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L'orecchino destro gli fa male quando si separano, schiacciato com'era contro la guancia di Simone. Manuel quasi non lo sente, troppo impegnato a fare i conti con il freddo improvviso della mattina che gli pervade tutto il corpo ora che il loro abbraccio si è spezzato e Simone ha fatto un passo indietro.
"Con la moto come fai?" gli chiede, e Manuel fa finta di non sentire il modo in cui gli trema la voce.
"Ho lasciato il doppione delle chiavi. Appena atterro chiamo Viola e le dico de avvisare mamma di andarsela a ripiglia' a Fiumicino col taxi."
È terribile, come lo guarda Simone. Il Manuel di due anni fa aveva più difese, più muri contro quegli occhi, prima che venissero buttati giù dallo schianto di un motorino. Il Manuel di ora si sente come un ginocchio sbucciato, come quando impari ad andare in bicicletta e tua mamma toglie le rotelle troppo presto e all'improvviso il rettilineo che percorrevi deciso diventa una curva impossibile.
"Ti accompagno io," risponde Simone dopo un attimo di pausa, in cui l'unico rumore è quello di Roma che si sveglia intorno a loro. "Così lasci la moto a casa e tua mamma non deve fare troppi giri."
In un altro universo, Manuel fa una battuta delle sue—mi vieni a saluta' col fazzoletto? oppure che gentiluomo che sei Bale', tutto tu padre—solo per farsi dare una manata da Simone e fargli fare quel sorriso che dice che pensa Manuel sia un coglione. In questo, il grazie sommesso che gli esce fuori è sottile come il fumo. Le sue mani tornano in tasca, i palmi ancora tiepidi dal contatto con la schiena dell'altro.
"Stanotte allora?"
Manuel annuisce. Non si dicono niente quando se ne va, ma sente i suoi occhi sulla nuca, nel retro del cervello dove Manuel tiene tutta la sua paura.
Un volo delle sei e mezza del mattino significa uscire di casa alle tre di notte, a quanto pare. Manuel non ha mai preso un aereo in vita sua. L'ultima volta che si sono spostati da Roma, per andare a trovare una zia di sua madre, aveva otto anni e hanno preso il treno e l'unica cosa che si ricorda del viaggio è il suo correre avanti e indietro nel vagone semivuoto con Anita che si scusava esasperata con gli altri passeggeri. Il suo vero primo volo sarebbe dovuto essere quello per Parigi con Nina.
L'hai fatto il check in online? Poi ci sono i controlli, e devi trovare il gate—ascolta, tu fatti trovare pronto per le tre, dobbiamo pur sempre arrivarci a Fiumicino, gli ha detto Simone in un vocale mandato dal corridoio della scuola mentre Manuel faceva lo zaino. Sussurrava, ma in sottofondo si sentiva il vociare dei loro compagni e il suono della campanella, e Manuel aveva inviato un pollice su come risposta prima di riascoltare il vocale di nuovo. E di nuovo. Qualcosa nel suo cervello si era fermato su dobbiamo arrivarci, come se Simone volesse fargli la sorpresa di salire sull'aereo con lui, partire insieme in qualche posto in cui non sono mai stati. Dobbiamo noi, prima persona plurale.
Ci ripensa mentre sfrecciano sul motorino verso l'aeroporto, il suo zaino sulla spalla con tre cambi e il portafoglio e le sue braccia strette intorno ai fianchi di Simone come non le ha mai messe in tutti i passaggi che l'altro gli ha dato, in una pallida imitazione del loro abbraccio del giorno prima. Il casco gli impedisce di poggiare la guancia contro la sua schiena, cercare il calore che vorrebbe aver lasciato su Simone, e nello stesso momento in cui arriva il pensiero arriva anche la consapevolezza di quanto cazzo Manuel sia una merda.
Se rimango qua faccio un'altra delle cazzate mie e non me va, Simo, non me va.
Forse la stava a fare comunque, la cazzata. È che le cazzate di Manuel di solito sono nucleari—sono un pacco di coca nascosto in una moto, una macchina rubata, un bacio sotto un cantiere dato a una persona che avrebbe voluto dargli tutto e da cui Manuel ha preso tutto quello che poteva prima di buttarlo via come se fosse un pezzo di ricambio rotto. Rispetto a quello, partire per Francoforte in confronto è 'na passeggiata al Pigneto.
L'altra volta era stata Alice. Questa volta è stata Nina, il catalizzatore di quest'angoscia che lo prende per la collottola e gli schiaccia la faccia sull'asfalto, ma Dio lo pigli se questa volta ci fa finire di nuovo Simone in mezzo. È meglio così, che se deve esplodere lo fa a distanza di sicurezza.
Non è manco colpa di quelle due poi, è la cosa. È colpa sua, che anche dopo che gli raccomandano di trattare bene qualcosa di così fragile era comunque riuscito a romperla, che ogni volta che ci prova a essere serio la vita gli risponde che non è roba per lui.
Il freddo della mattina è l'unico motivo per cui gli pizzicano gli occhi mentre sotto di loro la moto corre verso la sua via di fuga. Manuel li tiene chiusi fino a Fiumicino.
Il parcheggio dell'aeroporto è ancora silenzioso quando arrivano. Simone trova un posto per il motorino vicino all'ingresso, e mentre Manuel si districa dalla presa in cui l'ha avvolto per tutto il viaggio segue la direzione del suo sguardo fino alle porte.
Manuel smonta, si toglie il casco, sistema la giacca e lo zaino, si passa una mano tra i capelli. Gli occhi di Simone quando si girano verso di lui sono rossi come lo erano venti ore e un vaffanculo fa, ma Manuel non gli fa la crudeltà di farglielo notare. Non fa cenno a scendere dal motorino.
Non mi accompagna dentro? Manuel pensa, e poi si morde la lingua tra i denti, forte abbastanza da sentire una fitta. Pretendi pure questo mo', dai. L'ennesima cosa che ti prendi da lui senza chiedere.
"Secondo te quanto ci vuole ai controlli?" gli chiede, solo per riempire il silenzio. Simone stringe le mani sul manubrio, fa spallucce.
"Hai due cose, sarà poco. A quest'ora poi sarà mezzo vuoto," Simone gli risponde, e Manuel gli legge in faccia lo sforzo che sta facendo per non aggrottare le sopracciglia. "Poi comunque siamo in anticipo, ti toccherà aspettare al gate."
'Na scena patetica. Se fosse uno dei film che ha visto con Nina, le poche volte in cui effettivamente sono riusciti a finire di vedere qualcosa insieme, starebbe lanciando popcorn allo schermo. Ma dai, ma che conversazione del cazzo è questa? Ma perchè nun se parlano e basta, oh, che stamo qua a fare la muffa.
Ma Manuel sta già scappando, alla fine. Deve solo accelerare il passo, quindi si sporge un'altra volta, anche se il casco di Simone gli impedisce di schiacciare di nuovo la guancia contro la sua, e lo stringe intorno alle spalle. Il respiro di Simone si infrange sul suo collo. Per una volta è lui il più alto, e Simone alza un braccio per stringerlo per un millisecondo prima di lasciarlo andare.
"Ciao fra'," è la cosa che gli rotola fuori dalla bocca quando sono di nuovo lontani. Gli occhi di Simone si chiudono per un attimo, quasi a trovare il coraggio di salutarlo, lui che sembra condannato a stare a guardare le persone che se ne vanno e Manuel che lo sa e gli aggiunge peso sulla croce.
"Buon viaggio," gli risponde. Manuel annuisce, gli passa il casco. Il rumore del motore che si accende dietro di lui quando si allontana è come un tuono che lo accompagna mentre attraversa le porte.
Manuel ci pensa ancora agli universi paralleli.
C'è un universo parallelo in cui Nina ha scelto lui e non il padre di Lilli, e adesso stanno combattendo contro il giudice per farsi dare la bambina. Lui che tutte le volte che l'ha vista ha rivisto un po' anche sè stesso, con sua mamma poco più grande di Nina, e qualcuno che invece di andarsene sceglieva di rimanere per non lasciarla sola. Lui che era veramente pronto a fare l'ennesima follia per farle tornare insieme.
C'è un universo parallelo in cui sono già a Parigi. C'è un universo parallelo in cui si sono lasciati comunque, ma domani mattina si sveglia e fa colazione con Viola prima di andare a scuola. C'è un universo parallelo in cui colazione con Viola lui l'ha sempre fatta, perchè sono cresciuti insieme. C'è un universo parallelo a cui non pensa mai, che ha relegato nel retro della sua testa, in cui la prima volta che ha baciato Simone non è stata anche l'ultima.
Ai controlli gli fanno togliere la giacca, poi il bracciale che si era dimenticato, poi le scarpe. La guardia davanti a lui sembra avere troppo sonno anche per vivere, ma il suo collega è fin troppo sveglio nell'occhiataccia che gli manda quando gli fa cenno finalmente che può andare. Manuel corre a riprendersi le sue cose, allacciandosi le scarpe in una delle panchine oltre i controlli, e per un attimo mentre la gente intorno a lui si affretta per raggiungere la propria meta lui si ferma.
Sul gruppo di Whatsapp della classe, che Manuel non apre da ieri, Luna chiedeva i compiti di matematica per dopodomani. Zeno è stato appena aggiunto. Chicca e Rayan, che non sono mai usciti, hanno mandato due foto ieri sera—una di una tela rosa confetto, una di un campo da calcio illuminato a giorno. Nessuna altra sua chat ha il bollino verde di nuovi messaggi. Ha archiviato quella con Nina, dopo che lei gli ha inviato un ultimo mi dispiace, davvero, e lui ci crede anche—ma non sa cosa risponderle, quindi non lo farà. In quella con Simone c'è un Sono qua davanti laconico alle due e cinquantacinque, perchè sa che Manuel ha sempre bisogno di quei cinque minuti in più per ricordarsi dove ha la testa prima di uscire dalla porta di casa.
Fissa lo schermo. Quasi si aspetta un ultimo buon viaggio, un vaffanculo, un fatti sentire, dimmi che ci sei anche quando non siamo nella stessa città. La chat rimane vuota, perchè Simone in questo momento starà guidando e dopo quello che è successo due anni prima è la persona più attenta alla guida che Manuel abbia mai visto.
Cellulare stretto in mano, Manuel si alza per incamminarsi verso il gate, buttarsi di nuovo lì su una delle sedie, aspettare che annuncino l'imbarco. Non si mette le cuffie per poter sentire gli annunci, tira fuori la sua carta d'identità e il biglietto virtuale sul telefono, che rimane senza notifiche anche mentre la steward scannerizza il suo biglietto con un sorriso e un buongiorno e buon viaggio! fin troppo allegro per quest'ora di mattina. Il corridoio verso l'aereo sembra eterno, come il tempo che sa che dovrà passare col telefono spento in volo senza sapere se l'unica persona a cui ha detto che voleva andare via ha deciso di dirgli qualcosa a riguardo.
Ma lui gliel'ha già chiesto a Simone di dirgli qualcosa. Qualsiasi cosa. Simone l'ha implorato di rifletterci e poi l'ha mandato affanculo come Manuel si merita.
Ha chiesto a me ci pensi? Ma non per favore, resta.
E forse poi se l'avesse fatto, guardandolo dal basso come fa sempre, con quegli occhi castani come la terra che Manuel si sente sempre mancare da sotto i piedi magari forse—
Manuel si lascia cadere al suo posto, vicino al finestrino.
Che cazzo di diritto c'ha lui di pensare questa cosa? Di chiedere per l'ennesima volta a Simone di fargli vedere che c'è qualcuno che lo vuole? Lui a Simone non l'ha voluto. Non lo poteva volere ed è andata così e adesso a Simone ci può pensare qualcun'altro, che poi manco lo vuole più a Manuel e va bene così, va bene che gli voglia bene e basta, che non sia più innamorato di lui. Manuel gli ha dimostrato che non sa che farci, con quell'amore.
Sembra una frase fatta, ma col tempo tutto passa.
Simone ha passato l'anno scorso a occuparsi dei casini di qualcun'altro, e Manuel era troppo impegnato con Nina per ascoltarlo quando voleva l'aiuto di Manuel con i suoi. Simone ha passato l'estate a pensare a quel qualcun'altro, e adesso ha pure conosciuto uno nuovo. È meglio così.
Le hostess in mezzo alle file di sedili iniziano a indicare le uscite di sicurezza, mentre il suo ginocchio fa su e giù e lui stringe una mano nell'altra fino a sentire scrocchiare tutte le ossa. Quando l'aereo decolla, lo fa con un rombo che Manuel sente più dentro che fuori, un rumore sordo che gli scuote lo sterno, e le sue dita si aggrappano ai braccioli mentre la sua vicina di posto invece legge il suo libro senza fare una piega—e qualche momento dopo, come per magia, sono in aria, e Manuel sta scappando.
Il finestrino alla sua destra è chiuso. Manuel lo solleva con le dita che tremano, guardando Roma che si allontana sotto di loro e diventa un puntino lontano.
