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Summary:

Cinque anni dopo, Mimmo torna a Roma.

Chapter 1: Capitolo 1

Chapter Text

È un giorno di maggio quando Mimmo riceve la telefonata di Pantera.

Si ricorda che maggio è il mese della Madonna, e di come in occasione di esso sua nonna Maria usasse allestire un piccolo altarino nel soggiorno, con una statua della Vergine al centro e ai lati due vasi con dei fiori, solitamente rose e gigli.

Dopo aver chiuso la chiamata valuta di riprendere la tradizione della nonna, perchè la Madonna gli ha ottenuto la grazia più grande che potesse desiderare, una delle poche cose per cui ha pregato in questi anni. O forse non gli conviene, dato che dovrebbe smontare l'altarino nel giro di poco: può tornare a Roma.

Molosso e i suoi sono stati uccisi in un agguato mentre erano in permesso qualche settimana fa, e se qualche anno prima gli avrebbe fatto piacere saperlo morto, ora non gliene importa neanche più. Tutto ciò che conta è che finalmente potrà rivedere il suo Simone a cui non ha mai smesso di pensare in cinque anni; tornerà a camminare fra le strade della città eterna, quella che li ha visti prima complici, poi innamorati e infine sventurati, o forse tutte e tre le cose insieme fin dall'inizio.

Tornare a Torre del Greco è fuori questione, perchè sua madre continua ad entrare ed uscire dal carcere di Pozzuoli e a quanto gli ha riferito il poliziotto, adesso è detenuta. Di suo fratello invece, neanche l'ombra.

Pantera gli ha anche raccontato che il pomeriggio stesso in cui si è saputo dell'agguato il professore gli ha telefonato per sapere se il suo ex studente poteva tornare a Roma.

Ci sono voluti i tempi tecnici della giustizia, ma il giudice ha deciso che non sussiste più nessun pericolo.

Finalmente autorizzato, Mimmo digita il numero del professore, che in realtà non ha mai dimenticato, e che il poliziotto gli ha confermato essere sempre lo stesso.

Non appena sente la voce rispondergli dall'altro capo del telefono, Mimmo non può fare a meno che iniziare a singhiozzare. Senza che abbia proferito parola, Dante lo riconosce.

Non potrebbe fare altrimenti, l'amico poliziotto gli aveva anticipato la notizia della revoca dal programma di protezione e in cuor suo sapeva che quella telefonata sarebbe arrivata, quindi gli bastano pochi secondi per capire che si tratta di quello che per lui è quasi un altro figlio.

Quando pronuncia il suo nome l'unica risposta che riceve è l'intensificarsi dei singhiozzi: Mimmo vorrebbe parlare, vorrebbe dire così tante cose ma sentirsi chiamare dopo cinque anni col suo vero nome, da una persona che per lui significa il mondo, è un'emozione non da poco.

Quando finalmente si placa, il professore gli chiede come sta, e dopo tanto tempo può rispondere di stare bene senza dover dire una bugia.

Aggiorna velocemente il professore su quello che ha fatto in questi anni, cioè lavorato in un negozietto di alimentari vicino casa e letto tanti libri.

Il professore gli chiede di mandargli l'indirizzo così da andarlo a prendere ma Mimmo glielo nega, da Roma fino al piccolo paesino in provincia di Cuneo ci vorrebbero quasi sette ore di macchina e non vuole dargli questo disturbo. Gli chiede di lasciarlo tornare a Roma da solo, di gustarsi la libertà come quella volta che, uscito dal carcere, voleva soltanto camminare senza trovarsi muri di fronte. È uscito a malapena da quel paese di mille anime, e ora vuole prendere autobus, treni, vedere i paesaggi scorrergli davanti, sentirsi parte viva del mondo intorno. Il professore comprende il sentimento e a malincuore accetta la sua volontà, poi finalmente Mimmo fa fuoriuscire la domanda che gli freme sulla bocca dall'inizio della telefonata.

Gli chiede come sta Simone e se può parlargli, Dante gli risponde che sta benissimo ma che -aggiunge con una strana titubanza nella voce- al momento non è a casa, suggerendogli però che sarebbe più bello parlarsi dal vivo.

Sta aspettando da cinque anni e dovrebbe aspettare ancora? In fondo però il professore ha ragione, com'era il detto, “l'attesa aumenta il desiderio”?

Sì, sarebbe decisamente più bello risentire la sua voce direttamente di persona, proprio perchè ha atteso tutto quel tempo, pochi giorni sarebbero nulla. Ma quali pochi giorni, decide di fare le valigie appena avrà chiuso la telefonata.

Il professore aggiunge che è meglio raccontarsi le cose da vicino, perchè se si dicessero tutto adesso dopo non avrebbero di che parlare.

Mimmo gli dà ragione e gli chiede di salutargli Simone, Dante dice che lo farà senz'altro e gli ricorda di fargli sapere giorno e ora dell'arrivo.

Mimmo si guarda intorno. Gli dice che basterà una sera a preparare tutto e salutare chi deve salutare, tanto non ha quasi nulla di suo in quella casa, gli ha fornito tutto lo Stato quando è arrivato lì.

Così, chiusa la telefonata col professore, prende i sacchetti per mettere sottovuoto i panni e infila dentro i non molti vestiti che ha nell'armadio. Non deve perdere tempo a ripetere l'operazione coi vestiti invernali, già sistemati nei sacchetti il mese precedente quando ha fatto il cambio di stagione.

Riesce a fare entrare tutto nella grande valigia che cinque anni prima ha portato con sé da Roma, quella che sospettava Pantera stesso gli avesse comprato mosso a pietà dalle condizioni del piccolo trolley che aveva portato con sé da Napoli e che, seppur in pessime condizioni, ha tenuto. In quest'altro mette tutti i suoi libri, che sono solo una parte di quelli che ha letto in questi anni, dato che molti li ha solo presi in prestito dalla biblioteca comunale.

Pensa a quanto sia facile lasciare un posto in cui non ha messo radici, gli rimane solo da andare a parlare con gli anziani datori di lavoro.

Gli unici veri rapporti che ha stretto in questi anni sono i due coniugi con cui si è ritrovato a passare buona parte delle giornate, non è mai riuscito a -o meglio, non ha mai voluto- farsi degli amici. Non è mai venuta meno la sua indole estroversa e infatti tutti i clienti hanno imparato a volergli bene, scambiando volentieri quattro chiacchiere col dolce commesso venuto dal sud e anzi, qualche nonnina ha anche provato a convincerlo a conoscere la nipote, ma lui non ha voluto instaurare rapporti di amicizia (e nemmeno qualcosa in più) con nessuno. Questo avrebbe comportato mentire o rivelare una verità troppo pericolosa, e non sarebbe riuscito a fare nessuna delle due cose. Già mentire ai due anziani era fin troppo doloroso.

 

Entra nel negozietto e Giovanni, il proprietario, confuso dal vederlo lì a quell'ora gli chiede -chiamandolo col suo nome fittizio, Adriano- cosa ci faccia lì.

Mimmo gli chiede se ricorda perchè è andato a vivere lì (cioé, la storia che lui ha inventato quando si è trasferito lì) e Giovanni risponde dicendo che ovviamente lo ricorda dato che ne hanno parlato tante volte: “Adriano” si è trasferito lì dopo essersi lasciato con la fidanzata e aver litigato con sua mamma, per rifarsi una vita lontano da tutto e tutti in un paesino sperduto.

Mimmo annuisce e, fingendosi mesto, gli comunica che sua madre è morta e suo fratello lo ha chiamato, oltre che per dargli l'annuncio, anche per chiedergli di ricucire il rapporto e tornare a Napoli a vivere da lui.

Nel frattempo spunta dal retro anche la signora Mariella, ed entrambi gli fanno le condoglianze e gli chiedono se è venuto lì a chiedere consiglio su cosa fare con suo fratello.

Mimmo risponde che no, non ha bisogno di consigli perchè ha già deciso e ha già fatto le valigie, bensì è andato lì per comunicargli la decisione ma soprattutto per salutarli e ringraziarli di tutto ciò che hanno fatto per lui in questi anni.

Sa già che non prenderanno male il fatto che si stia licenziando di punto in bianco, in fondo non hanno mai avuto realmente bisogno del suo aiuto, lo hanno assunto solo perchè gli faceva tenerezza.

E infatti Giovanni gli sorride. Mariella corre ad abbracciarlo.

L'uomo constata come il ragazzo non sia mai stato realmente felice lì, e che pensa che tornare a Napoli gli farà bene. La moglie gli chiede quando ha intenzione di partire, e risponde che vorrebbe farlo già la mattina seguente, prendendo l'autobus per Cuneo.

Giovanni, che guida la sua vecchia panda come fosse una Ferrari, si offre di accompagnarlo.

Mimmo lo rassicura che non ce n'è bisogno e si avvicina a lui per abbracciarlo, ma l'uomo gli fa cenno di aspettare, andando verso un cassetto dietro il bancone ricordandosi che gli deve ancora lo stipendio dell'ultimo mese.

Il ragazzo rifiuta dicendo che non gli deve nulla, che in questi cinque anni loro sono stati la cosa più vicina ad una famiglia che lui abbia avuto ed è lui a dovere tutto a loro, e due lacrime inaspettate gli rigano il volto. Mariella, a sua volta commossa, gli chiede di andare a cena da loro quella sera, e lui non può fare altro che accettare.

Più tardi, mentre sono a tavola a parlare del più e del meno, i due coniugi decidono di non chiedergli di sua madre, sapendo che si tratta di un argomento delicato e lo lasciano libero di scegliere se menzionarla.

La “madre” di cui ha parlato con Giovanni e Mariella in questi anni è una sovrapposizione delle figure della sua vera madre e di Molosso. Ha motivato la sua partenza da Napoli col voler scampare alle logiche camorristiche della famiglia materna che voleva obbligarlo ad essere come loro: nella realtà, sua mamma pur bazzicando nell'illegalità ha fatto il possibile per tenerlo fuori da quel mondo, il resto di ciò che ha raccontato loro è solo la storia “addolcita” di ciò che è successo a causa del camorrista suo compagno di cella.

Mariella gli promette che se non dovesse trovarsi bene con suo fratello può sempre tornare lì e contare su di loro perchè per lui ci sarà sempre un posto, ma Mimmo la rassicura che suo fratello è un bravo ragazzo, che però era rimasto con la mamma perchè ci teneva troppo a lei, ma ora che lei non c'è più vuole lasciarsi tutto alle spalle e ricucire il loro rapporto e lui non ha potuto fare a meno di accettare senza pensarci due volte perchè suo fratello è la cosa che ha più cara al mondo.

I due rispondono che non ha nulla di cui giustificarsi, che anche loro farebbero di tutto per avere vicini la figlia e i nipoti che abitano a Milano, o per riavere il figlio scomparso prematuramente.

Mimmo annuisce, lo sa, gliene hanno parlato tanto, e a proposito dei nipoti dice loro che lascerà lì la sua bicicletta e che potranno darla a Giulio -il loro nipotino più piccolo- che l'estate scorsa lì in vacanza dai nonni aveva imparato ad andare senza rotelle, dato che in un paio d'anni sarà grande abbastanza da poterci salire su.

Mariella posa il mento sulla mano, e inizia a riflettere ad alta voce su come faranno a dire a Giulio che Adri si è trasferito, dato che da quando aveva tre anni è cresciuto passando le estati in sua compagnia e ci si è affezionato tanto, tant'è che ogni volta che li telefona chiede di lui.

Mimmo guarda fuori dalla finestra, cercando di non pensarci.

La mattina dopo, mentre aspetta fra le luci dell'alba l'autobus che lo porterà a Cuneo, realizza che forse qualche bugia è finita per raccontarla anche a se stesso, e che forse qualcosa di sé lo sta lasciando anche lì.

Arrivato a Cuneo, prende al volo il regionale per Torino.

Chissà come lo vedono dall'esterno, mentre corre come un forsennato con due valigie e uno zaino tentando di prendere la coincidenza.

Si rilassa soltanto quando alla stazione di Torino Porta Nuova si siede sul treno per Roma. Sistema i capelli che si è fatto crescere in una sorta di mullet (solitamente non gli danno fastidio ma in quel momento, essendo sudato, sì), e apre il telefono scrivendo al professore per annunciargli che dovrebbe arrivare per le 14:20.

Nell'aprire la tasca della giacca di pelle per prendere le cuffiette, vi trova dentro una busta di medie dimensioni. Si chiede come abbia fatto a non accorgersene, troppo preso dalle corse.

Dentro ci sono 1500 euro e una lettera. Riconosce la grafia di Mariella, deve averla scritta mentre lui e Giovanni facevano i piatti e sistemavano la cucina la sera prima.

“Caro, dolcissimo Adriano,

sappiamo che non li volevi ma tienili, possono sempre servire, te li sei meritati e ti spettano per il tuo instancabile lavoro. Servono più a te che a noi che siamo due vecchi.

Tu non ci devi un bel nulla, anzi. Ci hai dato una seconda possibilità: da quando nostro figlio era morto e nostra figlia si era trasferita lontano, la vita era diventata triste e monotona, l'unica consolazione era la reciproca compagnia.

Poi un bel giorno sei arrivato tu, splendente come il sole del posto da cui provieni, e hai dato una nuova luce alle nostre giornate. (Non pensare che tu sia stato un “sostituto” di nostro figlio. Per noi sei diventato davvero come un figlio)

Ma come il sole non illumina sempre lo stesso punto del pianeta, così anche tu adesso andrai ad illuminare altri posti. Ti vorremo bene per sempre e ti siamo eternamente grati per tutto ciò che ci hai donato.

Ci mancherai, se ti va fatti sentire ogni tanto.

Ti auguriamo ogni bene e felicità, sei una persona speciale e ti meriti tutto il bello che la vita ha da offrirti.

Giovanni e Mariella”

Poggia la testa all'indietro sul seggiolino per cacciare indietro le lacrime e ringrazia il cielo che non ci sia nessuno seduto al suo fianco.

Si ripromette di scrivergli o chiamarli, e magari tornare a trovarli un giorno, anche se non sa se racconterà mai loro la verità.

L'avrebbero amato lo stesso se avessero saputo la verità su di lui?

Forse sì.

Simone lo ha fatto.

Scaccia via i pensieri tristi e la malinconia iniziando a pensare a lui.

Ripercorre i momenti passati insieme, come fa ogni giorno da quando ha dovuto dirgli addio.

Gli sembra tutto troppo bello per essere vero, freme al pensiero di poterlo nuovamente stringere fra le braccia, di poter fare tutte le cose che non hanno fatto, di dirgli tutte le cose che non si sono detti, specialmente quel “ti amo” che gli è rimasto sulla punta della lingua ben due volte: al termine della telefonata la sera del giorno in cui aveva parlato col magistrato e la mattina in cui si erano dovuti separare, sapeva che sarebbe stato egoista da parte sua legarlo a sé con quelle parole.

Inizia a fantasticare sul momento in cui scenderà dal vagone: c'è Simone lì ad aspettarlo, che appena lo vede non gli dà neanche il tempo di dirgli ciao che lo bacia disperatamente sussurrandogli che lo ama e che gli è mancato come l'aria.

Quando il treno ferma a Roma Termini però, i suoi sogni vengono infranti.

Ha da poco ricevuto un messaggio in cui il professore dice che hanno trovato un po' di traffico ma sono quasi arrivati e di iniziare ad avviarsi verso l'uscita della stazione.

Non è facile muoversi fra la calca con due valigie e uno zaino, e Mimmo si muove a fatica.

Arrivato quasi all'uscita, si sente chiamare e scorge tre figure venirgli incontro: il professore che sta agitando un braccio, Simone e quel suo amico antipatico… com'è che si chiamava?

Vede il professore muovere la bocca nel dire qualcosa ai due ragazzi, e la prima voce che sente è l'amico di Simone che risponde:

«Me pare che ce la fa benissimo da solo»

«Dai Manuel» gli dice Simone, dandogli una gomitata

Ah giusto, si chiamava Manuel.

I tre lo raggiungono.

«Ehilà» dice Simone sfilandogli la valigia dalla mano destra con un sorriso imbarazzato.

Manuel non dice nulla, ma gli prende il trolley.

«Ehi» risponde Mimmo «grazie»

Non era esattamente questo il saluto che si aspettava, ma se lo fa andare bene. Infondo sono passati cinque anni, ci sta un po' di imbarazzo, no?

Il professore lo abbraccia «Ciao Mimmo»

«Ciao professò» risponde ricambiando

«Come sei cresciuto» osserva

«Ma se glie so' cresciuti solo i capelli» dice Manuel, guadagnandosi un'occhiataccia dal professore

«C'ha ragione, so' alto uguale eh» risponde Mimmo per smorzare la tensione

«Manuel, proprio tu che studi filosofia non dovresti prendermi così alla lettera, non parlavo solo di crescita fisica. E comunque secondo me qualche centimetro l'hai preso, Mimmo»

«No pà, è alto proprio come cinque anni fa» conferma Simone ridendo, ma dal suo sguardo Mimmo realizza come ha fatto a capirlo, e non gli viene da ridere.

Inoltre ha una strana sensazione, ma decide di non darci troppo peso.

Nel tragitto in macchina dalla stazione fino alla villa la conversazione è più generica possibile, parlano di com'è stato il viaggio per Mimmo, del tempo a Roma negli ultimi giorni e di un episodio divertente capitato a Dante quella mattina a scuola.

Arrivati a casa dei Balestra, mentre i due ragazzi scaricano le valigie, gli vanno incontro tre persone: una signora anziana, che deduce essere la nonna di Simone, una donna cinquantenne e una bambina dai riccioli castani che non sembra avere più di quattro o cinque anni.

«Benvenuto» lo salutano in coro

«Grazie, piacere, Mimmo» dice porgendo a ciascuna di loro la mano

«Piacere nostro, Virginia, la nonna di Simone» dice la donna dai capelli bianchi

«Anita, mamma di Manuel e moglie di Dante»

«Io sono Livia» dice la bimba agitando la manina per salutarlo

«Nostra sorella» aggiunge Simone, che nel frattempo lo ha raggiunto

«Manuel dice che sei una merda» dice innocentemente Livia, facendo congelare tutti sul posto

«È proprio vero che i bambini sono delle spugne!» esclama Dante sorridendo, dando un pizzico sul braccio del figliastro

«E sono pure la bocca della verità» aggiunge Manuel, che non sembra affatto imbarazzato dall'accaduto, nonostante gli sguardi taglienti che gli stanno arrivando da tutte le direzioni

«Cosa dice Simone su Manuel invece?» interviene Simone stesso, prendendo in braccio Livia

«Che Manuel non ha mai ragione» risponde la bambina

«Brava. E come si dice dopo aver detto una cosa cattiva?»

«Ho detto una cosa cattiva?» chiede la bambina, visibilmente spaesata

«Eh, direi proprio di sì»

«Ma nonna dice sempre “merda merda merda” prima di recitare, pensavo fosse una cosa bella» risponde aggrottando la fronte «Scusa, non pensavo fosse una cosa cattiva» aggiunge rivolgendosi a Mimmo

«Non fa niente» mormora Mimmo, che vorrebbe sparire dalla faccia della terra, ma si sforza di sorriderle «però se vuoi farti perdonare dopo ci dobbiamo fare una partita a nascondino, che ne dici?»

«Sì!» esclama Livia «adoro giocare a nascondino»