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Era cominciato tutto con il compleanno di Hibiki. Tecnicamente, era avvenuto qualche giorno prima, ma quel giorno speciale era esattamente il motivo dell’azione che per i sei mesi successivi o giù di lì aveva consumato la vita di Shirabe, nel sonno e da sveglia. Kirika era andata in overdose da LiNKER, aveva eseguito il suo Zesshō e si era messa sulla traiettoria di un’esplosione di pura energia divina, tutto perché aveva deciso che Hibiki doveva vivere per vedere il suo compleanno. Non importava a quale costo.
Shirabe non aveva mai avuto così tanta paura, nemmeno quando aveva visto Kirika, con le lacrime agli occhi, cercare di rivoltare la lama di Igalima contro se stessa. L’impotenza provata nell’attesa che la squadra medica recuperasse la sua dolce metà era stata straziante. Non sarebbe successo di nuovo, non poteva permetterlo. Per il bene di entrambe.
Shirabe non sapeva quanto avesse pesato su Kirika il fatto di non sapere la data del suo compleanno. Come tutti gli altri suoi problemi, lo teneva nascosto. Quindi Shirabe sapeva che doveva esserci qualcosa di più, una ragione di fondo per cui faceva così male. Forse, se avesse saputo quella ragione, avrebbe potuto aiutarla in qualche modo.
Ma Kirika evitava l’argomento come la peste. Era prevedibile, ma anche sapere che sarebbe stato difficile non lo aveva reso meno frustrante per Shirabe. Dopo mesi di insistenza ostinata, quando tutte le altre si erano congedate dalla festa di compleanno di Kirika, convinse finalmente la sua partner a condividere l’origine del suo dolore.
Per Kirika, non sapere quando fosse il suo vero compleanno era un duro promemoria della famiglia che aveva perso prima di essere trovata dalla FIS, una vita che non riusciva nemmeno a ricordare. La faceva sentire persa, disconnessa da chi era. Questi pensieri le portavano solo dolore e disperazione, e allora li seppelliva sotto un atteggiamento allegro e accomodante, festeggiando invece le gioie della vita nel modo più intenso possibile. Specialmente i compleanni.
Niente di tutto questo era sufficiente a far sparire il dolore. Kirika non ne parlava ad alta voce, ma Shirabe poteva leggerlo nei suoi occhi, chiaro come il giorno. Realizzare che il Sole di cui lei era la Luna non trovava nella loro vicinanza lo stesso conforto trovato da lei la rattristava. Una volta aveva provato quella stessa sensazione di isolamento causata dal non ricordare la sua vita prima dell’orfanotrofio, ma con Kirika al suo fianco (e Maria in misura minore), alla fine aveva scoperto che non aveva più la stessa importanza. Era un fatto triste della sua esistenza, ma non le faceva più male del ricordare i giorni brutti trascorsi con il FIS.
Kirika si era addormentata non molto tempo dopo, aggrappandosi a Shirabe nel sonno com’era solita fare. Ma Shirabe si era ritrovata incapace di unirsi alla sua dolce metà, con la mente che ronzava via mentre formulava piani. Se fosse riuscita a sapere le parti mancanti della storia di Kirika, forse allora le crepe nel suo cuore si sarebbero rimarginate.
In quel momento Shirabe aveva giurato a se stessa: la prossima volta che Kirika avesse festeggiato il proprio compleanno, sarebbe stato con la stessa gioia con cui festeggiava quello di tutti gli altri.
***
Maria fu la prima a cui si rivolse. Essendo l’unica altra persona rimasta ad aver fatto parte del FIS, era logico che potesse essere a conoscenza dei registri che avevano conservato. Ma sarebbe stata la prima di una lunga serie di delusioni...
“Mi dispiace Shirabe”, disse Maria con gentilezza. “Temo che ciò che stai cercando non esista. Non più”.
“Cosa vuoi dire?” Shirabe si aspettava che Maria non fosse in grado di accedere facilmente a ciò che stava cercando, ma questa frase suonava come... “Com’è possibile? Eravamo state rapite come parte del Programma Receptor Children; non sarebbe accaduto se non avessero potuto provare la nostra discendenza da Finé, anche con un ragionevole dubbio. Devono aver compilato dei fascicoli su ognuna di noi e sulle nostre storie familiari. Finé in persona non avrebbe tollerato niente di meno!”
“Sono sicura che lo abbiano fatto” concordò Maria, sorseggiando il suo tè. “Tuttavia, da allora tutti i fascicoli che avevano su di noi sono stati distrutti. Tutti”.
“Come?”
“Dopo l’incidente della Frontier, il governo americano ha cercato di lavarsi le mani da qualsiasi coinvolgimento”, spiegò Maria, con un piglio amaro nelle sue parole. “Utilizzando un dispositivo noto come Echelon, sono stati in grado di risalire a tutti i dati che li implicavano con FIS, Finé o Frontier, e di cancellarli. In particolare il Programma Receptor Children, che aveva portato tanta cattiva pubblicità quando la mamma lo aveva rivelato al pubblico”.
“Quindi i documenti ufficiali sono spariti...” borbottò Shirabe. “E Mamma? Ci teneva tutte sotto controllo, forse aveva dei file suoi.”
“Echelon è stato meticoloso. Tutti i dispositivi connessi a reti più grandi venivano presi di mira, compresi i PC.” Maria fece una smorfia continuava a parlare. “Se Mamma portava quei file con sé, non sono sopravvissuti al suo... ultimo viaggio. Posso indagare, ma dubito di trovare qualcosa che non sappiamo già. Mi dispiace.”
“No, grazie Maria.” Shirabe si alzò, scuotendo via della polvere immaginaria dalla sua gonna. “In ogni caso, non mi aspettavo di scoprire qualcosa così presto. È deludente che con ogni probabilità sia un vicolo cieco, ma non è colpa tua.”
“Una risposta molto matura,” disse Maria, con una nota di orgoglio nella voce. Le sue sopracciglia si aggrottarono per la confusione e un po’ per la preoccupazione. “Ma non ho mai pensato ti interessassero i dettagli del tuo passato, Shirabe. È cambiato qualcosa? Cosa speri di trovare?”
“Non cerco per... me stessa.” Shirabe parlò attentamente. “Per favore, non chiedermi altro. Voglio che sia una sorpresa e nel frattempo... è un argomento doloroso da affrontare.”
“Capisco.” Maria posò il suo tè e si alzò anche lei, avvicinandosi per stringere Shirabe in un caldo abbraccio. “Andrò avanti, scoprirò quello che posso e se una di voi due ha bisogno di me... non importa quanto sia impegnata, troverò il tempo. Te lo prometto.”
“...Grazie, Maria.” Shirabe si sciolse nell’abbraccio. “Ti sei sempre presa cura di noi. Temo che non dimostriamo abbastanza apprezzamento per tutto quello che fai...”
“Sciocchezze. Tu fai un sacco di cose e oltretutto mi hai supportato quando ne avevo più bisogno.” Maria si ritrasse, con un sorriso sul volto. “Ora, c’era qualcos’altro di cui volevi parlare, mentre sono qui con te?”
***
La persona da cui si recò subito dopo fu Tsubasa. Tecnicamente, per ottenere il permesso di accedere ai registri SONG con un livello di autorizzazione più alto, Shirabe avrebbe dovuto rivolgersi al Comandante Kazanari; quella montagna d’uomo avrebbe senza dubbio accolto la richiesta senza un attimo di esitazione, sempre una fonte di gentilezza e supporto incrollabile. Ma non riusciva mai a convincersi ad approfittarne, quindi nelle rare occasioni in cui aveva bisogno di qualcosa da lui, era Kirika a chiederlo per lei. Poiché questa volta non era un’opzione, avrebbe semplicemente chiesto a Tsubasa.
Inoltre, come leader delle Intonate Symphogear (almeno sulla carta), Tsubasa aveva accesso a tutte le sue risorse proprio come suo zio. Era anche una delle poche persone con cui Shirabe si sentiva del tutto a proprio agio; un vantaggio della reciproca comprensione che andava di pari passo con la possibilità di cantare all’Unisono.
“Tsukuyomi.” Tsubasa la salutò con un sorriso cordiale. “Immagino che questa non sia una visita di cortesia.”
“No,” rispose Shirabe, con un’espressione determinata. “Ho bisogno di accedere a tutto ciò che la SONG ha su di me e Kiri-chan.” Tsubasa aggrottò la fronte.
“Mettiamoci a sedere.” Benché la richiesta suonasse come un ordine, Shirabe sapeva che la sua superiore non era arrabbiata con lei. Anzi, sembrava confusa. “Come Intonate, abbiamo ognuna i permessi di accedere ai file delle altre. Per incoraggiare legami più profondi tra di noi, credo fosse il ragionamento di mio zio.”
“Davvero?” Shirabe era sorpresa. “Ma c’era così poco su di noi... e guardando il file di Chris-senpai ho pensato che–”
“Siamo tutte libere di richiedere omissioni dai nostri file,” precisò Tsubasa. “Yukine ha le sue ragioni per quello che è stato censurato. Anche se la SONG è stata fondata sui segreti, subiremmo solo inutili inganni tra di noi.”
“Un altro vicolo cieco allora...” borbottò Shirabe, con una punta di amarezza nel tono della voce.
“Potrebbe essere un giudizio affrettato” osservò Tsubasa, con un miscuglio indecifrabile di emozioni sul suo volto. “La SONG ha ben poco su voi due risalente a prima che vi uniste, ma il suo predecessore, l’Agenzia Kazanari, potrebbe essere un’altra storia. Non posso promettere nulla, ma chiederò a Shinji di tenere d’occhio qualsiasi cosa rilevante per la tua ricerca.”
“L’Agenzia Kazanari?” Shirabe aggrottò la fronte. “Pensavo si fosse già sistemato tutto con l’arresto dell’uomo che la gestiva.”
“Mio nonno è il tipo di persona che non molla mai su niente,” disse Tsubasa, con una voce che ricordava quella della stessa Ame No Habakiri. “Anche ora, la sua influenza... ma è un mio fardello da portare, una mia battaglia da combattere. Non ti disturberò più con questo.”
“Se proprio insisti,” Shirabe non voleva fare pressione sull’argomento, non quando la gentilezza che le veniva concessa sarebbe stata tanto gravosa per chi la dispensava. “Ma ricorda, sei stata tu a insegnarmi ad abbassare le mie difese e a fare affidamento sugli altri per trovare la forza. Anche se non è la mia battaglia, sappi che sarò lì per sostenerti quando è necessario.”
“Proprio come ora io ti sostengo nella tua.” Tsubasa sorrise. “Lo ricordo bene, perché ho imparato una lezione simile da te. Non dimenticarlo mai, è la tua gentilezza che ti aprirà la strada.”
“Grazie.” Shirabe si alzò. “Dovrei andare. Ti ho distratto abbastanza dai tuoi doveri, e oggi ho ancora delle commissioni da sbrigare. Prenditi cura di te.”
“E anche tu.” replicò Tsubasa con gentilezza, poi tirò fuori un rapporto post-intervento per rivederlo.
Mentre Shirabe si allontanava, sentì un impulso malizioso colpirla e si fermò per lanciare un ultimo pensiero alle sue spalle.
“Sai Tsubasa-senpai, anche se non sono io quella a cui ti rivolgi nel momento del bisogno, sono certa che Maria è sempre ansiosa di sentire una tua chiamata!” Si allontanò di corsa per evitare ritorsioni, ma non le sfuggì l’imitazione straordinariamente precisa di Chris da parte di Tsubasa.
***
Shirabe non conosceva più direttamente altre persone che potessero aiutarla, ma non voleva dire che sarebbe rimasta con le mani in mano mentre le sue amiche lavoravano sodo per lei. Sapeva che esistevano organizzazioni dedicate ad aiutare le persone a risalire alla propria genealogia e database che lavoravano instancabilmente per ricostruire gli alberi genealogici. Se ci si poteva aspettare che qualcuno riuscisse a scoprire le radici di Kirika, erano loro.
Convincere Kirika a lasciarle raccogliere suoi campioni di DNA fu abbastanza semplice: una piccola bugia su un progetto per un’attività extracurricolare la fece accettare con entusiasmo. La finzione non era strettamente necessaria, ma le permise di distogliere più facilmente le sue domande dai veri obiettivi di Shirabe. Anche se le sembrava sbagliato ingannare la persona più vicina al suo cuore...
Ma ora era decisa su questa strada, e ne sarebbe valsa la pena una volta che Kirika avrebbe potuto festeggiare il suo compleanno con un sorriso sincero e un cuore più leggero. Mantenere l’elemento sorpresa era essenziale sia per evitare sofferenze, sia per massimizzare la gioia che questo dono avrebbe portato. Il fallimento non era contemplato.
Il contatto fu stabilito, i moduli corretti vennero compilati e i campioni spediti. Shirabe aveva scelto sette gruppi diversi in tutto il mondo (anche se concentrati principalmente in Asia orientale) di modo che, anche se uno non fosse riuscito a trovare nulla, ci fosse la possibilità che riuscisse uno degli altri. Ora non restava altro che aspettare. Un compito arduo, non fosse stato per l’enorme quantità di lavoro ancora da svolgere dopo il cataclisma di Yggdrasil.
Passò un mese prima che Shirabe ricevesse la prima email. Arrivò dopo un lungo weekend passato a cercare di stanare alchimisti latitanti in Cambogia, quando desiderava solo crollare a letto dopo una doccia lunga un’ora. Ma l’eccitazione di aver forse trovato le risposte che avrebbero potuto aiutare Kirika a guarire era rivitalizzante, così, con i capelli ancora avvolti in un asciugamano, tirò fuori il telefono e lo aprì.
Shirabe fissò l’email davanti a sé. E fissò. Perché, nonostante il messaggio fosse avvolto nelle parole più gentili e rassicuranti possibili, esprimeva comunque lo stesso risultato. Non avevano trovato nulla che collegasse Kirika a un qualche parente stretto. La fissò ancora un po’, come se questo potesse cambiare le parole in un risultato migliore. Ma le parole si rifiutavano di cambiare.
‘Non è la fine’, si ricordò Shirabe. ‘Per questo ne ho scelti sette. Sapevo che era possibile che alcune delle mie scelte non avrebbero funzionato. Da qualche parte qualcuno ha la risposta, e la troverò. Questo è solo un altro piccolo, fastidioso contrattempo.' Ciononostante, la frustrazione di non avere dopo sei mesi ancora nulla da mostrare per i suoi sforzi stava iniziando a pesare sulla più giovane delle Intonate.
Vedendo che anche Kirika aveva finito, Shirabe mise via il telefono e permise al suo Twin Heart di asciugarle i capelli, come ormai era diventata abitudine. Il conforto della routine e lo stupore incessante per i suoi ‘capelli setosi e sciolti, dess!’ contribuirono notevolmente a sciogliere lo stress accumulato. Accomodatasi con il suo mostro di coccole preferito, Shirabe si addormentò presto, fiduciosa che alla fine avrebbe avuto successo.
***
Entro la fine del mese, altre due segnalazioni di insuccessi le furono inviate. Si gettò a capofitto nell’allenamento e nello studio per affrontare la frustrazione crescente. Tsubasa e Miku notarono ognuna per conto proprio i rispettivi miglioramenti nell’etica lavorativa di Shirabe, ma non commentarono. Si limitarono a offrire supporto e comprensione silenziosi.
Mentre le giornate diventavano più corte e più fredde, la fiducia di Shirabe iniziò a vacillare. E se fosse stata un’impresa da folli? Kirika sarebbe riuscita a sopportare la notizia che non ci fosse una risposta? E Shirabe? Un altro fallimento su quel fronte non aiutava di certo quei sentimenti.
All’inizio di dicembre, Maria la prese da parte dopo un debriefing di missione. Anche se le speranze di Shirabe si erano ravvivate per poco, l’espressione che vide le infranse rapidamente.
“Hai trovato qualcosa?” chiese Shirabe, conoscendo già la risposta.
“No.” Almeno Maria non indorava la pillola. Shirabe ne aveva già prese abbastanza dai gruppi che aveva contattato. “Vorrei poterti dire il contrario, ma nessuna delle fonti che ho controllato ha portato a qualcosa. Temo di non esserti stata d’aiuto, Shirabe.” A quell’ultima affermazione seguì una risatina ironica.
“Ti sono grata lo stesso”, disse Shirabe con voce strozzata, cercando disperatamente di tenere sotto controllo i propri sentimenti. Non voleva sfogarsi con Maria, tra tutte proprio lei, non per qualcosa che non era colpa sua. “Hai sicuramente fatto tutto il possibile, quindi–” Il resto del pensiero venne interrotto dal suono di una notifica sul suo telefono.
Perdendo ogni consapevolezza di cosa la circondava, Shirabe lo tirò fuori e controllò la posta elettronica. In pochi secondi elaborò il fatto: non c’era nulla, ancora una volta. Non si accorse che le sue mani avevano iniziato a tremare. Non si accorse che Maria la chiamava per nome. Non si accorse quando la sua vista si offuscò per le lacrime e il telefono le cadde dalle mani. Per minuti che si protrassero per un’eternità, non si accorse di nulla.
…
Quando riprese conoscenza, Shirabe si ritrovò cullata tra le braccia di Maria; una mano le accarezzava dolcemente la schiena mentre risuonava il mormorio di una melodia familiare. La riportò indietro a giorni ormai dimenticati, a due bambine spaventate e confuse che si aggrappavano al calore fugace offerto dalla loro sorella maggiore. Odiava sentirsi di nuovo quella bambina, ma non disse di no al calore fraterno. Ne aveva troppo bisogno per pensare anche solo di provarci.
“Non è giusto!” singhiozzò Shirabe, stringendosi forte.
“Lo so.” sussurrò Maria.
“Non è giusto”, ripeté Shirabe tremando. “La mia Kiri-chan merita di sapere da dove viene, è il minimo che merita per tutto quello che ha sofferto! Ho cercato con tutte le mie forze di scoprirlo, perché nessuno lo sa? Non è giusto!”
“Abbiamo vissuto una vita intera di ingiustizie”, rifletté Maria. “Ma siamo sopravvissute perché non ci siamo lasciate andare a vicenda. Io sono qui e non andrò da nessuna parte. A volte va bene ammettere la propria debolezza, purché si rimanga fedeli a se stessi. Anche se non ti senti forte o coraggiosa, tutti saranno qui per aiutarti a stare a testa alta.”
“Grazie, Maria.” Shirabe non se la sentiva ancora di muoversi, ma si sentiva già molto meglio. Si accoccolò un po’ più vicino a lei. “Sei la migliore, sorellona.”
“N-non dirlo così!” balbettò Maria, arrossendo copiosamente. “Ma sono contenta che ti senta un po’ meglio.” Esitò qualche secondo prima di aggiungere: “S-sorellina.”
Rimasero così finché non le trovò Kirika, la quale fece una grande scenata sul sentirsi esclusa dalle coccole, prima di unirsi felicemente all’invito di Maria. Nessuna delle due commentò quanto Shirabe si aggrappasse forte a lei, il che la rese felice.
***
Un paio di settimane dopo l’inizio del nuovo anno, Tsubasa la invitò a pranzo. Dato che la Sentinella non era incline alla spontaneità, Shirabe pensò di sapere esattamente cosa fosse quell’iniziativa. Ma non poteva fare attenzione a questo, altrimenti si sarebbe fatta le sue illusioni. Se quelle speranze avessero continuato a venire infrante, sarebbe diventato ovvio che qualcosa non andava.
(Tuttavia, se Shirabe fosse stata sincera con se stessa, si sarebbe resa conto che gran parte della SONG aveva notato il suo stato emotivo sempre più instabile. Semplicemente non sapevano come affrontare l’argomento oltre a semplici domande sul suo stato d’animo. Domande che lei ignorava sempre.)
“Grazie per avermi invitata oggi.” Shirabe ruppe il silenzio che aleggiava sul loro tavolo, dopo aver finito in fretta la piccola porzione che aveva ordinato per sé.
“Certo. È bene rafforzare i legami di cameratismo fuori dal campo di battaglia per aumentare la coesione quando dobbiamo tornarci.” Tsubasa era spesso formale nel proprio comportamento, ma oggi sembrava a disagio. Una sensazione familiare si insinuò nella sua mente. “Come tuo superiore, è mio dovere occuparmi di queste cose. Ma immagino tu voglia che arrivi al punto?” Al cenno di assenso di Shirabe, Tsubasa sospirò.
“I documenti sequestrati all’Agenzia Kazanari sono stati esaminati. Come avevo chiesto, Shinji ha raccolto tutto ciò che potrebbe essere rilevante per te, e ho finito di guardarli ieri. Non c’è un modo semplice per dirlo, ma...”
“Non c’era niente che non sapessimo già.” concluse Shirabe.
“Niente sui parenti più prossimi di Akatsuki, o su dove si trovasse prima del FIS”, concordò Tsubasa. “Abbiamo trovato qualcos’altro che potrebbe interessarti...” La sua voce si spense quando una notifica fece tirare fuori a Shirabe il telefono. Guardò in cagnesco questo fallimento, recapitato per qualche motivo in una prosa particolarmente fiorita.
“Cos’è.” Shirabe immaginò di non poter restare delusa ulteriormente, e il modo in cui si aveva interrotto la conversazione era stato scortese. Anche se l’energia per essere veramente educata ormai era svanita.
“Come stavo dicendo, crediamo di aver trovato un collegamento credibile con la tua famiglia.” Tsubasa la osservò attentamente in attesa di una risposta. Non presentandosene alcuna, continuò. “Pensavo che se fossi interessata, dovrebbe essere possibile concederti più o meno una settimana di permesso. È ora di ricongiungerti con l’eredità da cui sei stata separata–” Shirabe si alzò e sbatté le mani sul tavolo.
“Non. Mi. Interessa!” disse Shirabe piena di rabbia, ignorando l’espressione scioccata sul volto della sua collega anziana. “La famiglia che ho perso tanto tempo fa... Non mi tormenta, e non mi avvicina per niente al mio obiettivo di trovare loro! La famiglia che ho ora è tutto quello di cui ho bisogno.”
“Sebbene questo sentimento sincero sia davvero meraviglioso, come amica che ha a cuore il tuo benessere, devo chiederti di trovare del tempo per riposare”, la implorò Tsubasa, porgendole una mano con il palmo verso l’alto. “Hai intrapreso questa strada da quasi un anno ormai, ed è chiaro, ti sta logorando. Ho visto cosa fa a un guerriero questo tipo di devozione incondizionata; ho sperimentato in prima persona come possa finire così facilmente.”
“Non posso fermarmi. Non mi fermerò.” Shirabe si voltò. “Non finché non troverò in questo mondo un modo di cancellare per sempre le sue lacrime.”
“Tsuk– Shirabe, aspetta! Non devi fermarti, devi solo–” Ma Shirabe si era già allontanata.
***
Una parte di Shirabe sapeva di stare precipitando, che le preoccupazioni di Tsubasa non erano prive di fondamento, ma al resto di lei semplicemente non importava. La risposta che cercava doveva essere là fuori, da qualche parte. Doveva solo cercare più a fondo, aggiungere nuovi metodi alla sua ricerca. Qualcosa sarebbe saltato fuori prima o poi.
Ma nulla di quanto provava dette nuovi risultati, e quando arrivò di nuovo l’ora del suo compleanno, Shirabe aveva sostanzialmente riposto tutte le sue speranze di trovarla in quell’organizzazione. Per puro caso, fu subito dopo la fine dei festeggiamenti, che ricevette da loro un’email. Irrigidita dall’apprensione, la aprì.
Era il risultato più completo ottenuto sinora dall’agente della SONG. In qualche modo queste persone erano riuscite a stabilire un collegamento con un lontano cugino, che Shirabe riconobbe vagamente come un altro Bambino Recettore non sopravvissuto al FIS, e da lì avevano tracciato una linea che risaliva quasi a Finé in persona. Da lì in poi le informazioni diventavano più speculative, poiché non riuscivano a tracciare con precisione la linea direttamente fino a Kirika, dato che ogni linea tracciata si fermava di colpo ad almeno tre generazioni di distanza. Era quasi come una cospirazione per cancellare dalla Terra ogni traccia che la sua famiglia potesse aver lasciato...
Quel pensiero diede a Shirabe un’idea. Gli Illuminati di Bavaria avevano avuto un ruolo in quasi tutti i disastri per cui la SONG era stata creata, e loro elementi canaglia continuavano a spuntare ogni mese circa. Ancora più importante, in quanto alchimisti, erano fondamentalmente dediti alla scoperta di segreti, con qualsiasi mezzo ritenessero necessario. Non importava nemmeno se avessero davvero a che fare con l’assenza del passato di Kirika, erano una potenziale fonte non ancora sfruttata, e avrebbero potuto benissimo trovare qualcosa che i mezzi mondani o governativi non avrebbero potuto trovare.
La parte razionale di Shirabe sapeva che le probabilità che degli alchimisti latitanti a caso sapessero qualcosa di utile per lei erano scarse nel caso migliore, ma scelse di ignorare la cosa. Con così poco tempo rimasto, doveva correre tutti i rischi possibili, anche gli azzardi più folli. Alcuni dei più grandi trionfi delle Symphogear erano stati il risultato dell’aver scelto l’opzione più folle a loro disposizione, quindi magari questa era in realtà la sua migliore possibilità. Non importa quanto paradossale.
***
In certi luoghi il primo giorno di aprile è dedicato alle beffe e agli scherzi. Shirabe si sentiva proprio una sciocca a questo punto, dove ogni alchimista che interrogava sembrava saperne meno del precedente. Quest’ultimo gruppo conosceva a malapena i fondamenti della loro arte, figurarsi i segreti del mondo. Li rendeva facili da catturare, almeno, ma la frustrazione crescente le faceva venire voglia di urlare.
“Sai, è la terza volta in un mese che fai cagare addosso uno di questi idioti”, commentò Chris. “Per quanto ne so, almeno. Vuoi parlare di cosa ti sta divorando dal di dentro, o mi escludi come hai fatto con la Senpai?” Shirabe la fulminò con lo sguardo.
“Sto bene!” scattò. “Apprezzo la tua preoccupazione, ma non sono affari tuoi. Tanto ho tutto sotto controllo.”
“Sono un mucchio di stronzate fumanti, e lo sappiamo entrambe.” La portatrice di Ichaival incrociò le braccia. “Ogni volta che dicevo qualcosa del genere, mentivo spudoratamente, e non finiva mai bene. Devi prenderti una pausa prima che qualcuno, probabilmente tu, si faccia male. O almeno rallentare un attimo.” Quando Shirabe non mostrò alcun segnale di risposta, sospirò e continuò.
“Ascolta, hanno capito tutte che non va qualcosa in te, e siamo tutte preoccupate, nient’altro. Non posso obbligarti a parlarne, ma se non hai intenzione di darti la tregua di cui hai chiaramente bisogno, dovresti almeno parlare con la tua compagna di cretinate. Sta facendo diventare matta se stessa, e me, per colpa del pasticcio che stai combinando. Pensaci, ok? Vado a fare rapporto.”
Shirabe osservò in silenzio la sua amica allontanarsi. Sentì il bisogno di raggiungerla e richiamarla, di scusarsi e cercare conforto. Ma poi il momento passò, e con esso gran parte dell’energia dell’Intonata. Lasciò che la Shul Shagana si dissolvesse, e si sedette con un sospiro su una roccia nelle vicinanze. Voleva urlare, o nascondersi il viso tra le mani e piangere, o crollare su se stessa e diventare nulla. Non fece niente di questo, rimanendo invece immobile come una statua.
A questo punto, era amaramente chiaro che aveva fallito. Che differenza avrebbero fatto le due settimane che restavano, dopo un anno di fallimenti? Non sarebbe stato meglio arrendersi, concedersi una bella dormita, e ammettere finalmente al suo Sole prezioso dagli occhi color smeraldo cosa aveva fatto? Quando era stata l’ultima volta che loro due, come coppia, avevano avuto una conversazione vera? Shirabe si disperava, perché non riusciva a ricordarselo.
Tuttavia, c’era ancora quella parte ostinata di lei che si rifiutava di cedere. Non poteva fermarsi finché sentiva ci fosse ancora qualcosa da poter fare, finché sentiva che si sarebbe presentata una risposta, se solo avesse guardato di nuovo. In un modo o nell’altro, questo sforzo sarebbe finito presto. Le serviva un miracolo perché la situazione fosse a suo favore, ma non era mai stata la specialità della ragazza in rosa. Nonostante questo, ci avrebbe provato.
***
Erano le 15:45 della vigilia del compleanno di Kirika, e Shirabe scorreva freneticamente i documenti che aveva scaricato. Pensare che qualcosa potesse cambiare i risultati dei suoi sforzi a quell’ora era un’illusione, ma il pensiero di fermarsi non le passò nemmeno per la testa. Anche mentre le lacrime le annebbiavano la vista. Avrebbe potuto continuare in questo modo fino a tarda mattina (o fino a svenire), non fosse stato per una voce allegra che le interruppe la concentrazione, allegra come al solito.
“Shirabe? Cosa...” Kirika fu interrotta dal suo stesso sbadiglio. “Cosa fai sveglia? È tardi, dess.”
“Kiri-chan, io...” Shirabe dimenticò cosa stava dicendo quando vide la ragazza assonnata davanti a lei. Kirika era vestita per andare a letto con il suo grazioso pigiama a righe e le solite mollette per capelli erano assenti. I suoi capelli, sempre un po’ spettinati, erano diventati un disastro a causa di tutte le volte che li tormentava quando non c’era niente a cui aggrapparsi. I suoi occhi fissavano annebbiati il vuoto, eppure conservavano ancora una scintilla di quell’energia selvaggia che la spingeva sempre ad agire impulsivamente. Tutto ciò fece sussultare il cuore di Shirabe, ricordandole che amava profondamente quella ragazza, più di ogni altra cosa.
Il che rendeva la preoccupazione dipinta su ogni suo tratto ancora più dolorosa da vedere. Dallo spostamento ansioso da un piede all’altro, le dita che si intrecciavano l’una con l’altra sfidando ogni schema, al piccolo cipiglio che si mostrava così raramente sul volto di Kirika. Finalmente, Shirabe incontrò gli occhi della sua compagna: racchiudevano una moltitudine di emozioni contrastanti e in competizione tra loro. Avrebbe potuto trascorrere le ore di oscurità che restavano a identificarle tutte, ma non aveva senso rimandare ancora l’inevitabile.
“Mi dispiace”, si lanciò in avanti Shirabe, senza darsi il tempo di ripensare alle sue parole. “Per non essere stata onesta su quello che ho fatto. Per aver escluso tutti, persino te. Soprattutto te. Per non averti lasciato la possibilità di aiutarmi, per aver trovato ogni scusa per essere altrove.” Si alzò e strinse le mani di Kirika nelle sue. “Mi sei mancata così tanto, ma mi sono detta che ne sarebbe valsa la pena. Non mi sono presa il tempo di rendermi conto che con la mia stupidità non stavo solo facendo del male a me stessa...”
“Allora, ehm, cosa significa tutto questo, dess?” chiese Kirika, il perdono già luminoso nei suoi occhi, per quanto immeritato sembrasse. “Sto per essere messa al corrente di un grande segreto? So che i miei super occhiali da spia sono qui da qualche parte, dess!”
“Stavo provando a cercare la tua famiglia d’origine”, disse Shirabe a bassa voce. “Volevo aiutarti a sentirti meno separata da te stessa. Anche solo qualcosa di piccolo tipo quando e dove sei nata. Ma non ho trovato nulla, e ho lasciato che quel fallimento mi consumasse.”
“Oh, capisco,” il cuore di Shirabe sussultò vedendo la scintilla svanire dagli occhi di Kirika. “È stata tutta colpa mia.”
“Cosa?”
“Avrei dovuto sapere che se io avessi condiviso il mio dolore più profondo, allora tu avresti voluto aiutarmi.” Kirika lasciò andare una risatina debole. “Ero troppo, troppo stupida per vedere fin dove saresti arrivata, come ti stava influenzando davvero. Che razza di compagna sono, dess!” Ritrasse le mani, lasciando Shirabe a stringerle. “È sempre così... Voglio così tanto proteggerti, tenerti al sicuro. Ma poi faccio qualcosa di stupido o incosciente e tu ti intrometti per proteggermi, invece! Forse è ora di rendermene conto... Io sarò la tua fine, dess.”
“Kiri-chan...” Shirabe cercò di allungare la mano, ma Kirika si voltò con un singhiozzo, correndo verso la porta. Ma i suoi piedi avvolti dai calzini la tradirono, facendola scivolare sul pavimento come una massa accartocciata. La ragazza in rosa voleva andare da lei o dirle parole di conforto, ma la lingua le venne meno e si ritrovò bloccata sul posto nel tentativo di elaborare l’accaduto. Come avevano potuto le sue azioni condurla a questo?
Era tutto quello che Shirabe non aveva voluto. Non solo aveva fallito nel compito che si era imposta da sola, ma ora Kirika stava incolpando sé stessa per tutto il dolore causato da quello! Come poteva rimediare? Quella disperazione divorante che ora proveniva dalla persona che per lei significava tutto.
Forse se Shirabe avesse avuto le parole giuste sarebbe andato tutto bene... Ma la sua mente era annebbiata dalla montagna di emozioni e pensieri che ora la sopraffacevano! Anche solo aprire la bocca e cercare di riversarle fuori in quel modo non funzionava, perché le parole le restavano semplicemente in gola. La Maledizione di Balal non era stata forse spezzata durante quel disastroso viaggio sulla Luna? Perché non riusciva semplicemente a esprimere ciò che aveva nel cuore come aveva sempre fatto Kirika?
Sapeva cosa voleva dire. Voleva dire a Kirika che sarebbe sempre stata lì per lei. Che voleva aiutare a colmare le crepe nel cuore della sua dolce metà, come Kirika aveva fatto per lei. Che finché fosse riuscita a tenerle la mano, sarebbe andato tutto bene, avrebbero potuto trovare insieme la forza di cui aveva bisogno. Tutto questo, e molto di più. La portatrice della Shul Shagana chiuse gli occhi sulle proprie lacrime, mentre la disperazione la avvolgeva.
Aspetta!
Shirabe spalancò gli occhi quando capì la soluzione. Aveva sempre faticato a entrare in contatto con gli altri e a condividere con le parole ciò che provava, ma c’era un modo di comunicare che non aveva mai mancato di mostrare cosa aveva nel cuore. Il metodo a cui ricorrevano gli antichi umani quando il linguaggio li abbandonava.
Piena di rinnovato entusiasmo, chiamò dolcemente Kirika: “Kiri-chan, per favore... Ascolta la mia canzone!”
Shirabe si avvicinò pattinando fino a Kirika, rannicchiata sul pavimento, e si sedette. La canzone rimasta intrappolata nel suo cuore riempì dolcemente la stanza, una dolce promessa per un pubblico composto da una sola persona. La sua amica più cara tremava con singhiozzi silenziosi, ma non avrebbe permesso a quel dolore di separarle. I suoi sentimenti si cristallizzarono in parole e Shirabe iniziò a cantare.
Sì sarò qui, per sempre con te, sempre vicino, ti terrò per mano
(Fece scivolare la mano in quella di Kirika, in un gesto silenzioso di sostegno.)
Così non dovrai piangere per niente al mondo; ti chiedo solo di credere in me
(Le diede tre delicate strette di mano. Dopo qualche istante, sentì ricambiare il gesto. Si lanciò nel verso successivo con un sorriso sul volto.)
Io resto qui, guardo te andare avanti
Ma tu non mi noti e mi lasci da sola
Ho visto ben più di quanto pensassi
Come ridi alla vita anche se ti fa male
(Kirika si spostò lasciando visibile un occhio, pieno di lacrime e di scuse inespresse. Shirabe non vacillò, la sua canzone e il suo sorriso saldi mentre ricambiava lo sguardo con amore e perdono.)
Poi sento da te un sussurro: “Voglio svanire”
Ora vedo il tuo viso rosso piangere lacrime
Guardando un tuo sorriso, mai avrei pensato
Fosse un mare di dolore, che mi spezza il cuore!
(Lentamente, la tensione della ragazzina bionda si allentò, quando le fu chiaro che non c’era alcun giudizio. Era un’esplosione autentica di emozioni: il testo era intriso di dolore, ma non era quello il punto.)
Non ti lascerò mai da sola
Da me non sarai mai più lontana
Se per una famiglia basta essere in due
Stanne pur certa, io ti darò tutto
(Kirika si spostò di nuovo in modo da guardare Shirabe dritto negli occhi. Sembrava sbalordita da quello che vedeva. Da cosa sentiva.)
Se volessi fuggire, nasconderti a tutti
Non voglio che le lacrime mi celino il tuo viso
Se iniziamo a cantare “Tanti auguri a te”
Voglio essere lì, per vederti felice
(Per un secondo ci fu un tremito in quegli occhi color smeraldo, poi la diga si ruppe. Kirika finalmente si concesse di piangere apertamente, liberando anni di emozioni represse. Si tuffò in grembo a Shirabe e fu la benvenuta. La ragazza vestita da Symphogear passò le dita tra i capelli scompigliati e canticchiò dolcemente a ritmo di musica.)
Nei lunghi giorni di sole, se c’è solo gioia
Nel buio e tristezza senza alcun vincitore
Sempre e comunque sei la mia altra Metà
Nel ricordo di un voto, con te resterò!
(Il torrente di lacrime cominciò a rallentare, il peggio era passato per il momento. Ora che era più calma, Kirika ricominciò a prestare maggiore attenzione alle parole, e non soltanto alla melodia.)
A volte non possiamo sceglierci i problemi
Per quanto lo odiamo, il “passato” ritorna
“Oggi” può non durare come vorremmo
Ma vincere la paura sì, poi io... sarò forte con te.
(La bionda si girò in modo da guardare negli occhi la cantante. Il suo sorriso era più rilassato ora, non una maschera di sentimenti più oscuri. Nella posizione comoda in cui si trovava, era chiaro che stava lottando per rimanere sveglia...)
Una volta sognai di invecchiare con te, la fine perfetta in due
Per ridere insieme, in barba al futuro
Viviamo oggi con tutte noi stesse!
(…Finché Shirabe non espresse il suo desiderio più profondo. Il rossore di Kirika si diffuse fino alle spalle e alle orecchie, mille parole affastellate sulla punta della lingua. Parole che le ricaddero in bocca mentre chiudeva la mascella, pensando che in quel momento fosse più importante la canzone.)
Sì, per questo bisogna essere unite
Io con te, il calore tra noi, crearci il futuro
Se potremo sempre imparare a vicenda
Sì, niente è impossibile per noi al mondo.
“Shirabe?” la interruppe Kirika mentre l’ultima parola svaniva. “Davvero io– c’è– dici davvero? D-di invecchiare insieme?” Si alzò per sedersi e riuscire a parlare faccia a faccia.
“Dicevo davvero ogni parola della mia canzone, Kirika.” disse Shirabe con calore, il viso sempre più rosso mentre ripensava a cosa aveva cantato. “Il sistema Symphogear attinge alla canzone nei nostri cuori; non potrei mentire anche se volessi.” Dopo essersi presa un momento per riflettere, aggiunse: “Non vorrei mai mentire su cosa provo per te.”
“Questo è– ho-ho appena– dess... Dess!” Kirika si coprì il viso con le mani e si dimenò violentemente, mentre il rossore si spargeva in modo quasi inverosimile. Fece un paio di respiri profondi prima di lasciare che i suoi occhi sbirciassero tra le dita. “Sembra quasi un... matrimonio! Dess!”
“Suppongo di sì,” ammise Shirabe, il suo viso in perfetta sintonia con i suoi occhi. “La cosa mi piacerebbe... e, tu vorresti sposare qualcun altro?”
“Non proprio, dess.” Kirika rispose subito, poi scosse la testa. “Aspetta, no, non è questo il punto! Il matrimonio è un passo enorme e siamo ancora bambine e– e– ma poi siamo fidanzate?”
“Dici di no?”
“Non lo so! Noi...” Kirika lasciò cadere le mani in grembo. “Non ne abbiamo mai parlato veramente. Veramente ci sono molte cose di cui non parliamo, dess. Forse per questo continuiamo a farci male a vicenda senza volerlo, nonostante tutto.”
“Sì...” Shirabe sentiva lo sconforto insinuarsi, ma ormai era stufa di lasciare che situazioni del genere dettassero le sue azioni. “Ma se anche fosse vero! Possiamo parlare di più! Potremmo sbagliare, ma possiamo imparare l’una dall’altra come fare meglio. Farei qualsiasi cosa, per poter continuare a cantare insieme per sempre!”
“Shirabe!” Kirika le afferrò le mani, stringendole tre volte. “Anch’io voglio questo! Non importa quanto sarà difficile, voglio farlo sempre con te dess! Proteggerti è il mio lavoro, ricordi?”
“Certo.” Shirabe ricambiò il gesto con un sorriso. “E credo di conoscere un buon modo per andare avanti. Miku parlava di come ultimamente lei e Hibiki hanno iniziato ad andare in terapia, e penso... penso che potrebbe fare bene anche a noi.”
“Non so in che modo può funzionare la cosa, con tutta quella roba segreta”, borbottò Kirika con leggerezza. “Ma mi fido di te, Shirabe. Se pensi che funzionerà, allora diamoci dentro dess! Ah, ma uh...”
“Il matrimonio, giusto?” ipotizzò Shirabe. Kirika annuì con un rossore sulle guance che rispecchiava quello di Shirabe. Si prese un minuto per mettere ordine nelle parole prima di parlare.
“Non dobbiamo per forza essere sposate per invecchiare insieme. Essere fidanzate e compagne di canto è più che sufficiente per me.” Kirika canticchiò in segno di approvazione. “Un giorno, forse, quando ci sentiremo pronte entrambe, potremo fare questo passo. Per ora,” toccò a lei essere interrotta da uno sbadiglio. “Le discussioni importanti possono aspettare sino a quando avremo dormito.”
“Prima di farlo,” Kirika tirò fuori la sua Reliquia e ci giocherellò nervosamente. “Potremmo finire la tua canzone? Insieme, dess?”
“Non desidero altro.” Shirabe si alzò, portando Kirika con sé. “E Kiri-chan? Buon compleanno.” La ragazza splendente come il Sole rivolse il sorriso più luminoso possibile alla sua Luna.
~Zeios Igalima laizen tron~
Con le mani giunte, la coppia ondeggiava nella stanza in penombra, mentre un canto d’amore sgorgava dalle loro labbra...
Siamo splendenti del nostro amore svelato
Mani giunte, camminiamo insieme e danziamo
Il nostro legame un abbraccio, luce di notte
Ricorda, cerca in te e canta, la tua melodia
