Chapter Text
per Marianna.
È una verità universalmente riconosciuta che una ragazza single provvista di un ingente patrimonio (vale a dire: quantomeno milionaria) debba essere in cerca di un ragazzo.
Questo, stando alla predica del giorno del Signor Bennet.
«Prova ad immaginare la situazione» continuò, indicandomi ripetutamente con un mestolo che stava lavando, facendolo inevitabilmente sgocciolare sul tappeto del cucinotto. «Questa ricchissima ragazza arriva in un paesino sperduto in cui non conosce nessuno, nessuno ha la più pallida idea di quale sia il suo aspetto, o la sua personalità, o i suoi sentimenti, o le sue opinioni! Ma tutti sanno perfettamente quanto sia benestante».
«Quindi?» chiesi, piuttosto seccato. Era domenica mattina, troppo presto per gli standard di qualcuno che la sera precedente aveva fatto le ore piccole per accompagnare i fratelli ad una festa a cui nemmeno sarebbe voluto andare in partenza; avrei di gran lunga preferito tornare a stendermi sul divano sul quale ero momentaneamente seduto, piuttosto che stare a sentire il sermone del Signor Bennet. Il cui vero nome è John Bennet, ma siccome passava metà della sua vita a studiare ed insegnare filosofia e l’altra metà ad elargirci infiniti e pomposi sproloqui sugli argomenti più disparati (di cui buona parte, ahimè, pettegolezzi), il nomignolo “Signor Bennet” ci era sembrato più che appropriato.
«Ma come “quindi”!» esclamò deluso, appendendo il mestolo sulla barra d’acciaio sopra il lavandino. Si venne a sedere vicino a me, sospirando teatralmente.
«Non sei curioso? Non mi chiedi dove voglio andare a parare?» mi disse.
«Sei tu che vuoi che io voglia sapere di cosa cavolo stai blaterando» risposi. Abbandonai la testa sullo schienale del divano, desideroso di concedermi al mio più che meritato riposo. Sapevo che prima avrei dato corda al Signor Bennet e prima avrei potuto rimettermi a dormire. Sospirai anch’io. «Ma non ho niente in contrario al continuare ad ascoltarti. Su, dimmi» dissi. Anche con gli occhi chiusi, sapevo che stava sorridendo soddisfatto. Eravamo coinquilini da fin troppi anni e, malgrado tutto, mi era stato impossibile non affezionarmi a lui. Avete presente il tipico e stereotipato professore liceale di filosofia? Se la risposta è sì, dovreste avere un quadro piuttosto fedele del soggetto in questione. È la persona più saccente, ciarlona, impicciona, ostinata ed orgogliosa che io abbia mai conosciuto. È praticamente impossibile vincere qualsiasi discussione con lui, perché avrà sempre pronta la citazione di qualche filosofo dimenticato da Dio e dalla storia con la quale porre irrimediabilmente fine alla conversazione, ovviamente a suo favore. Così, il più delle volte, facevamo solo finta di ascoltare le sue ramanzine.
Serve specificare che, inevitabilmente, gli voglio un bene dell’anima? Lo considero al pari di un fratello, anche se di fatto non ce ne sarebbe poi tutto questo gran bisogno, visto che l’universo me ne ha affibbiati ben tre. E quelli che ho bastano e avanzano, grazie mille.
«Beh, visto che insisti così tanto!» disse. «Sono stato a prendere il caffè dai Di Luca, ieri pomeriggio»
«Ah sì? Carlo non mi ha detto nulla» risposi.
«Beh- dicevo. Sono stato a prendere il caffè da loro e Lucia mi ha raccontato qualcosa di davvero, davvero, curioso».
Non si può vivere a stretto contatto col Signor Bennet senza finire per diventare un po’ pettegoli. A questo ci si aggiunge la sua strabiliante capacità di rendere ogni minimo argomento estremamente interessante e il gioco è fatto: ormai mi aveva incuriosito fin troppo.
«Cioè?» chiesi, gesticolando con la mano per incitarlo a continuare.
«Mi ha detto che hanno finalmente affittato il Palazzo di Fronte!» esclamò con enfasi.
«Non ci credo!» dissi sorpreso, alzando la testa. Lui annuì profusamente, soddisfatto di aver catturato totalmente la mia attenzione.
A questo punto una spiegazione sembra necessaria. Cercherò di non annoiarvi. Dunque; io, il Signor Bennet e i miei tre fratelli abitavamo in affitto in un complesso di sei palazzoni condominiali, ciascuno composto da sette piani e cinque appartamenti per piano, abitati da studenti, dottorandi (come me), neo-laureati o recenti iniziati al mondo del lavoro, più alcune famiglie che non potevano permettersi una casa o un appartamento come si deve in un palazzo come si deve. Il nostro complesso era un pugno nell’occhio, in senso negativo, se messo a confronto con il quartiere. Giardini all’inglese, piccole villette, la piscina comunale super moderna e il famigerato “palazzo di fronte”.
Quest’ultimo, nello specifico, era inizialmente nato come complesso di condomini parallelo al nostro. Il primo palazzo che costruirono, però, era venuto su troppo bello e troppo moderno per poterlo affittare a poco a degli studenti, e così qualcuno s’era comprato tutto il progetto. Si diceva che, a costruzione ultimata, il Misterioso Compratore avrebbe voluto affittare i singoli piani, adibiti ad interi appartamenti super arredati (era stato addirittura ingaggiato un interior designer di grande fama per occuparsi dell’arredamento) a famiglie benestanti e ricche. I soldi però finirono prima di quanto immaginato, il compratore dovette fermare il progetto ad un solo palazzo anziché cinque ed affrettarsi a recuperare quanto perduto mettendo in affitto e vendita le sette abitazioni. Evidentemente il contratto era comunque troppo caro, e nessuno in dieci anni ci andò mai a vivere.
O almeno fino ad ora.
«A quanto pare è proprio vero, ho chiesto conferma anche ai Lunghini» continuò il Signor Bennet. Poi batté le mani entusiasta. «Ora dovete tutti andare a trovare i nuovi vicini! Organizzerò presto qualcosa».
Credo che la mia faccia espresse molto bene il disappunto (e il disagio) che provai a quell’affermazione, perché vidi il volto del mio coinquilino spegnersi immediatamente.
«Che c’è?» mi chiese, dispiaciuto.
«Cosa dovremmo andare a fare, esattamente?»
«Ah!» esclamò, alzandosi di scatto. «Certe volte sei proprio lento!»
«Grazie»
«Non è ovvio?» chiese. «Possibile che proprio non riesci ad ascoltarmi, quando parlo?»
«Beh, allora...» cercai di difendermi, un po’ offeso.
«Come stavo dicendo prima» iniziò, interrompendomi bruscamente e iniziando a passeggiare per quel che il piccolo soggiorno permetteva. «Se una ragazza ricca e single si trasferisce proprio nel Palazzo di Fronte, non credi che sia un’opportunità perfetta per voi quattro sciagurati?»
Affondai nuovamente la testa nello schienale del divano, sospirando. In altri momenti, con più energie vitali, più ore di sonno e meno mal di testa da alcool avrei sicuramente ribattuto con qualche commento sarcastico.
«Stando a Lucia e Annamaria di Luca, nel Palazzo di Fronte viene davvero una ragazza ricca sfondata. Tale Qualcosa Benguigui. Caroline, mi sembra. E cercando su Google hanno scoperto che sarebbe proprio la figlia di un famosissimo architetto italo-francese, quindi supponiamo che abbia scelto il Palazzo di Fronte proprio per portare a compimento il progetto iniziato dal Misterioso Compratore. Ma non è finita qui!» concluse, fermandosi e applaudendo.
«Perché?» chiesi, nuovamente incuriosito.
«Questa fantomatica ragazza…» qui fece una doverosa pausa drammatica, «è davvero single!»
