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The TARDIS Club: Anno 1 - 1863

Summary:

Anno 1863. Barbara Wright e Ian Chesterton, tutori e insegnanti, si presentano a casa del dottor William Hartnell per sostenere un colloquio di lavoro, e diventare i tutori della nipote di quest'ultimo. Resteranno coinvolti in un innovativo programma di studi, che darà loro modo di viaggiare per il mondo - e darà vita a una tradizione.

Chapter 1: Capitolo 1

Chapter Text

Quando la carrozza si fermò, e il conducente le disse che era arrivata, per un attimo Barbara Wright pensò che l’uomo si fosse sbagliato. Già di per sé era strano che una qualsiasi persona rispettabile decidesse di vivere in un quartiere come Shoreditch, che pur non essendo malfamato nel vero e proprio senso del termine, era comunque una zona che le persone rispettabili tendevano a evitare se potevano. Era un quartiere di lavoratori, dove risiedevano gli operai che ogni giorno affollavano le fabbriche, e la notte tornavano a cercare di riposare dentro edifici spesso sovraffollati e accanto a taverne rumorose. Da quello che però aveva saputo dell’uomo al cui annuncio stava rispondendo, era una scelta che poteva ancora comprendere. Il dottor Wiliam Hartnell, a quanto pare, era un uomo solitario, che teneva alla sua privacy; risiedere in una zona di Londra lontano dai circoli più esclusivi (che gli avrebbero richiesto, o addirittura preteso, una partecipazione alla loro vita sociale), non era quindi strano. Anche però data questa premessa, non poteva credere che il dottore vivesse in una discarica, o vicino ad essa – e tuttavia, l’evidenza dei suoi occhi, la grande scritta ‘Foreman’ al centro dei battenti del portone, era innegabilmente di fronte ai suoi occhi.

Il cocchiere sembrò notare la sua espressione, perché si affrettò a rassicurarla. Non c’era nessuna discarica, la informò: il dottore aveva comprato lo stabilimento anni fa, aveva chiuso l’attività e convertito il posto nella sua casa. Lo spazio dove un tempo erano tenuti i rifiuti e gli oggetti adesso gli faceva da cortile. La spiegazione rassicurò Barbara, che tuttavia continuò a pensare fosse comunque una scelta particolare. Un brivido le passò sulla schiena, e per un momento, mentre il cocchiere smontava dalla sua posizione, sollevava il palo che chiudeva i battenti e li spinse all’indietro, ebbe quasi una punta di paura – come se stesse entrando nella tana di un qualche stregone delle fiabe, andando a disturbare qualcosa che sarebbe stato meglio lasciare stare. Scacciò in fretta questi pensieri: ormai era tardi per rinunciare, e in ogni caso niente di quanto aveva visto finora sembrava suggerire sarebbe stata in qualche sorta di vero pericolo.

Il cortile all’interno, dove la carrozza entrò, era deserto, eccetto per una costruzione quadrata che sembrava un capanno per attrezzi e un piccolo appezzamento, alla sua sinistra, coltivato a giardino. Dalla parte opposta rispetto all’entrata, stava una porta di colore blu, rialzata rispetto al terreno su tre gradini, con quattro grandi finestre ai lati (due sopra e due sotto) e un batacchio dorato, che le riportò in mente il batacchio di Scrooge nel Canto di Natale. All’apparenza, sembrava uno spazio spoglio, trasandato, negletto, ma un occhio attento come il suo notò invece che il suolo era stato spazzato con cura, il giardino tenuto bene in ordine, e la porta lucidata. Altro che trasandato: quel cortile era uno spazio essenziale, quasi spartano, ma dotato di tutto nella sua semplicità. L’impressione di essere piombata in un mondo alternativo, simile e al tempo stesso diverso, ne venne rafforzata: tutto era familiare, noto, e al tempo stesso il suo ordine era un ordine a lei sconosciuto e diverso. Era come entrare in una stanza della propria casa che però un estraneo aveva messo in ordine imponendo una disposizione diversa: riconosci ciò che ti sta intorno, ma al tempo stesso fatichi a pensare che sia davvero la stanza che ricordavi.

Il cocchiere guidò la vettura a piedi dentro il cortile, fermandosi a pochi metri dalla porta, quindi aprì la portiera, aiutò Barbara a scendere e la accompagnò fino alla porta, dove prese il batacchio e bussò tre volte. Vi fu un suono di passi all’interno, e poi la porta venne infine aperta da un giovanotto che sembrava non avere più di trent’anni, dal fisico magro e atletico, alto e ben piantato, con capelli castani tagliati corti e occhi profondi. Sorrise non appena vide Barbara, allungando la mano per stringergliela.

"La signora Barbara Wright, presumo.”

“Signorina, in realtà” lo corresse Barbara.

“Certo, mi scusi, ancora mi confondo con queste formalità. Io sono Steven Taylor, l’assistente personale e segretario del dottore. Grazie del servizio, Tom, puoi andare” disse poi al cocchiere, allungando la mano per depositargli una mancia di cinque sterline, che l’uomo ricevette alzando grato il cappello.

“Vuole che rimanga nei paraggi, signor Taylor?”

“Sì, se non ti è di disturbo. La signora e l’altro signore avranno bisogno di un passaggio al ritorno. Aspetta fino alle 20, poi ritieniti libero.”

“Come volete, signor Taylor. Porti i miei saluti al Dottore, e gli dica che mia moglie lo ringrazia ancora per …”

“Non c’è bisogno di ripeterlo, amico mio, lo sai che il Dottore odia quando gli viene ricordato che brava persona è” scherzò Steven, facendo sorridere l’altro e anche Barbara. Vedendo la sua espressione, il cocchiere subito si rivolse a lei.

“Be’, i miei auguri, signora. È fortunata, sa? Si troverà bene in questa casa. È un po’ burbero il dottore, ma è un vero gentiluomo, e la signorina Susan …”

“Non abbiamo bisogno tu ci faccia pubblicità, Tom, grazie lo stesso” Steven intervenne, con una leggera spinta: un chiaro invito ad andarsene. Il cocchiere levò i tacchi allora, dopo aver alzato il cappello a salutarla ancora una volta, e se ne andò. Steven fece cenno a Barbara di entrare, quindi le chiuse la porta alle spalle. Barbara venne così a trovarsi in un atrio piccolo ma accogliente, dalle pareti verde chiaro decorate a cerchi. Alla sua sinistra, una porta sembrava condurre in un salotto; davanti a lei, una scala saliva al piano di sopra; oltre la scala, intravedeva quella che sembrava il tavolo della sala da pranzo. Il tutto era illuminato da lampade a gas, in questo momento ancora tenute spente perché la luce del primo pomeriggio entrava dalle finestre, dando a tutto l’ambiente un’aria calda e accogliente – ma anche facendo strani giochi di luce con le decorazioni a cerchi. Steven prese il cappello e lo scialle di Barbara e li appese dentro un armadio a muro che la donna vide contenere già tre cappotti maschili e un’altra mantella femminile a righe bianche e nere.

“Quella è di Susan, immagino.”

“Immagina bene, signora Wright …”

“Mi chiami Barbara.”

“Solo se lei mi chiama Steven. E uno dei cappotti è del suo collega, il signor Chesterton, che ci sta aspettando nel salotto. Se vuole sistemarsi un attimo …” chiuse la porta dell’armadio, che solo adesso Barbara si rese conto avere uno specchio appeso. Barbara si prese effettivamente un minuto per sistemarsi un attimo i capelli, che la luce faceva risplendere di tonalità ambrate nel suo elegante chiffon. Per essere una donna nubile sui 34 anni, Barbara si era mantenuta molto bene: il vestito era semplice ma di buon gusto, i capelli ambrati pettinati, e il fisico era slanciato e flessuoso. Unita a una voce calda dai toni suadenti, la rendeva una presenza di grande personalità e carisma, come tutte le sue precedenti allieve potevano testimoniare. Quando si sentì pronta, accennò a Steven che la conducesse nel salotto: un piccolo ambiente dalle pareti di legno scuro, contenente un tavolino su cui erano posati una teiera fumante e delle tazze, un divano e due poltrone. Su una di esse era seduto un altro uomo, che sembrava avere la stessa età di Barbara e Steven; come quest’ultimo aveva i capelli castano scuri e un fisico ben piantato, al punto che per un attimo Barbara pensò potessero essere fratelli. Leggeva un giornale fischiettando un’arietta di Gilbert e Sullivan, il tema del capitano dei pirati di The Pirates of Penzance, ma subito smise quando lei entrò, alzandosi per salutarla.

“Barbara Wright? Piacere di conoscerla, Ian Chesterton.”

“Piacere mio. Quindi lei è l’altro coraggioso che ha risposto all’annuncio.”

“Esatto, e sono contento di vedere di non essere l’unico matto in tutta Londra” rise lui. “Senza offesa.”

“Nessuna offesa. Quando ho detto che andavo a questo colloquio, praticamente chiunque conoscessi ha cercato di dissuadermi. Hanno detto che Hartnell è una specie di misantropo, che si arrabbia per un niente, che richiede cose impossibili …”

“Esagerati” sbuffò Steven, infastidito. “Il Dottore è esigente, è vero, ma non è affatto quell’orco che dicono. È un uomo cui non piacciono gli stupidi, e sì, la poca pazienza è uno dei suoi difetti, ma è un uomo generoso e leale.”

“Gli è molto affezionato, Steven” notò Barbara.

“Gli devo la vita, Barbara. Ero un marinaio qualche anno fa, e durante l’ultima guerra in Cina la mia nave è stata travolta da un monsone. Io mi sono aggrappato a un’asse, rimanendo in mare per due giorni. Se il Dottore non mi avesse notato … sapete, era a bordo di una delle navi di ricerca. Ha insistito con il capitano perché continuasse a cercare superstiti, e quando mi hanno trovato mi ha curato in prima persona finché non mi sono sentito meglio.”

“Mi dispiace sapere della sua esperienza” commentò Ian. “È per questo che poi gli è rimasto accanto?”

“Quello, e il fatto che avevo già deciso di abbandonare la Marina per altri motivi. Avevo bisogno di un lavoro, e il Dottore viveva qui solo con la nipote. Non voglio sembrare paternalista, ma …”

“C’era bisogno di un uomo in casa” concluse Barbara per Steven.

“Possiamo dire così. E adesso, scusatemi se vi lascio, ma io e il Dottore abbiamo ancora qualcosa da sistemare prima del vostro colloquio. Non ci vorrà molto. Se avete bisogno di qualcosa, c’è un campanello accanto alla porta.” Detto questo, con un ultimo inchino a Barbara, Steven uscì dalla stanza. Barbara lo sentì salire agilmente la rampa di scale verso il piano di sopra. Lei, invece, si sedette sul divano accanto alla poltrona di Ian, accettando la tazza di tè che l’uomo le offriva.

“Curioso e sempre più curioso, eh?” domandò Ian, con un luccichio divertito degli occhi. “Un quartiere lontano, un anziano scienziato con un cattivo carattere, una giovane pupilla che ancora non conosciamo … e un ex marinaio salvato da morte quasi certa. Questa storia diventa sempre più interessante.”

“La cosa sembra divertirla” notò Barbara.

“Non posso negarlo. Sembra quasi Jane Eyre.”

“L’ha letto? Mi sorprende” esclamò Barbara, alzando un sopracciglio curiosa. Ian alzò le mani.

“Anche gli scienziati hanno bisogno di distrarsi, e sa quante delle mie allieve ho visto nasconderlo sotto il banco alle mie lezioni? Così mi sono incuriosito. Mi è piaciuto parecchio, anche se non è il mio genere.”

“Be’, non si può certo dire, allora, che lei non tenti di comprendere le sue allieve” scherzò Barbara, mettendo giù la tazzina. “E non posso rimproverarla. So per esperienza che il gusto del proibito, o del bizzarro, esercita una fortissima attrazione sulle giovani menti, e un semplice divieto spesso e volentieri non serve veramente a nulla; al contrario, li rende ancora più interessati a farlo! È per questo che ho deciso che l’avrei letto anch’io, così da capire cosa li affascina e aiutarli a leggerlo bene.”

“La stessa filosofia che ho adottato con il recente libro del dottor Darwin, e lei non ha idea dei grattacapi che mi ha dato! Sarò stato licenziato da almeno tre o quattro posti prima di arrivare qui.”

“Ecco, quello ci ho provato ma mi perdoni, mi sono annoiata” ammise Barbara, facendolo scoppiare a ridere.

“Capisco benissimo, i testi scientifici non sono questa lettura così avvincente. Se vuole, possiamo rileggerlo assieme, la aiuterò io a capire.”

“Ci penserò, signor Chesterton. Sa, comincio a pensare che sarà un piacere lavorare con lei.”

“Stavo pensando la stessa cosa. Del resto, per rispondere a quell’annuncio dobbiamo essere davvero due tipi strani. Cercasi coppia di istitutori, un uomo e una donna, per istruzione privata di giovane donna durante un viaggio all’estero della durata di un anno, con partenza il 23 novembre dell’anno corrente. Si richiede buona costituzione fisica, temperamento paziente e resistenza alla fatica. Astenersi pantofolai. Voglio dire, come si fa a non essere interessati?”

“Le dirò, è stata la prospettiva del viaggio a convincermi. Ho sempre voluto vedere il mondo fuori dall’Inghilterra, ma un salario da istitutrice, capirà …”

“Io l’ho fatto solo durante il mio servizio militare” Ian replicò, i suoi occhi chiari ora diventati più cupi. “Ero in Crimea, parte degli Ingegneri Reali; partecipavo alla preparazione logistica delle operazioni. Ho visto giovani uomini affondare nel fango e nelle trincee, morire di colera e cancrena. E poi, Balaclava … per me quella è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.”

“Mio fratello era a Balaclava” confessò Barbara. “Ha perso una gamba.”

“Mi dispiace saperlo. È stato lì che ho rinunciato a ogni ambizione di proseguire una carriera nell’esercito, e ci avevo pensato … non perché ami particolarmente la guerra, ma sarebbe stato un modo per viaggiare. Ho però deciso che, se dovevo proprio vedere giovani uomini soffrire, preferivo vederlo fare sui libri piuttosto che nelle trincee.”

“Sì, capisco. Perdoni la mia indiscrezione,” aggiunse Barbara, volendo cambiare discorso, “ma ho un certo orecchio per gli accenti … Sunderland, vero?”

“Esatto!” confermò Ian. “Mio padre lavorava lì come ingegnere navale. Sono cresciuto fra il rumore dei martelli sugli scafi e l’odore del catrame. Non che la cosa mi turbasse, anzi; da bambino non avrei voluto fare altro che imbarcarmi e solcare i mari dell’Oceania come il mio eroe, il capitano Cook. Passavo giorni chino sugli atlanti dello studio di mio padre.”

“E perché non ha fatto il marinaio come Steven, allora?”

“Perché purtroppo ho scoperto che non reggo molto la fatica fisica. Oh, mi tengo in forma, sia chiaro, ma se posso, preferisco far lavorare la testa piuttosto che le braccia. In questo, sono l’esatto contrario del signor Taylor che, da quanto ho capito, è un vero e proprio ginnasta quando vuole. Ma basta parlare di me o di lui, mi dica di lei, Barbara.”

“Io sono di Birmingham. Mio padre aveva una bottega di calzature, che ora ha ereditato mio fratello. Era un artigiano, un maestro del cuoio e dei lacci … avrei potuto guardarlo lavorare per ore. Lui ha insistito che venissimo educati al meglio delle sue possibilità, anche per far contenta mia madre, la vera intellettuale della famiglia. È lei che mi ha passato il gusto per la lettura, e mi ha suggerito che le donne dovessero ricevere un’educazione diversa, più approfondita di quella che viene data loro di solito. Perché dovremmo essere ridotte soltanto a madri e donne di casa? Non che io non voglia diventare madre o non sappia fare lavori, ma …”

“Sarebbe andata d’accordo con il dottor Hartnell, allora. Non è per una cosa del genere che è stato espulso dalla Gallifrey Academy?”

“Sì, ho sentito le voci. Pare abbia fatto una sfuriata eccezionale in quell’occasione, tuonando contro l’inadeguatezza di quello che stavano insegnando alle allieve, limitando i loro progressi in nome di assurde norme sociali … o qualcosa del genere. Del resto, sembra che tutti concordino abbia un pessimo carattere, persino Steven. Però credo di capirlo, almeno in parte: è un uomo vedovo quasi solo al mondo, che non so se è mai riuscito a … insomma …”

“Realizzare qualcosa?” domandò Ian. “Non lo so neanch’io. Da quanto ho visto, non ha pubblicazioni scientifiche a suo nome. È ricco, ed è reputato un’autorità in molti campi, ma non più di questo. E a proposito, Steven non aveva detto che ci sarebbe voluto poco? Mi pare che sia passata almeno mezz’ora da quando ci ha lasciati qui.”

Come evocato dalle parole di Ian, Steven apparve proprio in quel momento sulla soglia della stanza, annunciando loro che il Dottore era pronto per riceverli. Ian e Barbara subito si alzarono e seguirono Steven su per le scale. Sul pianerottolo del piano superiore, si aprivano tre porte; Steven si diresse verso quella alla loro destra e bussò. Una voce femminile – dettaglio che sorprese Ian e Barbara – disse loro di entrare. I due tutori vennero così introdotti in uno studio dalle pareti foderate di stoffa rossa, dominato da una grande scrivania nera con dietro una libreria di almeno sei scaffali che sembrava assai fornita. Sul pavimento, era steso un tappeto, decorato con gli stessi intarsi circolari delle pareti del piano di sotto. Dietro la scrivania, seduta su una grande poltrona, stava seduta una giovane donna di poco più di vent’anni. Aveva i capelli neri come l’ala di un corvo, raccolti dietro la testa, un viso efebico, dai lineamenti stranamente aguzzi, e un sorriso sulle labbra sottili impossibile da definire, quasi da Monna Lisa.

“Signor Chesterton, signora Wright, piacere di conoscervi. Io sono Susan.”

“Salve … Susan” rispose Barbara, con un sorriso educato, cercando di riprendersi dalla sorpresa.

“Lo so che vi aspettavate mio nonno, e lo incontrerete, ma io e lui abbiamo deciso che, se per voi va bene, sarò io a condurre il colloquio.”

“Ah davvero?” chiese Ian, avanzando nella stanza e sedendosi di nuovo in una delle due poltrone davanti alla scrivania. “Suo nonno si deve fidare molto del suo giudizio se le affida questa incombenza.”

“Non sono più una bambina, signor Chesterton, e direi che, visto che voi dovrete essere i miei tutori, è più importante andiate d’accordo con me che con mio nonno, non trovate?” continuò Susan, il sorriso ambiguo sempre più ampio. “Puoi andare Steven, suonerò quando abbiamo finito, grazie.” Steven annuì e uscì, chiudendo la porta. Susan si voltò verso i due tutori, verso Ian che aspettava tranquillo in poltrona, verso Barbara ancora sulla porta, come impietrita da quest’ultimo svolgersi degli eventi.

“Vogliamo cominciare?”