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“È molto carino qui.”
Aziraphale si stava guardando intorno nel disperato tentativo di trovare qualcosa da commentare. Ma tutto quello che riusciva a vedere dall’ingresso della casa di Crowley era grigio. Un lungo corridoio con pareti grigie, pavimento grigio e soffitto grigio.
“Hai scelto una bella tonalità di… di… uh, di grigio.” Sembrava l’entrata di un bunker. Un bunker di design ed estremamente lussuoso, magari. Ma pur sempre un bunker. Uno di quei posti che anche con il riscaldamento al massimo avrebbe dato l’idea di essere freddo.
“Grazie, angelo. Ma non devi sforzarti troppo. Lo so che non è il tuo stile.”
L’aggettivo che aveva ispirato il demone mentre arredava quel posto era stato ‘asettico’, l’idea di renderlo accogliente per possibili ospiti non lo aveva nemmeno sfiorato. Anche perché il solo pensiero di poter avere dei visitatori gli faceva venire voglia di lanciare dei lampi inceneritori dagli occhi.
L’unica eccezione era rappresentata da Aziraphale. Ma fino a quell’esatto istante l’angelo non era mai stato lì.
Un sacco di anni e non gli era mai passato per la mente di invitarlo a casa sua.
Bugia.
Ci aveva pensato, qualche volta. Ma dubitava, a ragione, che l’angelo si sarebbe potuto sentire a proprio agio lì dentro. Incontrarsi al parco o in qualche locale sembrava più appropriato. O direttamente alla libreria. Quello era senza dubbio il luogo migliore, ti faceva venire in automatico voglia di sederti e bere qualcosa.
La libreria sapeva di Aziraphale.
La libreria un bel posto.
“Dai, vieni.” Crowley fa strada fino al soggiorno e Aziraphale tira un sospiro di sollievo. Da qui almeno può commentare la vista sulle luci di Londra. E soprattutto ci sono le piante.
“Quindi le hai per davvero.”
“Te lo avevo detto, ma tu non volevi credere a questo povero demone.”
Era partito tutto quando Crowley aveva accennato alle sue piante quella sera a cena. Aziraphale era convinto che lo stesse prendendo in giro. Non riusciva a credere che un demone potesse sviluppare la passione per le piante. Qualcosa che magari non richiedeva proprio amore, ma per lo meno un minimo di cure per poter vivere e crescere.
Alla fine Crowley gli aveva proposto di fare un salto nel suo appartamento e verificare di persona.
Vedere quelle piante così rigogliose era per Aziraphale l’ennesima conferma che c’era ancora qualcosa di buono, nel profondo dell’animo del demone.
Ignorava del tutto le tecniche di norma utilizzate da Crowley per occuparsi delle sue piante.
“Ti devo fare le mie scuse, Crowley.” Aziraphale si avvicina ai vasi, osservandoli ammirato. “E guarda come sono verdi! Mai visto delle foglie così verdi.”
Il demone lo raggiunge sfilandosi gli occhiali da sole. “Lo spero” dice, e all’improvviso le foglie sono scosse da un fremito. Cosa strana, Aziraphale non ha visto nessuna finestra aperta. Ma non ci fa troppo caso.
“Lo spero davvero per loro.” Con quelle parole Crowley torna verso il mobile bar per riempire due bicchieri.
“Sono bellissime, sei molto br- Crowley!”
Il demone si volta di scatto verso Aziraphale. L’angelo deve aver trovato una macchia su una foglia, ci scommette. O ancora peggio, qualche parassita. Eventualità che avrebbe richiesto soluzioni nettamente più drastiche. Era da un po’ che non succedeva, si stavano comportando troppo bene.
Invece l’altro lo sta fissando con le mani sui fianchi e quella che, almeno nelle sue intenzioni, doveva essere un’espressione minacciosa. Purtroppo essere minaccioso non era mai stata una delle principali qualità dell’angelo.
“Be’? Che succede?”
“Cos’è quella?” Aziraphale indica una piantina più piccola delle altre. Ha le foglioline dai bordi seghettati disposte in una forma a stella molto caratteristica.
“Oh, quella. È una pianta di marijuana.”
“Lo so che è marijuana, Crowley! È illegale!”
L’espressione di Aziraphale è così scandalizzata da far scoppiare a ridere il demone.
“Dai, angelo. Ho fatto cose ben peggiori che possedere una piantina.” Si lascia cadere su una poltrona con un bicchiere di scotch in mano.
“Si, be’. Io… io…” Aziraphale arranca alla ricerca della cosa giusta da fare, o perlomeno da dire, e lo spettacolo piace davvero tanto a Crowley. La serata ha appena preso una svolta inaspettata e promettente.
“Rilassati. È solo una piantina. Non ci si può fare niente di illegale con quella.”
A quelle parole Aziraphale si rilassa un pochino. “Dici davvero?”
“Ma certo.” Crowley sorride rassicurante. Poi si china verso il cassetto più basso del mobile bar e ne estrae una bustina con delle foglioline verdi e secche. “Vedi? Per le cose illegali ti serve questo.”
Aziraphale si lascia sfuggire un mugolio di sconforto.
“Crowley, lo sai che io sono moralmente obbligato a-”
“A fare cosa? Denunciarmi?”
“Be’, ecco, io-”
“Avanti, dovresti davvero provare.” Crowley fa ondeggiare leggermente la bustina.
“Assolutamente no!”
“Suvvia, angelo. Per una volta non lo saprà nessuno.”
“Smettila di tentarmi, demone. Ho detto no!”
*
Un’ora dopo Aziraphale è seduto sul divano di Crowley, lo sguardo annebbiato perso nel vuoto e un sorrisino vagamente ebete sul volto.
C’è ancora un filo di fumo acre che sale dai resti di alcuni mozziconi schiacciati in un posacenere.
La facilità con la quale a volte si lascia convincere da Crowley è sconcertante anche per lui. Un argomento sul quale avrebbe dovuto seriamente riflettere, prima o poi.
I suoi superiori non dovevano venirlo a sapere.
Ma adesso sta troppo bene per preoccuparsi delle possibili conseguenze. Si sente meravigliosamente rilassato.
In stato di Grazia e Beatitudine.
Probabilmente anche Crowley si sente così. È steso di traverso sulla poltrona. La testa quasi gli ciondola all’indietro e la mano destra è sollevata davanti alla faccia, perso in profonde considerazioni sulle sue unghie.
“Insomma, anche Freddie le tingeva di nero. Dovrei tingerle anche io di nero. O rosso magari. Rosso fuoco.”
Aziraphale gli punta contro l’indice come a voler dare la sua approvazione a quell’idea “Lo smalto rosso che usavi negli anni Sessanta ti stava bene.” Dio, la sua voce gracchia orribilmente e appena cerca di schiarirla quasi soffoca per i colpi di tosse.
“Oh, grazie.” Crowley non si accorge di nulla, sembra completamente rapito dalla capacità di stringere le dita in un pugno per poi distenderle nuovamente. Deve trovare la cosa divertente, perché inizia a ridacchiare. E di conseguenza ride anche Aziraphale, soffocando gli ultimi colpi di tosse.
Un’altra questione sulla quale l'angelo avrebbe dovuto riflettere più a fondo, una volta riacquistate le sue piene facoltà mentali, era l'ormai totale certezza che la permanenza sulla Terra sarebbe stata incredibilmente più noiosa senza Crowley. E più triste.
Aziraphale sapeva che provare un sentimento simile era sbagliato, ma si era reso conto che quando passava troppo tempo senza vedere il demone iniziava a sentirne la mancanza. E poi c’era quella cosa che gli capitava sempre più spesso da un po’ di tempo.
Dal 1941, gli ricorda una vocina nella sua testa.
Quel formicolio all’altezza dello stomaco che sentiva quando finalmente si incontravano di nuovo.
A volte la sentiva anche quando Crowley usava un determinato tono di voce per chiamarlo angelo.
“A che stai pensando, angelo?” Ecco. Esattamente questo tono di voce. Un po’ più basso del solito. Un po’ più roco. Anche se in questo caso deve essere colpa del fumo.
Il demone lo fissava con la testa ancora rovesciata all’indietro. Ha sollevato un sopracciglio con fare interrogativo e per qualche motivo la cosa fa nuovamente ridere Aziraphale.
“Che c’è da ridere?”
“Niente. I tuoi occhi. Sono...”
Crowley si raddrizza continuando a fissarlo “Come sono i miei occhi?”
“Buffi.”
“Buffi.”
Aziraphale annuisce senza smettere di ridacchiare. Poi lentamente si accorge che invece Crowley non sta ridendo. Molto lentamente e a fatica, il pensiero di aver detto qualcosa di sbagliato inizia a farsi strada nella mente annebbiata dell’angelo.
“Cioè, non buffi, ecco. Io-”
“Sai come hanno definito i miei occhi fino ad ora?” la domanda interrompe il balbettio sconclusionato di Aziraphale. Per rispondere, l’angelo si limita a fare cenno di no con la testa.
“Strani. Inquietanti.” Crowley lo dice con voce minacciosa, mentre inizia a muoversi verso Aziraphale curvo e piegato sulle ginocchia. Agita piano le dita davanti al viso in un modo che nelle sue intenzioni doveva incutere timore.
“Tremendi. Spaventosi.” La sua voce diventa più alta man mano che si avvicinava ad Aziraphale, fino a diventare un urlo quando termina gli aggettivi e si butta in ginocchio di fronte all’angelo battendo forte le mani e facendolo trasalire. “Orripilanti!”
Per un attimo Crowley e Aziraphale rimangono immobili, a pochi centimetri l’uno dall’altro.
“Brutti. Ma nessuno, nessuno, li aveva mai definiti buffi.” Il demone ha un ghigno sul viso, solo che guardandolo da così vicino Aziraphale si rende conto che sotto quell’espressione non c’è né malvagità né ironia. Dietro quel ghigno, sul fondo degli occhi Crowley Aziraphale riesce a vedere solo tristezza. E un po' si odia per non averla mai notata prima.
“Oh, Crowley. Mi dispiace, io-” Aziraphale gli appoggia le mani sulle spalle. È un gesto automatico, lo fa senza pensarci troppo, forse a causa della sua mente ancora annebbiata. “Non volevo offenderti.”
Il demone lo fissa negli occhi ancora per un attimo prima di distogliere lo sguardo con un sospiro. “Naah, non mi hai offeso, angelo. Non hai detto niente di terribile. E in ogni caso ci sono abituato.” Cerca di rialzarsi, ma le mani di Aziraphale sono ancora lì sulle sue spalle, una presa leggera ma sufficiente a farlo restare al suo posto.
“No, no. Nessuna delle cose che ti hanno detto è vera. I tuoi occhi sono belli.”
A quelle parole, per la prima volta dopo tantissimo tempo, Crowley rivolge uno sguardo quasi di fastidio ad Aziraphale.
“Non prendermi in giro, adesso. Sono occhi da demone. Non possono essere belli. Sono il mio marchio, sono-”
“Sono belli per me, allora.”
Crowley si zittisce, solo un leggero sibilo gli sfugge dalle labbra. Di fronte a lui Aziraphale sembra sul punto di aggiungere altro, invece solleva le mani dalle sue spalle. Ha un ultimo, quasi impercettibile, attimo di esitazione prima di posarle sulle guance di Crowley e accarezzarle piano. In tutta la stanza non c’è altro che il giallo dorato degli occhi di Crowley.
Poi il demone li chiude e appoggia la testa sul suo grembo. Lascia che Aziraphale continui ad accarezzarlo e l'angelo non smette. Non serve fare altro, non serve dire niente.
È un’altra cosa che Aziraphale dovrà assolutamente tenere nascosta ai suoi superiori. Ma adesso sta troppo bene per preoccuparsene.
