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Quella mattina, Imma aprì di colpo la porta dell’ufficio e una cappa di calore umido e denso le finì addosso senza pietà. In tutta fretta, afferrò il telecomando dell’aria condizionata che funzionava a tratti -come la maggior parte delle cose in procura- e l’accese, nella speranza di migliorare la situazione.
Era ancora presto e nell’edificio non c’era nessuno. Se non ci fosse stata lei, l’intero Palazzo di Giustizia sarebbe andato a rotoli. Un branco di fannulloni, soprattutto d’estate! Non vedevano l’ora di stare a mollo nelle acque del Mar Ionio e scrollarsi di dosso qualsiasi responsabilità. In particolare, la signora Maria Moliterni che, da quando Imma non andava più a Metaponto, non faceva altro che decantarle le meraviglie del posto. E quanto si stava bene, e come era ventilata la spiaggia, e quanto era pulita e limpida l’acqua, e com’era stata bella la festa di Ferragosto… e bla bla bla. Tutte chiacchiere! A lei gliene importava un fico secco. Anzi, era contenta di non ritrovarsela tra i piedi persino in vacanza e, in particolare, di non dover più condividere gli spazi con l’ex suocera per settimane.
Stava giusto cercando di scacciare l’immagine di quella pettegola da quattro soldi dalla testa, che il cellulare emise un suono dall’interno della borsa. Un messaggio. Di Calogiuri, non aveva dubbi. Aveva l’abitudine di augurarle il buongiorno e, nonostante trovasse la cosa un po’ troppo melensa, se si trattava di altri, in quel caso si scioglieva segretamente e rimaneva svariati minuti a fissare l’emoticon a cuore inviata dal suo bel sottufficiale. Lo vedeva solo nei weekend, quando tornava da Bari, dove studiava all’università e lavorava in procura.
Fu così che la trovò Diana, non appena varcò la soglia dell’ufficio, persa nello schermo dell’aggeggio, che lei stessa aveva battezzato “infernale”, ovvero il suo smartphone.
“Ti ha scritto il tuo maresciallo?”.
Imma sobbalzò e quasi le cadde il telefono, che prese le sembianze di una saponetta che le schizzava via dalle mani. “Ma sei impazzita? Mi ha fatto prendere uno spavento. Poi sarei io quella che non saluta!”.
“Buongiorno”. La De Santis piegò gli angoli della bocca in un sorriso beffardo, le piaceva da matti prenderla in giro. Con affetto, ci teneva a sottolineare.
“Che abbiamo da fare oggi?”, tagliò corto la piemme.
“Sembravi più felice un attimo fa, mentre leggevi il messaggino del principe di Grottaminarda, invece ti sei svegliata con la luna di traverso. Come sempre, del resto. Sarà l’astinenza…”.
“Che fai, prendi ispirazione dalle battutine stupide dell’amica tua del Re.Ge.?”.
“Beh, è innegabile che l’unico giorno della settimana in cui sei sopportabile è il venerdì, perché sai che la sera stessa lo rivedi. Tutti gli altri sei intrattabile, in particolare il lunedì, subito dopo che parte. Oggi siamo solo a mercoledì”.
Imma sbuffò e le fece il verso. Ironizzare sulla sua vita di coppia con Calogiuri, era diventato lo sport preferito delle commesse della procura che, in quanto a lingue lunghe, erano campionesse mondiali. Per fortuna, Diana non formava più parte del gruppo di taglia e cuci, ma non rinunciava a una buona dose quotidiana di gossip, da tenere per sé.
“E comunque, non era lui a scrivermi prima. Cosa credi, che faccio tale e quale a te che ti sei rimbambita appresso al giudice di pace?”.
“Ah no? E chi era?”.
“Non sono affari tuoi”, rispose Imma, impettita.
“Stavi a fissare lo schermo come una scema, ormai ti conosco”.
La Tataranni prese il cellulare, che nel frattempo aveva poggiato sulla scrivania e si diresse verso l’uscita col suo passo marziale. “Vado da Vitali, devo parlargli del caso Colangelo”. E con la grazia che la contraddistingueva, chiuse la porta dietro di sé, sbattendola così forte da far tremare i muri.
Quando tornò in ufficio, un’oretta più tardi, trovò Diana seduta alla scrivania, intenta a mandare un vocale a bassa voce, manco stesse comunicando in codice con una spia del KGB. Ciò che le sue orecchie captarono, fu un mormorio indecifrabile. “Che fai?”.
L’amica trasalì. “Mo mi facevi morire tu a me!”.
“A quanto pare, non sono l’unica a essersi scimunita a causa di un uomo”.
“Stavo mandando un messaggio a Cleo”, si giustificò Diana, però dal tono della sua voce trapelava incertezza.
Imma la scrutò in tralice, vuoi vedere che si era fatta l’amante? Non gliela raccontava giusta, ma decise di non indagare, poiché aveva ben altro di cui preoccuparsi in quel momento. Il suo incontro con Vitali non aveva dato i frutti sperati e lui l’aveva intimata di chiudere al più presto il caso. Marinella Colangelo, la preside della scuola media della Matera bene, era una persona in vista. Non potevano sbagliare, niente passi falsi, si era raccomandato il procuratore, o si sarebbero ritrovati nel bel mezzo di una gogna mediatica. “Chiama Nisticò e digli di andare a prendere Eusebio Ferrara, il marito della vittima”.
La cancelliera, che le si stava avvicinando con l’intenzione di dirle qualcosa, fece dietrofront verso il suo ufficio per far partire la telefonata, poi, dopo aver indugiato qualche minuto, le si avvicinò di nuovo. Imma era tutta concentrata a visionare degli incartamenti.
“Non è bellissimo l’anello che mi ha regalato Cristiano?”, domandò, portando la mano davanti a sé.
La piemme roteò gli occhi. Quelle stupidaggini le facevano venire il voltastomaco. “Me l’hai già fatto vedere trecento volte, me lo sogno pure la notte!”.
“Secondo me, dovresti provarlo".
“Ma sei impazzita? Io provarmi quel coso? Mi sono tolta la fede quasi tre anni fa e non ho intenzione di mettermi nessun anello all’anulare sinistro, manco per scherzo!”.
“Dai, ti starebbe bene!”. Diana se lo sfilò e, con un gesto rapido, glielo mise al dito.
Era un pataccone con tre brillanti falsi, osservò la Tataranni, che se ne liberò in un baleno, sbattendolo sul tavolo.
“Com’era? Giusto? Troppo stretto? Più o meno abbiamo la stessa misura, no?”.
Imma, non capendo dove volesse arrivare, aggrottò la fronte e rimase in silenzio, incrociando le braccia sul petto.
“Non so proprio come faccia il povero Ippazio a sopportarti. Tu sei senza speranza, davvero”. La De Santis ritornò nel suo ufficio, attraverso la porta comunicante.
“Che c’entra mo Calogiuri?”.
“Niente, lascia stare”. Fece un gesto con la mano, per farle intendere che la risposta non era importante.
La piemme scrollò le spalle, riportando l’attenzione sui suoi documenti. Chi la capiva a quella?!
Alla fine della giornataccia da poco conclusa, Calogiuri la chiamò. Cercava di non disturbarla, mentre lavorava. Le mandava un messaggio di tanto in tanto, a cui lei rispondeva con l’entusiasmo di una quindicenne che riceveva i bigliettini dal bello della classe.
“Claudia ci ha invitati questo fine settimana alla casa al mare a Paestum, ti va di andarci?”. Sarebbe stata l’unica vacanza che potevano fare, visto che non avevano ferie nello stesso periodo.
La dottoressa si prese un attimo per rispondere, fermandosi in mezzo alle strada.
“Potremmo prenotare un albergo nei dintorni, se non ti va di stare da lei. Ne è pieno da quelle parti”, aggiunse Calogiuri, che aveva il dono di saperle leggere nel pensiero. “È anche un’occasione per conoscere il bambino. Non l’abbiamo ancora visto, da quando è nato”.
A Imma, la cugina di Calogiuri piaceva. Era simpatica, sveglia, il tipo di ragazza che non si perdeva in un bicchiere d’acqua… ma, d’altronde, era nipote di Titina e dalla nonna aveva preso il carattere forte e la battuta pronta. Non le dispiaceva passare qualche giorno di relax in spiaggia col suo maresciallo e inaugurare la stagione estiva con il primo bagno. “Va bene”, rispose, con un accenno di entusiasmo, cosa che lasciò Ippazio a bocca aperta.
“Ti penso sempre, lo sai?”, sussurrò il giovane, prima di chiudere la telefonata.
“Sì, Calogiù, lo so, me lo ripeti ogni sera”. Imma, si rigirò la stoffa del vestito laminato tra le dita. Era il suo modo di ricambiare, ma stavolta si sentiva più magnanima. “Pure io ti penso”.
Dall’altro capo del telefono, il maresciallo sorrise. “Adesso, devo chiudere. Vado a bermi una birra con Cassano”.
“Fa’ il bravo, Calogiù, eh!", si raccomandò la piemme e, infine, staccò la chiamata.
***
Nei giorni successivi, Imma cominciò a preparare la valigia per il mare. Da uno scatolone del trasloco che non aveva mai svuotato, recuperò i numerosi costumi che possedeva e scelse con cura quelli da portare. Era dall’anno precedente che non andava In spiaggia con Calogiuri, ragion per cui, l’idea di passarci un weekend intero la mandava su di giri. L’eccitazione era tanta, che si ammonì più volte, poiché si rendeva conto che sorrideva da sola, immaginandosi con lui in riva al mare.
La mattina della partenza, i due uscirono presto e fecero colazione in un bar appena fuori città dove, secondo la dottoressa, sfornavano i migliori bomboloni di Matera. Dorati, cotti al punto giusto e strabordanti di crema. Accompagnati da un cappuccino, erano la fine del mondo. Si rimisero in viaggio a stomaco pieno, per raggiungere la loro destinazione entro le undici.
“Sono contento di andare a Paestum con te”. Calogiuri le lanciò uno sguardo entusiasta. “Da piccolo, i miei genitori ci portavano lì d’estate, quando potevano permetterselo. E adesso ci andiamo insieme”.
Imma sorrise, la sensibilità del maresciallo le scaldava il cuore. Benché lei si impegnasse a nascondere le emozioni dietro i silenzi, i suoi occhi e il suo viso parlavano al suo posto.
Il viaggio passò rapidamente, mentre si raccontavano le novità della settimana e Calogiuri alzava al massimo il volume della radio, per cantare le canzoni di Tiziano Ferro a squarciagola.
“Prima o poi, mi farai diventare sorda appresso a te e a quest’altro che urla come un forsennato!”, si lamentava la dottoressa, ma sotto sotto le faceva piacere che lui le dedicasse i versi di quelle canzoni strappalacrime. Infatti, canticchiava pure lei imbarazzata, muovendo a malapena le labbra.
“E scusa se ti amo e se ci conosciamo
Da due mesi o poco più
E scusa se non parlo piano
Ma se non urlo muoio
Non so se sai che ti amo…
E scusami se rido, dall'imbarazzo cedo
Ti guardo fisso e tremo
All'idea di averti accanto
E sentirmi tuo soltanto
E sono qui che parlo emozionato
...e sono un imbranato!” (*)
Un paio d’ore più tardi, imboccarono l’uscita dell’autostrada verso Eboli, fino al bivio di Santa Cecilia. In sottofondo, le cicale ad accompagnare la distanza che li separava dall’albergo che Calogiuri aveva prenotato, sotto consiglio di un collega di Battipaglia. Arrivati al parcheggio, si presentò dinanzi a loro un edificio bianco a tre piani, circondato da un giardino curatissimo con palme e bouganville. Imma, leggendo il nome sull’insegna, si rese conto che era un quattro stelle.
“E questo chi lo paga?”.
“Non ti preoccupare, dottoressa. Tu goditi il fine settimana e lascia fare a me”.
Entrarono nella struttura e la piemme ispezionò l’ambiente, guardinga. C’era una vetrata dall’altro lato della grande hall che li accolse, dalla quale si intravedeva una piscina.
“Terzo piano, stanza trecentodue”. Il receptionist gli porse la chiave, dopo aver registrato i loro documenti. La colazione, spiegò, era dalle sette alle dieci e gli augurò una buona permanenza.
“Allora, ti piace?”, domandò Calogiuri, una volta che le porte si chiusero dietro di loro e l’ascensore cominciò a salire.
“Sì, ma non è un po’ troppo?”.
“Perché non ti rilassi, Imma?”. Il tono della sua voce era dolce, voleva davvero che per lei fossero dei giorni senza preoccupazioni.
Giunti alla camera, il carabiniere inserì la carta elettronica nell’apposita fessura. La porta scattò e la prima cosa che videro entrambi, appena entrati, fu la magnifica vista sul mare. Imma rimase ad ammirarla dal fondo della stanza, mentre Calogiuri si avvicinò al balcone e spalancò le ante della portafinestra. Un odore familiare, che gli ricordò immediatamente la sua infanzia, lo travolse, riempendogli i polmoni di salsedine e la mente di ricordi. Si sporse ad ammirare il panorama, quando sentì che Imma lo raggiunse. “Non ero mai venuta in un albergo così elegante”, esordì quest’ultima, dopo qualche attimo di silenzio.
“Ce lo siamo meritato, no? Lavoriamo sodo tutto l’anno, una piccola vacanza ci sta”.
“Piccola vacanza? Non voglio manco sapere quanto costa alloggiare qua, Calogiuri!”.
“Il giusto”.
Imma rientrò in camera. “Andiamo a metterci i costumi, tua cugina ci aspetta al lido”.
Estrasse in fretta e furia un bikini da quell’accozzaglia di colori che era la sua valigia, poi si chiuse in bagno. C’erano una vasca enorme con l’idromassaggio e la doccia in muratura, due lavandini… roba da ricchi. Non aveva mai visto niente del genere da vicino. Si spogliò e si rivestì, osservando la sua figura nell’enorme specchio che copriva gran parte della parete davanti a lei. In quel periodo, stava bene col suo corpo, nonostante la menopausa che incombeva minacciosa, le avesse fatto mettere su un paio di chili. Calogiuri le diceva che era sempre bellissima, ma era evidente che avesse una percezione distorta della realtà, pensava a volte la Tataranni. Quando uscì dal bagno, il giovane stava aprendo il suo bagaglio seduto sul letto e si fermò a guardarla. Deglutì. Il due pezzi leopardato rosso fuoco gli provocò un fremito.
“Ancora così stai, Calogiù? Muoviti, veloce!”.
“Sei… stai bene”, rispose il maresciallo, toccandosi la barba. Dopodiché, le afferrò le mani e l’attirò a sé, stringendola.
Quei complimenti timidi e spontanei la facevano gongolare. La piemme gli accarezzò i capelli, mentre lui affondava la testa nel suo ventre. Lo faceva di frequente ed era un gesto tenero che, spesso e volentieri, sfociava in altro. Cominciava a baciarle la pancia, che in quel caso era già nuda, le accarezzava quelle parti del corpo che solo a lui era concesso toccare e...
Non avrebbe impiegato molto a spogliarla del tutto. Fece scivolare le dita all'interno degli slip, dal retro, ma Imma lo ammonì con un buffetto sulla mano. “No, Calogiuri, andiamocene al mare. Qua va a finire che non usciamo più dalla stanza”.
Lui acconsentì, rassegnato. “Ogni vostro desiderio è un ordine, dottoressa. Metto il costume e andiamo”.
