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L'eco di una vita passata

Summary:

~ One-shot scritta per la AkaRen Week 2024 ~

«Non mi toccare!»
Demone.
Kojiro sentiva di dover chiamare Kaza in quel modo, ma non capiva il perché. Così si costrinse a fermarsi prima che quell'orribile appellativo potesse uscire dalle sue labbra, lasciando la frase in sospeso e la parola incastrata tra la lingua e il palato. Confuso e con gli occhi sgranati, spinse via Kaza e scese dal lettino per mettere quanta più distanza possibile tra sé e l'altro uomo.
~~~
«Concentrati su di me, Kyojuro.»
Nel sentire quelle parole sussurrate a pochi centimetri di distanza dal proprio orecchio, Kojiro spalancò gli occhi e puntò lo sguardo ardente sul viso sorridente di Kaza. Il suo cuore perse un battito, prima di riprendere a battere furiosamente nel petto, e un fremito caldo lo attraversò da capo a piedi. Gli girava la testa e aveva come la sensazione di stare cadendo giù, in picchiata verso il pavimento: non ci stava capendo più niente.
«Co-cosa hai detto?»

Work Text:

Storia scritta per la AkaRen Week 2024

Day 2: Reincarnation | Time | Meet Ugly

«Oggi è il grande giorno! Non sei contento, Kojiro?»

Lanciandosi sulle spalle dell'amico con un salto degno del migliore degli atleti, Sota Kamado urlò quella frase dritta nell'orecchio di Kojiro Rengoku, facendolo trasalire e quasi inciampare sui propri piedi.

Da quando aveva scoperto che i suoi antenati erano soliti portare gli orecchini, Sota si era messo in testa di farsi i buchi alle orecchie e aveva deciso di coinvolgere anche il suo migliore amico. "Sarà il simbolo della nostra amicizia!", aveva esclamato entusiasta subito dopo aver preso appuntamento anche per Kojiro, senza aspettare di ricevere il suo consenso.

«Dobbiamo farlo per forza? Non mi sembra una buona idea.» Chiese Kojiro, sperando fino alla fine in un cambio di piani da parte dell'amico.

Non che l'idea di avere dei piercing gli dispiacesse – anzi, li trovava davvero fighi e aveva sempre ammirato i ragazzi che ne indossavano più di tre per lobo –, ma c'era solo un piccolo, quanto significante, problema: aveva una paura tremenda degli aghi.

«Quanto sei noioso.» Sbuffò Sota, fingendosi offeso dal comportamento di Kojiro. «Sicuro di avere il sangue dei Rengoku nelle tue vene? Mi sembra di ricordare che i tuoi antenati fossero spadaccini valorosi e coraggiosi, non delle mammolette senza spina dorsale.» Lo prese in giro, dandogli un lieve spintone con la spalla, per poi ridere.

«E tu sei sicuro di appartenere alla famiglia Kamado, Sota? Sei persino più indisciplinato del tuo bisnonno Sumihiko.» Lo rimbeccò Kojiro, mettendo su il sorriso tipico dei Rengoku, quello capace di illuminargli il viso come se un perenne raggio di sole si posasse lieve sulla sua pelle chiara.

«Tu, invece, non somigli per niente a Tojuro. Almeno qualche gene potevi pure ereditarlo.»

I due continuarono a insultarsi amichevolmente a vicenda come due bambini delle scuole elementari lungo tutto il tragitto che li avrebbe portati al negozio di piercing e tatuaggi. L'attività aveva aperto da pochi mesi, ma le recensioni dei clienti lasciate su internet erano tutte positive ed elogiavano il lavoro dei proprietari che la gestivano. Sota si era fatto convincere proprio dalla professionalità che risaltava da ogni commento e non ci aveva pensato su due volte prima di comporre il numero e fissare un appuntamento, ritenendosi fortunato per non aver dovuto aspettare troppo.

Kojiro non aveva idea di dove si trovasse il negozio, così si fece guidare dall'amico cercando di distrarsi con le chiacchiere, osservando con interesse ciò che incontravano durante quella passeggiata. Attraversarono diversi quartieri, finché non giunsero in una strada piena di insegne dall'aspetto moderno. Fino a quel momento, erano passati davanti a botteghe vecchie e cariche di storia, ma quella zona era di nuova costruzione e lo si poteva intuire facilmente dal design dei palazzi e dalle vetrate brillanti come diamanti. Erano quasi accecanti e ci misero un po', prima di trovare l'indirizzo esatto.

Quando gli occhi vermigli di Kojiro – altro tratto distintivo tipicamente Rengoku – si posarono sulla scritta dal font gotico che decorava la porta di ingresso dello studio, un brivido gli corse lungo la spina dorsale e uno strato di sudore freddo gli imperlò lievemente la pelle. Deglutì a vuoto e guardò Sota abbassare la maniglia con decisione, leggendo sul suo viso quanto fosse contento ed esaltato – a differenza sua. Il tintinnio di un campanello annunciò il loro ingresso e subito vennero accolti dal sorriso di un giovane uomo dai capelli neri.

«Benvenuti! Avevate prenotato un appuntamento?» Chiese, avvicinandosi al computer per consultare l'agenda.

«Sì! Ho chiamato qualche giorno fa per fissare un appuntamento a nome "Kamado"; siamo qui per fare dei piercing.» Rispose prontamente Sota, sempre più elettrizzato.

Kojiro si limitò ad annuire e fissò il ragazzo che avevano davanti. Intravide una targhetta bianca appuntata sul gilet nero e lesse il nome che era stato scritto al di sotto dell'appellativo "proprietario" con una calligrafia alquanto graziosa: Haku Soyama. Dopo aver appreso il suo nome e il ruolo che svolgeva in quel negozio, Kojiro si prese del tempo per studiarlo meglio mentre parlava con Sota. Haku aveva degli occhi chiari contornati da ciglia di un rosa altrettanto chiaro, una sottile montatura dalle lenti rotonde appoggiata sul naso dritto e l'accenno di un tatuaggio nero che si intravedeva al di sotto delle maniche lievemente arrotolate della camicia che indossava.

Era davvero giovane – Kojiro suppose potesse avere solo qualche anno più di loro –, ma anche molto maturo e dall'aria professionale. Gli dava quasi un senso di pace e tranquillità pur avendo un fisico forte e muscoloso, e pensò che non sarebbe stato poi così traumatico farsi bucare le orecchie da uno come lui. Ma quel pensiero non durò che un attimo: l'immagine dolorosa dell'ago che si faceva spazio nella pelle del suo orecchio cancellò immediatamente ogni altra cosa, facendolo rabbrividire e sudare ancora di più. Sperò con tutto sé stesso che il sorriso forzato che aveva sulle labbra riuscisse a mascherare il suo reale stato d'animo.

«Bene, accomodatevi pure. Mio fratello sarà qui a breve e si occuperà di voi.» Disse Haku, invitandoli a sedersi su delle poltrone di pelle nera.

Sota si mise subito comodo, come fosse a casa sua, e prese di mira la pila di giornali presente su un basso tavolino laccato. Cominciò a sfogliare una delle riviste con immenso interesse, annuendo di tanto in tanto come se stesse parlando con sé stesso. Kojiro si costrinse a fare lo stesso per non concentrare la propria attenzione sui poster appesi alle pareti che ritraevano, tra le altre cose, gli attrezzi del mestiere di piercer e tatuatori. Afferrò distrattamente il primo magazine del mucchio e girò le pagine senza vederle davvero. Iniziò a guardarle con più interesse solo quando smise di sfogliare la rivista e vide le foto dei vari articoli. Si così perse a guardare le foto di tatuaggi dai colori sgargianti che occupavano tutta la schiena e le braccia dei modelli, o di piccoli e delicati disegni stilizzati che decoravano le dita e il padiglione auricolare di giovani donne sorridenti.

Erano tutti bellissimi, ma non si sarebbe mai sognato di farne uno. Già aveva il terrore di un ago che gli bucava la pelle per una sola volta; figuriamoci di un insieme di aghi che lo perforavano ininterrottamente per ore intere. Non osava nemmeno immaginare quale dolorosa tortura dovesse essere e ringraziò il cielo che Sota non avesse pensato a un tatuaggio di coppia per suggellare la loro amicizia. Proprio mentre rimuginava su quel pensiero, il campanello della porta di ingresso tintinnò nuovamente e, per un attimo, Kojiro credette di vederci doppio.

«Haku, Yukie chiede se più tardi passiamo da lei a darle una mano con il nuovo carico di decorazioni arrivato stamattina. Vorrebbe iniziare a confezionare i bouquets in vista dell'inaugurazione e, in più, mi ha dato questi volantini da distribuire ai nostri clienti per far conoscere la sua attività.»

Il nuovo arrivato avanzò fino al bancone e appoggiò la pila ben ordinata di volantini pubblicitari vicino alla cassa. Fasciato da una maglietta nera a maniche corte che lasciava scoperte le braccia interamente tatuate, le orecchie ornate da vari piercing e i capelli di un intenso rosa ciliegio, il fratello gemello del proprietario si girò in direzione dei due ragazzi seduti in attesa e finalmente si accorse della loro presenza. Rimase a fissarli con i suoi occhi ambrati per un lungo attimo, un'espressione vagamente sorpresa dipinta sul viso privo di imperfezioni; poi le sue labbra si piegarono in un sorriso e Kojiro sentì una strana sensazione attanagliare improvvisamente le sue viscere, facendolo fremere impercettibilmente.

«Oh, delle facce nuove. Scusate se vi ho fatto aspettare, ma mio fratello ha la brutta abitudine di spedirmi a fare commissioni per conto suo e della sua graziosa compagna.»

«Kaza, smettila di dire cose sconvenienti davanti ai clienti!» Sibilò Haku, scuotendo appena la testa di fronte al comportamento sempre così eccentrico e poco convenzionale di suo fratello. «Scusatelo.» Disse poi, rivolgendosi a Sota e Kojiro che si limitarono a dire che non era successo nulla.

«Dunque, chi vuole essere il primo?» Chiese Kaza, ignorando il gemello e puntando lo sguardo sui due amici.

Kojiro non proferì parola, sentendosi sempre più a disagio e lasciando all'amico l'onore di farsi bucare le orecchie per primo. Lui tornò a sedersi, in attesa, continuando a sentire lo stomaco contorcersi per via di quella strana e persistente sensazione che aveva provato nel vedere Kaza. In un primo momento aveva pensato che fosse l'ansia a giocargli i soliti brutti scherzi, ma quello che stava provando si avvicinava molto di più alla paura, a un'emozione più profonda e primordiale, radicata all'interno del suo stesso essere.

Sota uscì dalla stanza in cui lo avevano fatto accomodare dopo nemmeno dieci minuti, con due piccole palline argentate che brillavano sui lobi lievemente arrossati e un sorriso smagliante sulle labbra. Kojiro si agitò lievemente, ma cercò di non darlo a vedere e alzò i pollici in su per approvare il lavoro fatto dal piercer e per far capire all'amico che quegli orecchini gli stavano bene.

«Il signor Soyama è stato davvero bravo e veloce: non ho sentito niente! Vedrai che sarà così anche per te, Kojiro.»

«Signore... sono diventato improvvisamente più vecchio di vent'anni.» Commentò Kaza con tono divertito, affacciandosi da dietro la porta nel sentire Sota chiamarlo in quel modo. «Comunque, sotto a chi tocca!» Esclamò poi, fissando intensamente Kojiro senza mai perdere il sorriso.

Il ragazzo si alzò dalla poltrona e si avviò verso la stanza come se stesse andando al patibolo. Non aveva mai provato quelle sensazioni, nemmeno quando andava a fare le analisi del sangue, e non capiva cosa gli stesse succedendo. Ma ormai era arrivato fino a lì e non poteva tirarsi indietro. Si disse che lo faceva per amore della profonda amicizia che lo legava a Sota – erano più come fratelli separati dalla nascita che amici, e voleva davvero fare quella cosa insieme a lui, anche se il terrore degli aghi sembrava stare avendo la meglio in quel momento – e così si accomodò sul lettino presente all'interno del locale.

Kaza cominciò a preparare l'occorrente, indossando un nuovo paio di guanti in lattice e poggiando su un tavolo la pinza e l'ago sterile con cui avrebbe praticato i fori. Prese un pennarello e guardò Kojiro per decidere a che altezza fare i buchi, poi si sporse verso di lui e fece un piccolo segno sul suo lobo destro. Il ragazzo rabbrividì senza un apparente motivo e si ritrovò a dover strizzare gli occhi per un'improvvisa fitta di dolore alla testa. La sensazione durò un secondo, ma fece male come se la sua scatola cranica fosse stata trapassata da parte a parte da una lama rovente. Quando riaprì le palpebre e vide il viso del piercer avvicinarsi di nuovo per segnare pure l'orecchio sinistro, l'immagine di un altro volto si sovrappose al suo e Kojiro reagì d'impulso senza nemmeno accorgersene.

«Non mi toccare

Demone.

Kojiro sentiva di dover chiamare Kaza in quel modo, ma non capiva il perché. Così si costrinse a fermarsi prima che quell'orribile appellativo potesse uscire dalle sue labbra, lasciando la frase in sospeso e la parola incastrata tra la lingua e il palato. Confuso e con gli occhi sgranati, spinse via Kaza e scese dal lettino per mettere quanta più distanza possibile tra sé e l'altro uomo.

Il piercer lo guardò in silenzio con i suoi brillanti occhi ambrati e alzò lentamente le mani, come se volesse fargli capire che non aveva intenzione di fargli del male. Tuttavia, Kojiro continuava ad avere davanti agli occhi l'immagine di quel viso così simile a quello di Kaza ma anche così diverso sotto molti aspetti. La paura che aveva provato poco prima di entrare lì tornò a farsi viva e lo spronò a correre via più veloce che poteva. Uscì dal negozio come una furia senza dare alcuna spiegazione, lasciando indietro un attonito Sota che non aveva avuto il tempo di fare altro se non urlargli di fermarsi, venendo completamente ignorato: Kojiro sparì tra le vie del quartiere senza voltarsi nemmeno una volta.

• • •

Il sole stava tramontando all'orizzonte e le prime luci della sera avevano cominciato ad illuminare le strade, unendosi al bagliore delle luci che si riversavano sul marciapiede dalle vetrine tirate a lucido dei negozi. Kojiro era fermo davanti alla porta di ingresso dello studio di tatuaggi e piercing dei fratelli Soyama già da un po', lo sguardo fisso sull'insegna e lo stomaco in subbuglio. Era passata una settimana da quando era scappato via da lì come se avesse visto il diavolo in persona; settimana in cui aveva riflettuto a lungo sulle proprie azioni e in cui si era dovuto sorbire i rimproveri e le lamentele di Sota – trovandosi, suo malgrado, a dovergli dare ragione su ogni singola parola.

Si era comportato da maleducato, era venuto meno alla parola data all'amico e aveva mancato di rispetto ai proprietari di quella attività. Il minimo che poteva fare era tornare lì e chiedere scusa, sperando di poter essere perdonato per quella condotta inappropriata. Aveva aspettato l'orario di chiusura per evitare di disturbare ulteriormente i due gemelli, ma anche se il negozio era ormai vuoto e silenzioso, Kojiro continuava a esitare. Solo quando il cielo cominciò a tingersi gradualmente di blu, si decise ad appoggiare la mano sulla maniglia e ad entrare, facendo tintinnare il campanello come l'ultima volta che era stato lì.

«Siamo spiacenti, ma il negozio è chiu-»

Kaza uscì dalla stanza in cui lavorava e rimase piacevolmente sorpreso nel rivedere il volto di Kojiro. Sorrise spontaneamente, mettendo in mostra una fila di denti bianchi e perfetti – solo i canini erano leggermente più lunghi del normale –, e si avvicinò al bancone per accogliere quel cliente dell'ultimo minuto.

«Guarda un po' chi si rivede: il giovane Kojiro. Come mai da queste parti?» Chiese Kaza, appoggiando i gomiti sul marmo e sorreggendosi il viso sorridente con entrambe le mani.

In un primo momento, Kojiro si meravigliò del fatto che l'altro sapesse il suo nome, ma poi pensò che doveva essere stato Sota a dirglielo dopo che lui era scappato via dal negozio come se ne andasse della sua stessa vita. Arrossì lievemente al ricordo e, prima di parlare, prese un grosso respiro.

«Sono venuto a scusarmi.» Disse, chinandosi appena in avanti. «Io... ho paura degli aghi e ho dato involontariamente di matto.» Continuò, dicendo solo una mezza verità.

Il motivo per cui si era comportato in quel modo non era legato alla sua paura degli aghi, ma non poteva di certo dire al diretto interessato che era stato lui a fargli paura. Alzò nuovamente il viso solo quando sentì Kaza ridacchiare e puntò i suoi occhi vermigli in quelli ambrati che lo guardavano con malcelato divertimento. Come la volta precedente, un brivido indistinto gli percorse la schiena, ma decise di ignorarlo: era lì per scusarsi, non per fare nuovamente la figura dell'idiota.

«E sei venuto qui solo per questo? Non sai quanta gente si presenta in negozio con il tuo stesso problema. Alcuni vanno via ancora prima di iniziare, proprio come te; altri ci fermano e preferiscono lasciare il lavoro a metà. Ci è anche capitato di dover far rinvenire qualcuno che è svenuto alla sola vista dell'ago.» Rispose Kaza, continuando a guardare Kojiro con il sorriso sulle labbra, senza nemmeno provare a nascondere il proprio divertimento di fronte all'espressione imbarazzata dipinta sul volto del ragazzo.

«Non... in realtà non sono venuto qui solo per scusarmi.» Disse Kojiro, dopo un attimo di esitazione. «Anche se ho paura degli aghi, ho fatto una promessa al mio migliore amico e voglio mantenerla. Quindi vorrei fissare un nuovo appuntamento per fare i buchi alle orecchie.» Continuò con determinazione.

Ci aveva pensato molto in quei giorni e aveva deciso che nessuna paura poteva prevalere sulla profonda amicizia che lo legava a Sota – non quella degli aghi e nemmeno quella del tutto infondata che aveva provato di fronte alla vicinanza con Kaza.

«Perché non farli adesso e togliersi il pensiero?» Chiese il piercer sporgendosi lievemente in avanti, incrociando le braccia muscolose e tatuate sul bancone come se stesse parlando con un vecchio amico e non con un possibile cliente. «Tanto oggi tocca a me chiudere il negozio e non sarò mai libero come in questo momento. Vieni.»

Kaza invitò Kojiro a seguirlo e il ragazzo tentennò un attimo, prima di andargli dietro. Non era molto sicuro di quello che stava facendo, ma pensò che il piercer avesse ragione. Ormai si trovava lì, non c'erano altri clienti e Kaza sembrava disposto a lavorare pur essendo già così tardi: perché non farlo subito e togliersi il pensiero? "Via il dente, via il dolore", si disse mentre si accomodava nuovamente sul lettino e guardava l'altro indossare i guanti e preparare tutto l'occorrente.

Come la volta precedente, Kaza prese un pennarello, spostò gentilmente le ciocche bionde sfumate di rosso che coprivano appena le orecchie del ragazzo e segnò i suoi lobi per essere sicuro che i punti fossero ben allineati, così i piercing sarebbero stati alla stessa altezza. Kojiro lo fissò intensamente per tutto il tempo, accorgendosi solo in quel momento di non provare più quella stessa intensa paura che lo aveva fatto correre via a gambe levate. Si concesse di guardarlo dritto negli occhi, di studiare i lineamenti del suo volto, di soffermare lo sguardo sugli angoli della bocca arcuati in un sorriso, ma non successe nulla. L'immagine di quel viso pallido, attraversato da linee scure come la notte, che aveva sostituito quello radioso e pulito del piercer non si ripresentò e Kojiro si convinse di aver avuto solo un'allucinazione per via dell'ansia. Trasse un profondo respiro come se avesse trattenuto il fiato per secoli, sentendosi sollevato per essere riuscito a dare una spiegazione razionale a ciò che era accaduto una settimana prima.

Tuttavia, quel senso di sollievo non durò che un solo momento: anche se la strana sensazione che aveva provato di fronte a Kaza non si era ripresentata, Kojiro si ritrovò a trattenere bruscamente il respiro quando sentì la pinza stringere lievemente la pelle dell'orecchio. Il metallo era freddo, a contatto con il lobo bollente, cosa che lo fece rabbrividire e gli diede consapevolezza.

Mentre se ne stava lì, seduto a combattere una personale battaglia interna con la propria coscienza che provava a persuaderlo di lasciare perdere tutto, Kaza prese l'ago sterile e lo avvicinò al suo orecchio, pronto a fare il primo buco. Kojiro cominciò a iperventilare e chiuse istintivamente gli occhi, mordendosi il labbro inferiore per costringersi a non urlare come un bambino quando il piercer gli avrebbe trapassato la pelle da una parte all'altra.

«Concentrati su di me, Kyojuro

Nel sentire quelle parole sussurrate a pochi centimetri di distanza dal proprio orecchio, Kojiro spalancò gli occhi e puntò lo sguardo ardente sul viso sorridente di Kaza. Il suo cuore perse un battito, prima di riprendere a battere furiosamente nel petto, e un fremito caldo lo attraversò da capo a piedi. Gli girava la testa e aveva come la sensazione di stare cadendo giù, in picchiata verso il pavimento: non ci stava capendo più niente.

«Co-cosa hai detto?» Chiese a fatica, confuso e spaesato.

«Ti ho chiesto di concentrarti su di me, così eviti di sentirti male. Ma tanto ho già fatto, vedi?»

Kaza afferrò uno specchio e lo mise davanti al viso stravolto di Kojiro, mostrandogli con orgoglio il frutto del proprio lavoro. Il ragazzo guardò le due piccole palline argentate senza vederle davvero, spostando immediatamente la propria attenzione sul volto del piercer che continuava a fissarlo senza smettere di sorridere. Le parole che Kaza aveva pronunciato vorticavano freneticamente nella sua testa e qualcosa si smosse dentro di lui. Proprio come la volta prima, l'immagine di Kaza con il viso attraversato da segni scuri gli balenò davanti agli occhi e lo sentì pronunciare chiaramente quella stessa frase; solo che il contesto era diverso e c'era una nota quasi beffarda nel tono di voce con cui erano state dette quelle parole.

Un lampo di fuoco tagliò in due quell'immagine così vivida e Kojiro quasi si ritrovò a perdere i sensi: sarebbe finito di faccia contro il pavimento, se Kaza non lo avesse afferrato in tempo. Si riprese quando sentì le braccia forti del piercer circondargli le spalle e si irrigidì inconsapevolmente, messo stranamente in allerta dal proprio istinto di sopravvivenza. Ancora una volta, la voce della sua coscienza gli stava urlando di scappare via dalle grinfie di quel demone.

«Ehi, va tutto bene. Respira.» Gli disse Kaza, mostrandosi preoccupato e convinto che si fosse sentito male come conseguenza all'ansia che doveva aver provato nel fare quei piercing. «Sei stato bravissimo e scommetto che anche il tuo amico sarà fiero di te. Ti porto un bicchiere d'acqua?» Chiese mentre aiutava Kojiro a scendere dal lettino.

Il ragazzo scosse energicamente la testa bionda, sentendo i lobi pulsare dolorosamente. Si costrinse a restare impassibile e ad ascoltare i suggerimenti di Kaza su come curare i buchi appena fatti per far sì che guarissero correttamente; poi pagò in fretta, reclinando con eccessivo vigore l'invito dell'altro che si era gentilmente proposto di accompagnarlo a casa, visto l'evidente stato di malessere in cui continuava a versare. Uscì dal negozio che le strade erano illuminate solo dai lampioni e da alcune luci lasciate accese all'interno degli altri locali e se ne andò, continuando a percepire su di sé lo sguardo penetrante di Kaza finché non si lasciò il suo studio alle spalle.

Con il cuore che galoppava nel petto e una confusione assordante nella testa, rientrò poco tempo dopo, andando a letto senza nemmeno mangiare. Aveva lo stomaco sottosopra e, tra i tanti pensieri, uno spiccò più prepotente degli altri, facendogli venire il mal di testa: Kaza lo aveva chiamato Kyojuro, come uno dei suoi antenati. Si rifiutava categoricamente di credere di aver sentito male e il suo sesto senso lo portò anche a scartare la possibilità che il piercer avesse storpiato involontariamente il suo nome. Tuttavia, continuava a non capire: anche fosse stato davvero così, come faceva Kaza a conoscere quel particolare? Da dove provenivano le immagini che gli balenavano davanti agli occhi ogni volta che si trovava faccia a faccia con il piercer? E, soprattutto, perché quell'uomo lo agitava tanto e gli ricordava terribilmente qualcuno che aveva già incontrato in passato?

Con quel brusio incessante, prendere sonno risultò più difficile del previsto; e anche quando Kojiro riuscì finalmente a chiudere gli occhi, sfinito dai suoi stessi pensieri, ciò che trovò ad attenderlo nel mondo dei sogni fu anche peggio delle immagini che gli avevano occupato la mente fino a quel momento.

• • •

In tutta la sua vita, Kojiro non si era mai sentito così stanco e spossato come in quell'ultimo periodo. Non gli era successo nemmeno quando si era chiuso in casa per studiare come un pazzo in vista degli esami di ammissione all'università – e in quei giorni non aveva fatto altro che assumere integratori per via della mancanza di sonno.

Da quando aveva conosciuto Kaza Soyama, la sua vita sembrava non appartenergli più. Aveva la perenne e sgradevole sensazione di trovarsi come diviso in due, di vestire i panni di una persona che non era davvero lui, come se avesse sviluppato una sorta di doppia personalità: la mattina era il solito, vecchio Kojiro Rengoku; la notte, nei suoi sogni troppo vividi per essere solo sogni, vestiva i panni di Rengoku Kyojuro. Così ogni sera, quando la stanchezza riusciva a prendere il sopravvento su tutto il resto, si trovava catapultato in un mondo fatto di demoni e ammazzademoni, di terrore e combattimenti estenuanti, di sangue e teste mozzate, di Nichirin e kata di fuoco; un mondo in cui lui stringeva tra le mani la katana di Kyojuro – la sua katana – e uccideva senza alcuna esitazione le mostruose creature della notte.

Era come se la storia dei suoi antenati, tramandata di generazione in generazione, prendesse vita ogni sera all'interno della sua testa. Tuttavia, c'era solo un piccolo particolare: nei suoi sogni si trovavano dei dettagli che nessuno gli aveva mai raccontato, accadevano cose che non potevano essere il frutto della propria fantasia e le immagini si susseguivano troppo chiaramente e con un filo logico ben definito, cosa che lo aveva portato più volte a chiedersi se si trovasse davvero dentro un semplice sogno. La sensazione che aveva dopo ogni risveglio era quella di essere stato catapultato all'interno della testa di Kyojuro, vivendo quelli che erano i suoi ricordi.

E la conferma di quello che aveva solo supposto fino a quel momento arrivò proprio dopo una notte passata a dimenarsi nel letto, preda del peggiore degli incubi. Aveva sognato di trovarsi su un treno, di aver salvato centinaia di persone dall'attacco di un demone e di aver provato una piacevole sensazione di fierezza di fronte alla bravura del giovane Kamado Tanjiro. Erano sul punto di gioire e dichiarare quella missione come conclusa con successo, quando un secondo demone si presentò davanti a loro senza alcun preavviso, con un boato assordante come il rombo di un tuono che squarcia il cielo. Quando la polvere che aveva alzato con il suo arrivo si era diradata, la Terza Luna Crescente si palesò in tutta la sua potenza distruttiva, ingaggiando sin da subito una battaglia senza esclusione di colpi.

Kojiro aveva sentito quella storia un'infinità di volte, raccontata con fierezza da suo nonno e con immensa riconoscenza da quello di Sota. Sapeva come Kyojuro avesse dato la vita per cercare di sconfiggere quel demone, per salvare Tanjiro e tutti i passeggeri del treno Mugen, ma mai nessuno era sceso molto nei particolari. Gli avevano sempre detto che la lotta era stata troppo frenetica, che i movimenti del Pilastro della Fiamma e della Terza Luna Crescente erano impossibili da seguire con lo sguardo, che Kyojuro si era ritrovato trafitto dal braccio del demone in un battito di ciglia, senza che Tanjiro potesse effettivamente capire come.

Eppure, nel suo sogno, Kojiro era riuscito a rivivere tutto, anche ciò che nessuno gli aveva mai raccontato. La tecnica di Kyojuro non era perfetta, aveva delle mancanze dovute al fatto di essersi ritrovato senza la guida di un maestro, dovendo così rimboccarsi le maniche per imparare la respirazione delle fiamme solo tramite dei vecchi manoscritti. Di fronte alla potenza della Terza Luna Crescente avrebbe potuto fare ben poco, anche se era stato lodato durante tutta la battaglia per il suo spirito combattivo quasi perfetto; stremato e ferito, Kyojuro aveva abbassato la guardia, usando un kata che lo aveva lasciato scoperto, ritrovandosi con il braccio di Akaza piantato nel corpo.

Kojiro si era svegliato proprio in quel momento, con il viso del demone ancora davanti agli occhi, e finalmente capì perché aveva provato quelle strane sensazioni quando aveva conosciuto Kaza Soyama. Gli sembrava assurdo solo pensarlo, ma dopo tutto ciò che gli era successo e dopo aver vestito i panni di Kyojuro per così tante notti ormai non aveva più alcun dubbio: l'anima del Pilastro si era reincarnata in lui e aveva riconosciuto qualcosa in quel piercer dal volto perfettamente identico a quello della Terza Luna Crescente – e Kojiro riuscì anche a immaginare cosa, sentendo il bisogno di andare da Kaza per avere quella conferma che stava ormai bramando con tutto sé stesso.

E così, quasi senza accorgersene, il ragazzo si era ritrovato davanti la porta del negozio dei gemelli Soyama per l'ennesima volta. Kaza era proprio lì, seduto sui gradini a fumare una sigaretta, e gli sorrise quando lo vide arrivare tutto trafelato, come se lo stesse aspettando.

«Mi stavo giusto chiedendo quanto tempo ci avresti messo prima di ricordare tutto e tornare da me.» Disse il piercer, rilasciando una nuvola di fumo bianco nell'aria e scuotendo via la cenere in eccesso della sigaretta.

Kojiro lo guardò di rimando e non si meravigliò minimamente di quelle parole. Aveva solo ricevuto indirettamente la risposta che stava cercando.

«Sei Akaza, non è vero?» Gli chiese comunque, come a voler essere certo al cento per cento.

«E tu sei Kyojuro

«L'avevi già capito, dico bene? Mi hai chiamato così, l'ultima volta che sono stato qui, e sapevo che non poteva essere una coincidenza.» Disse Kojiro, avvicinandosi di qualche passo.

Kaza si limitò a sorridere maggiormente, mostrando i canini più lunghi e così simili a quelli da demone che avevano riempito gli incubi del giovane Rengoku; poi gettò via la sigaretta e si alzò. Comunicò a suo fratello Haku che sarebbe andato a comprare qualcosa da mangiare e si incamminò, fermandosi dopo poche falcate.

«Hai intenzione di restare lì impalato o vuoi delle risposte? Vieni, non ti mordo mica

Kojiro non poté fare a meno di sbuffare una lieve risata, di fronte a quella battuta allusiva, e seguì Kaza lungo la via che li avrebbe portati in un piccolo konbini. Guardò a lungo i muscoli della schiena del piercer muoversi al di sotto della canotta che indossava, e osservò distrattamente come il vento scompigliava i suoi corti capelli rosa, prima di sentirlo parlare nuovamente.

«Quando ti ho visto la prima volta, sono rimasto alquanto sorpreso di fronte alla tua somiglianza con il Kyojuro dei miei ricordi.»

«È un tratto distintivo della nostra famiglia. Noi Rengoku ci somigliamo praticamente tutti da generazioni.» Lo interruppe Kojiro, decidendo finalmente di affiancare Kaza e di smorzare un po' quell'aria pesante che si era creata tra di loro.

«Sarà, ma ora posso affermare con assoluta certezza che tu sei diverso da tutti gli altri.» Rispose il piercer, ridendo sommessamente. «Inizialmente non ero sicuro che fossi davvero tu. Sei rimasto così impassibile, dopo avermi guardato dritto negli occhi, che ho pensato di essermi sbagliato; anche se il vecchio me ti aveva già riconosciuto.»

«In realtà, credo che anche il vecchio me ti abbia riconosciuto immediatamente.» Disse Kojiro, mimando con le dita delle virgolette quando pronunciò le parole "vecchio me". «Ho provato sin da subito una strana sensazione, per nulla piacevole. E ora capisco il perché.» Ammise poi, incontrando lo sguardo ambrato di Kaza senza però avvertire lo stesso disagio che lo aveva tormentato in quei giorni.

«Per quello sei scappato via, non per la paura degli aghi?»

«Ah, no! La mia paura per gli aghi è assolutamente vera e reale, ma ammetto che quella volta sono scappato via perché ho avuto paura di te. Anzi, del ricordo del tuo viso da demone che mi si è presentato davanti agli occhi quando ti sei avvicinato.»

«Potrei quasi offendermi, ma capisco anche che deve essere stato uno shock riconoscermi così all'improvviso. Dopotutto, il ricordo che hai di me non è dei migliori.» Disse Kaza, calciando via una pietra e infilando le mani nelle tasche dei pantaloni larghi che indossava.

«Beh, direi proprio di no. L'ultima volta che ci siamo incontrati eri un demone mangiatore di uomini e mi hai ucciso.» Ironizzò Kojiro, arcuando le folte sopracciglia nere nel ricordare quel particolare alquanto rilevante della loro vita passata.

«E non sai quanto me ne sia pentito.» Confessò improvvisamente il piercer, smettendo di camminare quando si rese conto che Kojiro non lo stava seguendo più.

«Tu... pentito? Eri un demone senza pietà e ti sei pure divertito parecchio, durante il nostro scontro. Quando ti saresti pentito?» Chiese il ragazzo, fermandosi improvvisamente e inclinando lievemente la testa di lato come un grosso gufo, curioso di sentire la versione dei fatti dal punto di vista di Akaza.

«Eseguivo solo degli ordini. Ho provato a darti una possibilità, ti ho anche implorato di diventare un demone e di passare con me l'eternità, ricevendo in cambio solo il tuo rifiuto. Non volevo ucciderti davvero, ma eri comunque un semplice essere umano e la mia forza ha finito per sopraffarti.» Disse Kaza, sostenendo senza problemi lo sguardo ardente di Kojiro. «Vuoi sapere quand'è che mi sono pentito di non essere riuscito a fermarmi in tempo? Quando il mio braccio è fuoriuscito dalla tua schiena e ho capito che saresti morto. Non è passato giorno in cui non mi sia sentito in colpa

Kojiro continuò a guardarlo in silenzio, poi riprese a camminare e affiancò nuovamente Kaza. Gli si portò davanti, fissandolo dritto negli occhi, e un sorriso malinconico gli si dipinse sulle labbra.

«Ormai non ha più importanza, non pensi? Il passato è passato, noi non siamo più quelli che eravamo un tempo. Tu non sei Akaza e io non sono Kyojuro; ciò che rimane di loro dentro di noi è solo un ricordo sbiadito.» Disse con fermezza, decidendo che ormai ciò che era successo tra di loro secoli prima non aveva più alcuna rilevanza.

Il loro presente adesso era diverso, loro erano diversi: non aveva senso riportare a galla gli antichi rancori o odiarsi a vicenda. Il Kojiro e il Kaza di quell'epoca non avevano motivo di continuare ad alimentare una faida inesistente, solo perché entrambi conservavano il ricordo di ciò che erano stati un tempo.

«Forse hai ragione, ma io penso che ci sia una ragione se ci siamo reincarnati entrambi nello stesso periodo e se a me è stata data questa possibilità pur avendo vissuto come un demone.»

«E sarebbe?»

«Ricominciare tutto da capo, rimediare agli errori del passato e, soprattutto, chiederti perdono.» Elencò Kaza. «I demoni non si reincarnano, lo sai. Ma io ho desiderato tanto poterlo fare e il mio desiderio è stato in qualche modo esaudito. Ora che mi trovo qui, con te, vorrei davvero cogliere quest'occasione per cercare di cambiare le cose tra di noi. Per iniziare, potremmo provare a essere amici. Che ne dici?» Chiese alla fine, grattandosi appena la nuca con una lieve punta di imbarazzo a imporporargli le guance.

Kojiro guardò Kaza con gli occhi sgranati e con la bocca aperta per lo stupore nel sentirlo pronunciare quelle parole. Non si sarebbe mai aspettato un risvolto del genere; tuttavia, non era stato proprio lui a dire che ormai erano persone del tutto diverse? Che Akaza e Kyojuro facevano parte del loro passato? Quindi, perché non accettare quella proposta e vedere cosa gli avrebbe riservato il futuro?

«Ci penserò.» Rispose Kojiro, cercando di non sembrare troppo entusiasta anche se il sorriso radioso che gli illuminava il viso era impossibile da nascondere. «Non mi hai ancora detto come sei riuscito a capire prima di me chi fossi davvero.» Disse poi, ricordandosi di aver lasciato a metà quel discorso.

«Quando sei scappato via urlandomi di non toccarti, si è accesa in me una lampadina. Da quel momento ho capito che l'unico modo che avevo per risvegliarti completamente era quello di farti ricordare chi eri e, soprattutto, chi ero io. Ma non sapendo praticamente nulla di te, avevo deciso di lasciar perdere. Non mi sarei mai aspettato di rivederti entrare in negozio e da lì ho avuto la sensazione che fossi tornato perché avevi cominciato a prendere coscienza di te stesso. La conferma l'ho avuta solo quando ti ho chiamato per nome.»

«Mi hai fatto passare non poche notti insonni, dopo quella volta.» Commentò Kojiro, sbadigliando come se tutta la stanchezza di quei giorni si fosse appena palesata tutta in un colpo.

«Dovrei sentirmi dispiaciuto, ma invece ammetto di essere felice. Sai che figura da idiota avrei fatto, se avessi scoperto che eri un semplice Rengoku e non il mio Kyojuro.» Disse Kaza, ridendo e fermandosi di fronte alla porta di ingresso del konbini.

«Sfacciato e arrogante come sempre.» Borbottò Kojiro, arrossendo nel sentire l'altro pronunciare quelle parole come niente fosse. «Non sono né semplice, né tuo, né Kyojuro. Sono Kojiro.»

«Hai ragione, Kojiro. Vedrò di tenerlo bene a mente.» Rispose Kaza, sorridendo con fare divertito. «Allora aspetta, ricominciamo da capo: piacere, io sono Kaza. Ti andrebbe di diventare mio amico?» Disse poi, allungando una mano.

«Mi sembra di essere tornato alle elementari. Cos'hai, sei anni?» Chiese Kojiro, ridendo e stringendo la mano di Kaza.

«Sempre meglio che sentirsene dare sessanta.» Replicò il piercer, storcendo il naso nel ricordare come si era sentito vecchio quando Sota gli aveva dato del "signore".

I due si guardarono negli occhi e sorrisero, continuando a stringersi la mano per suggellare quella nuova quanto strana amicizia. Non sapevano verso quale direzione li avrebbe condotti il destino – quello stesso destino che li aveva fatti incontrare dopo tutto quel tempo, dando loro la possibilità di vivere una vita diversa, insieme –, ma entrambi non vedevano l'ora di scoprirlo.

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