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PoV Sylvia Mormont. Capitolo I
Erano trascorsi ventinove nove giorni, Sylvia ne era sicura perché, circondata dall'oscurità, il tempo era l'unica, imprecisa coordinata. La sua cella era sprovvista di feritoie, aveva la sensazione fosse rasente all'acqua almeno sul lato destro, comunque, riusciva a scorgere nel corridoio il cono di luce diurno o il bagliore soffuso delle lampade, utilizzate dalle guardie di notte, non fossero bastati quegli indizi, aveva ricevuto ventinove piatti con del pane nero, del formaggio duro quanto il cuoio e del pesce così viscido da scivolarle in gola, ventinove boccali di vino annacquato e aveva anche una brocca di acqua, alta quanto la sua mano, riempita di tanto in tanto; mentre più raramente, i carcerieri svuotavano del secchio in cui poteva espletare le proprie necessità, era relegato nell'angolo più oscuro del tugurio, lei si era trascinata tante volte al recipiente di legno, nauseata e decisa a mantenere un barlume di dignità. L'aria era fetida, intrisa di feci, urina, vomito e sangue, ma non vi faceva più caso.
'Questa non è vita.' si era scoperta a pensare, rabbrividendo: 'Mi tengono per qualche scambio o credono sappia dei piani del re.'
Sylvia Mormont ricordava lo sguardo terrorizzato di Dacey, mentre veniva colpita dalla spada, la sua gola non era riuscita a produrre alcun grido.
«Scappa.» aveva ordinato sua zia, Sylvia era balzata in piedi con il calice nella mano sinistra, si era avventata sullo smilzo Frey dai denti sporgenti, che le stava innanzi, armato di pugnale, aveva riso del suo gesto, un suono aspro e rauco.
Sylvia, allora, si era avventata sul bastardo di lord Walder Frey, aveva usato il boccale per devastare quella faccia lentigginosa, il naso era diventato una macchia rossastra che spruzzava sangue per respirare, questi aveva provato a difendersi, ma il pugnale aveva trapassato l'ampia gonna, senza toccarle la pelle, i pugni ed i graffi non avevano prodotto immediato dolore; Sylvia aveva calato la coppa per infilarla nella bocca, incurante del vomito, aveva udito i suoi denti frantumarsi sotto la sua furibonda pressione. Frey aveva provato a colpire i suoi occhi, fra i lamenti osceni, ma lei lo teneva bloccato sul pavimento, seduta sul suo petto; lo smilzo aveva strappato qualche ciocca di capelli, l'aveva stretta con foga, poi aveva staccato le cuciture della manica destra, ma il broccato era un tessuto pesante, aveva agitato le gambe, poi una freccia, scoccata dai musici, aveva messo fine alla lotta.
La Mormont era crollata sul fianco, prima di svenire, aveva sentito un calcio nell'addome.
'Ora, le piogge piangono nella sua sala'.
Sylvia non era riuscita a scrollarsi di dosso quella canzone, aveva la netta impressione che venisse continuamente suonata.
Era stata svegliata da un calcio alle gambe, era sdraiata supina sul pagliericcio della cella, annichilita dalla sofferenza fisica, era rimasta immobile ed i suoi occhi avevano squadrato figure indistinte.
Un uomo dalle mani ruvide, aveva provveduto a incatenarla, i pesanti anelli di ferro l'avevano assicurata alla parete sinistra, non era riuscita a ribellarsi.
'E nessuno a udirne il pianto'.
Sylvia, scossa da un tremito, si era accorta di essere sormontata da tre soldati, illuminati da una fiaccola, stretta dal più tarchiato, erano abbastanza simili da poter essere fratellastri. La fanciulla aveva ritratto le gambe, quasi a volersi chiudere in se stessa. Non era stata degnata di attenzione o fermata.
'Ad alcuni uomini piace vincere la resistenza'.
Le parole brutali di Maege Mormont avevano spezzato l'apatia in cui era affondata; piegando il capo, aveva compreso di essere avvolta in una coperta, una stoffa calda ma ruvida; il dolore aveva invaso il corpo, il suo stomaco si era rivoltato, la bile ed il muco erano ritornati in gola, irritandola con il loro sapore amaro.
Sylvia Mormont non avrebbe implorato, né avrebbe cercato la pietà, laddove era impensabile trovarne; i vincitori avrebbero riscosso il bottino di una nobile vergine e lei avrebbe trovato una fine onorevole, degna di una figlia dell'Isola dell'Orso. Sarebbe stata inviolata nella sua purezza. Aveva serrato la mascella minacciosa, avrebbe lottato, anche se invano.
«Guarda, una vera cagna randagia.» aveva riso quello tarchiato, alzando la torcia: «Dunque è vero: le femmine del Nord sono puttanelle violente.»
Sylvia non l'aveva guardato, la sua voce era stomachevole.
«Potresti comunicarlo a lady Sansa Stark.» non era riuscita a tacere, non si era pentita, neppure quando le era arrivato un manrovescio. Sansa Stark era ancora la promessa sposa di re Joffrey Baratheon, la futura regina di Westeros, a quanto ne sapeva..
«Lo dico a te, lady Sylvia Mormont.» aveva ringhiato questi, ritraendosi: «Diamoci una mossa, questo posto è infestato dai topi.» aveva fatto una pausa: «E dalle cagne.» era scoppiato a ridere.
Sylvia, con in bocca il sapore del sangue, aveva notato l'assenza della freccia, c'era il pulsare ritmico di un male caldo, quasi stordente e dimenarsi era stato inutile, perché gli uomini erano riusciti a sollevare la coperta, a strappare il bustino, poi erano divenuti silenziosi.
'Sì, ora le piogge piangono nella sua sala. E non c'è una sola anima ad udirle.'
Lei aveva chiuso gli occhi, senza una lacrima, i suoi muscoli rigidi avrebbero fatto opposizione, aveva pensato.
«Infetta.» aveva sentenziato il più anziano, come fosse stata una carta di poco valore in una partita: «Avevo detto di usare del lino fresco, sopra l'impacco. Hanno fatto un pasticcio.» aveva borbottato.
Sylvia aveva aperto gli occhi, aveva tratto un breve sospiro.
«Non guardare.» le aveva consigliato sottovoce; aveva preso una sorta di spatola stretta, sottile con la quale aveva tolto la fasciata, rimosso lo strato di crosta e di pus.
Sylvia aveva stretto la lingua tra i denti, serrato i pugni furiosamente, sgomenta per la pena, che le aveva mozzato il respiro; mentre il metallo stava raschiando come un maiale in cerca di ghiande..
«La ferita era e non sanguinava!» aveva protestato uno dei tre: «Senti, finirai per avere le ossa per il brodo.» aveva poi sbuffato: «Io non ho ricevuto l'incarico, non ho voglia di sentire...»
L'altro era riuscito a zittirlo: «La carne era stata contaminata, sotto cresceva il tessuto marcio. Lo vedi?» aveva sbottato con tracotanza. «Adesso, tolgo il lerciume, poi lascio uscire il sangue cattivo, sino all'ultima goccia. Chiudo il taglio, ma prima devo sistemare il pasticcio.» aveva pure sospirato, neanche fossero stati bimbi.
Sylvia era stata scossa da tremiti improvvisi, si era graffiata i palmi delle mani, qualche lamento aveva lasciato la sua bocca, alcune lacrime erano scese sino al mento.
«Andrà meglio, quanto avrò pulito.» l'aveva rassicurata l'uomo aveva preso una bacinella in cui raccogliere il sangue vischioso che traboccava dalla spalla. «Illumina, devo capire com'è il sangue» aveva ordinato al tarchiato.
«Pare sempre lo stesso.» aveva borbottato questi.
«Certo, tu sei un asino e non lo capisci.» aveva spiegato: «Questo è il sangue ammalato, vedi che è scuro, poco liquido?» aveva fatto un verso col naso. «E somiglia alla carne col pus. L'avete sentita la puzza??»
«Pareva morta.» aveva osservato il secondo
«Sì, perché la parte era morta e morte diffondeva. Il sangue era stato infettato, doveva uscire, come tutta la carne malata.» aveva terminato il soldato.
Sylvia non avrebbe saputo quantificare il sangue che era stato asportato, le voci si erano accavallate tra loro.
'I miei artigli sono lunghi ed affilati, mio lord, lunghi ed affilati quanto i tuoi.'
Sylvia aveva sentito una sensazione gradevole, fresca, una spugna stava tamponando la pelle, l'acqua stava dando sollievo a ferite e lividi. Era seguito l'impacco umido dal profumo aromatico, trattenuto da fasce di lino.
«Domani, avrai la febbre.» aveva detto il Frey: «Gli altri giorni, non posso dirlo. Tu mangia, bevi, indossa gli abiti, stai sotto la coperta, muoviti il meno possibile. Domani dovrò medicarti ancora, forse tornerà a raschiare, se ci sarà ancora l'infezione, poi la carne crescerà sana. Non esiste un modo diverso per risolvere la faccenda. Ricorda: mangia, bevi, stai tranquilla.» aveva finito la sfilza di ordini, tirò su col naso, spuntò all'esterno della cella.
«Perché dovrei farlo?» Sylvia aveva un respiro rauco al posto della voce, non era possibile distinguere un tono, forse neppure le sillabe, nel suono pastoso e secco quanto la ruggine.
Il più vecchio si era fermato, non c'era stata ombra di compassione nello sguardo, non la considerava una vittima, stava fissando una semplice prigioniera.
«Per vivere.» aveva detto senza enfasi: «Perché si suppone che la gente del Nord non si lasci abbattere da una freccia.» a questa frase, erano seguite due risate sarcastiche. «Perché hanno pagato per vederti fuori di qui. Lord Frey non vuole ridare i soldi. Tu vivi, sei stata benedetta dagli Dei. Non sfidarli, ragazzina.».»
La porta era stata chiusa. Sylvia era rimasta con un topo, alcuni scarafaggi e con l'inesorabile scorrere delle ore.
La sera stessa, era arriva una serva, sgraziata e di pessimo umore, volutamente ostile; l'aveva aiutata a disfarsi del vestito insanguinato, le aveva portato il necessario per pulirsi, l'aveva aiutata a lavarsi con l'acqua gelida di un secchio, il panno non era morbido, però Sylvia non s'era lamentata, infine, la sguattera aveva provveduto a farle indossare una lunga tunica di lana, un paio di calze e aveva raccolto i lunghi capelli neri in una treccia, aveva sostituito la coperta e svuotato il secchio. Aveva fatto il suo dovere, con la delicatezza di chi pela le patate, senza aprire bocca ed era andata via.
Erano trascorsi ventinove giorni, Sylvia Mormont era stata preda della febbre per otto, aveva mangiato, aveva bevuto, aveva cercato il secchio per espletare i suoi bisogni, aveva sanguinato, a causa della Luna, in uno stato di tetra confusione, il Frey aveva cambiato la fasciatura tredici volte, la serva l'aveva cambiata ad ogni alba.
Gli Dei l'avevano benedetta con la vita, aveva pensato la giovane, maledicendola, come un'ingrata, vi si era aggrappata.
