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The hidden treasure

Summary:

~ One-shot scritta per la AkaRen Week 2024 ~

Da quando lui e la sua ciurma avevano toccato le sponde di quell'isola sperduta in mezzo al mare, Rengoku Kyojuro aveva avuto sin da subito la sensazione di essere osservato. A bordo del suo vascello pirata conosciuto col nome "Tigre Fiammeggiante", e con il cannocchiale puntato verso l'orizzonte per ispezionare la rigogliosa vegetazione di quel lembo di terra dimenticato da Dio, non aveva notato niente di strano: l'isola era deserta e non vi era alcuna traccia di civiltà.
Eppure, non appena avevano ancorato le scialuppe in prossimità della battigia, aveva sentito su di sé il peso di uno sguardo insistente e penetrante.

Work Text:

Storia scritta per la AkaRen Week 2024

Day 1: Pirates/Mermaids | Apocalypse | Cyberpunk

Da quando lui e la sua ciurma avevano toccato le sponde di quell'isola sperduta in mezzo al mare, Rengoku Kyojuro aveva avuto sin da subito la sensazione di essere osservato. A bordo del suo vascello pirata conosciuto col nome "Tigre Fiammeggiante", e con il cannocchiale puntato verso l'orizzonte per ispezionare la rigogliosa vegetazione di quel lembo di terra dimenticato da Dio, non aveva notato niente di strano: l'isola era deserta e non vi era alcuna traccia di civiltà.

Eppure, non appena avevano ancorato le scialuppe in prossimità della battigia, aveva sentito su di sé il peso di uno sguardo insistente e penetrante. Girandosi per studiare meglio la foresta tropicale in cui si sarebbero dovuti addentrare per andare alla ricerca del tesoro nascosto su quell'isola, Kyojuro poteva giurare di aver intravisto due luminosi occhi gialli brillare nella penombra della fitta vegetazione. Ma la sensazione non era durata che un attimo: sbattendo le palpebre per essere sicuro di non aver avuto un abbaglio o un'allucinazione per via del caldo, quando aveva puntato nuovamente lo sguardo vermiglio in direzione degli arbusti, ciò che aveva pensato di vedere non c'era già più.

Si convinse di essersi sbagliato – anche se continuava ad avere quella strana sensazione, come se qualcosa gli stesse perforando insistentemente la nuca, cosa che gli faceva venire i brividi lungo la schiena – e continuò a dare ordini ai propri uomini come nulla fosse. Organizzò l'equipaggio che si era portato dietro, dividendolo in gruppi di tre persone ed esortandolo a tenere gli occhi aperti e i sensi vigili. Benché avesse con sé una mappa dell'isola, il tempo era stato inclemente con l'inchiostro usato per tracciare le linee frastagliate di quel pezzo di terra; per non parlare del fatto che la carta presentava diversi buchi dai bordi scuri, segno che qualcuno aveva rischiato di bruciarla e perdere per sempre le coordinate di quel prezioso tesoro.

Rengoku studiò ancora un po' la mappa, poi indirizzò i propri uomini in zone diverse della spiaggia. Purtroppo, anche il punto esatto in cui si trovava il tesoro era stato bruciato, dando così l'onere a chi leggeva quelle carte di cercare di capire dove fosse stato nascosto. Mandò avanti la sua ciurma, e quando riuscì a individuare un grosso masso che ricordava il profilo di un elefante – unico indizio ancora ben visibile tra le linee di inchiostro quasi illeggibili –, prese con sé i suoi sottoposti e si addentrò a sua volta, seguendo le indicazioni sbiadite riportate sulla mappa. Camminarono per diverso tempo, stando attenti alle insidie celate all'interno della foresta umida e piena di suoni a loro sconosciuti, brandendo le proprie spade per uccidere qualsiasi animale feroce avesse osato avvicinarsi anche di un solo millimetro.

Quando raggiunsero il punto in cui le linee tratteggiate sulla carta si interrompevano bruscamente per via di un grosso buco bruciacchiato, Kyojuro fece fermare i suoi uomini per riposare e riprendere fiato. Il caldo afoso e la carenza di acqua li aveva spossati e stremati prima del previsto; a niente era servito spogliarsi degli indumenti più pesanti e ingombranti: erano tutti in un bagno di sudore e con il respiro corto. Anche il resto dell'equipaggio che aveva iniziato a esplorare prima di loro li raggiunse nelle stesse condizioni, lamentandosi di non aver trovato nulla che potesse far pensare che lì fosse stato sotterrato un tesoro. Non vi era alcuna traccia umana, né un segno riconoscibile; solo fitta vegetazione e animali pericolosi.

«Restate qui a riposare e riprendere fiato. Io continuerò ad esplorare.» Disse Kyojuro, rivolgendo un sorriso caloroso a ciascuno dei suoi sottoposti.

Era un uomo strano, il capitano Rengoku Kyojuro, ma era amato dal suo equipaggio proprio per quel suo modo di fare gentile e rispettoso. Ci teneva al benessere degli uomini che avevano deciso di arruolarsi sotto il suo comando e mai si sarebbe permesso di usarli fino allo stremo delle forze solo per arricchire le proprie tasche. Se avessero trovato il tesoro, lo avrebbe spartito tra tutti in parti eguali, senza alcuna eccezione. Ovviamente, quando serviva, oltre che premuroso sapeva anche essere un pirata pericoloso. Nessuno tirava di spada per come faceva lui. La sua era una tecnica antica, tramandata solo ai futuri capitani della "Tigre Fiammeggiante", e non esisteva uomo al mondo capace di uscire vivo dallo scontro quando Kyojuro decideva di battersi con l'intento di uccidere.

«Capitano! Lasciate che venga con voi.» Si propose subito uno dei suoi giovani sottoposti, scattando in piedi dopo essersi riposato solo qualche minuto su un tronco divelto.

«Apprezzo il tuo entusiasmo, ma non è necessario.» Rispose Rengoku con ancora il sorriso sulle labbra e gli occhi vermigli pieni di soddisfazione. «Resta qui con gli altri, avete già fatto molto per me. Se dovesse servirmi aiuto, sparerò un colpo di pistola, così che possiate raggiungermi senza alcun problema.»

Titubanti, gli uomini di Kyojuro annuirono in silenzio e rispettarono il volere del proprio capitano che si avviò tra la vegetazione con passo sicuro. Tenendo sempre ben salda la mappa nella mano sinistra e la spada sguainata in quella destra, avanzò per interi minuti, circondato solo dai rumori della foresta tropicale. Proprio mentre stava osservando la zona disegnata sulla carta per decidere da che parte andare per ritrovare le coordinate mancanti, un fruscio attirò la sua attenzione.

Si mise in allerta, gli occhi vermigli che saettavano da una parte all'altra, setacciando silenziosamente ogni apertura tra le enormi foglie per capire cosa le avesse fatte muovere. Non vide nulla, ma poco lontano il fogliame ondeggiò di nuovo, come se qualcuno lo avesse spostato per passarvi in mezzo. Rengoku ci pensò su, poi decise di andare in quella direzione. Dubitava ci fosse davvero qualcuno – era sicuramente colpa di qualche animale messo in fuga dal loro arrivo –, ma dopo aver avuto per tutto il tempo la strana sensazione di essere osservato, non poteva di certo girarsi dall'altra parte e fare finta di nulla. Voleva vederci chiaro e scoprire se era semplicemente caduto vittima di chissà quale bizzarra suggestione.

Continuò ad avanzare, guidato dal fruscio delle foglie che si muovevano a distanza proprio di fronte a lui, come se stessero creando una sorta di sentiero. Si fermò solo quando la vegetazione cominciò a diradarsi sempre di più, lasciando intravedere una radura e l'ingresso di una grotta incastonata tra due alte pareti rocciose. Kyojuro si guardò attorno, circondato dal silenzio assoluto e dall'assenza di vento. Non vi era più alcuna traccia della cosa che aveva mosso le foglie durante il suo cammino, conducendolo fino a lì. Così giunse alla conclusione che doveva essere entrata all'interno della caverna buia.

Prima di prendere una decisione sul da farsi, Rengoku guardò nuovamente la mappa, cercando un qualche punto di riferimento che potesse fargli capire dove si trovasse esattamente. Con suo immenso stupore, si rese conto di essere molto più vicino al tesoro di quanto non lo fosse stato fino a quel momento. Anche se rovinato dalla bruciatura sulla carta, riuscì comunque a riconoscere il profilo di quelle pareti rocciose che aveva davanti agli occhi e un largo sorriso gli si dipinse sul viso. Si avvicinò cautamente all'ingresso della grotta e guardò al suo interno per essere certo che non vi fosse nulla di pericoloso, ma vide solo pietre e una galleria scura che si spingeva verso il fondo della cavità.

Solitamente, i tesori venivano protetti da trappole pressoché mortali, e prima di richiamare i propri uomini con un colpo di pistola, decise che avrebbe ispezionato per bene quella rientranza naturale. In fondo, era lui che li guidava, era lui il carismatico capitano nel quale l'equipaggio riponeva la propria fiducia. Dopo aver preso quella decisione, si guardò attorno per cercare un pezzo di legno abbastanza maneggevole e, una volta trovato, strappò un pezzo di stoffa dagli stracci logori e lievemente impregnati di olio che teneva appesi alla cintura proprio per quel tipo di evenienza. Lo avvolse all'estremità del ramo che aveva raccolto, creò un mucchietto di erba secca sopra uno dei massi presenti e generò delle scintille con le pietre focaie che aveva tirato fuori da un sacchetto di pelle. Dando fuoco al tessuto oleoso, accese la torcia e si avviò cautamente.

Camminò per diverso tempo senza imbattersi in niente di mortalmente pericoloso e se ne meravigliò. Forse il fatto che non vi fossero segni di civiltà voleva anche stare a significare che chiunque avesse nascosto quel tesoro, pensava non fosse necessario piazzare delle trappole per evitare che qualcuno venisse a trafugare tutto. Purtroppo per lui, Kyojuro era un capitano intelligente e caparbio, e non si era fatto scoraggiare dalle pessime condizioni in cui versava quella vecchia mappa, riuscendo comunque ad arrivare fino a lì.

Mentre si addentrava sempre di più, Rengoku intravide una luce soffusa provenire dal fondo della lunga galleria. Tenendo la spada sempre ben salda, arrivò in prossimità dello sbocco e rimase meravigliato da ciò che vide: illuminato dalla luce del sole che filtrava da una grossa apertura nella roccia, il tesoro si trovava proprio al centro di un vasto abisso; l'acqua cristallina di un lago sotterraneo brillava placidamente tutto attorno e lo scrosciare di una cascata riempiva il silenzio quasi surreale di quel luogo magico. Bauli pieni di oro e pietre preziose luccicavano sull'isolotto che affiorava appena dalla superficie dello specchio d'acqua, dando come l'impressione che galleggiassero sospesi nel nulla.

Kyojuro stava per lasciarsi andare ad una risata fragorosa, pronto a esultare per essere riuscito a mettere le mani su un tesoro così grande, quando un movimento alla propria destra attirò tutta la sua attenzione: seduta un grosso masso dalla superficie levigata, c'era una persona che gli dava le spalle. La luce del sole illuminava la sua pelle liscia e candida come la neve, creando giochi di luce e ombre tra i ciuffi corti e neri dei capelli. Rengoku si pietrificò e sentì tutto il sangue gelarsi nelle sue vene. Com'era possibile che ci fosse qualcuno lì? Era stato quello sconosciuto a muoversi tra le foglie della foresta, magari con l'intento di attirarlo dentro la grotta per ucciderlo? Mentre rimuginava su quelle cose, una dolce melodia si levò all'interno dell'abisso, riuscendo anche a sovrastare lo scrosciare perpetuo della cascata: la persona seduta sulla roccia aveva iniziato a cantare.

In un attimo, tutti i pensieri e le preoccupazioni di Kyojuro sembrarono scivolare via insieme all'acqua del lago. La voce soave si insinuò nelle sue orecchie come dolce miele, annebbiandogli la mente e facendolo sentire leggero come una piuma. In tutta la sua vita, non aveva mai ascoltato un canto più leggiadro di quello e se ne sentì inesorabilmente attratto. Generando un clangore metallico, Rengoku lasciò andare la propria spada e si avvicinò di qualche passo alla sponda del lago. Lo sconosciuto si girò a guardarlo, ma non si spaventò né rimase stupito nel vederlo lì, come se sapesse sin dall'inizio di non essere solo. Due occhi gialli si puntarono sul viso del capitano e un largo sorriso si dipinse sulle labbra sottili dell'uomo dai capelli corvini.

La mente di Kyojuro registrò distrattamente quel piccolo quanto importante dettaglio, ma non si preoccupò di metterlo in allerta. Era come se non riuscisse più a pensare a nulla, come se i suoi pensieri fossero stati estirpati e soppiantati interamente dalle parole melodiose cantate da quella voce armoniosa. Si avvicinò ancora al bordo roccioso, gli occhi fissi sul viso dell'uomo che continuava a cantare con il sorriso sulle labbra e uno sguardo vagamente predatorio. Quando arrivò a pochi passi dall'acqua, Rengoku vide lo sconosciuto tuffarsi e sparire al di sotto delle increspature per un lungo momento. In maniera del tutto surreale, la canzone non si interruppe e continuò a riecheggiare all'interno della grotta come se quell'uomo non si fosse mai spostato dalla roccia su cui si trovava solo pochi istanti prima.

Gli occhi vermigli di Kyojuro indugiarono a lungo sul punto in cui continuavano a formarsi placidi cerchi sul pelo dell'acqua, poi si spostarono sulle dita candide e affusolate che erano affiorate a pochi passi da lui, aggrappandosi al bordo frastagliato della sponda rocciosa. Attratto allo stesso modo di una falena che vola vicino a una fonte luminosa, Rengoku annullò definitivamente i centimetri che lo separavano dall'acqua e si inginocchiò. Si sporse appena oltre il margine e guardò al di sotto dello specchio cristallino, incontrando quel paio di occhi gialli che non avevano mai smesso di scrutarlo e seguirlo sin da quando aveva posato piede sull'isola.

Anche se ormai erano passati dei lunghi minuti, lo sconosciuto non riaffiorò dal lago, quasi come se non avesse alcun bisogno di respirare. Si limitava a muovere le labbra per continuare a intonare la sua canzone e fissare l'uomo che aveva catturato. Senza distogliere lo sguardo, allungò una delle mani con cui si era aggrappato alle rocce e posò il palmo bagnato sulla guancia calda di Kyojuro. La sfiorò lentamente, seguendone il profilo con le dita fredde e giocando distrattamente con le lunghe ciocche bionde che gli contornavano il viso, conferendogli un'aria maestosa e selvaggia come quella di un leone africano. Facendo pressione con i polpastrelli, lo invitò ad avvicinarsi ancora di più, guidandolo nei movimenti fino a portarlo con il viso a pochi millimetri di distanza dall'acqua di quel lago profondo. Un campanello di allarme si accese nella mente di Kyojuro, ma prima che potesse anche solo rendersi conto del pericolo che stava correndo e di essere finito in una trappola, lo sconosciuto appoggiò anche l'altra mano umida sulla guancia e lo tirò verso di sé, facendogli immergere completamente il viso.

L'uomo gli si avvicinò ancora di più, tenendolo saldamente e continuando a guardarlo dritto negli occhi. La melodia sembrò diventare incalzante, tanto che perse il suo tono melodioso per lasciare spazio a note più graffianti. La visuale di Rengoku era occupata per intero dal bellissimo viso di quello sconosciuto e dai suoi luminosi occhi gialli; e anche se cominciava a trovarsi a corto di aria nei polmoni, il suo istinto di sopravvivenza sembrò non curarsene, troppo concentrato a guardare quelle labbra sottili e invitanti avvicinarsi sempre di più. Kyojuro fu tentato di chiudere le palpebre e lasciarsi andare, di farsi baciare da quell'uomo così sensuale e affascinante, e di seguirlo placidamente sul fondo di quel lago torbido; poco importava se sarebbe morto annegato.

Proprio mentre la sua mente formulava distrattamente quel pensiero, qualcosa fece il suo ingresso nel campo visivo di Rengoku. Ciò che aveva visto ebbe la forza di risvegliarlo dallo strano stato di trance in cui era caduto, permettendogli così di reagire prima che fosse davvero troppo tardi. Una sinuosa ed enorme coda di pesce dai colori perlati si mosse dietro il corpo dello sconosciuto, agitando placidamente l'acqua del lago con la grossa pinna blu come la notte. Stavolta il campanello d'allarme riuscì a metterlo in allerta, urlando insistentemente e rendendolo lucido tutto d'un colpo: "È una sirena! Scappa, o ti divorerà!"

Kyojuro sgranò gli occhi vermigli e, finalmente, si rese conto di trovarsi in apnea. Improvvisamente – come se avesse ripreso piena coscienza di ciò che stava realmente accadendo al suo corpo –, sentì i polmoni bruciare per l'assenza di ossigeno e la testa vorticare come se fosse stato risucchiato all'interno di un mulinello mortale. Con tutta la forza di volontà che aveva in corpo, Rengoku fece leva sulle ginocchia e si divincolò dalla presa con cui quell'essere si ostinava a tenerlo, sentendo gli artigli graffiargli entrambe le guance. Riuscì a riemergere e a indietreggiare di qualche metro dalla sponda, tossendo e sputando acqua per riprendere fiato.

La sirena – o meglio, il tritone – lo seguì a ruota, uscendo dal lago solo per metà e rivelando finalmente la sua vera natura. Con un sibilo contrariato, mostrò le zanne e fissò Kyojuro per un lungo istante; poi fece schioccare la lingua contro il palato e sogghignò. Nei suoi occhi gialli brillava una strana scintilla di eccitazione, capace di provocare una lunga serie di brividi lungo la schiena di Rengoku.

«Finora, nessuno degli umani che ho attirato su quest'isola è mai riuscito a resistermi. Davvero interessante. Come ti chiami?» Chiese la creatura, appoggiando i gomiti sulla nuda pietra e sorridendo fino a mettere in mostra le zanne appuntite.

Kyojuro continuò a tossire e cercò di far calmare il proprio cuore, che batteva a un ritmo forsennato dentro il suo petto. Non rispose alla domanda del tritone, decidendo di rimanere in ostinato silenzio ad osservarlo. Dei capelli corvini che aveva visto quando quello strano essere si trovava seduto sulla roccia non vi era più alcuna traccia; al loro posto, adesso c'era una corta chioma rosa, come i fiori di ciliegio del Giappone. Anche le ciglia che contornavano i grandi e luminosi occhi ambrati erano dello stesso rosa intenso. Delle linee blu come la notte attraversavano il viso della creatura e gran parte delle sue braccia, decorando il busto da uomo che possedeva. Le pinne sugli avambracci e quelle che gli erano spuntate al posto delle orecchie erano del medesimo colore. Sul collo, le branchie si aprivano e chiudevano ogni volta che respirava.

«Perché non parli? Non sono riuscito a tagliarti via la lingua, quindi sarai sicuramente capace di rispondermi.» Disse ancora la creatura, accigliandosi appena di fronte al lungo silenzio dell'altro uomo.

«Da dove vengo io, è da maleducati avanzare delle pretese senza prima essersi presentati. Quindi, dato che hai già preso abbastanza confidenza da provare ad uccidermi, perché non mi dici prima il tuo nome?» Controbbatté Kyojuro, parlando con voce rauca per via dei colpi di tosse con cui aveva espulso l'acqua dai polmoni.

«Te lo concedo. In fondo, sei stato abbastanza forte da resistere al mio canto e a respingermi; meriti rispetto. Io mi chiamo Akaza.» Rispose il tritone con una risatina divertita, evidente come la luce del sole che si stava prendendo gioco di lui.

«Rengoku Kyojuro, capitano della "Tigre Fiammeggiante".» Si presentò alla fine, continuando a mantenere le distanze dalla creatura marina che non aveva mai smesso di guardarlo con sguardo predatorio.

«E io sono il proprietario di quest'isola, nonché di tutte le ricchezze che vedi qui.» Disse Akaza, allungando un braccio verso il tesoro come per dare enfasi alle proprie parole. «Temevo che il mio invito fosse ormai troppo vecchio e logoro, ma noto con piacere che continua a svolgere perfettamente il suo dovere

«Aspetta, cosa?»

Kyojuro guardò di rimando la creatura e cercò di dare un senso a ciò che aveva appena detto. Quando finalmente capì, sgranò gli occhi vermigli e rimase a bocca aperta per lo stupore. Non c'era mai stato alcun tesoro prezioso, ma solo una grossa trappola creata sapientemente da quel tritone per attrarre lì gli uomini e fare di loro ciò che voleva – nel migliore dei casi, li avrebbe semplicemente trasformati nel suo pasto principale; in quello peggiore, si sarebbe prima divertito con loro. Adesso capiva perché era stato così semplice trovare la mappa.

Il sorriso di Akaza si allargò maggiormente, quando vide la consapevolezza dipingersi sui tratti del viso di Kyojuro. Si sporse un po' di più, facendo emergere pure la schiena su cui si trovava la grossa pinna dorsale e si allungò in direzione del capitano, come un serpente tentatore. Avrebbe potuto attaccarlo senza troppe cerimonie, sfruttando la propria forza e agilità per prenderlo e tirarlo sott'acqua, soffocandolo nel giro di qualche istante, ma non era più quello il suo intento. Non mentiva quando diceva che nessuno, prima di quell'uomo bello e raggiante come il sole, era mai riuscito a resistergli.

Scoprì di provare un certo interesse per quell'essere umano dal corpo e dell'animo forte, e decise che sarebbe stato uno spreco divorarlo. Lo voleva per sé e l'unico modo che aveva per farlo era renderlo suo. Ma sapeva che non sarebbe stato semplice, soprattutto dopo aver capito che il suo canto non riusciva a ipnotizzarlo completamente. Il brivido della competizione gli fece rizzare i capelli e le pinne sulla colonna vertebrale, conferendogli ancora di più un'aura pericolosamente predatoria.

Prima che Kyojuro potesse rendersi conto di trovarsi nuovamente in un mare di guai, Akaza balzò verso di lui con un movimento fulmineo, aggrappandosi alla sua caviglia e trascinandolo verso di sé. Così facendo, il capitano si ritrovò schiacciato tra il terreno roccioso e il possente corpo del tritone. Prontamente, Rengoku reagì e provò a colpirlo con un pugno per toglierselo di dosso, così da poter raggiungere la propria spada rimasta abbandonata da qualche parte sul suolo irregolare. Tuttavia, Akaza si mosse più velocemente di lui e riuscì a intercettare il suo attacco prima che potesse andare a segno. Circondando il polso del capitano con la propria mano artigliata, il tritone gli bloccò il braccio sopra la testa e sorrise sornione.

«Lasciami andare!»

«Non ci penso proprio. Sei mio

Kyojuro digrignò i denti e provò a colpirlo nuovamente, scalciando come un forsennato e usando l'altra mano per cercare di tirargli un secondo pugno. Akaza afferrò e immobilizzò anche quel braccio, mentre con la propria coda squamosa si insinuava tra le sue gambe per impedirgli di muoverle. In quel modo, il viso sorridente del tritone arrivò a pochi centimetri di distanza da quello del capitano deturpato dalla rabbia. Quella posizione di sottomissione non si addiceva affatto ad un uomo forte e carismatico come Rengoku, ma più cercava di divincolarsi per uccidere quella dannata creatura, più questa gli si premeva addosso quasi fino a togliergli il fiato. Gli sembrava di essere finito tra le spire di un grosso serpente.

Il capitano sentì la testa farsi nuovamente leggera e gli arti pesanti, come se stesse annegando per la seconda volta. Proprio mentre pensava velocemente a un modo per liberarsi e porre fine ai giochetti perversi del tritone, Akaza gli strinse entrambi i polsi con una sola mano e afferrò saldamente la sua mandibola. Facendo pressione con le dita e pizzicandogli la pelle con gli artigli affilati fino a farlo sanguinare leggermente, lo costrinse a dischiudere appena le labbra. Kyojuro non comprese immediatamente le intenzioni di quella creatura, finché non la vide abbassarsi improvvisamente su di lui e prendere possesso della sua bocca senza alcuna esitazione.

Rengoku sgranò gli occhi vermigli e rimase attonito per un lungo attimo, in balia di strane sensazioni e della lingua di Akaza che aveva iniziato a esplorare minuziosamente il suo palato. Si era aspettato letteralmente di tutto, ma non di certo una mossa del genere – sebbene fosse consapevole del fascino che le sirene esercitavano sui marinai per manipolarli e fare di loro ciò che volevano, rimase comunque sconvolto di fronte all'intraprendenza di quel tritone. Mentre i pensieri vorticavano freneticamente all'interno della sua testa, Kyojuro avvertì in bocca il sapore ferroso del sangue; lo sentì invadergli il palato e scendere giù per la gola, come se lo stesse bevendo. Prima di riuscire a capire cosa stava succedendo, una stilettata di dolore lo fece sobbalzare e mugugnare nel bacio.

Strizzò gli occhi che si erano riempiti di lacrime e provò nuovamente a liberarsi dalla morsa di Akaza. La lingua gli pulsava incessantemente, facendogli capire che il tritone lo aveva morso con quelle sue zanne affilate come lame. Aveva la bocca piena di sangue, il cuore che gli batteva furioso nel petto e il fiato sempre più corto. Quando pensò che ormai sarebbe morto in quel modo, Akaza si allontanò e gli permise di riprendere a respirare regolarmente. Tossì e densi rivoli di liquido scarlatto gli colarono sul mento. Il tritone sorrise con fare compiaciuto e si abbassò nuovamente sul viso di Rengoku, raccogliendo con la propria lingua le stille scarlatte.

«Adesso mi appartieni davvero

Akaza pronunciò quelle quattro parole con un tono di voce basso e sensuale, quasi come se stesse facendo le fusa. Kyojuro lo guardò con aria confusa, chiedendosi per un attimo se avesse frainteso.

«C-cosa?» Balbettò.

«Hai bevuto il mio sangue e io ho bevuto il tuo, ti ho dato parte della mia essenza vitale prendendo la tua in cambio. Mi appartieni.» Spiegò il tritone, ribadendo il suo possesso.

Rengoku sbiancò e si sentì improvvisamente prosciugato di ogni energia. Quella dannata creatura lo aveva fregato, e nessuno, in tutti quegli anni come capitano della "Tigre Fiammeggiante", era mai riuscito ad arrivare a tanto. Kyojuro era brillante e perspicace, ma evidentemente di fronte ai poteri delle sirene quello non bastava. Avrebbe dovuto uccidere il tritone sin dall'inizio, ma si era lasciato sedurre dal suo canto e dalla sua bellezza ultraterrena, e adesso ne pagava le conseguenze.

«Capitano?»

Delle voci concitate giunsero dal fondo della galleria, segno che gli uomini di Rengoku si trovavano all'ingresso della grotta e lo stavano cercando. Non sapeva quanti minuti fossero passati da quando li aveva lasciati seduti nella radura, ma immaginò di trovarsi là dentro da più tempo del previsto. Grazie a quel chiacchiericcio improvviso, Akaza distolse la propria attenzione da Kyojuro e puntò lo sguardo ambrato in direzione delle voci, mostrando i denti e sibilando contrariato. Il capitano approfittò di quella distrazione da parte del tritone e riuscì finalmente a colpirlo con un calcio, facendogli perdere la presa dai suoi polsi e liberandosi con un agile scatto.

Raccolse rapidamente la sua spada e la puntò in direzione di Akaza, pronto a colpire. Tuttavia, quando udì le voci e l'eco dei passi avvicinarsi sempre di più, abbandonò il suo intento omicida e ripose l'arma. Non voleva che i suoi uomini arrivassero fino a lì solo per trovarsi di fronte a una morte certa – lui aveva resistito al canto ammaliatore del tritone, ma non sapeva se la sua ciurma avrebbe avuto la stessa fortuna –, e non desiderava neppure che vedessero quel tesoro maledetto usato solo come trappola. Così, senza distogliere lo sguardo dal tritone per essere sicuro che non lo avrebbe seguito, Kyojuro indietreggiò fino a raggiungere l'ingresso dell'abisso. Si fermò solo un istante per ripulire con la manica gli ultimi residui di sangue che si erano rappresi sul suo mento e per lanciare un'occhiataccia ad Akaza.

«Io non appartengo a nessuno all'infuori di me stesso e del mare. Ritieniti fortunato e ringrazia che abbia deciso di lasciarti la testa attaccata al collo. Che non ti venga in mente di seguirci, o non sarò così clemente, la prossima volta.» Disse prima di sparire definitivamente oltre l'arco roccioso.

Akaza non reagì, di fronte all'attacco e alla fuga improvvisa del suo Kyojuro. Si limitò a sorridere e riprese la sua forma umana, alzandosi in piedi con aria trionfante e compiaciuta. Il capitano poteva scappare quanto voleva, navigare fino alla fine del mondo se necessario: lui avrebbe sempre saputo dove trovarlo. Kyojuro non poteva ancora immaginarlo, ma si sarebbero rivisti molto, molto presto.

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