pranzo della comunione.”
Manuel annuisce. Pensa che direbbe di sì a qualsiasi richiesta da parte di Simone, e non gli dispiace particolarmente.
Quando Simone si volta leggermente, richiamato da Luna, Manuel si sorprende a realizzare, col cuore che gli frulla nel petto, che non aveva mai notato quel neo sulla nuca che ora non può fare a meno di studiare, e si ritrova a pensare che vuole conoscere tutto di lui – ogni cicatrice, ogni imperfezione, tutti quegli intricati dettagli che rendono Simone Balestra la cosa impossibile che è.
Non lascia più andare la sua mano per il resto della serata.
3.
Manuel si mordicchia l’unghia del pollice e fissa lo schermo del telefono per qualche secondo, prima di far partire la videochiamata.
L’estate è calata su Roma da un bel po’, e questa notte di inizio agosto è insostenibilmente calda, come se la sua stanza fosse improvvisamente diventata il centro esatto dell’inferno. Dalla finestra che ha lasciato aperta non entra neppure un alito di vento, e il ventilatore che si è trascinato in camera dopo cena pare smuovere solo un’aria torrida che gli fa rimpiangere il gelo dell’inverno, quando lui e sua madre evitavano di accendere il riscaldamento per risparmiare sulle bollette. Persino il retro del suo cellulare gli fa bruciare il palmo, segno che si sta surriscaldando.
Eppure, tutto passa in secondo piano quando il volto di Simone appare sullo schermo.
“Ehi,” dice, un po’ sorpreso, ma chiaramente felice, a giudicare dal modo in cui le sue labbra – per quello che Manuel può vedere, grazie alla qualità pessima del suo Wi-Fi – si aprono in un sorriso che gli spacca la faccia, come se una chiamata da parte di Manuel fosse sufficiente a cambiare le sorti della sua serata. La sua voce suona leggermente metallica per via della connessione, ma Manuel sente lo stesso il suo cuore premere con forza contro il suo sterno. “Tutto bene?”
Manuel annuisce, a corto di parole per un attimo, come se, dopo solo qualche giorno di lontananza, dovesse abituarsi di nuovo alla visione di Simone che gli sorride.
“Seh, tranquillo, non è successo niente,” si affretta poi a rassicurarlo, visti i loro precedenti non esattamente incoraggianti. Piega leggermente la testa e ammette, un po’ imbarazzato, come se stesse confessando un segreto, “Volevo solo sape’ come stavi.”
E mi mancavi, pensa, ma non lo dice, sia perché ci ha già pensato sua madre a prenderlo per il culo per questo – Madonna, Manuel, gli ha detto a cena, poco prima. Pari ‘n cane bastonato. Non fa’ quella faccia, guarda che Simone torna, eh. – e non gli va di ripetere l’esperienza; sia perché Simone si merita di vivere questa vacanza in maniera serena, senza che Manuel gli si accolli dopo solo un paio di giorni.
“Ma se ci siamo sentiti stamattina,” ribatte Simone, confuso. Una ruga sottile compare tra le sue sopracciglia, e Manuel sente il bisogno di distenderla con le dita e calmare i pensieri che si rincorrono, incessanti, sotto i suoi polpastrelli. “M’hai mandato quindici messaggi di fila solo per dirmi che ti stavi a rompere le palle. Mio padre pensava che ti fosse successo qualcosa.”
Un lieve rossore – che ha poco a che fare col caldo e più a che fare con le parole di Simone – si arrampica su per il suo collo, ma Manuel fa finta di niente, anche se sa che Simone ci ha fatto caso dal modo in cui si sta mordendo le labbra per non ridere del suo imbarazzo.
“Embé?” chiede, arricciando il naso e fingendo una nonchalance che non ha mai posseduto in vita sua. “Te volevo senti’ di nuovo, che è ‘n crimine?”
Simone inclina la testa, senza perdere quel sorriso che gli fa spuntare le fossette. Benché non sia passata neppure una settimana dall’ultima volta in cui l’ha visto, Manuel non riesce a distogliere lo sguardo da lui, come se volesse catalogare tutte le piccole differenze che si è perso in questi giorni di lontananza. Il suo volto è arrossato e il suo naso ancora più spellato di prima – senza dubbio per via del sole che ha preso in queste giornate, tra mare e giri turistici –, e le lentiggini che Manuel ha passato ore a studiare negli ultimi mesi sembrano aver preso possesso della sua fronte e delle sue guance in un’esplosione dorata. I capelli sono leggermente umidi, come se li avesse lavati da poco e non si fosse curato particolarmente di asciugarli, e gli si arricciano attorno alle tempie. Ha addosso la solita t-shirt un po’ larga che usa come pigiama, e Manuel può intravedere la clavicola sinistra, e la pelle leggermente rossa tra il collo e la spalla, segno che è riuscito a scottarsi ugualmente nonostante i quintali di crema solare che di solito si spalma addosso.
Sembra sereno. Quella tensione nuova che si era annidata tra le sue scapole si scioglie un po’, ora che può constatare che Simone sta bene.
“No, no per carità.” Simone rilascia una piccola risata. Le sue sopracciglia scattano verso l’alto e le labbra gli si aprono in un sorriso canzonatorio e complice al tempo stesso quando aggiunge, “Anche se non credo che la cosa rappresenterebbe un deterrente per te.”
Manuel rotea gli occhi. “Scherza, scherza, te ricordo che m’hai aiutato a rubare un’auto manco cinque mesi fa. Anche quello è ‘n reato, lo sai?”
“Sssh, c’è mio padre nell’altra stanza, ma sei cretino? Ti pare il caso? Ci vuoi far finire in carcere?”
L’immagine traballa un po’ quando Simone lascia andare il cellulare e si alza per socchiudere la porta della stanza. Lo schermo gli rimanda la visuale del soffitto bianco della camera del b&b, ma Manuel riesce a sentire Simone dire qualcosa che non capta bene alla volta di suo padre e la voce di Dante – attutita dalla distanza – ribattere qualcosa che fa lo balbettare in risposta; poi la porta viene chiusa e Simone riappare sul suo schermo, con l’espressione irritata e divertita al tempo stesso che mette su solo con lui, e le guance un po’ più rosse di prima.
“Sei un coglione,” gli fa presente, lanciandogli un’occhiataccia.
In tutta risposta, Manuel scrolla le spalle e gli riserva il sorriso sbruffone di sempre. “Te stavo a offri’ l’opportunità de fa ‘n giro in una delle località più famose della Campania al giorno d’oggi.”
Simone alza gli occhi al cielo con la teatralità di sempre, che – anche se non lo ammetterebbe mai – inizia già a mancargli.
“Molto generoso da parte tua.” Manuel lo osserva mentre si sistema meglio su quello che suppone sia il suo letto, e si lascia cadere sul cuscino posato contro il muro. “Ma da dove stai chiamando, comunque? I proclami dell’Isis hanno una qualità video migliore.”
Giusto per non smentirsi, Manuel gli offre un elegantissimo dito medio.
“Sua Altezza me deve perdona’, ma qua da noi poveri stronzi ancora nun è arrivata la fibra.”
“Manuel, vivi a Roma Sud, non in Vietnam–”
“Ci opereremo per rimediare al disagio quanto prima, sia mai che il principino non veda ‘sta faccia de cazzo in 4K.” Si scosta i ricci che gli erano rimasti un po’ incollati sulla fronte per via del caldo, poi sbuffa e appoggia la testa al muro dietro di lui. “Sto in camera, lo sai che prende de merda qua, però–” Si mordicchia l’interno della guancia, poi ammette, “Volevo sape’ come stavi, ecco.”
Non gli dice della tensione leggera ma costante che gli si è annidata tra le scapole da quando è partito, e di come il pensiero di saperlo da solo con Dante in questa vacanza a Napoli un po’ improvvisata ma incoraggiata dalla sua psicologa per, come gli ha riferito Simone stesso, “provare ad avere un rapporto vero con suo padre e tentare di sanare la ferita che questi anni hanno solo camuffato per un po’”, qualsiasi cosa voglia dire, lo abbia tenuto sveglio la notte da quando glielo ha annunciato qualche settimana fa.
Ma perché Napoli, ricorda di aver chiesto, mentre se ne stavano seduti sul letto di Simone a scegliere il film da guardare quella sera. Voglio di’, se dovevate anna’ al mare, non potevate anna’ qua?
Simone si era stretto nelle spalle. Aveva mormorato, Papà dice che ci farà bene stare un po’ solo io e lui, lontano da tutto. Penso che voglia–
Si era interrotto. Il ventilatore aveva smosso un po’ i suoi ricci ordinati, e Manuel aveva osservato il suo profilo in silenzio, senza fargli pressioni, ma dandogli il tempo di trovare le parole giuste per esprimersi. Gli era sembrato importante, quello che stava facendo – nessuno aveva mai dato a Simone la possibilità di mettere in parole quello che provava, e gli era parso giusto che ora invece ci fosse lui lì, in attesa, ad ascoltare quello che Simone aveva da dire.
Avrebbe aspettato una vita intera, aveva pensato, se fosse stato necessario.
Non lo so, la dottoressa dice che portarmi lì è un modo per lui di colmare la distanza di questi anni in cui non ci siamo parlati. Si era stretto nuovamente nelle spalle e si era voltato nella sua direzione, gli occhi grandi e un po’ esitanti, come se stesse cercando delle conferme nei tratti del suo viso. Ha senso?
Manuel non aveva neanche dovuto pensarci prima di dire, Certo che ha senso, Simo’.
Simone gli aveva sorriso, grato e sollevato al tempo stesso, e Manuel si era sorpreso davanti alla constatazione che era riuscito, in qualche modo, a rassicurarlo.
Poi, Simone aveva fatto scontrare le loro spalle e aveva aggiunto, nel tentativo un po’ impacciato di alleggerire la conversazione, Vabbè, penso che abbia scelto Napoli anche perché c’ha ‘n’amica che ha un b&b e gli fa un prezzo di favore, eh. Manco quello guasta.
Un’amica, Manuel aveva accolto quel tentativo. Aveva ammiccato, o un’ amica?
Manuel.
Che c’è? Me pare una domanda legittima da fa’ quando se parla de tu’ padre.
La conversazione era finita con Simone che lo spingeva giù dal letto con una spallata, e con Manuel che si appuntava mentalmente di non far più arrabbiare qualcuno che gioca a rugby. Aveva passato il resto della serata a studiarlo, invece di guardare il film che Simone aveva scelto, ma Simone non aveva detto nient’altro e, illuminato solo dalla luce che proveniva dallo schermo del computer, gli era sembrato tranquillo – per quanto lo potesse essere qualcuno che solo un paio di mesi prima era finito in ospedale – , e Manuel aveva scelto di tenersi i suoi dubbi per sé.
Sente che questa preoccupazione che gli affolla il petto ora è qualcosa con cui deve fare i conti da solo, e che non è giusto farla pesare a Simone, che sta già portando il peso di tutto quello che gli è successo e non ha bisogno di caricarsi anche i pensieri di Manuel. Dovrebbe essere il contrario, in ogni caso – dovrebbe essere Manuel a farsi carico dei pensieri di Simone, di smontare le sue paranoie pezzo per pezzo, di semplificare le complicazioni della sua mente, e restituirgliele più chiare, più comprensibili, più limpide così come Simone ha fatto con lui quando gli ha stravolto la vita e gliel’ha fatta capire per davvero.
Non gli dice niente di tutto questo, ma sente che – come al solito – Simone l’ha capito lo stesso, perché le linee del suo volto si addolciscono un po’ e i suoi occhi si fanno più grandi, e pieni di qualcosa che Manuel sa di non meritare, ma che è grato di vedere ancora, nonostante tutti gli sbagli che ha fatto con lui.
“Sto bene. Davvero,” dice, come a tranquillizzarlo.
Manuel annuisce. Poi, si schiarisce la voce, e chiede, “Sicuro?”
Simone sospira, esasperato e dolce al tempo stesso. “Sicuro.” Piega le labbra in un piccolo sorriso pensieroso e giocherella in maniera distratta con un filo scucito della sua t-shirt. “È solo strano.”
Manuel si sistema meglio sul letto, inclina la testa come a studiare i più piccoli cambiamenti della sua espressione.
“Strano come?”
“Solo strano.” Simone si stringe nelle spalle, rilascia una risata un po’ stanca, scuote la testa. Poi, dice, “Non ho mai passato così tanto tempo con mio padre senza litigare.” Sorride, un sorriso amaro e incerto al tempo stesso, quando aggiunge, “E lo vedo, che si sta sforzando e che ci sta provando a fare il padre.”
“E come sta andando?”
C’è un attimo di silenzio, e Manuel può quasi sentire la mente di Simone lavorare velocissima sotto la delicata superficie delle sue tempie, proprio lì dove l’incidente gli ha lasciato una piccola cicatrice che ora, nascosta dai capelli, è impossibile da notare, ma che Manuel sa esserci, come se i segni che Simone si porta addosso fossero diventati un po’ anche i suoi.
Poi, Simone solleva una spalla.
“Bene. Cioè–”
Sembra rifletterci per qualche secondo, poi le sue labbra si curvano in un sorriso di scuse, come se non riuscire a trovare le parole giuste fosse una colpa per cui fare ammenda.
“Penso che sarò sempre arrabbiato con lui per non averci provato prima,” confessa, a bassa voce, come se fosse un crimine. Tira leggermente il filo con cui stava giocherellando, se lo avvolge attorno all’indice della mano libera in maniera distratta. “La dottoressa dice che è normale, e che posso apprezzare quello che sta facendo ora senza doverlo per forza perdonare per come si è comportato in passato.” Scrolla di nuovo le spalle e poi scuote la testa, i ricci che gli rimbalzano sulla fronte. “Boh, non lo so, magari è vero. Almeno ora ci sta provando, è già qualcosa, no?”
Un calore delicato si irradia nella sua gabbia toracica, e Manuel non sa bene come mettere in parole tutto quello che sente in questo momento, questo intricato groviglio di sollievo, orgoglio e amore che spinge contro il suo sterno. Pensa che vorrebbe entrare in questo stupido schermo e ritrovarsi lì, accanto a lui, prendere il suo volto tra le sue mani e poggiare la fronte contro quella di Simone, chiudere gli occhi e rimanere lì per qualche secondo, solo per ricordare cosa significa stringere quell’impossibile miracolo che è Simone Balestra.
Invece, dice, un po’ scherzoso e un po’ commosso, “Quattro mesi de terapia e già così saggio.”
Manuel è abbastanza sicuro che, se Simone fosse qui, si sarebbe beccato una cuscinata dritta in faccia. Con almeno duecento chilometri di mezzo a salvarlo dalla remota possibilità di essere il primo caso al mondo di trauma cranico causato dal lancio di un cuscino, invece, l’unica cosa che Simone può fare è alzare gli occhi al cielo e riservargli un dito medio.
“Cretino.”
“Era ‘n complimento, oh!”
Ridono entrambi, e il mondo sembra farsi più chiaro, più semplice, meno complicato per qualche istante, e la vita più leggera. Sullo schermo Simone abbassa lo sguardo ed emette una piccola risata che gli fa strizzare gli occhi e spuntare le fossette sul volto, e Manuel pensa distrattamente che vorrebbe essere lì, steso su quello stesso letto, e posare una mano tra le sue scapole solo per sentire il modo in cui la sua schiena vibra quando ride.
“Lo vedo, sai,” dice, piano.
Simone si acciglia appena, confuso. “Cosa?”
“Che ce stai a prova’ pure tu.” Deglutisce. Si sente un po’ il cuore in gola, anche se non capisce bene perché. “È– bello, Simo’.”
Gli occhi di Simone si fanno enormi, e forse anche un po’ lucidi, anche se Manuel non può averne la certezza. Lo vede abbassare appena lo sguardo, sollevare gli angoli delle labbra in un piccolo sorriso. Non è triste o pensieroso, ma dolce, e un po’ imbarazzato, come se non fosse abituato all’idea che qualcuno possa notare i suoi sforzi.
“Ci sto provando davvero,” dice.
Un lieve rossore si diffonde sul suo viso, e Manuel sente una tenerezza feroce premere contro il suo sterno.
“Lo so,” dice, con una delicatezza che non pensava nemmeno di possedere.
Simone alza di nuovo lo sguardo, gli offre quello stesso sorriso dolce e impacciato di prima. Manuel pensa che gli piace vederlo così – vivo, con una luce diversa negli occhi, e una sorta di serenità quieta e delicata che aleggia, impalpabile, attorno a lui. La tristezza che Manuel ha imparato a conoscere in questi mesi incerti è ancora lì, e la può vedere nelle linee del suo volto e nel modo in cui certe volte Simone si stringe ancora nelle spalle, ma ora assomiglia meno a un qualcosa da combattere e più a un qualcosa con cui scendere a patti, che non lo abbandonerà mai del tutto ma con cui può imparare a fare i conti, pian piano, passo dopo passo, e forse è questa la cosa più bella – vedere come Simone si stia rimettendo insieme pezzo dopo pezzo, e stargli accanto mentre, nonostante il dolore e la perdita e la rabbia e tutto quello che per anni si è trascinato dietro senza rendersene conto, fa del suo meglio per rendersi sopportabile questa vita.
Gli sembra quasi un miracolo, e fa ancora fatica a pensare di avere il privilegio di assistervi.
“Simo’.”
“Mh?”
Simone sta ancora sorridendo. I capelli ormai asciutti gli ricadono un po’ disordinati sulla fronte, e la luce soffusa dell’abat-jour accarezza con gentilezza i tratti del suo viso, fa apparire i suoi occhi più grandi e dona un riflesso dorato alle sue lentiggini. Lo sta guardando, come in attesa; è straordinario come, senza dire niente, riesca stravolgere i suoi schemi ancora una volta e fargli apparire tutto più chiaro. Manuel lo osserva per qualche secondo, e improvvisamente sente una mancanza così acuta che quasi gli manca il respiro. Pensa a tutte le volte in cui avrebbe voluto dirglielo, ma non l’ha fatto, e realizza di essere stato uno sciocco a non ammetterlo prima.
“Mi manchi,” si ritrova a dire, ora.
Non c’è imbarazzo nelle sue parole, né il timore di essere preso – forse anche giustamente – per il culo. Simone gli manca, anche se è partito solo pochi giorni fa, e gli sembra giusto che Simone lo sappia, che non ci sia più niente di non detto tra loro, che sia tutto semplice come Simone lo fa apparire.
Gli occhi di Simone brillano, e la sua voce è piena di speranza, “Sì?” chiede, quasi come se non potesse crederci.
Manuel annuisce. Si sente uno strano groppo in gola che gli impedisce di respirare, ma è piacevole.
“Sì.”
Anche Simone annuisce. Le guance gli si fanno un po’ più rosse, e Manuel sa che è per colpa sua, e avverte lo stesso calore dolce che preme contro il suo petto.
Poi, lo vede inclinare la testa, offrirgli un sorriso divertito. “E, giusto per chiarire, non lo dici solo perché hai promesso di non andare avanti con Stranger Things senza di me?”
Una risata un po’ divertita e un po’ isterica gli scappa dalle labbra.
“Vaffanculo, Simo’.”
“Oh, chiedevo!” Poi, Simone lo guarda per un attimo. Dice, piano, ma senza esitazione, “Anche tu mi manchi, comunque.”
Che strana, bellissima idea, quella di essere una persona di cui si può sentire la mancanza. Manuel non pensa si abituerà mai.
Restano a parlare per un’altra ora, o forse per una breve eternità. Senza rendersene conto, scivolano entrambi sul materasso e si stendono su un fianco, come se fossero in camera di Simone, con Manuel disteso sulla brandina accanto al suo letto, e questa fosse una delle loro conversazioni notturne. Simone gli racconta della sua giornata, e Manuel sente il bisogno di allungarsi appena, di scostargli i ricci dalla fronte e seguire con i polpastrelli il percorso delle sue lentiggini, lasciare che la sua mano scivoli lungo il suo collo, sfiori la sua spalla, percorra il suo braccio, fino a fermarsi sul suo fianco e a intrufolarsi gentilmente sotto la sua t-shirt, solo per sentire la pelle calda di Simone sotto la propria. Le palpebre di Simone iniziano a calare dopo un po’, nonostante Simone stia testardamente facendo del suo meglio per rimanere sveglio, ed è impegnato a descrivergli l’orto botanico che Dante ha insistito per mostrargli – o meglio, sta biascicando qualcosa di vagamente comprensibile riguardo l’orto botanico che Manuel non è riuscito bene a seguire – quando il sonno ha finalmente la meglio su di lui.
Crolla con il viso nel cuscino, le palpebre che tremano appena, come se fosse infastidito dalla luce rimasta accesa, e le ciglia lunghe che gli sfiorano le guance. Manuel lo osserva dormire per qualche secondo, sente una tenerezza nuova farsi largo nel suo petto. Vorrebbe sporgersi e spegnere per lui la piccola abat-jour che illumina ancora il suo viso.
Pensa, Ti amo.
Poi, stacca la chiamata, e si ripromette di dirlo anche a Simone, quando tornerà. Dopo averlo informato che russa nel sonno, magari.
4.
È una di quelle lente mattine d’estate in cui il tempo sembra essersi fermato a un’ora indefinita tra le otto e le dodici, quando Manuel – ancora un po’ intontito dal sonno e dal sole preso il giorno prima in spiaggia, o forse da qualcos’altro, come una sorta di torpore dolce che gli è scivolato nelle ossa – scende le scale che portano al piano inferiore e trova Simone in cucina intento a preparare il caffè.
La villa è immersa in un silenzio ovattato e indolente. Manuel, che di solito ha la grazia e i modi di un elefante di piccole dimensioni, ha cura di non strisciare i piedi contro il pavimento per non infrangere la quiete un po’ dolce e un po’ triste tipica delle giornate di fine agosto – quando l’estate inizia a dissolversi, con lentezza infinita, nell’autunno ancora lontano – che sembra avvolgere la stanza. Forse è per via della luce del sole che si intrufola dalla finestra e ricopre tutto di una patina dorata, o forse è per via della calma delicata – interrotta solo dai rumori familiari della cucina – che pare riempire ogni angolo, ma a Manuel questa scena sembra sfuggire tra le dita come se fosse già diventata un ricordo.
Gli fa un po’ male al cuore, nel modo speciale in cui ti fanno male le cose belle.
Simone gli dà le spalle.
Non si è accorto della sua presenza – Manuel lo capisce da come continua a trafficare con la moka, stringendola il più possibile, per poi poggiarla sul fornello con i gesti attenti e misurati di sempre. Lo scoppiettio del gas risuona nella cucina assieme alla sua voce. Sta canticchiando, piano, una canzone che Manuel non conosce, ma che lo ha sentito far partire spesso negli ultimi giorni dal suo cellulare.
Come se, davanti a te, io mi potessi dimenticare delle paure che fanno male all’esistenza –
È un po’ stonato, ma non sembra importargli più di tanto.
È una sicurezza inedita e delicata, questa che quest’estate – passata a capirsi, a ricostruirsi, a concedersi il permesso di occupare spazio in questa vita, e a perdonarsi per le colpe che si è trascinato dietro, senza rendersene conto, per così tanto tempo – gli ha cucito addosso, e gli sta così bene che è difficile distogliere lo sguardo da lui, come se Simone Balestra, in tutta la sua gloria disastrata e per questo ancora più bella, fosse diventato il centro di attrazione gravitazionale di questo suo piccolo, traballante universo.
–e l’esigenza di avere chiare le prospettive, certificare le aspettative, era il mio limite–
Per un attimo, Manuel si appoggia allo stipite, lo osserva in silenzio.
Simone tamburella con le dita contro il bancone della cucina, si allunga per leggere qualcosa sul cellulare, alza il coperchio della moka per controllare se il caffè stia salendo, e Manuel pensa all’assurdo privilegio di essere parte della sua vita, e di poterlo vedere così, in questa versione un po’ meno ordinata, un po’ meno perfetta, e un po’ più reale, con i capelli gonfi e disordinati perché la sera prima ha preferito raggiungerlo sul balcone per smezzarsi una canna al posto di asciugarli, la maglia spiegazzata e gli occhi ancora un po’ assonnati.
–rispetto a te, che mi stravolgi tutti gli schemi, ma lo fai solo perché ci tieni–
“Buongiorno,” dice Manuel, piano, senza spostarsi dallo stipite.
Simone si interrompe bruscamente, ma non sobbalza, come se in qualche modo si aspettasse di trovarlo lì, sulla soglia della porta, come se a legarli insieme fossero mille fili invisibili che si tendono con la distanza. Si volta nella sua direzione, e gli angoli delle labbra gli si piegano in uno di quei sorrisi delicati e intimi che riserva solo per lui. Ha il volto ancora un po’ arrossato per via del sole che ha preso nelle ultime settimane, e le lentiggini dorate ormai gli ricoprono gli zigomi, il naso, la fronte.
L’estate gli ha donato una luminosità nuova. È bellissimo, e pieno di vita.
Manuel pensa che è così che dovrebbe essere, sempre.
“Ciao,” replica. Il sorriso gli si allarga e Manuel sente qualcosa – quella tenerezza familiare che gli strappa il respiro – agitarsi nel petto. “Da quanto sei lì?”
Scrolla le spalle. Da una vita, da un secondo. Chi può dirlo? La luce del sole entra in raggi dorati dalla finestra e il tempo sembra contrarsi e allungarsi attorno a loro come in un sogno. A Manuel sembra, al tempo stesso, di essere qui da un’eternità e da una frazione di attimo.
Ripensa alla sera prima, quando hanno imboccato il vialetto che portava alla villa mentre il tramonto si stava accendendo attorno a loro in un’esplosione rosso-aranciata. Alla naturalezza del petto di Simone premuto contro la sua schiena, alla certezza delle sue braccia attorno alla sua vita, e al calore delle sue mani posate all’altezza del suo cuore, come a sentirlo battere frenetico sotto il suo palmo. Ripensa a come ha osservato Simone scendere dalla sua moto con lentezza, quasi come se non volesse separarsi da lui, restituirgli il casco, aggiustarsi appena i capelli appiattiti e sistemarsi meglio lo zaino sulla spalla.
Aveva esitato sulla soglia della veranda. L’aria salmastra gli era rimasta un po’ incollata addosso, gli aveva reso i ricci più gonfi e crespi e gli aveva arrossato le guance, e Manuel aveva pensato distrattamente che era lontanissimo dal ragazzo taciturno e arrabbiato che aveva conosciuto il primo giorno di scuola appena un anno prima, con le camicie abbottonate fino all’ultimo bottone, i capelli sempre in ordine e le sopracciglia perennemente corrugate, e che invece ora era imperfetto e bellissimo mentre imparava a permettersi di vivere, e Manuel lo amava.
L’eco della canzone che Simone aveva canticchiato spesso negli ultumi giorni gli era risuonata nella testa per qualche istante. Come la vedi stasera da te, che sei la cosa più chiara che c’è?
Posso resta’ a dormi’? , aveva chiesto.
Non si era neanche reso conto di averlo fatto, troppo preso a guardarlo nella luce soffusa del tramonto per accorgersi di qualsiasi altra cosa che non fosse Simone Balestra.
Simone aveva inclinato la testa, gli aveva rivolto uno di quei sorrisi allo stesso tempo dolci e divertiti. Devi chiedere?
E Manuel avrebbe voluto rispondergli che sì, doveva chiedere, ché si era preso troppe libertà con lui e non si era mai fermato a chiedergli il permesso, e non voleva farlo più, non voleva essere più quella persona che prende, e prende e prende senza mai offrire niente in cambio, e fa a pezzi perché non ha mai imparato altro. Voleva rimetterlo insieme, invece; fare le cose per bene; trattarlo con la cura che meritava, e camminare al suo passo, proprio come Simone aveva accettato di camminare al suo per tutto questo tempo, dandogli il tempo per capirsi e poi ritornare da lui.
Voleva essere, in definitiva, la persona che poteva meritare Simone Balestra.
Invece, aveva alzato una spalla. Aveva incrociato lo sguardo di Simone, e vi aveva letto una comprensione che faceva ancora fatica ad accettare, e aveva capito che Simone lo sapeva, anche se Manuel non l’aveva mai messo in parole.
Volevo esse’ sicuro.
Simone aveva riso. Piccole rughe si erano dipinte ai lati dei suoi occhi, addolcite dalla luce del tramonto.
Puoi restare, aveva detto. Poi, si era allungato appena, aveva sfiorato la mano di Manuel con la punta delle dita, in maniera lieve, ma non esitante, come se il tempo per le domande fosse passato da un po’ e lo avessero capito entrambi. Aveva alzato lo sguardo, cercato il suo. Gli occhi erano enormi, e limpidi, e Manuel non vi aveva letto paura o incertezza. Solo una trepidazione dolce, e un po’ confusa. Puoi fare quello che vuoi, Manuel.
Sì?
I ricci increspati dall’acqua di mare e dal vento erano rimbalzati sulla sua fronte quando Simone aveva annuito. Sì.
L’aveva baciato, allora.
Simone non aveva aspettato neanche un secondo prima di ridere contro le sue labbra, portare entrambe le mani sul suo viso, e baciarlo a sua volta.
Per qualche attimo, c’era stato solo quello. La luce rossa del tramonto dietro le sue palpebre, e le labbra di Simone sulle sue, ed era stato come tornare indietro nel tempo solo per rifare tutto per bene questa volta, come far ripartire un film da dove si era interrotto e dargli finalmente il giusto finale. L’aveva baciato piano, lento, una mano dietro la sua nuca e l’altra che stringeva il tessuto della sua t-shirt in un pugno, e non l’aveva lasciato andare come l’ultima volta, non era scappato via, non aveva rovinato tutto. Invece, aveva riso – una risata euforica e annacquata al tempo stesso, come se fosse sul punto di piangere e non se ne fosse reso conto –, e l’aveva baciato ancora, e ancora, e ancora. Simone profumava ancora di mare, e la sua pelle era calda quando Manuel aveva fatto scivolare le sue dita sotto il tessuto leggero della sua maglietta e gli aveva accarezzato il fianco.
Era stato dolce, e bello, e un po’ impacciato. Simone l’aveva baciato a lungo; all’inizio con la stessa lentezza di Manuel, e poi con una frenesia tenera e impaziente, come se avesse atteso questo momento per tanto, troppo tempo, e non volesse aspettare neanche un secondo in più. Aveva lasciato scorrere le sue mani lungo il suo collo, attorcigliato le sue dita nei ricci disordinati alla base della sua nuca, tracciato la linea della sua spina dorsale con la punta delle dita. Manuel si era sentito piacevolmente docile sotto il suo tocco, e aveva sospirato contro la sua bocca quando Simone aveva mordicchiato gentilmente il suo labbro inferiore.
Poi, Simone si era scostato per riprendere fiato, aveva posato la fronte contro la sua, aveva riso. Gli occhi erano grandi, e un po’ lucidi, e le labbra erano rosse per i baci.
Ti va di–
Sì, aveva replicato Manuel, senza dargli neppure il tempo di terminare la frase. Aveva strappato l’ennesimo bacio alle sue labbra. Sì, mi va.
Simone aveva riso di nuovo, aperto la porta-finestra della veranda con poca attenzione, se l’era trascinato dentro per la canotta senza smettere di baciarlo neppure per un secondo. Avevano lasciato cadere i loro zaini sporchi di sabbia nell’ingresso senza curarsi delle probabili lamentele di Dante o di Virginia – fortunatamente assenti – il giorno dopo, e avevano impiegato almeno dieci minuti per salire le scale, rischiando di perdere l’equilibrio almeno un paio di volte e lasciandosi dietro una scia di vestiti. La risata di Simone aveva riempito ogni angolo della sua stanza quando erano caduti in maniera maldestra tra le lenzuola ordinate e prive di pieghe del suo letto, e Manuel l’aveva baciata via, e l’aveva sentita esplodere tra le sue stesse costole.
Non si era mai sentito così felice e leggero, prima di allora.
“Da un po’,” replica, ora, osservando Simone mentre se ne sta in piedi nella sua cucina a controllare il caffè, in una scena perfettamente ordinaria e per questo ancora più bella. Non riesce a smettere di sorridere, né a risentirsene. Invece, inarca le sopracciglia, inclina la testa, e aggiunge, “Abbastanza a lungo da capi’ che fa’ il cantante non è roba pe’ te.”
Simone ride, piano, senza imbarazzo, stringendosi nelle spalle, come se la sua risata fosse un segreto che vuole condividere solo con Manuel. Piccole rughe si formano ai lati degli occhi quando li strizza e il sorriso che gli riserva è il suo preferito – quello che non ha più niente di spento o di trattenuto o di smorzato, e tutto, invece, di Simone Balestra . Gli fa comparire le fossette sulle guance e mette in mostra quello spazietto tra i denti che Simone detesta, ma che Manuel adora.
“Stronzo.”
Lo strofinaccio che Simone stava reggendo tra le mani gli arriva in faccia, e Manuel deve mordersi le labbra per soffocare la risata divertita che minaccia di spaccargli il volto mentre lo afferra.
“Sincero,” ribatte, mettendo su la sua solita faccia da schiaffi. “Metti che te facevi delle illusioni in proposito, qualcuno te doveva ridimensiona’.”
L’angolo delle labbra di Simone si solleva in un sorrisetto storto. “Mettila come vuoi, sempre stronzo rimani.”
Lo raggiunge davanti alla cucina, lascia sul bancone lo strofinaccio che Simone gli ha lanciato qualche secondo fa, e si appoggia con una mano al ripiano in legno, mentre l’altra si posa con delicatezza sul fianco di Simone, e gli accarezza la pelle al di sopra del tessuto leggero della t-shirt che deve aver indossato quando si è alzato dal letto. È semplice scivolare in questa familiarità – a Manuel sembra che abbiano fatto questo per una vita intera e non per meno di ventiquattro ore, e dovrebbe stupirlo, forse, la facilità con cui il suo corpo sembra gravitare verso quello di Simone, ma non lo stupisce realmente. Gli sembra naturale e semplice, e gli piace che lo sia.
Gli piace che Simone abbia il potere di rendere tutto chiaro semplicemente esistendo.
“A me me pare che ‘sto stronzo te piace, però,” sussurra, inclinando appena la testa e facendosi più vicino. “E, com’era, pure parecchio? ”
Simone ride, getta un po’ la testa indietro. Così da vicino, Manuel può sentire la sua risata vibrare contro il suo petto, ed è così piacevole che pensa potrebbe rimanere qui per sempre senza lamentarsene neppure per un secondo.
“Sei un cretino.”
“Che te devo di’, hai scelto tu de abbracciarte ‘sta croce.”
“Coglione io, infatti.” La mano di Simone sfiora la sua spalla, scivola lungo il suo braccio e si posa sul suo fianco. Stringe tra le sue dita l’orlo della t-shirt che ha addosso, corruga appena le sopracciglia. “Ma questa è la mia maglia.”
“Non più, me dispiace.”
Sa che Simone sta per dire qualcosa – forse per protestare, forse per ricordargli che non può continuare a rubare dal suo guardaroba e restare impunito – ma non gliene dà il tempo, perché si sporge appena e lo bacia, piano. La luce del sole filtra in raggi dorati attraverso la tenda che ricopre la finestra, e Manuel si sente un po’ come se la stessa calma irreale in cui sembra avvolta la cucina si fosse annidata sotto la sua pelle, tra le sue costole. Simone sorride contro le sue labbra e porta entrambe le mani sui suoi fianchi per attirarlo a sé, ed è dolce e lento e sembra durare un’eternità. Questo , Manuel pensa, mentre la sua mano sale verso il volto di Simone e si posa sulla sua nuca, il pollice che carezza delicatamente l’incavo della sua gola, questo sarebbe dovuto essere il primo bacio. Così sarebbe dovuta andare.
Non sa quanto tempo passino a baciarsi nella luce dorata del mattino – forse pochi minuti, forse una vita intera. È il borbottio della moka che invade la stanza, però, a farli tornare alla realtà.
“Cazzo,” sussurra Simone, contro le sue labbra, allontanandosi giusto il necessario per parlare. “Il caffè.”
Manuel emette un suono un po’ lamentoso per cui, in un’altra occasione, si sarebbe vergognato, e stringe la presa sul fianco di Simone.
“T’ho mai detto che mi piace tantissimo bruciato?”
Simone, in tutta risposta, preme una risata contro la sua bocca, poi si scosta. “Beh. A me no,” annuncia, prima di lasciarlo andare.
Lo guarda controllare la moka, spegnere il gas, recuperare lo strofinaccio e afferrare il manico della caffettiera, arricciando appena il naso quando il calore gli scalda ugualmente il palmo. Versa il caffè nelle tazzine che Manuel si affretta a prendere dal mobiletto sopra il fornello e a passargli, poi, senza neppure fermarsi a pensarci, rovescia due abbondanti cucchiaini di zucchero in una delle due tazzine, gira il caffè con gesti attenti per evitare che trabocchi, e gliela passa.
Manuel la afferra senza neanche guardarla. La ceramica è calda contro il suo palmo, e gli scotta un po’ la pelle, ma non ci fa caso. Si limita ad osservare Simone – i capelli disordinati, la maglia stropicciata, il taglietto quasi rimarginato sulla mandibola che deve essersi procurato mentre si faceva la barba. Sta girando il suo caffè – benché lo prenda amaro, come la persona chiaramente squilibrata che è – e un raggio di sole gli illumina il volto, facendo risaltare la cicatrice sulla sua tempia, e le imperfezioni del suo viso.
Dice, piano, senza rendersene conto, “Sono innamorato di te.”
Simone alza lo sguardo dalla sua tazzina di caffè. I suoi occhi sono enormi, ma non sorpresi.
L’angolo delle labbra gli si piega in un piccolo sorriso. “Sì?”
Annuisce, con una calma surreale. Non si sente nervoso o vulnerabile – al contrario, si sente stranamente euforico, come se una gioia nuova gli fosse scoppiata improvvisamente nella gabbia toracica.
“Sì,” replica. Alza una spalla, con una tranquillità surreale. “Me pareva giusto che lo sapessi.”
La risata di Simone rimbalza contro le mura della cucina, riempie ogni angolo della stanza. È un suono caldo, e per nulla trattenuto, ed è piacevole pensare che è stato lui a farlo ridere così, a renderlo felice.
Gli sembra la cosa migliore che abbia fatto con la sua vita fino ad ora.
“Bene.” Simone gli sorride, inclina un po’ la testa per studiarlo. Dice, con la naturalezza di sempre, “Perché anche io sono innamorato di te.”
Un venticello leggero li accoglie quando si siedono in veranda per fare colazione. L’estate sta già finendo, in quel modo lento e un po’ malinconico in cui finiscono le cose belle, e il resto della loro vita li aspetta da lì a qualche settimana, con le sue difficoltà, i suoi momenti grigi, e le sue storture. Manuel si siede accanto a Simone, lo prende in giro per la sua predilezione per il caffè amaro, e gli ruba un pezzo di nastrina.
Tutto gli sembra semplice e chiaro. È una bellissima giornata di sole, ha diciotto anni, è innamorato di Simone e Simone è innamorato di lui.
La vita non gli è mai apparsa così leggera.
