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Di solito Simone lo accompagna in libreria prima di andare in università, ma quella mattina è uscito prestissimo — c’ha l’appuntamento con i relatori, così ha detto. Alle otto del mattino? Comunque l’università italiana è una roba borderline illegale. Mimmo è contento di aver finito.
Mimmo doveva incontrarsi col commercialista quindi è uscito presto pure lui, ma quello ha rimandato all’ultimo. Ha chiamato Tancredi per lamentarsi e non gli ha risposto, quindi tanto vale andare in libreria direttamente.
Quando arriva, trova il cartello Torno subito , ma Pirro è dentro, sotto alla cassa come sempre. Gli pare strano, di solito Tancredi se lo porta appresso pure quando esce per il caffè.
Entra con le chiavi e si guarda un po’ intorno, ma non lo vede. Pirro gli si avvicina, scodinzolando pigramente, e fa uno sbadiglio. Poi volta di scatto la testa verso l’ufficetto, come se stesse puntando una preda. Mimmo gli accarezza la testa e gli lascia un bacetto dietro l’orecchio. “C’rè, c tien?” Gli viene da sussurrare, perché il cane sembra stia cercando di lanciargli messaggi segreti.
Lui guaisce e si agita tutto sul posto, gli occhi sempre fissi sulla porta. Mimmo si alza e si avvicina.
“A me non sembra proprio il caso,” sta dicendo Tancredi.
“Ma perché?” È Simone. Quindi sta qua. Perché gli ha detto una cazzata? Mimmo si sente immediatamente agitato.
“Ma come perché. È presto.”
Presto per che?
“Non è presto. Sono —” C’è una pausa. “Quasi dieci anni.”
“Non sono manco quattro, veramente, se non conti —”
“Beh, io li conto.”
Sicuramente si sta riferendo a loro, ok.
Un’altra pausa. A Mimmo sembra di sentire uno sbuffo. Di Tancredi, lo riconosce. “Fai male. Ma pure se fossero dieci, non è sicuramente il momento.”
“Perché no?”
“Non siete stabili. Non avete — anzi. Lui non ha deciso cosa vuole fare nella vita.”
Simone rimane zitto. “Lui vuole stare qua,” inizia, ma Tancredi lo interrompe.
“Ma certo, adesso . Si sente tranquillo, è giusto così, si deve prendere i suoi tempi. Invece così tu gli daresti un motivo per non prenderseli.” La conversazione si interrompe un’altra volta. “A parte che non avete nemmeno una casa.”
“Ce la compriamo.”
“Con quali soldi.”
“Mi aiutano i miei.”
“E lui?”
Simone esita. “Vive con me.”
Qualcuno — Tancredi — schiocca la lingua. “Sei veramente uno sprovveduto.”
“Non è vero.” Mimmo sente la voce di Simone farsi un po’ più acuta, come sempre quando è frustrato. Di solito lo fa quando Mimmo dice no a una cosa per il gusto di dirlo. È troppo carino. “Quindi tu non l’aiuteresti, a lui? Sei contrario?”
Contrario. Ma — di nuovo — a cosa? Mimmo non ci sta capendo un cazzo.
“Io lo aiuterei sempre. Non è questo il punto.”
“No, il punto è che sei contrario. Tu non vuoi che noi stiamo insieme.”
“Ma che dici.”
“È vero. È da quando mi conosci che —“
“Beh, non è che sei partito col piede giusto, eh.”
“Manco tu.” Mimmo apre la bocca per replicare, anche se non possono vederlo — troppa confidenza, Simò.
“Non cambiare discorso.”
“È questo il discorso. Se mi devi dire di no, dimmelo.”
Un sospiro. “Ma allora che me lo vieni a chiedere a fare, scusami? Fai come ti pare, no?”
“Non posso.”
“Perché?”
“Poi Mimmo —” Si ferma e aggiunge, più piano, “per lui è importante che tu approvi.”
Mimmo non sa ancora di che stanno parlando, ma in ogni caso sì, è vero.
“Può anche non saperlo.”
“Figurati. Appena glielo chiedo, te lo viene a dire. Magari pure prima di rispondermi.”
“Esagerato.”
“È vero.”
“Io non penso che sia una cosa — saggia, ecco. Non adesso.”
“E quando?”
“Tra un po’. Dopo che lui ha capito se — se deve continuare a studiare, dove vuole andare…”
Oddio, ma forse Simone vuole chiedergli di trasferirsi dopo che ha finito il dottorato? E ne parla con Tancredi prima che con lui? È pazzo?
“Ma tanto non è che glielo chiedo oggi e lo facciamo domani.”
“No, però gli metti la pulce nell’orecchio. E poi lui è un romantico, non penserà ad altro fino alla data. Me lo ritroverò qua a sfogliare cataloghi.”
Cataloghi di che? Case in posti sconosciuti, forse.
“Sì, perché sarebbe contento, perché mi ama.”
“Lo so che ti ama.”
“Anche io lo amo.”
“Simone, ma tu cosa vuoi da me?”
“Che ci dai la benedizione.” Lo dice in una voce piccolissima, e solo adesso a Mimmo si accende la lampadina.
Simone gli vuole chiedere di sposarlo ?
“Non sono mica un prete.”
“Dai. Ti prego. Faccio quello che vuoi.”
“Non penso.”
“Ti giuro. Vengo — vengo a spolverare.”
“A spolverare?”
“Oppure ti porto a spasso il cane.”
“Non lo gestisci, ci hai già provato.”
È vero. “Ti — cucino?”
“Non sei bravo con le verdure.”
Anche questo vero.
“Tancredi.”
“Eh.”
“E se ti prometto — che non lo facciamo l’anno dopo? Decidi tu la data, oppure non la decidiamo proprio. Ci fidanziamo soltanto.” A Mimmo viene un po’ da ridere per come lo sta pregando. Però non ce la fa a concentrarsi sulla conversazione, è troppo felice. Anche se si è rovinato la sorpresa.
“E a che pro? Tanto per dargli l’anello?”
“Sì. Io la devo rendere una cosa ufficiale, capito?”
“Hai paura che ti scappi?”
“Sì.”
Mimmo non lo farebbe mai.
“Vedi, è questo il problema nella tua visione dei rapporti umani. A me starebbe bene se lui se ne andasse, se è quello che vuole lui.”
“Ah, certo.”
“Certo.”
“Non è vero. Staresti malissimo.”
Mimmo preferirebbe farsi amputare un arto, alla prospettiva.
“Forse. Ma glielo lascerei fare comunque. Se ami qualcuno —“
È bello sentirglielo dire ad alta voce. Che starebbe malissimo . Forse .
“Dai, ti prego. Il bacio perugina no.”
“Comunque —”
“Comunque?”
Stanno zitti per un attimo, Mimmo ha paura che uno dei due abbia buttato a terra l’altro. “E tuo padre, che ha detto?”
“Che c’entra mio padre?”
“Ah, perché, non è una cosa dei padri?”
“No, la benedizione la dà solo quello —” Simone si blocca.
“Della sposa,” finisce Tancredi, e ridacchiano entrambi. Per un attimo vorrebbe ridacchiare pure Mimmo. Poi non lo fa. “Sei proprio stupido.” È vero. Però lo ama. Ora dovrà mantenere il segreto. Sarà impossibile.
“Dai.”
“Se per te è così importante —”
“Sì.”
“Però non gli devi mettere fretta.”
“No, zero.”
“E l’anello l’hai già scelto?”
“No. Ci sto pensando.”
“A me ne ha fatti vedere un paio.”
“Sì?”
“Sì.”
“Hai visto che anche lui si vuole sposare?”
“Ma va là.” Sente un rumore di tipo una pacchetta. “Per dire che nel caso ti aiuto. Così scegli bene.”
“Quindi —”
“Sì, che ne so, ti benedico, amen, vai in pace.”
“Grazie.” C’è un’altra pausa, più lunga, e poi rumori di — vestiti. Vestiti che — oddio, si stanno abbracciando?
Mimmo non li ha mai visti abbracciarsi.
Si gira verso Pirro, che lo sta guardando criptico, e gli dice senza voce si stanno abbracciando con il pollice all’insù .
“Sì, va bene, dai.”
“Sono troppo contento.”
“Anche io, non sto più nella pelle,” fa Tancredi, completamente piatto.
Mimmo pensa che tra poco escono, e non vuole farsi trovare così. Torna alla porta, la apre più piano possibile, esce e fa finta di riaprirla. Si schiarisce la voce. “Oh, pa’? Stai qua?”
Sente dei sussurri concitati e dei rumori, come di cose che vengono urtate, venire dall’ufficio, e alla fine ne esce solo Tancredi, che lo guarda con gli occhi sgranati. Si chiude la porta alle spalle. “Nano, che fai già qua?”
Mimmo cerca di sembrare più normale possibile. “M’ha annullato. T’ho scritto, t’ho chiamato, non m’hai risposto.”
“Ah, scusa, avevo — ho lasciato il telefono là,” dice, e indica la cassa, dove effettivamente c’è il suo cellulare.
“Ah.” Mimmo annuisce. Però è troppo divertente vederlo così. E il pensiero che Simone sta là dentro lo fa un po’ sorridere. “E che stavi facendo?”
“Stavo facendo — alcune cose.”
“Alcune cose.”
“Alcune — stavo scrivendo — delle email. Sì. A dei clienti, per quelle prime edizioni — vabbè, ma che ne sai tu di quelle.”
Mimmo in realtà sa di tutti gli ordini, ma non vuole metterlo troppo in difficoltà. “Vabbè.” Si leva il giubbotto, e lo mette sull’appendiabiti. “Ma stai bene? Ti vedo — agitato. T’hanno fatto incazza’?”
“Io? Benissimo. No, è che —“ Fa un gesto con la mano verso l’ufficio. “Sì, uno mi ha proposto un prezzo, guarda, da ridere.”
Mimmo non può non cogliere l’occasione. “Mi fai vedere?”
“No!” Mezzo urla Tancredi. Poi si schiarisce la voce e si ricompone. “Eh — no. Non puoi adesso.” Pirro, nel frattempo, va alla porta dell’ufficio e inizia ad abbaiare al nulla. Forse Simone sta facendo qualche casino. “Pirro!” Gli sibila Tancredi. “Vieni subito qua.”
Il cane guaisce, ma poi si avvicina a loro. Mimmo fa finta di fare una faccia preoccupata. “Ma vuoi che lo porto fuori? Lo vedo un po’ —”
“Ecco, bravo! È da stamattina che mi sta facendo impazzire. Magari lo fai sfogare un po’.”
“Occhè.” Mimmo ripiglia il giubbotto. E solo allora si accorge — indica l’appendiabiti col cappotto, poi guarda Tancredi. “Ma questo è di Simone?”
Tancredi scuote la testa. “No.”
“No, è suo.”
“No, ti stai sbagliando.” E poi, “è di Claudio.”
“ Claudio .” Pantera. Mimmo non ha ancora capito bene la dinamica, ma a quanto pare Pantera non odia andare all’opera con suo padre. Non sa come si sente al riguardo.
“Sì, lui. L’avrà lasciato là.”
“Ah, sì, è venuto a Pisa?”
“Non è che deve informarti di ogni suo spostamento. Ormai sei uscito dal programma.”
“Vabbè, ma che c’entra.” Sta andando sulla difensiva e Mimmo non è sicuro se sia per Simone o Pantera — anzi, Claudio. “E sta qua? Me lo nascondi?”
“Ma ti pare che nascondo —” Tancredi fa un sospiro. “Dai, vai via.”
“Vabbè.” Mimmo prende il guinzaglio e si abbassa per metterlo a Pirro. “Comunque guarda che io non mordo. A differenza tua.”
“Che vuol dire?”
“Lo sai che vuol dire. E comunque lo conosco bene, ceh, mi sta simpatico.”
“E quindi?”
“E quindi se mi devi dire qualcosa me la puoi dire.”
“Non ho nulla da dichiarare.”
“Se lo dici tu.” Mimmo gli dà un bacetto sulla guancia. “Ja, Pì, facciamo uscire l’amante di papà.”
