Chapter Text
Simone tornò a Nazzano una mattina di ottobre. Il cielo era di un azzurro ghiaccio, limpido e freddo, e la luce tagliava le strade e le case del paese senza pietà. Era il tipo di luce che non perdona, rifletteva sulle finestre, sulle strade, sulle persone, mostrando ogni crepa che uno cercava di nascondere.
E Simone ne aveva parecchie. L'infortunio, la stampa addosso, la squadra che gli parlava come se fosse già un ex-atleta. E quella sensazione sgradevole di tornare in un posto dove la gente si ricordava di lui quando era una promessa, e non un problema.
Attraversò il paese lentamente, come se volesse riconquistare ogni angolo, ogni ricordo. La piazza principale, il palazzo comunale con il portone di legno scuro, le stradine strette che si inerpicavano verso il castello, tutto sembrava familiare ma distante. Una nostalgia improvvisa lo trafisse: aveva trascorso qui gran parte dell'infanzia, i tre moschettieri in giro per i vicoli e su per le colline, ma ora si sentiva come un ospite, fuori posto tra muri che conosceva a memoria.
Girò nella chiave della toppa del piccolo appartamento - che non aveva mai venduto, forse per abitudine, forse per speranza - e tornò in cortile per scaricare la bicicletta da gara dal tetto della macchina. Aveva un telaio leggero, fibra di carbonio, manubrio aerodinamico. Una bici che costava più dell'auto. Ma proprio quella bici, dopo l'incidente, era diventata un peso. Ogni volta che la guardava sentiva una brivido, che anticipava una fitta di nausea e una morsa allo stomaco.
La ripose nel capanno e rimase immobile a fissare lei, la sua vecchia bicicletta da corsa, quella con cui tutto era iniziato. Con un sorriso dolce, la portò fuori e si sedette sulla ghiaia, cominciando a controllare ogni dettaglio: freni, catena, cambio. Come se prendersi cura di lei potesse sistemare tutto, riavvolgere il tempo. Ci volle poco perchè il presente gli presentasse il conto, il ginocchio rigido per la posizione ingrata a ricordargli che sì, era tutto vero. Sospirando, entrò in casa e si dedicò anche a lui, il maledetto traditore: tolse la fasciatura, applicò la pomata, e avvolse di nuovo tutto con cura. Ogni gesto familiare, eppure assurdamente doloroso.
Guardò l'orologio - le undici - e decise di uscire. Aveva bisogno di un caffè, anche se non aveva voglia di incontrare nessuno. Fa' che ci sia poca gente. Fa' che non ci sia nessuno.
Pedalò piano, godendosi la strada e all'arrivo, quasi non ci credette. Miracolosamente, forse per la prima volta nella storia di Nazzano, non c'era effettivamente anima viva. Solo il vecchio Walter seduto al solito tavolino all'esterno, il cappello calato sugli occhi. Quando lo vide, si illuminò: "Simò! Ma guarda un po' chi c'è! Sei tornato?
Simone annuì appena, sorridendo, senza aggiungere parole.
"Ho visto che ti sei fatto male, che è successo?" Walter l'aveva visto crescere, in tutti i sensi. Simone era abituato ai suoi fiumi di parole, al sorriso sornione dietro il bancone ogni volta che lui e Manuel lo supplicavano di allungare loro qualche caramella di troppo.
"Eh, storia lunga. Mi fai un caffè macchiato, per favore?" Appoggiò la bici alla parete e seguì Walter all'interno del bar.
"Niente thè al limone? Eh, ti sei fatto grande pure te. Eh che tempi! Mi sembra ieri che tu e quel disgraziato stavate seduti qui fuori, voi e quelle dannate bici rovesciate a terra, a farmi fuori tutta la riserva di thè."
Simone mise insieme qualche parola di circostanza per il tempo necessario a fine il caffè, poi uscì a respirò aria fresca e sollievo. Non so se ce la faccio. Lasciò che il silenzio, il vento e le foglie cadute lo riportassero a tempi più semplici, mentre i passi e le ruote lo accompagnavano verso la piazza principale.
Fu allora che la vide.
L'officina di Manuel era più piccola di come la ricordava. Una vetrata appannata, due cavalletti, attrezzi appesi un po' alla buona sul muro esterno. Il rumore dei raggi quando Manuel girava le ruote era lo stesso di dieci anni prima, quando aggiustava la BMX scassata con cui andavano in giro per il paese.
Simone si fermò davanti alla porta e restò immobile qualche secondo. Gli venne da pensare che, forse, avrebbe potuto evitare tutto se avesse semplicemente fatto finta di non passare da lì. Ma poi la porta si aprì prima che potesse fare marcia indietro.
Manuel era lì.
Le mani sporche di grasso, i pantaloni corti sulle caviglie, capelli un po' più corti e, braccia più muscolose. Nell'aria che aveva spostato, l'odore leggero di olio lubrificante sulla pelle, un odore che faceva parte di lui da sempre. Aveva lo sguardo di qualcuno che si è abituato ad aspettarsi il peggio, così non resta deluso.
Quando i loro sguardi si incrociarono, un lampo di riconoscimento attraversò i suoi occhi.
"Simone." disse. Non un sorriso, non una smorfia. Una constatazione.
Simone inspirò a fondo. Non era pronto a parlare, non ancora.
"Guarda chi ha deciso de torna'..," disse Manuel con un mezzo sorriso. Nonostante tutto, non riusciva a non tendergli metaforicamente la mano, metterlo a suo agio.
Simone annuì. Il nome di Manuel gli rimase in gola per un secondo, come se ci fosse della polvere sopra. "Mi serve una sistemata alla bici. Riprendo ad allenarmi."
Manuel sollevò un sopracciglio, ma non commentò. Guardò la bici tra le sue mani. «Ok. Portala dentro.»
*
Mentre Manuel smontava la bici, Simone sentì il petto stringersi. Manuel lavorava con calma, quasi distacco, ma quando prese le ruote tra le mani, i suoi occhi si illuminarono appena. Era sempre successo: Manuel e le bici avevano un legame tutto loro.
"Ti è mancata?" chiese, controllando lo stato dei raggi.
Simone esitò. "E' diverso."
"A me sì." rispose Manuel, aggiungendo subito. "Intendo.. ci mettevo sempre le mani una volta. Alla fine è con lei che ho iniziato."
Simone osservò Manuel mentre lavorava: la concentrazione, il modo in cui stringeva la chiave dinamometrica, il movimento regolare delle spalle. Era più cambiato fisicamente di quanto si aspettasse. Più stabile. Più uomo, in un modo che gli metteva addosso una strana inquietudine familiare.
***
In ospedale ci era stato a malapena due giorni, ma continuava a sognarli. Soprattutto la prima mattina: il ginocchio fasciato, gonfio, il dolore che gli lacerava la testa e il corpo.
Il medico gli aveva parlato chiaro: mesi di fisioterapia, recupero lento, niente gare per almeno sei mesi. Il tempo si era dilatato all'infinito. Ogni movimento ricordava il dolore: sollevare la gamba, piegare il ginocchio, camminare senza zoppicare.
La caduta durante l'allenamento era stata improvvisa, brutale. L'eco di ossa e legamenti che scricchiolavano lo tormentava anche avvolto tra le lenzuola bianche.
Si sentiva fragile, impotente. E il vuoto era più grande del dolore fisico: la bici non c'era più, o meglio, era lì, nell'officina della squadra, in attesa di tornare a essere un'estensione del suo corpo. Simone passava le giornate tra fisioterapia ed esercizi a casa, monitorando ogni piccolo miglioramento. Ogni passo senza dolore era una piccola vittoria.
Ma la paura rimaneva: paura di non tornare quello di prima, paura di perdere ciò che amava, paura di deludere chi credeva in lui... e soprattutto se stesso.
"Torni in sella, Simò. Datti tempo." Matteo, amico d'infanzia e fisioterapista, era riuscito a fare breccia in quella corazza di rassegnazione. O forse, Simone aveva un disperato bisogno di riposare. "Te fidi di me? Torna a Nazzano. Torna a casa.»
Il brivido che sentì non era solo nostalgia. Era l'occasione di ricominciare davvero, e non sapeva se quella cosa gli facesse più voglia o più paura.
***
"Stai facendo fisioterapia? Nun me venì a dì che sei venuto qui per sfuggire agli esercizi..."
Simone rise piano, provando a non mostrare quanto fosse fragile. "Ma va', anzi. Matteo mi metterà sotto." Raccontò dei giorni passati in palestra, dei fisioterapisti, delle sessioni di rinforzo muscolare e di equilibrio. Manuel ascoltava attentamente, ogni tanto scrollando la testa e commentando con un "Daje, Simò".
"Perchè qui?" chiese Manuel, senza guardarlo.
"Avevo bisogno di... fermarmi per un po'. Devo capire se posso tornare a correre."
"Ci credi davvero a quello che dici?"
La domanda fu una stilettata. Non cattiva, solo brutale.
Simone abbassò lo sguardo. "Non lo so."
Manuel si fermò. Lo guardò negli occhi, e per un attimo Simone rivide qualcosa di vecchio, qualcosa che conosceva da bambino: la sincerità senza filtri.
"Se vuoi, posso accompagnarti qualche volta. Ho la mia bici da corriere. Non è una da gara, ma tiene botta."
Simone sentì il cuore accelerare. Non era una proposta semplice. Non solo ciclismo. Era: possiamo stare nello stesso spazio, di nuovo?
"Sì... mi farebbe piacere." rispose, e la voce gli uscì più bassa del previsto.
Manuel tornò a lavorare sulla bici, ma le dita gli tremarono appena. Simone lo notò e riconobbe una sensazione che non provava da anni: quella strana cosa tra lo stomaco e il petto che gli diceva che Manuel non gli era mai davvero passato.
Dopo un po', Manuel sospirò. "Non pensavo saresti tornato qui."
"Nemmeno io." ammise Simone.
Manuel annuì lentamente. "Però ci sei."
"Sì."
Lo sguardo di Manuel non era più distante né duro. Era... attento. Quasi troppo.
"Allora... vediamo se riusciamo a rimetterti in piedi." disse con un sorriso. "Te e la tua bimba."
Simone sentì i muscoli del collo sciogliersi di un millimetro. Era un inizio. Un ritorno.
Qualunque cosa fosse, non sarebbe stata semplice.
