Actions

Work Header

ti farà ripensare ai miei occhi

Summary:

"Il mio travestimento, intende?" Manuel allarga le braccia come per mostrare il suo costume. Il viso dello sconosciuto si abbassa appena, mentre lo squadra dalla punta degli stivali fino alla maschera scura sul naso di Manuel.

"Qualcosa mi dice che lo spirito ribelle di un pirata vi si addice più di quanto non si addica a me," gli risponde, e Manuel sorride. Il suo interlocutore non ha idea di quanto abbia ragione. Il semplice atto di essere lì, in mezzo a tutta la nobiltà romana, lo rende abbastanza ribelle; nemmeno si domanda cosa penserebbe il Conte a vederlo in quegli atteggiamenti con uno sconosciuto, o cosa ne penserebbe la Contessa Villa, o—Dio non voglia—Jacopo Balestra.

***

Manuel vive da un mese e mezzo nella tenuta del Duca Nicola Brandi, dopo aver scoperto di essere suo figlio illegittimo ed essere stato preso sotto la sua ala come suo protetto. Dopo anni passati ad occuparsi dei giardini di Villa Balestra e a interfacciarsi con il Conte Dante e suo figlio Jacopo, la differenza è lampante; ma non è abbastanza da distrarlo dal pensiero del ragazzo mascherato conosciuto il giorno prima che la sua vita venisse stravolta.

Notes:

titolo da lontano lontano di luigi tenco! disclaimer necessari: questa roba è molto poco storicamente accurata, e opera dentro la stessa cornice di bridgerton; essenzialmente sono io che mi diverto con i tropes dei period drama e poco altro!! ho sperimentato anche con uno stile di scrittura che avesse il "tono" di un romanzo ambientato in epoca regency, quindi spero vi divertiate a leggerla quanto me mentre la scrivevo :]

Chapter 1: PARTE PRIMA: UNA BIBLIOTECA, E UN GIARDINO

Notes:

(See the end of the chapter for notes.)

Chapter Text

 

 

Ottobre,
ora

 

La luce della candela lancia ombre lunghe sullo scrittoio. Il pennino nelle mani di Manuel è ormai consumato, e tende a perdere inchiostro; il suo mignolo è perennemente macchiato di nero, come se riga dopo riga le parole vogliano ritornare in lui per quanto cerchi di tirarle fuori. Quando lo appoggia di nuovo sul calamaio, la pagina è piena, e la sua testa ancora nuota nella malinconia.

"Signore? Posso disturbarvi?"

Quasi non si gira. Non si è ancora abituato, nè all'appellativo nè alle aspettative che ne conseguono. La domestica che ha bussato alla sua porta, una donna avanti con l'età che sembra averlo preso in simpatia, gli sorride con in mano un rotolo di fogli.

"I plichi che avevate richiesto," spiega, e fa appena un passo per appoggiarli sul tavolino vicino all'ingresso, prima di lanciare un'occhiata a dove la candela si sta lentamente consumando e al buio autunnale che è ormai calato da tempo nella stanza. "Sapete, stare sveglio fino a tardi vi stancherà gli occhi."

Manuel le sorride di rimando, riconoscendo il rimprovero velato per quello che è. Un po' gli ricorda sua madre, anche se l'accento è più aperto, con quelle vocali a cui ormai si sta facendo l'orecchio da quando si è trasferito.

"Non ti preoccupare, Letizia, andrò a dormire presto. Grazie per il disturbo," le risponde. Letizia solleva le sopracciglia, chiaramente scettica, ma va via con un cenno del capo che potrebbe passare per un inchino. Su una cosa ha insistito, con tutti i domestici che si è ritrovato davanti appena ha preso residenza a Villa Brandi: niente ossequie, niente onorificenze, niente più che l'umano rispetto per qualcuno che fino a qualche mese prima condivideva con loro il ruolo e il rango.

Le sue spalle sono rigide dalle troppe ore passate a fissare il foglio intonso, e quelle successive passate a scrivere furiosamente nel momento esatto in cui la Musa ha deciso di passare a visitarlo. Manuel si solleva con una mano che sale a liberarsi il volto dai ricci caduti sopra gli occhi, e spegne la candela con un soffio. Si slaccia la camicia, sbottona le braghe, attraversa la porta che dallo studio comunica con la sua camera da letto, grande quanto l'abitazione che solo la scorsa estate condivideva con sua madre. Non si è ancora abituato, e non si abituerà mai, forse.

Quando si lascia cadere sul letto, troppo morbido per assicurargli un sonno profondo, il primo pensiero va a lei. Anita Ferro, orgogliosa come Manuel l'ha sempre conosciuta, si era rifiutata di seguirlo fino a Torino; aveva citato il suo laboratorio di sartoria e le clienti di Roma e le sue radici, poco prima di baciargli le mani e la fronte e incoraggiarlo a seguire il padre appena ritrovato per trasferirsi dall'altra parte della penisola. Da qualche parte in questo enorme palazzo, Nicola Brandi dorme il sonno dei giusti; di chi scopre di aver accidentalmente prodotto un bastardo e lo accoglie in casa sua, gli offre l'opportunità di sedersi al tavolo con sua figlia legittima e vera erede, lo abbraccia come se Manuel fosse il figliol prodigo delle parabole e non una sorpresa come un fulmine a ciel sereno.

La versione ufficiale è che Manuel sia un giovane e promettente poeta che il Duca Brandi ha deciso di prendere sotto la sua ala, per permettergli di completare gli studi da precettore; la verità sta nelle rughe intorno agli occhi quando sorride, che sono le stesse di Manuel e le stesse di Viola, sua unica figlia. La Musa che guida la mano di Manuel freme dalla voglia di renderlo un romanzo, di quelli che Viola si fa recapitare dall'Inghilterra e che ha iniziato a tradurgli a braccio quando passano le ore in biblioteca insieme, lei nella sua sedia e lui seduto in maniera poco educata in una delle tante poltroncine. Un figlio ritrovato, una famiglia nuova, che non fa dimenticare quella precedente. Un tormento interiore, che poco ha a che fare con la sua nuova vita, e tutto con un paio di occhi scuri come la notte che ha a malapena intravisto da sotto la retina scura di una maschera, che resistono forti nella sua mente anche dopo che la sua intera esistenza è stata stravolta.

Quando la Musa lo visita, lo fa con quelle sembianze; il ricordo di una clavicola scoperta in un costume quasi scandaloso, un riccio corvino che cade su una maschera che copre tutto il volto tranne che un paio di labbra rosee. Manuel è Psiche che freme per conoscere suo marito, e il ragazzo che l'ha preso per la mano un mese fa e portato lontano da una festa è Eros a lume della luna di Agosto. Chissà se lui l'ha già dimenticato; se Manuel potrà mai reincontrarlo, durante un altro ballo; se lo riconoscerebbe dall'altro capo della sala. Il dubbio l'ha attanagliato per settimane, fino a quando è riuscito a convincersi che sì, lo riconoscerebbe: come qualcosa di ben più fraterno ma altrettanto sentito in lui ha riconosciuto Viola, la prima volta che si è inchinato davanti a lei e ha sollevato il capo troppo presto di quanto richiede l'educazione che lui non ha mai avuto.

Lo riconoscerebbe, perchè Manuel non conosce il suo viso, ma conosce il suo nome, sussurrato come per non svegliare i boccioli di rose nelle siepi che li riparavano da occhi indiscreti.

Simone. Quando è sovrappensiero, Manuel lo fa rotolare sulla lingua, tutte e tre le sillable, tutte e sei le lettere, si ritrova a scriverlo in maniera assente quando l'ispirazione sfugge dalle sue dita, sprecando carta per cui un tempo avrebbe sudato ore e ore di lavoro nei giardini. Non lo dice mai ad alta voce, nemmeno nel cuore della notte, quando il ricordo brucia sottopelle, come per non evocarlo prima del tempo.

Lo riconoscerebbe, perchè qualcosa in lui ha sussultato la prima volta che si sono sfiorati, come la corda di un arpa che viene pizzicata per produrre la prima nota in una sinfonia.

Quella notte, come tutte le notti, Manuel si addormenta con il ricordo di quelle labbra sulle sue.



"L'ispirazione è ancora fuggente?"

La poltroncina di Viola con le sue ruote di legno fa un rumore sommesso sul tappeto quando si avvicina a lui. Quando si volta per incontrare il suo sguardo, trova sua sorella e il suo viso fresco come i fiori del giardino che poco prima Manuel fissava dalla finestra della biblioteca, i loro colori smussati dalla pioggia leggera che sporca il vetro e non dà loro tregua da giorni.

"L'ispirazione sembra incapace di decidere se accogliermi tra le sue braccia o abbandonarmi per sempre," le risponde, misurando la distanza tra le parole e cercando di mantenere l'accento neutro che ha scoperto ci si aspetta da lui a Palazzo Brandi. (Non da Viola, o da Nicola, ma da tutti gli ospiti, i colleghi del padre, le nobildonne che sono passate a curiosare con una scusa o l'altra su chi fosse il nuovo protetto del Duca e hanno provveduto senza dubbio al riferire tutte le sue mancanze al resto dell'alta società torinese.)

Viola ride. Il vestito che ha scelto per oggi è di un lillà chiaro che si abbina al suo nome, e un dito coperto da un guanto satinato sale a pungolarlo su un fianco.

"Ed è per questo che hai deciso di darti alla meditazione davanti alla finestra? Ti presterei il mio set di acquerelli per immortalare il paesaggio, se non mi avessi già dimostrato che i tuoi talenti giacciono altrove."

Manuel rabbrividisce, ripensando al suo unico e ultimo tentativo con un pennello in mano, e il sorriso di Viola prende una curva ancora più divertita.

"Decisamente sì. Lascio a te le arti pittoriche, e tengo la mia Musa, per quanto volubile." I rivoli d'acqua sul vetro si rincorrono con i colori del giardino di Palazzo Brandi, e Manuel picchietta sulla finestra con fare distratto.

"Di che Musa si tratta, stavolta? Calliope? Euterpe?" Viola si allontana e con lei la sua voce, mentre si allunga verso la libreria più vicina a lei per scegliere un nuovo volume da iniziare. Manuel aveva avuto un primo istante di sorpresa nell'entrare nella biblioteca del palazzo, stupito dal trovare una collezione così ampia che si sviluppava in una serie infinita di basse librerie, senza mensole altissime e scale su cui arrampicarsi—prima di ripensare alla sorella appena conosciuta e comprenderne istantaneamente il motivo.

"Erato, come sempre," Manuel sospira. La Musa del canto corale e della poesia amorosa, che guida la sua mano da quella notte di Agosto e lo tiene incatenato allo scrittoio.

"Chissà—magari ritroverai la tua Musa al prossimo ballo," Viola gli risponde, con il sorriso chiaro nel suo tono. È attenta a non dire una parola di troppo, conscia di come uno dei servitori sia sicuramente appena fuori dalla porta, pronto ad adempiere ad ogni loro richiesta. "Non so se ci arriverai ancora in vita, tuttavia, se non ti cambi in tempo per l'arrivo dei nostri ospiti."

Manuel si lascia cadere su una delle poltroncine vicino a lei, il suo taccuino stracolmo di fogli sotto il braccio.

"Leggeresti quello che ho scritto ieri?" Le chiede con un altro sospiro, invece di darle corda. "Ho bisogno di altri due occhi, e i tuoi sono i più indiscreti che io conosca."

La richiesta cattura l'attenzione di Viola, esattamente come sapeva sarebbe successo. Nonostante due mesi prima nemmeno sapessero l'uno dell'esistenza dell'altra, è stato breve il tempo necessario ad entrambi per trovare un equilibrio fraterno—impacciato, all'inizio, e poi sempre più solido quando entrambi avevano realizzato che l'imbarazzo in ogni loro conversazione era quello di due animali che si prendono le misure a vicenda e cercano di capire se la loro solitudine si può incastrare con quella di qualcun altro.

Complice, sicuramente, anche la reazione di Viola alla prima lettura di una sua poesia. Manuel non aveva avuto paura, nonostante si conoscessero da appena due settimane; il suo coraggio risiedeva nella certezza che le sue parole fossero una fortezza inespugnabile di metafore che rendeva impossibile capire il vero soggetto dei suoi ultimi versi a chiunque non prestasse attenzione nel modo giusto.

Viola l'aveva guardato dritto negli occhi, a lettura conclusa, e gli aveva parlato di una sua cara amica con una preferenza speciale per gli scritti di Saffo. La conversazione era andata avanti senza fare menzione di tutto quello di non detto c'era stato in quello sguardo.

"Dammi qua," si sporge adesso invece per prendere il taccuino dalle sue mani. "Leggerò se tu in cambio andrai a prepararti. Pensavo saresti stato più curioso di ritrovarti davanti un viso conosciuto."

Manuel si passa una mano in viso, arricciando il naso con un altro sospiro.

"Credo di averne avuto abbastanza del Conte Balestra prima ancora che diventasse il Conte Balestra. Ricordami come mai sarà vostro ospite?" Le chiede, abbassando la voce per non farsi sentire da orecchie indiscrete.

"Nostro ospite, piuttosto—considerato che credo sia tra le poche persone al mondo che se non sanno, intuiscono quale sia la tua situazione e il rapporto che lega me, te e nostro padre," Viola sussurra di rimando. "Pensi che il Conte precedente non ne abbia parlato con suo figlio, perlomeno per evitare imbarazzi?"

"Penso che il precedente Conte Balestra sia tra le persone più stravaganti che tu possa mai incontrare," Manuel ribatte, e Viola cerca di nascondere un risolino con un colpo di tosse. "Chissà cosa avrà raccontato al figlio prima di completare il passaggio del titolo, o se si sia addirittura degnato di raccontargli niente."

"Lo scopriremo presto, presumo. Il nuovo Conte Balestra arriverà tra pochissimo, con due sue care amiche, a quanto pare. Credo che papà l'abbia invitato per discutere di alcuni terreni che vorrebbe acquistare vicino alla sua tenuta," Viola mormora distrattamente, le dita che sfogliano il taccuino fino a trovare le pagine più fresche d'inchiostro con i nuovi componimenti di Manuel. "E ovviamente anche per mantenere i rapporti come faceva con suo padre, prima che lui decidesse di partire per la Scozia da sua moglie."

"Ovviamente," Manuel sospira di nuovo. "Va bene, suppongo tu abbia vinto. Vado a cambiarmi, prima che il Conte possa arrivare e non trovarmi ad accoglierlo. Non so come potrebbe reggere la mancanza."

Il sarcasmo non è abbastanza per essere degnato di una risposta. Viola mugugna un verso di assenso, immersa tra le pagine, e Manuel lascia la biblioteca con un mezzo sorriso al suo entusiasmo per quello che produce la sua penna.

Le sue stanze sono dal lato opposto rispetto all'ala che accoglie Viola e Nicola Brandi, per mantenere una parvenza di decoro e la storia di facciata che hanno raccontato al resto della nobiltà torinese, e la tenuta dove risiede il Duca è abbastanza ampia da richiedere più di qualche passo per raggiungerle. Ad aspettarlo sa che probabilmente ci sarà già uno dei valletti, con qualsiasi abito la governante abbia deciso gli possa addicersi per un pranzo in presenza di un Conte. Il cambio d'abito per i pasti è l'ennesima delle nuove abitudini a cui non si è ancora abituato; sottoporsi ai nuovi costumi è tanto tedioso quanto umiliante, a volte, ma è difficile trovare in sè l'energia per lamentarsene quando fino a poco tempo prima passava più tempo con le mani sporche di terra che di inchiostro.

Quando arriva nella sua stanza, contrariamente alle sue aspettative, la trova vuota; qualcuno è passato a chiudere le finestre, però, e lasciare i vestiti pronti per lui. Il panciotto che ritrova appoggiato delicatamente insieme agli altri capi sul portabito ha un motivo floreale, e la coincidenza lo diverte abbastanza che quando esce di nuovo sta ancora sorridendo. Pronto ad accogliere il Conte Jacopo Balestra in tutto il suo rinnovato splendore, pensa con rinnovato sarcasmo. Chissà quanto potrà essere stupito di vederlo per una volta in abiti diversi dalle casacche sporche che indossava quando ancora lavorava nei suoi giardini.

Il pensiero lo distrae lungo il tragitto nei corridoi del Palazzo, più luminosi di prima adesso che la pioggia sembra aver deciso di fermarsi e un timido sole sta spuntando di nuovo tra le nuvole—e lo trasporta fino all'enorme ingresso della tenuta del Duca. Viola è già in attesa, il taccuino di Manuel con lei, ma a malapena visibile dove è incastrato tra il suo fianco e il bracciolo della sua poltrona. I valletti davanti alla porta sembrano aspettare il suo cenno per aprirla e far entrare l'aria fresca di Ottobre insieme ai loro ospiti.

"Prego," ordina lei con un cenno, non appena Manuel si avvicina per prendere il suo posto appena dietro di lei. Obbediscono in perfetta sincronia, e non appena il gigantesco portone si spalanca, il rumore delle ruote di una carrozza sulla ghiaia li raggiunge, in una coreografia così perfetta da sembrare quasi preparata.

Manuel si morde l'incavo della guancia alla prima carezza di aria fresca sulla pelle, le mani strette una dietro l'altra dietro la sua schiena. La carrozzina di Viola permette a entrambi un'ottima scusa per non avventurarsi fuori, e così rimangono entrambi a guardare mentre la portiera si apre, il cocchiere e i valletti si affrettano a procedere con lo scaricare i bagagli, e dalla carrozza scende—lui.

Il Conte Jacopo Balestra non sembra essere cambiato di una virgola. Non nell'abbigliamento, non nel cipiglio cupo del suo viso—non nella rigidità delle sue spalle quando si volta immediatamente per aiutare le sue compagne di viaggio a scendere dalla carrozza con una mano fasciata da un guanto in pelle. Il suo cappotto scuro accentua la sua altezza, specialmente di fianco alle sue ospiti. Le due signorine sembrano ben più felici di lui di essere arrivate, e Manuel le vede rassettarsi i cappotti da viaggio con una nota di divertimento e commiserazione per la scomodità di un lungo viaggio in carrozza.

"Conte Balestra, benvenuto," Viola si avvicina alla porta con un rollio della carrozzina in avanti e un cenno del capo, e il Conte solleva lo sguardo abbastanza da incrociare il suo per poi volare fugace su Manuel, solo per un momento. Qualsiasi ci sia in quegli occhi castani, è indecifrabile; si posano su di lui leggeri come le ali di una farfalla, e tornano poi su sua sorella, su cui il Conte si concentra con un cenno del capo a sua volta.

"Signorina Brandi, vi ringrazio dell'ospitalità che voi e il Duca vostro padre avete deciso di concederci nei prossimi giorni," il Conte replica, indicando le due sue compagne di viaggio. "Ho il piacere di presentarvi la Baronessa Laura Combi, e la sua carissima amica e accompagnatrice, la Signorina Luna Iansante."

La giovane bionda—la Baronessa—si inchina leggermente, così come la sua accompagnatrice, e Viola e Manuel le seguono a ruota.

"Molto lieta—credo che io e la Baronessa abbiamo frequentato più di un evento insieme, ma non abbiamo mai avuto il piacere di avere un introduzione formale," Viola sorride, retrocedendo appena e facendo cenno ai nuovi ospiti di avvicinarsi. "Ma vi prego, entrate, così possiamo ultimare le nostre presentazioni al riparo dall'aria autunnale."

Manuel fa un passo indietro appena in tempo per evitare che la sedia di Viola completi il suo percorso su uno dei suoi stivali, ma questo non lo distrae abbastanza da non sentire gli occhi delle due signorine su di lui.

"È invece mio piacere presentarvi il Signor Manuel Ferro, nostro ospite permanente e artista sotto la tutela del Duca mio padre," Viola lo presenta con un altro cenno, e Manuel inclina di nuovo il capo, così come fanno la Baronessa e la sua accompagnatrice. "Il Duca si scusa per non essere presente oggi a fare le dovute presentazioni lui stesso, ma il meteo sfavorevole l'ha trattenuto a Torino. Tornerà domani mattina."

"Non c'è alcun bisogno di scuse," il Conte replica, e i suoi occhi volano di nuovo verso Manuel con un agitazione che non comprende. È così difficile averlo davanti, adesso che il loro rispettivo rango non è più separato da un abisso, ma è appena una montagna? "Le piogge che abbiamo incontrato lungo il tragitto sono motivo più che sufficiente di trattenersi, senza timore di mancarci di alcun riguardo."

"Ma certo, perdonatemi—voi tutti sarete esausti dal viaggio," Viola salta su con un battito delle sue mani guantate. "Avremo tutto il tempo di conoscerci meglio in questi giorni. I valletti hanno già ricevuto ordine su dove scaricare i vostri bagagli, e se avrete piacere vi mostreranno le vostre stanze e appena sarete pronti potrete unirvi a noi per il pranzo."

Le due signorine annuiscono, e il Conte sembra voler aprire di nuovo la bocca per replicare, ma qualsiasi cosa volesse aggiungere svanisce quando incrocia di nuovo lo sguardo di Manuel. Un valletto chiude finalmente la porta dietro di loro, e solo al tonfo del chiavistello che torna al suo posto il Conte Balestra distoglie gli occhi dai suoi.

"Vi ringraziamo della vostra ospitalità," Manuel sente la Baronessa dire a sua sorella, ma qualsiasi cosa lei risponda, non la sente. È troppo impegnato a osservare il Conte che si volta in direzione opposta, accetta di prendere il braccio della Baronessa nel suo, e segue insieme alla Signorina Iansante il valletto che li condurrà nell'ala degli ospiti.

"Sembrano cordiali," Viola commenta con tono sommesso appena si sono allontanati, un sopracciglio alzato nella sua direzione. Manuel picchietta le dita sullo schienale della sua sedia, in un ritmo distratto, i suoi occhi fissi sul corridoio lungo il quale il trio di nuovi arrivati è ormai distante.

Gli occhi del Conte Balestra gli sono rimasti addosso come un marchio, e la sensazione è familiare e nuova al tempo stesso. Non gli piace.

"Sì, cordiali," Manuel replica con voce assente. Se c'è qualcosa nello sguardo che gli lancia Viola, non lo intercetta abbastanza in fretta da coglierlo.

 


 

"Signor Ferro, ero curiosa di fare la vostra conoscenza," la Baronessa esordisce con un sorriso, gli occhi blu cielo che scintillano nella luce di mezzogiorno. "So che potremo avere il piacere di leggere i suoi scritti tra poco, o sbaglio?"

La tavolata davanti a loro è apparecchiata solo al centro, il lungo tavolo gran parte inutilizzato con solo cinque persone sedute. A fianco a Manuel, Viola sta chiacchierando con la Signorina Iansante delle decorazioni; la tavola è imbandita con il solito sfarzo che ci si aspetta dal Duca Brandi. Il pranzo è iniziato da diversi quarti d'ora, ma il Conte Balestra non ha ancora pronunciato una parola nella sua direzione, e Manuel ruba un'occhiata al suo profilo prima di tornare a concentrarsi sulla Baronessa. Dal suo posto seduto vicino a lei, invece, l'uomo in questione si arresta per un attimo, le posate a mezz'aria. Manuel distoglie lo sguardo da lui per concentrarsi sulla sua interlocutrice, il cui sorriso sembra essersi fatto più ampio nell'istante in cui l'attenzione di Manuel non era su di lei.

"Mi lusinga e preoccupa in egual misura che ci sia una qualche aspettativa verso le mie opere, Baronessa," le risponde con un sorriso a sua volta. "Ma sì, una raccolta di poesie selezionate dal Duca e dalla Signorina Brandi andrà in stampa nelle prossime settimane. Sono felice che la notizia si sia già diffusa abbastanza da arrivare fino a voi."

"Oh, il Conte Jacopo mi ha parlato del vostro talento letterario," la Baronessa risponde, con un sorriso se possibile ancora più largo, e Manuel non maschera la sorpresa abbastanza in fretta. La sua forchetta stride leggermente sul piatto, e il Conte Balestra evita ancora il suo sguardo prima che possa tentare nuovamente di incrociarlo. "Quando la raccolta verrà pubblicata, vi garantisco che saremo tra i primi a reclamarne una copia."

"Conte, non sapevo foste un estimatore di poesia," Viola si introduce nella conversazione, e Manuel legge la risata nei suoi occhi nonostante sia bravissima nel trattenerla dal raggiungere le sue labbra. Il Conte solleva la testa appena il necessario per rivolgersi verso di lei.

"Non lo sono, e la mia capacità nel quantificare il talento letterario altrui è limitata—i miei, di talenti, giacciono più nella geometria e nella matematica," le risponde, con il solito tono neutro che lo contraddistingue. La cravatta che porta al collo sembra troppo stretta, a giudicare dal modo in cui una sua mano sale ad allentarla; deglutisce con un rumore sommesso prima di lanciare a Manuel un'altro sguardo ermetico come tutti gli altri venuti prima. "Tuttavia credo di saper riconoscere un componimento meritevole quando mi si presenta tra le mani."

"Non credevo aveste avuto l'occasione di leggere un mio componimento, Conte," Manuel gli risponde, senza riuscire a resistere. Il Conte Balestra distoglie di nuovo lo sguardo, gli occhi fissi sul piatto ancora pieno per metà davanti a lui. "Ma spero mi farete il piacere di regalarmi una critica più dettagliata."

Il Conte Balestra, che quasi non lo guarda negli occhi ma si complimenta con lui per il suo talento, e che confessa di aver già letto qualcuno dei suoi scritti. Manuel non lo capiva quando lavorava per suo padre, ma men che meno adesso, che sembra essersi materializzato a Palazzo Brandi per ricordargli che oltre al suo sconosciuto mascherato esiste almeno un'altra persona sulla Terra destinato a confondere la sua mente con il suo comportamento.

"Dovete perdonarmi," il Conte gli risponde, gli occhi ancora abbassati con la scusa di giocare con il cibo davanti a lui. Lo sguardo della Baronessa va da Manuel a lui come un pendolo. "Avete affidato i vostri scritti a mio padre, non a me; tuttavia me li fece leggere nello spirito di condividere la vostra arte, e mi sento di convenire con lui nel suo giudizio."

Manuel scuote la testa.

"L'arte esiste per essere condivisa; ogni scrittore che vi dice che scrive unicamente per sè sta mentendo, consapevolmente o no," ribatte, sporgendosi leggermente per incrociare gli occhi del Conte. "E ditemi, qual è stato il giudizio di vostro padre?"

Il Conte Balestra alza finalmente la testa alle sue parole, e c'è un leggero sorriso sulle sue labbra la cui curva Manuel segue senza interrogarsi sul perchè.

"Mi fate una domanda a cui sapete già la risposta, Signor Ferro. Mio padre—così come anche io—crede voi abbiate un talento meritevole di essere apprezzato da un pubblico più grande della tenuta di Villa Balestra."

"O dai fiori del suo giardino," Manuel ribatte. Vicino a lui, la conversazione tra Viola e la signorina Iansante è andata a scemare per seguire il loro botta e risposta, e entrambe si coprono il viso con una mano per coprire la loro risata alla sua battuta, così come la Baronessa. "Voi siete dunque entrambe al corrente di quale fosse la mia condizione precedente?"

Si rivolge alla Baronessa e la sua accompagnatrice, e entrambe annuiscono, il sorriso ancora sul loro viso.

"Il Conte ci ha parlato di lei nella maniera più brillante," la Baronessa Combi gli sorride di nuovo. "Vi garantisco che il vostro precedente impiego non preclude la nostra buona opinione di voi e della vostra arte."

Il Conte Balestra, che a quanto pare parla di Manuel in maniera brillante, accenna semplicemente un altro sorriso.

"Spero allora soltanto di poter essere all'altezza di suddetta buona opinione," Manuel replica. "Se vi potrà far piacere, spedirò una copia della raccolta a tutti voi."

"Ha già un titolo?" Chiede la Signorina Iansante, sporgendosi leggermente. La Baronessa non sembra turbata dal modo in cui il gesto invade il suo spazio; Manuel nota con un sopracciglio alzato come invece il suo sguardo tracci le linee del volto della sua accompagnatrice per un momento troppo lungo e familiare. "Sapete, nonostante ci manchino le aspirazioni autoriali, io e la Baronessa siamo grandi lettrici."

Manuel non manca nemmeno di notare nemmeno l'uso del noi. Si limita a scuotere il capo, però.

"Per ora ancora no. Potrebbe anche essere pubblicata senza titolo, semplicemente come raccolta di componimenti—ma suppongo che sarà una decisione che verrà rimandata fino all'ultimo istante possibile."

Il Conte Balestra, che in qualsiasi altra occasione si sarebbe premurato di rimarcare come le cose rimandate all'ultimo istante si possano tramutare in disastri senza fine, non dice una parola in risposta. Manuel lo guarda con le sopracciglia sollevate, ma Viola riempie l'attimo di silenzio con un'altra occhiata nella sua direzione.

"Il Signor Ferro, come ogni artista, è scaramantico abbastanza da non voler rivelare fino all'ultimo i dettagli," scherza con un gesto verso Manuel. "Dovrete scusarlo, ma se si lascerà scappare qualche dettaglio in più sarete i primi a scoprirlo da me in persona."

La Baronessa ride di nuovo, e con lei la sua accompagnatrice. Il Conte sta ancora fingendo di completare il suo pasto, ma Manuel viene richiamato all'attenti da un'altra domanda della Signorina Iansante, e il resto del pranzo scivola via tra le sue due nuove interlocutrici e un fremito strano alla bocca dello stomaco, che sente ogni qualvolta che i suoi occhi cadono su lui.

Quando a fine pasto si alzano da tavola, la Baronessa si scusa con un inchino e si ritira per il primo pomeriggio negli appartamenti a loro dedicati, accompagnata dalla Signorina. Il Conte segue Viola nella biblioteca, e Manuel sente il suo sguardo sulle spalle quando si scusa a sua volta per tornare nelle sue stanze.

Non c'è nessun motivo per l'agitazione che gli preme il petto. Il Conte Balestra, come in ogni altra interazione che ha avuto con lui, è stato perfettamente cordiale, se non persino meno incalzante delle continue domande che gli poneva quando era ancora uno dei dipendenti di suo padre. Non solo; ha letto le sue opere, lo ha complimentato davanti alle sue accompagnatrici del suo stesso rango. Continua a fissarlo, con quegli occhi castani profondissimi la cui sfumatura scura Manuel crede di non aver mai notato fino ad ora.

Si lascia scivolare sulla sedia del suo scrittoio con un sospiro. Nella sua mente, solo per un attimo, si immagina come sarebbe vedere quegli occhi da sotto una maschera; ma il pensiero è fugace come una cometa nel cielo estivo, e un attimo dopo si perde di nuovo nelle domande che gli vorticano nella mente.

Davanti a lui, il pennino e la carta lo chiamano come le sirene di Ulisse.



"Signore? La Signorina mi ha mandato a chiamarvi," Letizia bussa alla sua porta, senza aspettare una sua risposta per entrare. "La Baronessa Combi vorrebbe visitare la tenuta, ora che il tempo è migliore."

Manuel solleva la testa dal foglio, che nelle due ore scarse che ha passato da solo dopo il pranzo si è riempito di versi.

"Arrivo," risponde semplicemente, strofinandosi le dita per cercare di eliminare le macchie d'inchiostro. Parte di essere un ospite permanente a Palazzo Brandi significa anche accompagnare con il Duca gli ospiti che chiedono di visitare i terreni intorno, e Viola si esime spesso dal seguire gli ospiti in carrozza con una scusa o l'altra in favore di stare tra i suoi libri, complice il fatto che la sua condizione è vista dalla maggior parte delle persone che la incontrano un tabù innominabile. "Andremo a piedi? O gli piacerebbe fare un giro a cavallo?"

"Credo a cavallo, Signore," Letizia gli risponde, e sospira mentre lo osserva vagare per la stanza alla ricerca dei suoi stivali da equitazione. "Il Duca ha portato via con sè Apollo, ma nelle stalle credo rimangano Pitagora e Talete."

Manuel riemerge con la testa dal suo armadio, i guanti in una mano e una giacca vagamente adatta al fresco di Ottobre nell'altra.

"Vedremo quale destriero sarà degno del Conte Balestra, allora," le risponde con un sorriso. Apollo, il più docile tra i cavalli del Duca e il suo preferito, sarebbe stata un ottima scelta da proporre agli ospiti; lui è disposto ad accontentarsi di Pitagora, il cui temperamento un po' troppo giocherellone ha bisogno di una mano ferma che per quanto si ricorda il Conte non possiede.

Qualche minuto dopo, mentre si fa di nuovo strada lungo i corridoi del palazzo, le macchie sulle dita ancora non fanno cenno a sbiadire. Davanti al portone di ingresso, Viola e i loro ospiti lo stanno aspettando, tutti nuovamente coperti nei cappotti adatti al fresco autunnale tranne lei.

"Signor Ferro! Mi farete il piacere di mostrare ai nostri ospiti la tenuta. Vi chiedo scusa se non potrò accompagnarvi," si rivolge ai tre, con un'espressione contrita che ormai Manuel ha imparato a riconoscere come completamente fasulla. "I sentieri sono troppo fangosi per la carrozza e mio padre mi ha lasciato delle pratiche da sbrigare in sua assenza. Ma vi garantisco che il Signor Ferro è un ottima guida."

Manuel scambia con lei uno sguardo divertito. Appena i tre ospiti si dirigono verso la porta, Viola gli lancia un occhiolino, e indica con un cenno della mano verso il suo taccuino, ancora incastrato nella sua sedia.

Il tragitto verso la scuderia quando escono è breve, ma Manuel si stringe nel suo cappotto, forse troppo leggero per le temperature. A fianco a lui, il Conte tiene il ritmo del suo passo, e quando Manuel ruba uno sguardo verso il suo viso trova le sue guance tinte di rosa dal fresco del pomeriggio.

"Uscite spesso a cavalcare?" Il Conte gli domanda, dopo un attimo di silenzio in cui gli unici rumori sono quelli dei loro passi sulla ghiaia. "Non vi ho mai chiesto se i cavalli fossero una vostra passione o se semplicemente assecondaste le richieste mie e quelle di mio padre."

La sua voce è abbastanza bassa da non coinvolgere la Baronessa e la sua accompagnatrice, che prese per il braccio qualche passo dietro di loro sembrano perse nella loro conversazione.

"Esco spesso nei sentieri della tenuta," Manuel replica, facendo cenno al Conte di precederlo all'interno quando arrivano davanti al portone di legno delle stalle. "E sì, i cavalli sono la mia seconda passione dopo la poesia. Presumo anche la vostra, dopo la matematica."

Il Conte scuote la testa leggermente, e la luce fioca del pomeriggio che filtra attraverso le finestre della stalla gli illumina il volto. "Non ho mai avuto la mano che avete voi, Signor Ferro. Spero nella vostra esperienza per lo scelta dei destrieri che ci accompagneranno oggi."

"Senza dubbio," Manuel gli risponde con un sorriso sghembo. Il Conte rimane sulla soglia per tenere la porta per le due nobildonne, gentiluomo come sempre, ma Manuel prosegue la sua strada verso le recinzioni singole dove Pitagora già scalpita per avere il privilegio di una passeggiata. Gli altri cavalli li guardano con fare curioso, ma nessuno di loro gli dimostra lo stesso fervore.

"Buono, buono," gli sussurra Manuel con una carezza sul naso nero. Il colorito bruno rende il cavallo una macchia scura nella luce bassa, e il nitrito che ottiene in risposta lo fa sorridere.

"Tutti i cavalli del Duca sono perfettamente docili, tranne lui, che come vedete è un po' troppo entusiasta per potermi fidare a lasciarlo a uno di voi. Vi assicuro che qualsiasi altro destriero possiate scegliere, sarà un ottimo compagno di viaggio."

"Pitagora, Talete, Archimede, Euclide—chi condivide la passione del Conte per la matematica?" Chiede la Baronessa con un sorriso, avvicinandosi a leggere le targhette con i nomi dei cavalli vicino alle loro recinzioni. Si ferma a lasciare anche lei una carezza sul muso di Euclide, un destriero color miele che spinge il naso contro la sua mano al contatto.

"La Signorina Viola," risponde Manuel. "E in parte anche il Duca. Ma come sapete, ognuno di questi non è solo matematico—è anche filosofo."

"Un cavallo filosofo," la Signorina Iansante scherza con un sorriso. "Chissà il precedente Conte Balestra cosa avrebbe da raccontare al riguardo."

"Ah, credo di sapere la risposta a questa domanda," Manuel replica, sbloccando i cancelletti per far uscire Euclide per la Baronessa, e Archimede per la Signorina. Al Conte riserva Talete, un destriero alto e grigio come il cielo di quella giornata.

"Vi direbbe che Platone descrive l'anima come una biga alata trainata da due cavalli," spiega, mentre porge una mano alla Signorina per aiutarla a montare in sella. Alle sue spalle, il Conte fa lo stesso con la Baronessa, e solo quando le due sono comodamente su entrambi si dirigono verso le loro cavalcature. "Il suo auriga è la Ragione; i due cavalli, uno bianco e uno nero," sorride con un cenno una volta che anche lui e il Conte sono in groppa, verso i colori dei loro destrieri, "Sono le passioni. Quello nero rappresenta le passioni più carnali, e traina la biga verso il basso. Quello bianco rappresenta le passioni più nobili, e spinge l'anima in l'alto, verso il quello che per Platone era il mondo delle idee."

"E l'auriga?" Domanda il Conte, le mani avvolte dai guanti salde sulle redini. La sua postura è impettita come sempre. Sotto le gambe di Manuel, Pitagora sembra essere in ottimi spiriti, e si avvicina a dare un buffetto sul fianco di Talete prima che lui possa redirigerlo verso il sentiero principale che si allontana dalle scuderie e percorre gran parte della tenuta del Duca.

"L'auriga deve essere abbastanza capace da reggere le pulsioni di entrambi i cavalli, e accompagnarli verso l'iperuranio per raggiungere la conoscenza," risponde Manuel, con un colpetto sul fianco di Pitagora per incoraggiarlo a seguire il sentiero. "Per quanto questo possa essere difficile."

"Resistere alle passioni, intende?" ribatte di nuovo il Conte, tenendo il passo. Quando Manuel ruba uno sguardo nella sua direzione, i suoi occhi sono già su di lui, con quello sguardo profondo ma indecifrabile incorniciato dalle ciglia scure come la notte. Se non fosse così—così compunto, riservato, quasi freddo—

Manuel scuote la testa leggermente per scacciare il pensiero. Il suo Simone occupa ancora tutta la sua mente; e il Conte Balestra è lo stesso che ha passato mesi a occupare ogni minuto della sua giornata appena qualche mese fa. C'è qualcosa di familiare in lui, ma che non può che essere dovuto al fatto che Manuel ci ha passato insieme fin troppo tempo quando era impiegato a Villa Balestra. Riconoscere la sua avvenenza non cambia l'indifferenza che Manuel ha sempre sentito di provare nei suoi confronti.

"Guidarle," risponde, dopo un momento passato a guardarsi negli occhi. "Non permettere che esse ci trascinino in basso con loro."

"E se questo dovesse succedere?"

Il Conte torna a fissare dritto davanti a sè mentre avanzano sul sentiero. Le campagne intorno a Palazzo Brandi si estendono a vista d'occhio, verdeggianti dalle pioggie che hanno deciso di costellare tutto il mese precedente; l'aria intorno a loro è ancora umida dalla pioggia della mattina.

"Se le passioni dovessero avere il sopravvento? Mi dispiace darvi questa notizia, Conte, ma significherebbe solo che anche voi siete umano come tutti noi," Manuel spiega con un sorriso divertito. "Per Platone, quando le ali si spezzano, o l'auriga precipita, lì è il momento in cui l'anima si reincarna, pronta a tornare a lottare per riconquistare la conoscenza in un corpo umano."

"Il Signor Ferro è un degno studente di Dante Balestra," la Baronessa commenta, altrettanto divertita, e Manuel si gira leggermente verso di loro, appena in tempo per vederla scambiarsi uno sguardo con la Signorina Iansante. "Non ti sembra, Jacopo?"

Il Conte Balestra annuisce, ma i suoi occhi non si staccano dalla strada sterrata davanti a lui.

"Assolutamente," risponde, in una voce senza inflessioni. "Come potete immaginare, Signor Ferro, anche le nostre accompagnatrici sono state soggette a più di una disquisizione di mio padre sul filosofo che in quel momento più attirava la sua attenzione."

"Abbastanza da capire che anche voi avete una passione per la materia che sicuramente supera quella del Conte," la Signorina Iansante scherza, con un'altra occhiata verso la Baronessa. "E da riconoscere anche io i nomi dati a questi bellissimi animali."

"E qual è quello che apprezzate di più?" Manuel chiede, gli occhi ancora sul Conte, che però sembra deciso a non incrociare ancora il suo sguardo.

"Talete, forse. Ma unicamente perchè è il protagonista del mio aneddoto preferito," risponde lei. "Sapete, quello in cui cade in un pozzo e la sua servetta gli rimprovera che si preoccupava tanto di conoscere le cose che stanno in cielo, senza vedere ciò che invece è presente davanti al suo naso."

Manuel scoppia a ridere. "Dovrete perdonarmi l'impertinenza, Conte, se vi dico che quello è esattamente il tipo di incidente che potrebbe accadere a vostro padre."

Il Conte Balestra non gira il viso nemmeno alla battuta, ma sorride, e una mano guantata accarezza la criniera di Talete mentre dietro Manuel la Signorina Iansante e la Baronessa sghignazzano in una maniera poco consona a due gentildonne.

"E forse non solo a lui," commenta la Baronessa. Il Conte si volta finalmente solo per apparentemente fulminarla con lo sguardo, ma Manuel non fa in tempo a cogliere il significato dell'occhiata—la Signorina Iansante lo affianca, invece, per domandargli in che zona della tenuta si trovano, e la sua spiegazione non gli permette di ascoltare la conversazione sussurrata tra il Conte e la Baronessa alle sue spalle.

Potrebbero essere una bellissima coppia, Manuel pensa con una lieve fitta allo stomaco che non capisce, mentre guarda i loro colori complementari—l'oro dei capelli biondi della Baronessa e i ricci neri del Conte, il vestito di lei di azzurro così chiaro da essere quasi bianco e il cappotto scuro di lui. Torna a concentrarsi sulla Signorina Iansante e sulle sue domande, senza comprendere perchè quella vista lo disturbi così.

La cavalcata procede a passo svelto. Manuel, nel suo ruolo di cicerone, indica i possedimenti che si intravedono all'orizzonte, il villaggio a poca distanza che i tre hanno attraversato nel loro tragitto verso il palazzo, il bosco che Viola ama visitare ogni qual volta il terreno è abbastanza asciutto da permettere di inoltracisi in carrozza. Una leggera pioggerella che torna a bagnare i loro capelli è il loro segnale di tornare indietro, dopo quella che Manuel suppone sia stata appena una mezz'ora di cavalcata.

"Speravo la pioggia ci desse più tregua, ma a quanto pare il cielo ci va contro," commenta a voce alta, arrestando Pitagora sul sentiero sotto uno degli alberi, per avere un attimo di riparo dall'acqua. "Signore, se volete aspettarci qua, potremmo tornare con una carrozza—"

"Oh, non vi disturbate," la Baronessa lo rassicura con un cenno della mano, asciugandosi delicatamente le guance prima di riprendere in mano le redini di Euclide. "Torneremo tutti insieme—non siamo lontani, giusto?"

"No, no—"

Accade tutto in un attimo. Il Conte tira le redini di Talete per ritornare sui loro passi mentre Manuel è impegnato a rassicurare la Baronessa—qualcosa attraversa il sentiero, forse una lepre, ma veloce abbastanza che persino Pitagora scalcia sorpreso—Talete scalpita, terrorizzato, e il Conte Balestra scivola giù quando il suo destriero si impenna con un nitrito di paura, atterrando con uno schizzo di fango e un verso di dolore che non promette niente di buono.

La Baronessa lancia un urlo di sgomento, ma prima che possano fare qualsiasi cosa, il Conte è già di nuovo in piedi da dove è ruzzolato nell'erba ai lati del sentiero—Manuel ha appena il tempo di tirare indietro Pitagora e sporgersi per afferrare al volo le redini di Talete prima che possa fuggire, con un sospiro di sollievo nel vederlo di nuovo in piedi, per quanto sporco di erba e terriccio.

"Non vi preoccupate—penso fosse un coniglio," il Conte li rassicura tutti e tre, affannato dalla caduta, ma con le mani sollevate come per far vedere che non si è fatto troppo male. "Il cavallo—Talete?"

Manuel annuisce, la mano salda sulle redini di entrambi i destrieri mentre smonta, con una pacca sul fianco di Pitagora e un cenno alla Signorina Iansante e la Baronessa.

"Baronessa, tenete voi le redini di Pitagora per un attimo—" gliele porge senza indugio, e a fianco a lei la Signorina Iansante si allunga prima ancora che possa chiedere per prendere quelle di Talete. "Il cavallo, ma di che parlate—voi, piuttosto! State bene?"

Manuel si avvicina a lui senza pensare, le mani che salgono a pulire dove il cappotto del Conte ha raccolto più di una foglia nella sua caduta prima che possa riflettere su cosa sta facendo. Il Conte Balestra lo guarda con l'espressione stupita di chi probabilmente non si aspetta quell'affronto al suo rango, e le mani di Manuel si congelano a mezz'aria. Sopra di loro, la pioggia continua a cadere sempre più intensa, infiltrandosi tra le foglie, e una goccia scende lungo la tempia del Conte per andarsi a sciogliere sulla sua guancia.

"Perdonatemi," mormora, facendo un passo indietro, per squadrare il Conte da capo ai piedi. "Siete sicuro di non aver battuto la testa?"

"Penso di no," il Conte mormora di rimando, i suoi occhi scuri ancora fissi su Manuel—ed è quando distoglie lo sguardo per osservarlo di nuovo che la nota. C'è una macchia vicino al ginocchio del Conte, troppo scura per essere acqua, e quando la sua gamba si muove rivela lo squarcio sporco di sangue nella stoffa dei suoi pantaloni.

"Avete bisogno di un medico," Manuel afferma senza troppi giri di parole, e il Conte abbassa gli occhi per seguire la linea del suo sguardo con sorpresa, come se non si fosse accorto minimamente del taglio. "Appoggiatevi all'albero."

Il Conte obbedisce senza esitare, zoppicando per i pochi passi che lo separano dall'albero sul ciglio del sentiero, gli occhi che fissano la gamba inforturnata come se fosse stupito e deluso da sè stesso per aver permesso un tale incidente. Manuel gli ruba un'altra occhiata, prima di girarsi ad esaminare Talete ed avere la sua paura confermata.

"Ho paura che anche il cavallo si sia infortunato come il suo cavaliere," spiega dopo una veloce occhiata alle sue zampe, quando le espressioni gemelle della Baronessa e della Signorina lo fissano accigliate al suo sospiro di disappunto. Talete si lascia scappare un nitrito triste. "Mi dispiace farvi questa richiesta, credetemi—sareste disposte a tornare sullo stesso cavallo e riportare Talete con voi? Non credo sopporterebbe il carico per il ritorno, ma Euclide è forte abbastanza da reggere due persone."

Le due nobildonne si guardano, annuendo.

"E voi, invece? Dovrete affrettarvi," la Baronessa risponde, con il viso corrucciato dalla preoccupazione. "Le nuvole sembrano farsi più grigie, e non vorrei che la pioggia peggiorasse troppo."

"Arriveremo," Manuel annuisce, con un cenno verso dove il Conte si è seduto sotto l'albero e sembra essere deciso a tentare di curare la sua ferita semplicemente fissandola con espressione accigliata. "Voi andate avanti, così potrete spiegare cos'è successo alla Signorina Viola. Se il Conte me lo permette, darò un'occhiata alla sua gamba e saremo appena dietro di voi."

Il Conte Balestra, al sentirsi chiamato in causa, solleva la testa da dove era impegnato a scrutare il taglio, con un lungo sguardo verso le sue due amiche che Manuel non riesce a interpretare. La Baronessa annuisce; da lì è lavoro da poco far smontare la Signorina Iansante da Archimede e farle accomodare sullo stesso cavallo. La Baronessa tiene salde le redini di Talete, che zoppica lievemente quando si incamminano nella strada del ritorno, ma mantiene il passo con Euclide.

"Avviseremo di prepararvi un bagno caldo e faremo sapere al medico che ci sarà bisogno di lui," la Baronessa aggiunge, e Manuel saluta entrambe con un cenno, guardandole allontanarsi al trotto mentre si preoccupa di legare Pitagora e Archimede a uno dei rami bassi con due nodi saldi. Quando si rigira verso il Conte, lo trova intento a slacciare lo stivale della gamba destra, le dita senza guanti ora macchiate di rosso vivo, e Manuel si affretta ad inginocchiarsi al suo fianco prima di potersi interrogare sul moto di apprensione che la vista gli provoca.

Intorno a loro, l'aria si sta facendo più fredda, complice il sole che cala; i rami dell'albero sopra la loro testa non sono più un riparo ideale, e Manuel sente la pioggia che scivola leggera sulla nuca quando si inginocchia vicino alle gambe distese del Conte, noncurante del fango che sicuramente sta sporcando i suoi vestiti.

"Permettetemi," Manuel si toglie i guanti anche lui, lasciando che cadano dove capita, e slaccia il cravattino che porta al collo dall'ora di pranzo: un rettangolo di stoffa bianco candido che odia fermamente ma che è costretto a portare. "Non è la fasciatura più consona, ma per adesso credo che sia la nostra unica opzione."

Il Conte deglutisce, lo sguardo che cade sul collo di Manuel che la cravatta copriva fino ad un attimo prima.

"Cercherò di essere delicato, non vi preoccupate," Manuel lo rassicura, come se il Conte Balestra fosse un cerbiatto ferito. C'è una lunga linea rosso sangue che parte da sopra il ginocchio del Conte e scende fino a metà polpaccio, ma quando Manuel sposta la stoffa tagliata dei pantaloni si rende conto con sollievo che nonostante il sanguinamento copioso non è così profonda come poteva sembrare.

"Siete stato fortunato," sospira, mentre le sue mani cercano il più delicatamente possibile di avvolgere la stoffa bianca intorno alla ferita. Rimane candida solo per un momento, prima di macchiarsi nuovamente di rosso, e il sibilo di dolore del Conte al nodo che Manuel stringe per tenerla sul posto fa premere il senso di colpa sulla bocca dello suo stomaco per un attimo. "Perdonatemi, lo so—se può farvi sentire meglio, sembra un taglio superficiale."

"Stavate scrivendo?"

La domanda è abbastanza inaspettata da fermare le sue mani dove stavano scivolando sulla stoffa per assicurarsi che la fasciatura di fortuna possa reggere, ma quando solleva la testa gli occhi del Conte stanno fissando la punta delle sue dita, nere di china.

"Sì," si ritrova a rispondergli senza ben sapere perchè, invece di sorprendersi per la curiosità inaspettata, e le sue dita traditrici si fermano sopra il ginocchio del Conte. Il calore della sua pelle trapela anche attraverso la stoffa della fasciatura, accentuato dal freddo dell'aria intorno a loro. Non se ne era mai accorto, ma l'acqua di colonia del Conte sa di lavanda; l'odore aleggia intorno a lui sorprendente come la pioggia che li ha colti. Non trova altro da dire, incapace di distogliere lo sguardo da dove la stoffa strappata dei pantaloni del Conte Balestra rivela una striscia di pelle diafana, e il contrasto che tutto quel bianco crea con le sue mani, abbronzate da mesi di lavoro sotto il sole, sporche di china nera.

"Mi dispiace avervi portato via dai vostri scritti," risponde il Conte, dopo una lunga pausa in cui sicuramente si starà domandando perchè Manuel abbia ancora le mani su di lui. Vorrei saperlo anche io, Manuel commenta fra sè e sè mentre si tira indietro, schiarendosi la voce.

"Non vi preoccupate, Conte," replica, costringendo le sue mani a tornare a una distanza consona ora che il suo lavoro è finito, e i suoi occhi a tornare a guardare il suo interlocutore in viso. "Non direi mai di no a un'uscita a cavallo, anche se questa è stata meno fortunata di altre."

Il Conte annuisce con la solita espressione seria, raddrizza la schiena, prova a piegare il ginocchio, ma sembra soddisfatto del fatto che la fasciatura di fortuna sia salda.

"Sembra che nonostante tutto, io continui a costringervi a stare ai miei comodi," replica con un sorriso amaro sulle labbra che Manuel non capisce pienamente. Dopotutto, a Villa Balestra lui era pagato per quello che faceva, e anche se tra le sue mansioni ufficiali non era contemplato il passare così tanto tempo con i suoi datori di lavoro, non era di certo la parte peggiore del suo impiego. "Dovete scusarmi per il disturbo che continuo ad arrecarvi."

"Non dite sciocchezze," Manuel risponde prima di poterci riflettere, percependo il suo accento scivolare a coprire le lettere e troncare le sillabe. Non cerca di trattenerlo; non davanti al Conte, che ha già sentito il suo vocabolario "scoveniente" e non si è mai preoccupato di scandalizzarsi. "Aiutarvi in un momento simile non è un disturbo."

Il Conte sembra sorridere di nuovo suo malgrado, tirandosi su ancora un po'.

"È un sollievo sapere che la vostra inflessione non è totalmente scomparsa in questi mesi a Torino," replica, apparentemente deciso a stupire Manuel con ogni suo nuovo commento. "Iniziavo a pensare aveste perso l'accento di Roma per sempre."

"Sia mai," Manuel sorride, mentre il Conte si riallaccia lo stivale, attento a non disturbare troppo la fasciatura. "Non potrei mai rinnegare fino a quel punto le mie origini, e nemmeno sarebbe mio desiderio farlo."

"Ma la nobiltà torinese non vede di buon occhio le inflessioni dialettali?" Il Conte finisce la frase al posto suo, sistemando i pantaloni strappati meglio che può per evitare che macchino la fasciatura di fango. Manuel lo fissa, sorpreso.

"E voi?" Manuel gli domanda prima di potersi trattenere, senza sapere bene il perchè. Il Conte lo fissa di rimando, e una goccia di pioggia scivola sul ponte del naso e si ferma sull'arco di Cupido delle sue labbra.

"Io ho sempre avuto una predilezione per Roma," il Conte replica, dopo un momento in cui l'unico rumore intorno a loro è quello della pioggia che cade sempre più fitta intorno alle campagne. Gli occhi del Conte sono neri come la notte, e lo sguardo di Manuel vaga su quel viso su cui ha posato gli occhi tutti i giorni per un anno, forse senza mai vederlo davvero—

Una sua mano sale verso il viso del Conte senza che lui possa controllarla; la punta delle sue dita sfiora quella pelle chiara e si sporca di cremisi.

"State—state sanguinando," Manuel mormora come spiegazione per la sua audacia, davanti allo sguardo del Conte che sembra stare trattenendo il respiro—le parole lo raggiungono dopo un attimo, e il Conte Balestra si porta una mano alla tempia per controllare lui stesso, sospirando quando anche le sue dita si sporcano di sangue vivo.

"Lasciate che controlli," Manuel si avvicina di nuovo, e fa appena in tempo a vedere come per tutto questo tempo il sangue sia scivolato tra i capelli del Conte, nascosto dai ricci scuri, e solo adesso sia diventato abbastanza da scendere lungo la tempia e oltre lo zigomo. Il Conte scuote la testa, e le sue dita trasformano la goccia in una striscia che scende lungo la guancia quando le riaffonda tra i suoi ricci con una smorfia di fastidio. Manuel si allontana.

"È solo—è solo un taglio anche questo," risponde più deciso, guardandolo negli occhi, il viso di nuovo accigliato. "Sembra appena un graffio. Se ne potrà occupare il medico."

In qualsiasi altro frangente, Manuel avrebbe insistito; magari maledicendo tra i denti la testardaggine di Jacopo Balestra, magari con una battuta. Quello che lo ferma è la scintilla nuova negli occhi del Conte, e la strana atmosfera tra di loro, che gli stringe lo stomaco in una morsa e che non riesce a comprendere.

Annuisce, invece, tirandosi su. Il Conte accetta la mano che gli porge per aiutarlo a sollevarsi, perlomeno; il contatto tra i loro palmi è bollente nell'aria gelida del tardo pomeriggio. Quando Manuel slega i cavalli, il Conte Balestra accetta anche la mano che Manuel gli offre per aiutarlo a salire. La pioggia ormai è forte abbastanza da penetrare in ogni strato dei vestiti che indossano; Manuel si sposta i ricci bagnati dalla fronte mentre il Conte si sistema sulla sella, e osserva le sue mani che si aprono e chiudono sulle redini in quello che sembra un brivido di freddo.

"Vi ringrazio," il Conte dichiara, la voce ferma, e Manuel monta in sella con un altro cenno del capo.

"Non mi dovete ringraziare," replica, scuotendo la testa come per cercare di dimenticare gli ultimi minuti. "Siete pronto, piuttosto, alla cavalcata? Se teniamo un passo abbastanza svelto, possiamo essere a Palazzo in un quarto d'ora."

Il Conte annuisce. Manuel si incanta nuovamente a seguire il percorso delle gocce che gli percorrono il viso, prima di tirare sulle redini di Pitagora con fare deciso per imboccare il sentiero. Dietro di lui, il rumore degli zoccoli di Archimede lo segue—Pitagora accelera con un nitrito, e la pioggia sopra di loro scende sempre più fitta.

Il sentiero inondato sotto di loro gli impedisce di andare al galoppo, ma sotto le loro mani, i due cavalli corrono ugualmente, e il Conte Balestra è una macchia scura al suo fianco su cui Manuel non riesce a impedirsi di posare gli occhi ogni qual volta pensa di poter rischiare. Non saprebbe calcolare dopo quanto, ma Palazzo Brandi appare davanti a loro dopo quello che sembra appena il tempo di un respiro, e l'acquazzone che li ha colpiti si arricchisce di tuoni e fulmini diventando tempesta.

"Useremo la porta di servizio, dietro la scuderia," Manuel grida per farsi sentire quando prendono il sentiero principale, cercando di tenere gli occhi aperti sotto la pioggia scrosciante, e vede a malapena il Conte annuire mentre si avvicinano sempre di più; al loro arrivo le porte sono già aperte, con Giulio e Lorenzo, due degli stallieri, pronti a prendere le redini dei loro cavalli. Manuel smonta quasi al volo, prima ancora che Pitagora abbia arrestato la sua marcia, e si affretta a fare il giro per aiutare il Conte a scendere.

"La vostra gamba—vi fa ancora male?" Gli chiede, e il Conte Balestra lo guarda dritto negli occhi, un rivolo di sangue misto a pioggia che gli decora la tempia destra, le mani che stringono le redini di Archimede come il condottiero di un esercito.

"No," risponde schiarendosi la gola, ma prende comunque la sua mano come ha fatto poco prima, e si lascia accompagnare nella discesa con appena uno spasmo del viso quando appoggia il peso sulla gamba ferita. "Perdonatemi—" Per un momento, rimangono in piedi, mano nella mano, l'uno davanti all'altro; i ricci neri del Conte cadono sulla sua fronte, le ciglia scure bagnate d'acqua come se avesse appena pianto; il profumo di lavanda è appena accennato, sbiadito dall'odore della pioggia che li ricopre entrambi. La mano di Manuel freme per un pennino e un foglio di carta.

La mano fredda del Conte, appena più grande della sua, stringe le sue dita altrettanto fredde e bagnate di pioggia.

"Perdonatemi," il Conte ripete di nuovo, lasciando andare la presa, e Manuel trattiene tra i denti l'istinto di chiedergli di appoggiarsi a lui per il tragitto. Non si preoccupa di ricontrollare i cavalli; gli stallieri hanno più esperienza di lui, e l'unica cosa da fare adesso è assicurarsi che il Conte stia bene.

Giulio spalanca la porta per farli entrare, e Manuel lo ringrazia, scuotendo la testa per liberare il volto dai ricci fradici. L'acquazzone che li ha sorpresi li ha imbevuti di così tanta acqua da lasciare intere pozze mentre attraversano il corridoio di servizio; i passi del Conte sono più lenti del solito, ma non sembra zoppicare troppo nel tragitto che li separa dal salottino che fa da anticamera alla biblioteca, il più vicino e quello in cui Manuel è sicuro di trovare sua sorella.

"Oddio, Manuel—" è l'espressione che li accoglie quando entrano. Da dove è seduta dietro la scrivania, Viola li guarda con la bocca aperta per un attimo—Manuel ha appena il tempo di domandarsi che immagine dipingano, entrambi grondanti d'acqua, il Conte Balestra sporco di sangue su metà del viso, prima che Viola si precipiti sulla carrozzina a fare il giro della scrivania per avvicinarsi a dove sono ancora in piedi sull'uscio. "La Baronessa mi ha avvisato vi foste fatti male, ma non immaginavo—"

"Non vi preoccupate, Signorina," il Conte la rassicura con una mano sollevata, e Manuel tiene la porta aperta per farlo entrare, conscio di come entrambi stiano rabbrividendo dal freddo. "È meno grave di quanto sembra—è solo un taglio tra i capelli che la pioggia ha tenuto aperto, così come quello sulla gamba."

Viola guarda entrambi con le sopracciglia alzate, lo stupore ancora scritto sul viso, ma quando si avvicina e il Conte volta la testa per mostrarle come in realtà la maggior parte del sangue sia stato semplicemente annacquato dalla pioggia sembra lasciarsi andare in un sospiro di sollievo.

"Accomodatevi, per carità—ho fatto già chiamare il medico, ma arriverà fra poco, e c'è un bagno caldo ad attendervi dopo che vi avrà visitato," li esorta a spostarsi, con un cenno verso il caminetto e una mano che sale a porgere al Conte un fazzoletto per pulirsi il viso, che lui accetta di buon grado. "Sedetevi, vi prego, sarete entrambi esausti."

Il Conte si lascia obbedientemente cadere su uno dei divanetti vicino al camino, allungando le gambe davanti a lui e premendo il fazzoletto sul lato del viso. La fasciatura è rosso vivo, ma non quanto Manuel si aspettava che sarebbe diventata dopo la cavalcata; invece di sedersi anche lui, si inginocchia di nuovo davanti al Conte, che lo guarda con gli occhi sgranati come se ormai la visione non fosse per lui familiare.

"Signor Ferro, avete fatto così tanto—non c'è bisogno," il Conte si ritrae appena, una mano che tiene premuto il fazzoletto ormai rossiccio premuto sulla tempia. Manuel può sentire lo sguardo di Viola sulla sua schiena. "Il medico sarà qua a breve—"

"E se non dovrà preoccuparsi del mio pessimo operato potrò uscirne con la mia reputazione indenne," Manuel cerca di scherzare mentre le sue mani salgono a sciogliere il nodo della fasciatura. "Portiamoci avanti. La stoffa è completamente bagnata, bisognerà pulire la ferita—"

Gli attimi successivi sono una sequenza che Manuel vive come un opera teatrale, distante come se li stesse guardando accadere a qualcun altro.

Le sue dita non arrivano mai a destinazione; prima che possa sfiorare il ginocchio del Conte, la porta si spalanca con un tonfo, accompagnata dalle voci concitate della Baronessa e della Signorina Iansante—che si fermano sull'uscio con un sussulto alla vista del loro accompagnatore grondante di pioggia e sangue annacquato—

"Simone, oh Signore—cosa è accaduto?"

La voce della Baronessa Laura attraversa la stanza e rimbomba fra le pareti. Le mani di Manuel si fermano, congelato come un cervo che ha udito il primo sparo della battuta di caccia. Il nome rimane sospeso a mezz'aria come le scintille del camino, così estraneo che per un momento pensa di esserselo immaginato; ma quando alza lo sguardo verso il Conte Balestra, la sua espressione lo tradisce.

"Simone?" Echeggia Manuel con un sussurro.

Davanti a lui, il Conte Balestra ha finalmente in volto un'espressione che Manuel comprende: il rimorso, nudo in ogni linea del volto, che sembra grondare lungo il suo viso come la pioggia che li ha colti entrambi. Gli occhi neri sembrano implorarlo—di cosa, Manuel non ne ha idea.

Dietro di lui, Viola si lascia scappare un ah di sorpresa e comprensione al tempo stesso; quando Manuel si volta di nuovo di scatto verso la Baronessa, invece, la ritrova con un'espressione sgomenta, una mano guantata ancora sporca di pioggia che è salita chissà quando a coprirsi la bocca. Il silenzio nella stanza è tale che anche solo il fruscio delle loro gonne è rumoroso come i tuoni della tempesta fuori.

"Simone?" Manuel domanda ancora, quasi stupidamente, e si rialza su ginocchia tremanti.

Il nome sembra colpire il Conte come uno schiaffo. Lo guarda chiudere gli occhi per un momento davanti a lui, e la sua bocca trema—e quando Manuel sbatte le palpebre, per un attimo si ritrova di nuovo in una notte di Agosto, nel giardino di Villa Balestra, tra le braccia di un uomo che non ha fatto che prendersi gioco di lui.

Notes:

"Se possedete una biblioteca e un giardino, avete tutto ciò che vi serve." (Cicerone)

rip per manuel personalmente!