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put out the fire (with gasoline)

Summary:

Il microonde nuovo di Manuel prende fuoco, perché l'universo chiaramente lo odia. O forse no.

Notes:

scusate lo spam, scrivere scemenze mi distrae dalla tortura che è la vita :')

Work Text:

“Devi assolutamente prende’ questo.”

 

“Mo n’esageriamo Chi, alla fine ‘no stipendio da ‘nsegnante c’ho.” 

 

Chicca gli da uno spintone, facendogli il verso. “Stipendio da ‘nsegnante c’ho. Ma se stai in affitto ai Parioli!”


“Non so e’ Parioli!”

 

“Si che so’ e’ Parioli!” 

 

“È più ar confine coi Parioli!” 

 

Una signora riesce a scansare per un soffio il carrello che si tirano tra di loro ad ogni stoccata; Chicca lo tira definitivamente dal suo lato, intrappolando Manuel tra il carrello e l’esposizione di microonde. “Te sei trasferito in una delle case de Virginia Villa.” 

 

“Si, che ha messo a poco al mese pe’ miracolo e io so’ stato fortunato a trovarla pe’ primo. Fortunato,” ripete con enfasi, districandosi dall’essere intrappolato per tornare dietro al carrello e accanto a  Chicca. “No’ ricco.” 

 

Lei lo scruta per qualche secondo, poi alza il naso all’insù e torna a guardare i microonde. “Sempe ai Parioli stai. E mo’ te fai fortunato di nuovo e te pigli ‘n microonde.” 

 

“Ai confini de’ Parioli. E perché me devo piglià er microonde nuovo? Mamma me lascia er nostro de casa.”

 

"Perché quel microonde è più vecchio de te e Anita messi insieme e te meriti un microonde nuovo?”

 

“Ma funziona ancora!” 

 

“Scalda a due all’ora Manuè, pigliate er microonde. Te meriti cose bone.”

 

Manuel si morde il labbro, e ripensa a tutte le volte che lui e sua madre avevano finito per combinare disastri facendo i popcorn in padella perché il loro vecchio microonde giallo di terza mano si rifiutava di cooperare. Te meriti cose bone. Chicca sta già facendo spazio nel carrello spostando la lampada da lettura e la piccola cassa bluetooth a forma di rana che aveva preso. Magari è vero, pensa. Forse questo può essere un modo per combattere il secolare senso di colpa che gli faceva salire un po’ di panico ogni volta che comprava qualcosa. Forse se compra qualcosa non cadrà il mondo domani costringendolo ad arrovellarsi sul perché cazzo hai comprato er microonde, cojone, a quest’ora quei sordi servivano a altro.

 

“Se va bene magari risparmio n’altro po’ e tra ‘n paio de’ mesi riesco a prendenne uno pure a mamma.”

 

Chicca sorride raggiante, una piega compiaciuta all’angolo destro della bocca. “Daje. E Mo aiutame a prende’ sto coso, pesa ‘n quintale.”

 

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Quel te meriti cose bone sta girando in loop nel suo cervello da quando ha pensato, ma si, famose du popcorn; da quando aveva smanettato col tastierino elettronico del microonde; da quando aveva messo nello sportello il pacchetto di granoturco da scoppiare, s’era appoggiato un attimo al tavolo della cucina scorrendo Netflix sul cellulare per trovare qualcosa da guardare e aveva iniziato a sentire qualche scoppiettio sospetto; da quando aveva distrattamente notato una luce arancione con la coda dell’occhio illuminare la cucina con un tranquillo avvampare e da quando era scattato immediatamente in avanti lasciando cadere il cellulare, mosso da un panico ovattato come un dente di leone soffiatogli dritto in faccia.

 

“Cazzo!” 

 

Il beep beep del microonde sembra prenderlo in giro, un monotono sottofondo mentre prima prende un bicchiere per riempirlo d’acqua, nel mentre prova a prendere uno straccio per spegnere la fiamma che- avvampa improvvisamente e attacca alla tenda gialla a pois della finestra appena sopra il lavandino. 

 

“Ma li mortacci tua, seriamente-” 

 

La puzza di bruciato gli va giù nei polmoni e tossisce forte per liberarsene, ma il fumo è più veloce di lui col bicchiere e lo straccio, e sale su fino al soffitto. 

 

“Dio santissimo ma che t’avrò fatto de male-” lascia cadere il bicchiere nel lavandino e prende la prima cosa più grande che gli capita a tiro per poter avere più acqua da lanciare sul fuoco. Al beep beep sempre più distorto del microonde si aggiunge un beep più forte e continuo che lo fa saltare, facendolo accorgere di quanto veloce gli stia andando il cuore. 

 

Guarda in alto; è scattato l’allarme antincendio e il piccolo display bianco proprio sopra il frigo lampeggia trillante. Tra il cuore in gola, i polmoni in fiamme, le fiamme vere davanti a lui e il sibilo nelle orecchie, mentre Manuel è imbambolato gli pare di sentire di nuovo la spiegazione di Virginia durante il primo tour della casa; gli aveva indicato il piccolo rettangolo bianco prima ancora che gli chiedesse cosa fosse.  “Quando mi fermavo più spesso qui fino a qualche tempo fa, mio nipote ha insistito tanto per installarlo. Avverte automaticamente i pompieri- sai, lui è un pompiere! Fresco fresco di addestramento, dovrei farvi conoscere-”

 

“Li morta-” Manuel urla quando due forti colpi suonano alla porta, e continuano sempre più insistenti ad ogni secondo che passa. 

 

“Pompieri!” Gridano più voci, ma Manuel non riesce a muoversi. “Pompieri! C’è nessuno?”

 

Cerca in tutti i modi di correre alla porta, ma quando fa per guardarsi le gambe si accorge della mano che si sta stringendo al petto e del sudore sulla fronte nonostante il calore avvampante. “Si!” riesce a spiccicare parola per grazia della Madonna ma non sa se lo hanno effettivamente senti- 

 

Non riesce a trattenere un altro colpo di tosse, e quando riapre gli occhi un po’ lacrimanti per il fumo si vede correre incontro tre pompieri, estintori alla mano. 

 

“Si sposti!”

 

“Attenzione!”

 

Uno dei tre lo spinge via tirandolo a sé, cingendogli la vita con un braccio; non lo lascia andare, e Manuel gli si aggrappa di riflesso. Sente il suo petto vibrare anche attraverso il giaccone pesante dell’uniforme quando attacca a rassicurarlo con una catena di “Va tutto bene, stia tranquillo,” e il tempo di una, due, tre gettate d’estintore dei due pompieri che si sono buttati avanti, ed è tutto finito. 

 

Un pezzo bruciato della tenda cade per terra nel mezzo dell’immediato silenzio di sollievo una volta sparite le fiamme, e Manuel sente tutta l’adrenalina lasciare ogni fibra del suo corpo di colpo; sarebbe caduto dritto per terra se il braccio intorno a lui non l’avesse stretto più forte, tenendolo su. 

 

“Mattè, ce la fai a spegnere l’allarme?”

 

“Ce penso io, te concentrate sul tuo cargo.”

 

“Ma che sarei io er cargo?” La voce di Manuel è un po’ rauca, ma sortisce l’effetto desiderato di trasmettere profonda indignazione; una risata generale da parte dei pompieri spezza l’ultimo filo di tensione rimasta, e mentre uno fa leva sul bancone della cucina per spegnere l’allarme, un altro sposta via gli estintori ed apre la finestra per far fuggire via il fumo. 

 

“Proprio lei, er nostro Simone qua la sta a tenere come n’ gattino salvato da ‘n albero.”

 

Manuel gli lancia l’occhiata più torva che riesce a caricare nonostante sia rimasto senza un filo di batterie. “M’avete chiamato cargo e gattino, penso me potete dare pure del tu.”

 

“Ti abbiamo anche spento un principio di incendio in casa,” intona scherzoso il pompiere vicino alla finestra. Sta raccogliendo pezzi di tenda mente si assicura che il fumo stia uscendo quanto più velocemente possibile. Manuel alza la mano in segno di ringraziamento.

 

“Anche quello.” Quando riporta la mano giù colpisce di nuovo il braccio che ha ancora intorno al corpo; gli viene istintivo stringere le dita attorno a quell’avambraccio apparentemente di ferro che non accenna a mollarlo. “Uhm.”

 

Manuel fa per voltarsi e guardare su per dare una faccia a quel braccio, e due cose succedono contemporaneamente: il pompiere fa per togliersi il casco di protezione e Manuel assiste alla cascata di ricci più dipinti che abbia mai visto riempire il viso più dipinto che abbia mai visto, uno di quei quadri che definiscono la carriera, la vita intera di un artista divino e ha distintamente l’impressione che quando riapre gli occhi dopo aver sbattuto rapide le palpebre, tutto si colori di una patina soffusa, manco Chicca c’avesse schiaffato su qualche filtro che potrebbe benissimamente chiamarsi dreamy <3; Manuel arriva ad appoggiare la nuca sulla sua spalla, e quando il sorriso del pompiere assume un ché di timido oltre che rassicurante, a Manuel tremano le gambe e si sente cadere. Di nuovo.

 

Il pompiere lascia andare il casco con un tonfo sordo e questa volta lo prende con entrambe le braccia, girandolo di un centimetro più di lato, facendo sì che Manuel appoggi una mano sul suo petto.  “Madonna.” 

 

“Se chiama Simone, ‘a Madonna ancora ‘a dovemo vedè.” 

 

“Eh?” Manuel sta solo cercando di capire se l’adrenalina possa causare allucinazioni ma quando registra il tono divertito del pompiere arrampicato sul suo frigo e vede due schiocche rosse salire rapide su quelle guance perfettamente scolpite che ha davanti, avvampa di riflesso, cercando mestamente di liberare il pompiere- Simone, ripete il suo cervello tornato online, dal suo peso. 

 

“Ah- scusa, scusame, grazie per- prima e- aspè che me sposto, te sarò de peso-”

 

“Non t’ho mica chiamato cargo io.” 

 

“O’ vuoi chiamà gattino però?”

 

“Accanna, Mattè.” 

 

Simone non guarda mai da qualche altra parte che non siano i suoi occhi durante quello scambio e onestamente, chi è Manuel per non imitarlo e non continuare a fissarlo di risposta se non un bersaglio dei continui scherni dell’universo. Dar microonde in fiamme a esse’ n’idiota davanti all’uomo più bello che abbia mai visto che ha pure contribuito a sarvarte vita e casa è veramente n’attimo. Parlando di attimo-

 

“Oh,” esclama, e sente un po’ di forza ritornargli nelle gambe man mano che la paura rimasta inizia a scemare e l’adrenalina ad assestarsi. “Ma che stavate dietro l’angolo? Quanto tempo è passato?”

 

“Ti vuoi sedere? Magari bevi un po’ d’acqua, parliamo meglio.” Manuel non sa se sente effettivamente due pollici girargli lenti sui fianchi visti i guanti spessi dell’uniforme o se sta semplicemente veramente allucinando; nel dubbio annuisce, un po’ in trance.

 

“No- cioè si, va bene, sedemose.” 

 

“Okay.”

 

“Okay.”

 

Da un posto lontano del suo cervello torna piano alla carica la voce di Chicca che gli ripete convinta, te meriti cose bone. Ora, è vero che Manuel stava per perdere la casa per cui aveva risparmiato tanto per avere per sé, è vero che il microonde aveva preso fuoco, è vero che la tenda gialla a pois era a pezzi sul pavimento, però forse-

 

“Per sedervi dovreste staccarvi.” 

 

“Pin, me sa che devi ripeterglielo.”

 

Manuel e Simone si girano di scatto in contemporanea verso gli altri due, uno intento a scendere dal frigo e l’altro ad avvicinarsi a loro, verso il tavolo, spostando una delle sedie e girandola verso Manuel. 

 

“A-c-c-a-n-n-a-t-e,” scandisce Simone, allentando la presa intorno Manuel, che sospira alla perdita di contatto; perdita che non dura molto, perché apparentemente è ancora un po’ debole visto il modo in cui esita per un attimo, e Simone gli preme un palmo sulla schiena per guidarlo alla sedia. Manuel ci si butta, finalmente leggero del peso del suo corpo intriso di panico. 

 

Simone gli si siede di fronte, mentre Pin si appoggia al bordo del tavolo e Matteo al bancone della cucina. “La caserma non è lontana da qui, però noi eravamo in giro- ci hanno riferito subito l’allarme perché eravamo i più vicini.” 

 

“E mi- mi avete sentito, prima?”

 

“Simone pensava de avè sentito qualcuno, ma saremmo entrati ‘o stesso.”

 

“E come siete entrati senza sfondà ‘a porta?”

 

Simone si sfrega una mano sul collo, imbarazzato. “Chiave d’emergenza sotto la pianta che c'è fuori. Devo averla lasciata cadere da qualche parte vicino l’entrata.”

 

“Grazie, veramente.” Manuel ripete, sfregandosi le mani. All’improvviso una mantella di brividi si posa sulla sua pelle, una folata di freddo che gli sfiora le ossa finita nel tremolio delle sue mani. “No’ so manco com’è successo, stavo a fa ‘e popcorn.” 

 

“Non c’è sta er programma pe’ popcorn?”

 

“Cortocircuito,” interviene Pin, girando un affare bruciato tra le mani guantate per farglielo vedere. “È saltato il fusibile, la fiamma si è propagata attorno al microonde e poi ha preso la tenda.” 

 

"Letteralmente volevo solo du’ popcorn. No’ ce sto a credere. Du’ settimane fa l’ho preso sto microonde.” 

 

Matteo fa un fischio lungo. “Ammazza, ao. C’hai ‘a garanzia? Rimborso coi fiocchi, fratè.” 

 

Manuel si passa una mano in faccia, poi anche l’altra per buona misura. Sente un tocco cauto sulla spalla e si scopre gli occhi per vedere Simone osservarlo attentamente. 

 

“Manuel, giusto? C’era Manuel Ferro scritto sul campanello.” Manuel annuisce, girandosi poi verso Matteo quando agita una mano in segno di saluto. “Io so Matteo, e lui Pin.” 

 

“E io Simone. Manuel, è tutto okay. È finita.” Manuel è confuso finché si rende conto che Simone deve aver notato le mani che gli tremano; le stringe a pugni e scuote la testa.

 

“Si, si- sto bene, mo passa. Ho avuto- paura. Un po’. Me so bloccato.” 

 

“È totalmente normale, è una cosa che fa paura. Stai scaricando l’adrenalina ora, è tutto apposto.” Simone gli tende entrambe le mani, e Manuel non esita neanche un attimo a stringergliele, i guanti ruvidi un’ancora alla realtà. Tutto sta tornando pian piano ad essere nitido; nota con sollievo che il beep acuto dell’allarme antincendio ha smesso di urlare, restano solo rimasugli di fumo e Pin gli ha messo davanti un bicchiere d’acqua. Appena lo vede tossisce di nuovo e lascia andare una delle mani di Simone per buttare giù un sorso. 

 

Aggrotta le sopracciglia e torna a tenere la mano a Simone. “Ma che nome è Pin, scusate?” 

 

Ridono tutti e tre e Pin si indica con un pollice. “Soprannome.” 

 

“Stavamo tutt’e tre al liceo assieme, sempe così l’avemo chiamato.” 

 

Pin da un gomitata a Matteo, indicandogli quello che rimane del microonde. Cerca di tirargli un occhiolino ma batte entrambi gli occhi contemporaneamente. “Aiutami col microonde, Mattè. Lo smaltiamo noi.” 

 

“Ma scusa te non riesci- oh! E fa male!” Pin gli tira un'altra gomitata e inclina la testa un po’ verso Manuel e Simone. Matteo allarga gli occhi quando intende l’intento e risponde a voce alta, “T’aiuto, t’aiuto, vedemo n’ po’ che è rimasto.” 

 

Simone sta scuotendo la testa, e i ricci rimbalzano leggermente quando Manuel dice sarcastico, “Simpatici.” 

 

“Fanno sganascià. Come va? Un po’ meglio?” 

 

“Si, davvero, va meglio. Ho solo bisogno de piagne pe’ du ore su quanto l’universo mi odi.” 

 

“Il rilascio emotivo è positivo in questi casi-” Manuel gli lascia le mani per spintonarlo, un “Ma va, va!” ad accompagnare il colpo. Simone ridacchia, e non dovrebbe assolutamente suonare così adorabile. “È vero! E comunque l’universo non ti odia.” 

 

Simone si toglie un guanto e all’improvviso Manuel si blocca di nuovo quando gli porta una mano alla guancia, tenendogli il mento col palmo e sfregandogli il pollice sotto l’occhio. “Scusa,” dice. Ma scusa de che, sussurrano i pensieri di Manuel sfracellatisi contro il muro del suo cervello; grazie, casomai. “Un po’ di cenere.” 

 

Manuel ingoia a vuoto e fa per parlare, ma desiste quando una voce metallica dal- giubbotto di Simone?- lo precede. 

 

Possibile situazione emergenziale, si richiede rientro in caserma-” 

 

La stessa identica voce si unisce al coro dalla direzione di Matteo e Pin, e tutti e tre fanno per raggiungere la radio che hanno sotto il giaccone attaccata alla cintura. Simone sospira e Matteo allarga le braccia, come a dirgli che ce vuoi fa, zì. 

 

“Devi- dovete andare,” dice Manuel, e si stupisce di quanto la sua voce suoni piccola. Mamma non portarmi via il mio bellissimo pompiere di supporto emotivo. 

 

“Si,” e non sa se immagina la nota di disappunto nella risposta di Simone. “Però vorrei- cioè, sai che qui abitava mia-” 

 

Richiesto rientro immediato in caserma, richiesto rientro immediato di tutte le vetture-”  

 

Manuel appoggia una mano su quella che Simone ha ancora sul suo viso, portandola giù. “Dovete annà, qualcun altro avrà bisogno de voi. Non te preoccupà.”

 

“Manuè, è stato ’n piacere anche se le circostanze non delle migliori.”  Matteo gli batte una mano sulla spalla, e Pin gli sorride, la carcassa del microonde sotto braccio. “Ricorda il rimborso.” 

 

Manuel ride. “Sicuramente non me scordo.” 

 

“Stai bene, sicuro?” Simone si alza trascinandolo a fare lo stesso, incamminandosi verso la porta. 

 

“Sicuro. Screzi con l’universo a parte.” 

 

Simone schiocca la lingua, riprendendo il casco da terra. “Penso che a me m’abbia fatto un regalo oggi.” Si lascia portare più veloce verso la porta dai colleghi, ma ha il tempo di girarsi e rispondere al suono inquisitore di Manuel. 

 

“M’ha fatto conoscere te.” 

 

Un sorriso disarmante, un oooh! di sottofondo da parte di Matteo e Pin ad accompagnare l’uscita, il tonfo di chiusura della porta, e Manuel si trova lì: fermo davanti all’entrata, la macchia del microonde bruciato sul suo tavolino d’appoggio e una tenda ancora più bruciata a pezzi sul pavimento in cucina. Eppure è sicuro di aver appena incontrato l’amore della sua vita, e ne sente ancora l’impronta della mano sulla guancia.

 

“Madonna santa.”

 

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“M’ha fatto conoscere te.” 

 

“Io te lo giuro, se non accanni-”

 

“Sei te che l’hai detto, che voi da me!”

 

“Che accanni! Lo sto ripetendo da tre giorni, accanna Mattè!”

 

“Appunto, tre giorni che t’è sceso ‘n fronte Cupido in persona co quegli occhi da pesce lesso che c’avevi e ancora non hai fatto niente! Agisci!

 

“Ma te pare che me posso presentà fuori casa sua così, dal nulla?”

 

“Giudicando il modo in cui ti guardava anche lui, direi di si.”



Simone fissa Pin che per tutta risposta continua a giocherellare con i guanti ignifughi. “Tu da che parte stai?”

 

“Dalla parte in cui si mette fine a questa tortura e chiedi a Manuel di uscire.” 

 

“Ma non posso!”

 

“Ah, però puoi chiamà tu nonna pe’ fatte dì l’anagrafica completa del suo affittuario?”

 

“Che centra, volevo vedere se l’aveva sentito e se sapeva che stava bene! Io-” Simone fa cadere le spalle, sedendosi sulla sedia più vicina a lui. Aspetta che la sua ultima esclamazione smetta di rimbombare nel garage della caserma e aggiunge, “Mi arrendo.” 

 

“Ecco,” riprende Matteo, girandogli intorno. “Ammetti che sei caduto in amore nel giro de quei tre secondi.”

 

Pin sbuffa. “Caduto in amore, ma come parli.” 

 

“Nonna dice che Manuel insegna filosofia all’università.” Simone sospira, ignorando completamente gli altri due. Appoggia il mento su una mano e guarda in lontananza.  “Ha un anno più di me, gli piace il giallo e ha chiesto a nonna se poteva tenere un gatto, perché ha sempre voluto un gatto.” 

 

C’è un secondo di silenzio in cui Matteo semplicemente lo indica con una mano. “A’ senti l’aria sognante?”

 

“Hai ragione, caduto in amore è adatto.” 

 

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Chicca lo guarda seria. “Damo foco a qualche altra cosa.”

 

“Ma che te sei ‘n pazzita? È ‘n miracolo che Virginia è ‘na santa e non m’ha fatto problemi pe’ a’ macchia de fumo sul soffitto!”

 

“Può essere che er pompiere tuo corre di nuovo qua e me fa scende’ da questa croce che è sopporta’ e’ sospiri tuoi!” 

 

“Ammazza oh, scusa se te racconto dell’amore de ‘a vita mia!” 

 

“Raccontamelo, invitame al matrimonio, famme fa da testimone e da madrina ai fiji vostri- perché sarà meglio che so ‘a madrina,” gli punta un dito minaccioso contro prima di continuare; Manuel guarda in alto cercando pietà. “Ma famo qualcosa pe’ farle succedere ste cose!”

 

Manuel le passa un’altra spugnetta; sono entrambi intenti a cercare di togliere la macchia bruciata lasciata dal microonde sul suo tavolino. “Ma te pare che me posso presentà così dal nulla alla caserma de’ pompieri più vicina a chiede dell’omo più bello che tengono?” 

 

Chicca sbuffa con un sonoro, “Uffà, Manuè, quello t’ha tenuto praticamente in grembo tutto il tempo, penso proprio che aspetta solo che te presenti davanti a lui.” 

 

“Seh,” Manuel sfrega la macchia più forte. “Non l’hai visto, Chì, era perfetto. Perfetto. Che ce farebbe co’ uno come me?” 

 

Chicca si toglie i guanti di plastica gialli per prendergli la faccia tra le mani e girarlo verso di lei. “Intendi co’ uno bello come er sole che se fa ‘n mazzo tanto, è responsabile, e quando te vole bene te da er core?” 

 

“Sei contrattualmente obbligata a dì ste cose, sei ‘a migliore amica mia.” 

 

“Perché ho sale in zucca. E pure er pompiere belloccio tuo che s’è ‘nnamorato nel tempo de un piccolo incendio.” 

 

“Me piace che rimarchi il “piccolo” ogni volta perché er microonde te l’hai voluto.” 

 

“Veramente piccolo, ‘n inezia.” Manuel scoppia a ridere al tono sicuro di Chicca, poggiandosi contro la sua spalla. Fa per prendere aria e sospirare, ma lei lo blocca. 

 

“Non sospirà. E poi scusa, Virginia ha detto che hai conosciuto suo nipote, no?”

 

“Si, ma ar telefono non m’ha detto il nome.” 

 

“Chiediamoglielo, vedemo se ce dice co’ sicurezza dove sta ‘a caserma.” 

 

Manuel ripensa a quei ricci, a quel sorriso, a quelle mani grandi piene di attenzioni. Guarda Chicca e poi la finestra, un tonfo al cuore invece di un sospiro per evitare di prendersi uno spintone dalla sua migliore amica.

 

“Ce penso. Vediamo domani, và.”

 

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Manuel fa avanti e indietro dietro al divano, telefono stretto in mano contro la guancia. Te pare che posso mai chiamà a Virginia Villa per chiederle del nipote, Manuè smettila.

 

Era stata proprio Virginia a chiamare Manuel prima che lui potesse avvertirla di quello che era successo e della macchia di fumo sul soffitto; era suonata sollevata al telefono, citando quanto fosse “grata che c’era mio nipote lì, meno male che è tutto andato per il meglio, tesoro!”

 

Era stata fin troppo comprensiva, Mica me posso mette a chiederle come stalkerizzà er nipote pe' capì dove lavora-

 

Il trillo del campanello non interrompe i suoi pensieri e Manuel si avvia distrattamente verso la porta; ci sarà sicuramente Chicca ad aspettarlo dall’altro lato per costringerlo a chiamare Virginia. 

 

“Ho deciso, non- uh.” 

 

Manuel per poco rischia di darsi la porta in faccia lasciandola andare, corpo istantaneamente fuori dal suo controllo quando registra l’armadio dal volto angelico che si trova davanti, una busta di plastica in mano ed espressione a metà tra l’apprensivo e lo speranzoso; Manuel nota la linea delle sue spalle, questa volta non nascoste dal giubbotto pesante dell’uniforme e chiude la bocca aperta che neanche s’era accorto di avere, cercando di emettere un qualsiasi suono. “Uh,” ripete, e okay, magari non qualsiasi suono.

 

“C-ciao Manuel, scusa- sono-”

 

“Simone?” Riesce finalmente a mettere insieme due neuroni in croce, sia mai che Simone pensi di aver bisogno di introduzioni. 

 

Si, Dio, ti sembrerà così strano che sia qui davanti casa tua, scusami non so cosa-”

 

“No, no!” Manuel agita le mani in segno di dissenso. “Nessun scusa, davvero, mi- so- felice de rivederti.” Mamma mì Manuè, ripigliate

 

“Davvero?” È imbarazzante quanto vedere il viso di Simone illuminarsi gli faccia partire il cuore ancora più in quarta, ma ormai Manuel ha accettato il suo destino. Annuisce deciso, forse un po’ troppo deciso quando gli vola qualche riccio davanti agli occhi.

 

“Ti sembrerà ancora più strano, ma questa è casa di- cioè, sei in affitto in casa di mia nonna.” 

 

“Aspè.” Manuel lascia cadere le braccia lungo i fianchi. “Tu sei il nipote de Virginia?”

 

Simone si passa la busta di plastica da una mano all’altra, impacciato. Manuel nota l’anello di metallo che ha sul pollice destro brillare e- okay, non è il momento. “Si, sapevo della chiave d’emergenza perché per un po’ ha abitato qui.”

 

“Pensavo avessi tirato a indovinà.” 

 

Simone ride, e gli nascono delle fossette terribilmente carine sulle guance. Angeli hanno pianto per molto meno. “No, il motivo era più da stalker. L’ho chiamata per sapere come stavi.” 

 

“Te prego, me stavo a torturà per capire quanto fosse da sfigati chiamarla per chiederle con esattezza dov’è la caserma de su’ nipote. Me diceva sempre che voleva presentarmelo, ma non avevo ‘a certezza fossi tu.”

 

Simone fa un passo in avanti, poi un altro, e Manuel si trova con la gola secca a dover alzare la testa un po’ di più ad ogni suo passo per poter continuare a guardarlo negli occhi. 

 

Quando Simone parla di nuovo la sua voce sembra essere scesa di una buona ottava, e Manuel deve smetterla di non riuscire a stare in piedi in sua presenza. 

 

“Me sa che l’universo cercava di dirci qualcosa già da quando hai trovato questa casa.” 

 

Manuel si rifiuta di perire in questo modo; questa volta il passo avanti lo fa lui, ed è a un soffio dall’essere col torace contro quello di Simone. Si alza di un millimetro sulle punte per essere un po’ più in linea con i suoi occhi, e vede benissimo lo sguardo di Simone andare giù verso la sua bocca, che inumidisce un secondo per infierire. Riesce effettivamente a sentire quando Simone trattiene il respiro; il viso gli si fa rosso in un secondo e prima che Manuel possa parlare, si trova con una busta a dividerli e a cercare di trattenere una risata. 

 

“T’ho preso una cosa!” Simone strizza un attimo gli occhi come se si fosse sorpreso del volume della sua stessa voce, spingendogli immediatamente la busta tra le mani. Manuel lascia la confusione prendere il sopravvento e ne sbircia il contenuto.

 

Gli sembra di poter vedere la nuvoletta bianca con su scritto il gasp! che gli sfugge alla vista della tenda gialla perfettamente piegata nella sua confezione trasparente. 

 

“Ho pensato che potesse- farti piacere, insomma, non riesco a smettere di pensare a te, sei la persona più bella che abbia mai visto e volevo darti-” 

 

Manuel questa volta si alza sulle punte finché raggiunge la guancia di Simone, lasciandovi un bacio che invece di schioccare sussurra la sua gratitudine. Quando rimette i piedi a terra deve afferrare lo stipite della porta per non svenire all’accenno di risata che Simone sbuffa incredulo, toccandosi un po’ la guancia. 

 

“Vuoi entrà a darme ‘na mano a metterla alla finestra?” 

 

Simone gli mette una mano sul fianco, piegandosi appena per poggiare la guancia contro la sua, sospirando sollevato. “Pensavo che non me l’avresti mai chiesto.”

Universo, pensa Manuel, te puoi tenè tutti ‘e microonde del mondo.  

 

“Niente popcorn però.”

 

“Ao!”