Work Text:
Atsumu Miya entrò nel suo appartamento (bugia, della sua fidanzata, ma comunque lo avrebbero lasciato presto, e insieme) gongolando. Appena poté posare le chiavi nel mobiletto all’ingresso, si voltò e inciampò su una delle scatole abbandonate davanti all’uscio. Si ritrovò disteso a terra in men che non si dica e, be’... per una volta ringraziò i tappeti kitsch che la sua amata comprava, perché almeno era caduto sul morbido.
Non aveva comunque motivo di rattristarsi. La sua giornata era stata meravigliosa, gli allenamenti con la sua squadra di pallavolo erano andati alla grande e ora voleva solo stare con la sua fidanzata.
— Piccolaaa? — cercò di alzarsi, ma scivolò di nuovo a terra come un deficiente, ridendo. — Stellina, dove sei?
— Ufficioooo! — fu la sola risposta che ricevette, da una voce un po’ spaesata.
Quel tono ad Atsumu non piaceva per niente. Un tono leggero, ma distratto. Più che distratto, perso. Come se si stesse allontanando su un sentiero incerto ai sensi. Presagiva solo guai.
Schizzò fuori dalle sue scarpe e sprintò verso la piccola stanza di quell’appartamento da cui, normalmente, la sua bella lavorava.
La trovò lì, al centro della stanza sul suo tappeto rosa peloso, circondata da fogli e fotografie. Una scatola beige con una stampa scrausa di rose scoperchiata a due metri da lei, straripante di pagine. La figura di lei, sempre più morbida e abbondante man mano che le settimane passavano, sedeva elegantemente a terra, avvolta da un morbido vestito a fiori. Guardava prima un foglio, poi una fotografia, e poi un’altra fotografia ancora. Sembrava star invocando un’entità demoniaca.
Il paragone gli fece tremare per un momento le labbra. Nemmeno lui sapeva dire se fosse il riso o la strizza.
— Piccola, che ci fai lì per terra?
A quel punto, lei si voltò. Sulle sue labbra rosee aleggiava un tenue sorriso che non raggiungeva gli occhi smarriti. — ‘Tsumu. Bentornato a casa, amore.
Atsumu gettò il borsone degli allenamenti sulla soglia, avvicinandosi a lei e facendosi spazio tra tutto quel materiale per avvolgerla nel suo abbraccio sicuro. — Ti ho regalato quella super-sedia, super-ergonomica, super-costosa… perché tu mi avevi promesso che l’avresti usata, piccola. Non per ritrovarti di nuovo seduta in terra.
Lei sbuffò una tenue risata, adagiandosi al suo petto e lasciandosi baciare su tutto il viso. Gli occhi erano chiusi, e lentamente i suoi muscoli rigidi trovarono sollievo sotto le gentili attenzioni delle mani di lui. — Lo so, ‘Tsumu. Sto solo… guardando…
— Mh? Che cosa stai guardando? Sembran- aspetta, sei tu!
Atsumu prese una delle fotografie con un gran sorriso. Era un tenero scatto di lei con un gattino bianco accoccolato sul petto, che si scambiavano sguardi innamorati. Lei sembrava proprio piccola; forse aveva vent’anni, o nemmeno.
Una risata. — Quella sono io. Questa è la mia scatola dei ricordi. La mia prima da quando sono un’adulta, quella che ho chiuso prima di conoscerti.
— Ecco perché sembri così diversa… sei più vecchia.
— Al massimo più giovane…
— No, no, ora sei più vecchia.
— Miya Atsumu! — lo schiaffeggiò sul braccio, ridendo più forte. — Dio, mi fa male la pancia.
Atsumu riprese a coccolarla. Il suo palmo caldo toccava il ventre tondo con esitazione, una gentilezza che fino a qualche mese prima era insolita da parte sua. — No, piccola… non agitarti, dai.
Non lo sembrava, infatti. Teneva gli occhi fissi sulla fotografia che Atsumu aveva poggiato a terra, ma l’espressione era ancora morbida. — Non sono agitata. ‘Tsum. Mi fai ridere, è bello. È sempre stata una bella cosa.
— Ma sarà ancora più bello quando la bambina sarà nata… e non dovrò più pregarti di stare calma per non farla agitare. — non smise di riempirla di attenzioni. Come se volesse farle capire che le parole erano sincere, che l’amore dietro di esse lo era. Per entrambe le creature che teneva tra le braccia in quello stesso momento.Tornò a guardare quelle fotografie, attirato improvvisamente da un’immagine: la sua fidanzata tra le braccia di un altro, in quella che sembrava essere una fredda notte autunnale, col buio che tentava di divorarli scacciato dal suo sorriso scintillante. — Piccola, perché ti sei messa ad aprire quella scatola? Mi avevi detto che non l’aprivi mai.
I suoi occhi si riaprirono, grandi, e setacciarono di nuovo il pavimento come se per un momento avesse dimenticato. Come se per un momento avesse dimenticato un lutto e stesse vivendo di nuovo la sua vita. Come se le sue parole l’avessero riportato alla sua attenzione, e il ricordo l’avesse punta come una spina di rosa. Atsumu pensò subito alla foto con quel ragazzo, e seguendo gli occhi di lei sfiorò quelle foto con la sua attenzione sensibile… e si accorse di quanto quell’individuo comparisse continuamente. E vederlo gli dava un gran fastidio.
— Oh. Sì. Stavo prendendo la scatola per metterla via, e… appena l’ho avuta in mano, mi è venuto da… aprirla di nuovo.
Atsumu non si trattenne. A quelle parole la sua mano si allungò e afferrò lo scatto che ritraeva i… temeva solo pensarlo, i due… amanti.
— Oh. — disse lei nuovamente. Sembravano pensare lo stesso.
Atsumu non ebbe il coraggio di tenerla in mano ancora a lungo, e la lasciò andare, prendendo un’altra foto, la prima che gli capitava a tiro. Una foto della sua piccola stella che brillava radiosa il giorno del suo diploma.
— Non mi hai raccontato un sacco di cose di quel periodo. — le fece notare, eppure il suo sorriso era più rilassato: quella vista era più familiare, più accogliente.
Lei prese la foto dalle sue mani. Sospirò e si staccò nemmeno troppo gentilmente da lui, iniziando a raccogliere tutti quei fogli. E allora se ne accorse: oltre alle foto c’erano pagine, pagine di un libro di bozze, disegni strappati via dal loro album e conservati lì. C’erano ritratti, paesaggistica, un sacco di gatti, lettere scritte a mano e lettere scritte al computer. Tanti piccoli pezzi di lei che lui non aveva mai visto, e di cui improvvisamente si sentiva geloso.
Prima che entrambi potessero accorgersene, Atsumu si gettò su quei preziosi ricordi per agguantarli, stringendoli al petto con fare possessivo. E lo era. Era possessivo nei confronti della sua amata.
— Scrivevi lettere? E disegnavi? Non me lo avevi mai detto.
Sul viso della sua stella si abbatté un gran dolore che l’annegò prima che Atsumu potesse rendersi conto che stesse andando a picco. Il tempo di sgranare gli occhi e la sua espressione ferita divenne pura sofferenza e respiri profondi.
— Atsumu… per favore…
— E sapevo che avessi frequentato altri prima di me, non mi aspettavo diversamente, ma queste— si mise a sfogliare le diverse foto con altrettanto dolore a bruciare le iridi. La stessa reazione dell’acqua salata del mare quando si fanno immersioni a occhi aperti. — Queste non sono solo foto con l’ex. Queste sono foto con un’ex storico. E io non ne avevo idea.
— Non lo frequento più, non lo sento più, Atsumu… non vedo il…
— Non vedi il problema? Amore, non sono geloso, sono più… ferito. Perché non me ne hai mai parlato? Credevi che avrei reagito male?
E si bloccò definitivamente a quella vista. La sua piccola stella, luce dei suoi occhi, era in lacrime e col labbruccio che tremolava.
— I-io non volevo…!
Lui rimase un attimo a guardarla, il cuore nel petto che tremava sofferente. Il desiderio di cullarla e quietarla fu forte abbastanza da permettergli di vincere la sorpresa.
Lasciò scivolare a terra le foto. Erano la cosa meno importante al momento, quando c’era quell’adorabile, dolce creaturina che aveva bisogno di supporto e conforto. Era una ragazza profondamente sensibile, le sue emozioni plasmavano ogni suo momento. Non si era comportato in modo molto maturo, trattandola con tale indelicatezza…
— Scusami, — mormorò al suo orecchio, avvolgendola tra le sue braccia forti. Le sue labbra sfiorarono delicatamente la sua pelle, i suoi capelli, lasciando baci leggeri come farfalle su di lei. La sua coccola preferita nei momenti di sconforto. — So che non vuoi bisticciare.
— Atsumu, non capisci. — cercò di allontanarsi per guardarlo dritto negli occhi, le sue ciglia decorate dalle lacrime salmastre a darle un aspetto ancora più carino e delicato. In una qualunque altra situazione avrebbe reagito diversamente, ma sinceramente non credeva che fosse il caso. Non c’erano le condizioni per le coccole meno serie. — Questo è… una maledizione, — quelle parole lo riportarono al momento corrente, facendo scoppiare la sua bolla di sapone. — Non ho mai più parlato di quel periodo… perché ogni volta che lo tiro in ballo, lui mi perseguita. Te lo giuro, ‘Tsumu, ti prego- devi credermi- questa è una maledizione.
Atsumu non voleva mettere in discussione le sue parole, e nemmeno la sua opinione o le sue credenze… il problema è che, ai suoi occhi, la cosa era semplicemente ridicola. Forse un po’ esagerata. Da quando era incinta i suoi ormoni la rendevano ancora più sensibile (la amava per questo, ma aveva iniziato a prendere tutto quel che diceva con le pinze a esser sinceri).
— Mhh… non voglio premere su certi tasti ma, amore mio, lo sai… ti seguirei ovunque, nella buona sorte e nelle avversità, nelle gioie e nelle difficoltà… se tu ci sarai, io ci sarò. Okay? Non sarai mai sola. Ma di qualunque cosa si tratti, io ti prendo sempre molto seriamente e voglio proteggerti. Parlamene. Ti aiuterò ad affrontarlo.
Lei batté silenziosamente le ciglia. Due lacrimucce scivolarono via dalle sue ciglia e accarezzarono la sua guancia per consolarla, seguite poco dopo dalla mano di lui e un sorriso.
— Ti fidi di me, piccola?
Lei annuì lentamente. Poi scosse la testa. Tentennava. Ad un nuovo tremolio seguirono nuove lacrime, e i singhiozzi non si fermarono lì. Piangeva a dirotto.
Per quanto gli ormoni fossero terribili in gravidanza, il suo umore aveva sempre e solo fluttuato. Questo non era più fluttuare: era prendere la rincorsa, decollare, risalire raso raso una montagna per poi gettarsi a capofitto tra i carpacci. E quello lo agitò ancora di più.
— Piccola- amore- no, no, dai, ti prego, scusami, non volevo metterti pressione-
— Non sei tu! — le sue parole vennero strangolate da quei fievoli sobbalzi che la scuotevano. — Lui era… Kouji era il mio mondo, prima che arrivassi tu. Ero… così giovane e sciocca, che il mio amore per lui mi ha accecata!
Atsumu prese a cullarla ancora, le sopracciglia aggrottate in quel cipiglio turbato. — Amore, non ti seguo… Guarda che non sono offeso perché prima di me avevi qualcun altro nel tuo cuore… non ci conoscevamo ancora.
Ma i suoi occhioni colmi di lacrime ancora da versare dicevano una storia ben diversa.
— ‘Tsumu, devi credermi. Kouji è una maledizione. È come se il suo solo nome lo fosse. Quando lo penso, quando lo nomino… qualcosa di infame mi accade e mi rovina la vita. Quando stavo con lui era lo stesso, ma credevo… credevo fosse sfortuna, qualche sorta di karma negativo che mi ero attirata da sola… e quando ho compreso la verità avevo già perduto cinque anni preziosi dietro a lui e alle sue manipolazioni.
Atsumu deglutì, sul punto di piangere a sua volta. Quel cuoricino, così profondamente fratturato… — Mani…polazioni? Lui ti…?
Annuì come una bambina, cercando di passare il braccio sugli occhi e levare le tracce del pianto. — Era in grado di distorcere la realtà e piegarla a suo piacimento. Quando prendeva le mie parole, la sua lingua si torceva in un modo più particolare, si arricciava attorno alle sillabe, e quel che ne usciva era… la mia colpevolezza di esistere. Vorrei averti conosciuto prima, ‘Tsumu! — le sue manine delicate aggrapparono i suoi vestiti, mentre cercava di avvicinare i loro visi. — Non mi sono mai resa conto delle sue cattiverie perché volevo solo migliorargli la vita e stargli accanto, e ora me ne pento, perché a causa sua non posso ricordare o raccontarti alcuni degli eventi più importanti della mia vita. Corro il rischio che la mia lingua si attorcigli come faceva la sua, e che io persegua la felicità di chi mi sta accanto con queste malelingue.
Le lacrime scorrevano ora su entrambi i loro visi. Ma Atsumu sorrideva. Amaramente, ma sorrideva. E accarezzava con gentilezza le guanciotte tonde della sua piccola, dolce, tenera amata. — Esorcizziamolo. Parlami un po’ di cos’hai fatto di bello quando eri così giovane.
Lei si bloccò. Il respiro incastrato in gola e le lacrime posate tra le ciglia. — Tu… non hai paura della maledizione? Amore, io non voglio rovinare le nostre vite con lo stesso errore compiuto una volta.
— Ma questa volta è diverso, amore-chan. — strinse teneramente quelle guanciotte, baciandola sul naso con un amore ineguagliabile, in grado di troncare ogni genere di contatto con tutto il resto. — Perché sono con te, e noi scacceremo una volta per tutte questa brutta cosa fastidiosa dalla tua anima. La esorcizziamo insieme. E poi… chiudiamo questa scatola dei ricordi e andiamo a prenderci il tuo gelato preferito.
Per un attimo, il singhiozzo venne attutito da una risatina. Quella gemma preziosa della sua risata stava tornando, più bella di prima. — Il gelato… prima di cena, ‘Tsumu? E la tua dieta?
— Può andare a farsi benedire tutto quanto. Voglio che tu sia libera e felice.
Niente poteva darle più conforto della libertà che tanto aveva agognato, che ora sembrava finalmente andarle incontro. E così, la donna parlò dei suoi tempi di ragazza, di come fosse stato difficile stare con gli altri quando ogni relazione (personale, lavorativa, amichevole) la faceva sentire alienata. Di come la scuola fosse stata dura, e gli amici spariti al primo momento opportuno. Di quanto si fosse sentita sola, di quanto facilmente quel Kouji fosse riuscito ad entrarle nel cervello e smuoverla dentro a suo piacimento. Aveva cambiato l’ordine delle cose, creano un mostro di frankenstein inamabile per tutti… tranne che per Atsumu.
E lui rimase lì ad ascoltarla. Per ogni momento citato, c’era una sua foto. Lei in qualche bel posto, lei e un broncio, lei e gli occhi spenti di vita ma sempre pieni d’amore per il prossimo …o quasi sempre. In quasi tutte c’era lui, l’ex maledetto, e in altre comparivano i suoi famigliari. Ogni foto e momento nominati, tornavano dritti nella scatola dei ricordi. Atsumu ebbe modo di osservare un po’ meglio i bei disegni della piccola artista, e di leggere qualche pezzo delle sue lettere che lo commossero altre… un, due, tre… tutte le volte che ne leggeva un po’.
Quello scricciolo aveva un cuore così grande che ogni emozione, sensazione e quant'altro l’aveva già attraversata almeno una volta. E l’amava tanto anche per questo. Era una donna serissima e matura.
Rimasero fermi per un po’, al centro della stanza, su quel morbido tappeto peloso, con Atsumu che massaggiava gentilmente la sua dama per alleviare ogni genere di fastidio e senso di pesantezza.
— Il gelato ti va ancora? — chiese lei in un soffio, alzando il capo per fissarlo negli occhi.
L’uomo rise, spostando con una carezza dei ciuffi di capelli dalla sua fronte. — Cosa dicevi prima, a proposito della cena e del gelato?
Un sorrisetto colpevole. — Ma è da quando lo hai nominato che continuo a pensarci…
A cuor leggero, i due innamorati uscirono per prendersi il loro meritato gelato. Il viaggio in macchina era calmo, con il CD preferito di lei messo ad un volume adeguato e le loro mani poggiate insieme sulla leva del cambio.
— Ti amo. — disse lei dal nulla. La mano libera accarezzava il pancione, sovrappensiero.
Atsumu si illuminò a quelle parole. La luce puntò i loro visi con arguta sicurezza.
Atsumu non ebbe tempo di replicare. Di agire, o di capire cosa stesse per succedere.
Una macchina li prese in pieno, spedendo la giovane coppia con violenza contro un palo della luce.
La notte rimase quieta a guardare.
La maledizione era vera.
Quando Atsumu si risvegliò, stava sdraiato su un letto d'ospedale. Kiyoomi Sakusa, per motivi sconosciuti pure ai Kami, sedeva lì con le gambe accavallate, la sua mascherina sollevata sul viso e le sopracciglia corrugate nel solito cipiglio.
Ancora intontito dall'anestesia, Atsumu cercò di tirarsi a sedere per guardarlo più da vicino. — Sei il mio angelo custode, o... i Kami ti hanno mandato qui per giudicarmi?
Kiyoomi non replicò. — Come ti senti, Miya?
— Stanco. — Il suo stomaco gorgogliò. — Mh. Fame.
— Ma non mi dire. — Kiyoomi si guardò attorno, come se fosse ansioso. Il che era stupido perché lui decisamente non stava su un letto d'ospedale. Atsumu, d'altro canto... — La tua faccia. Gabbia toracica. Arti.
— Ho perso una gamba? — biascicò.
— No, Miya.
— La mia gabbia toracica? Ho perso la mia gabbia? Quella che teneva il mio tesssoro?
— Hai decisamente perso due cose, molto preziose. — ringhiò Kiyoomi. — Una è il cervello.
Atsumu lo guardò in silenzio. — L'altra?
Kiyomi si ghiacciò. — La mia pazienza.
— Ma io mica mi porto appresso la tua pazienza.
— È esattamente per questo che l'hai persa. Miya, concentrati! — Dita sottili schioccarono davanti alla sua faccia tonta. — Come. ti. senti.
— Come se mi fossi perso qualcosLEIDOV'È!
Atsumu cercò di balzare giù dal letto. Ora era bello arzillo. Il che era buono, ma anche una brutta notizia. Bruttissima notizia. Kiyoomi dovette fisicamente trattenerlo dal fare qualche pazzia.
— SAKSA LEVATIMMEDIATAMENTE DADAVANTIAME! SUBITO!
— INFERMIERA! MI STA TOCCANDO! — Kiyoomi strillò come una ragazza, facendo uscire Atsumu dai ganghieri ancor di più. Prese a scuoterlo per le spalle. Nessuno dei due notò quanto Atsumu stesso stesse tremando.
— Lei dov'è. DOVE SONO! SAKUSA PORCA PUTTANA! PERCHÉ CAZZO SONO QUI!
Le infermiere arrivarono a frotte come se fosse una festa. Già. Di autocommiserazione.
Tra le grida e un paio di buone dosi di sedativi, Atsumu collassò sul materasso, mezzo morto e mezzo morto. Kiyoomi se n'era andato durante la zuffa con le infermiere e la sua attuale posizione era sconosciuta. Atsumu iniziò a piangere, singhiozzando piano nella stanza bianca, tutto solo.
Non riusciva a ricordare niente. Solo lui, lei e il desiderio di gelato. Il che spiega solo perché fosse così affamato: non l'ospedale, né l'improvvisa sparizione della sua fidanzata. Che era incinta. Il che doveva pur voler dire qualcosa, ma proprio non aveva le forze per combattere i tranquillanti e i soffici cuscini e le lacrime umide.
Chiuse gli occhi.
Atsumu non dormì. Continuò a singhiozzare, rigirandosi da una parte all'altra e poi facendo la stella marina e poi
— Miya, — di nuovo quella voce.
Atsumu aprì gli occhi gonfi solo per vedere l'espressione turbata sulla faccia di Kiyoomi.
Il mocio stava facendo una cosa molto schifosa sulla faccia di Atsumu; l'uomo gli passò un fazzoletto, facendo un rapido passo indietro appena il biondo l'ebbe ringraziato.
— Cosa ti ricordi? — Kiyoomi parlò con dolcezza, riprendendosi la sedia per allontanarla dal letto. — Hai il cervello così messo male?
— Commozione? — pianse nuovamente, usando lo stesso fazzoletto per asciugare le lacrime. Kiyoomi ebbe abbastanza pietà di lui da passargli un altro fazzoletto. — È per questo che mi sento bloccato?
— Dimmelo tu.
— Io... non credo, no. — Kiyoomi corrugò nuovamente le sopracciglia. — So che c'è qualcosa. È che sono... stanco. I sedativi sedano troppo secondo me.
Kiyoomi arrossì. — Te lo meriti. Mi hai colpito.
Atsumu aggrottò le sopracciglia, sconvolto. — Io non ti ho colpito! Ma di che cazzi volanti stai parlando?
— Che cosa?
— Non ti ho colpito! Sei stupido? Hai battuto la testa?
Kiyomi sfarfallò le sue lunghe ciglia. — Dev’essere così. Devo essere morto.
— Per quale motivo ti avrò creduto il mio angelo custode…
— Atsumu.
Attirò di nuovo la sua attenzione.
— C’è qualcosa che devo dirti. Prima che l’effetto dei sedativi svanisca.
Kiyoomi riportò quel che dottori e paramedici gli avevano raccontato. A proposito dell’incidente, di come il guidatore ubriaco avesse mancato il freno e avesse accelerato inavvertitamente. Aveva colpito il finestrino con l’intera faccia e nessuno aveva letteralmente idea di come avesse fatto. Entrambi erano vivi, ma la sua fidanzata era in condizioni critiche. La corsa in ospedale era stata assurda dato che Atsumu continuava a svegliarsi urlando come un film dell’orrore inceppato (avevano quasi avuto un secondo incidente). Lui stava bene, aveva solo bisogno di una rinoplastica e di un paio di punti e di darsi una calmata, ma lei era…
— Quando sono andato in bagno a farmi sanificare tutto, — Kiyoomi si fece silenzioso quando Atsumu singhiozzò nuovamente.
— Volevi solo… farti sanificare? Non mi hai abbandonato di proposito! Ceh non mi hai proprio abbandonato!
Sospirò pesantemente. — Visto che dovresti saperlo… sì, be’, sono tuo amico… e per qualche ragione anche il tuo contatto d’emergenza.
— Per un’ottima ragione visto che sei qui.
Kiyoomi chiuse la bocca. — Presumo di sì.
Pareva che Atsumu volesse dire qualcosa, ma Kiyoomi lo zittì con un’occhiataccia.
— Atsumu, devo raccontarti cosa mi ha detto il medico.
— Un medico ti ha parlato? Un medico della peste!
— Atsumu Miya, giuro su Dio!
Un’infermiera accorse, ma lui la scacciò.
— Basta sedativi, è pure più eccentrico quando lo drogate.
— Non ho flirtato con te, che vuoi dire con egocent-
— L’operazione è finita venti minuti fa, razza di coglione chiudi la bocca sto cercando di essere serio!
Il silenzio velò la scena con semplicità, ma il suo peso era intollerabile. Atsumu ebbe l’istinto di piangere. No. Urlare. No. Vomitare. Decisamente vomitare a stomaco vuoto. Aveva freddo. Febbre. No. Paura. Sì.
Non gli piaceva il silenzio.
Kiyoomi normalmente era silenzioso.
Ma comunque,
entrambi odiarono quel silenzio.
Quando si risvegliò, l’alba faceva capolino dalla finestra per osservare Atsumu e i suoi occhi gonfi e arrossati, adornati dalle occhiaie peggiori che avesse mai avuto.
Continuava ad accarezzarle la mano. Il tocco la riportava coi piedi per terra. Batté le ciglia, lemme lemme.
— Ha senso dire “buongiorno”? — rise, per niente divertito. — È stata una nottataccia.
Lei sorrise teneramente, ancora sotto effetto degli antidolorifici. Poi lo notò. Quanto tutto sembrasse strano. Come un sogno. Al tempo stesso troppo reale e irreale.
— Mi sono ricordato tutto con Kiyoomi. È ancora qui. E anche Samu, e i tuoi genitori. Non sarà facile d’ora in avanti.
Lei corrugò le sopracciglia. Confusa. Incartata. Sentiva la lingua pesante. Improvvisamente ricordò un paragone fatto la notte prima, ma spedì la memoria lontano.
— Amor- no, aspe’. Niente nomignoli. — Scosse il capo, chiamandoti per nome. L’ansia impennò improvvisamente, proprio come un monitor accanto a te. Non l’avevi notato finché non ebbe suonato, troppo rumoroso, troppo fastidioso. — Abbiamo avuto un incidente ieri notte. Devo dirtelo, nessuno capisce cosa— i suoi occhi dorati si fecero lucidi, la sua voce si spezzò. — Cosa io abbia passato. Non sarà facile.
Aprì la bocca, a rilento. Cercò di parlare. Fece in tempo a dire solo una sillaba della frase che tossì così forte che Atsumu sobbalzò e corse a prenderle dell’acqua. Di colpo li notò. I punti. Sullo scalpo, sulla sua faccia. Il grosso cerotto sul suo naso, i lividi malcelati nella zona sinusale. Tossì più forte.
— Stai calma, stai calma. La— le parole gli morirono in gola. Le passò il bicchiere d’acqua, aiutandola a sedersi dritta.
Dopo un paio di sorsi, finalmente parlò. Quieta. Ansiosa. — Atsumu.
Si sedette accanto a lei, accarezzandole la gamba da sopra le coperte. — Per favore. Devo togliermi questo peso. Avevi ragione. Ce l’hai avuta per tutto questo tempo. Abbiamo avuto l’incidente a causa sua, lui-
Il suo battito cardiaco impennò nuovamente nel vederlo spezzarsi in quel modo, perdere il controllo e vomitare tutte quelle conclusioni partorite nelle ore notturne.
— Un… un tizio ubriaco ci ha presi. Ero così spaventato che continuavo a svegliarmi per urlare e svenire ancora come se fossi una barzelletta. Sakusa si è spaventato tanto da essersi fiondato qui chiamando ‘Samu e ma’ e i tuoi… eri messa male… E io…
I suoi occhi buttavano fuori lacrime amorevoli. Quando lui cercò di nascondere le proprie emozioni contro la sua coscia, lei prese a pettinare le sue ciocche bionde con le dita.
— Noi eravamo…
Le cadde lo sguardo sulla sua pancia. Era stranamente piatta.
— Voi eravate…
Lo colpì per errore. Lui saltò in piedi come un soldato. Aveva la faccia rossa e mocciolosa, eppure lo amava lo stesso. E panicò lo stesso.
— At-AT- ‘Tsumu, perché è- perché sono— Continuava a indicare la propria pancia, così piatta. E lui, lui sorrideva e naufragava, come se avesse le informazioni ma non le parole. Mentre lei non poteva. Darsi una spiegazione, o le giuste parole. — Co- cos- perché- lei sta-
Atsumu si toccò la pancia, e sorrise preda ad un dolore così grande che le lacrime che solcavano il suo volto parevano fuoco.
— L’abbiamo persa. Amore, l’abbiamo persa, lei…
Una stringa di confessioni gli sfuggì di bocca appena cadde in ginocchio, e ammise di non essere in grado di capire se avesse fatto qualcosa bene per tenerle al sicuro, per essere onesto riguardo all’intera situazione, e tutto ciò che lei riuscì a processare fu: niente.
Si abbracciarono stretti, e appena avvolse le braccia attorno al suo collo cedette al pianto.
L’avevano persa.
— Avevi ragione-! Oh, Kami, invoco il vostro perdono per il mio peccato… non ho dato ascolto alla donna più intelligentissima che conosco… e siamo stati maledetti… Kami… siamo stati maledetti… Ti ho quasi perso perché sono stupido… e abbiamo perso lei per la mia stupidità.
Il pensiero colpì con forza.
L’avevano persa.
Osamu diede loro uno strappo a casa quando vennero dimessi. Kiyoomi promise di rimanere nei paraggi, per sicurezza. Shouto Hinata e Koutaro andarono a far loro visita, e anche gli amici di lei. I loro genitori decisero di lasciar loro i loro spazi, come se potessero capire- come se realmente potessero.
Atsumu continuava a toccarsi la pancia. Per qualche motivo, continuava a compiere quell’azione insensata e lei non riusciva a trovare il coraggio di indagare più a fondo.
Era silenziosa. Lui continuava a scusarsi per andare in bagno a piangere a dirotto. Erano fortunati a non avere ancora la cameretta della bimba, altrimenti sarebbe andato dritto nella culla per piangere fino ad addormentarsi.
Lei si sentiva persa, veramente persa, e le sue emozioni si erano incastrate da qualche parte dentro di lei. Cercava di essere forte per lui. Per qualche strana ragione sembravano aver fatto uno scambio di personalità. Non si permise un periodo di lutto: doveva prendersi cura del suo fidanzato, prima che tentasse qualcosa di completamente stupido.
Stavano facendo colazione. In silenzio. Masticavano cereali nel loro giorno libero. I loro occhi erano spenti.
Continuava ad accarezzarsi la pancia. Quel tic la stava mandando fuori di testa, il motivo sconosciuto cercava di ucciderla nel sonno.
Improvvisamente sputò fuori: — Perché lo fai?
Atsumu si fermò di botto. Alzò lentamente lo sguardo, incontrando il suo.
— Huh?
— Tu- continui a strofinarsi la pancia. Io non- non lo capisco. Perché? È- perché? Parlami.
Lui sorrise per un istante, abbassando gli occhi verso la propria pancia. Sussultò una risata. In un momento, la sua fragorosa risata esplose a tutta forza, talvolta interrotta da dei singhiozzi. Si abbracciò da solo. Cadde in avanti. Pestò la fronte sul tavolo. Continuò a ridere come un pazzo.
La scena era così spaventosa che lei si ghiacciò. Un cubetto di ghiaccio in un mojito sarebbe parso più caldo e vivo, onestamente, ma non importava a nessuno.
— Io-! Non lo so! Continuo a farlo e onestamente non lo so nemmeno io! — Per un attimo intravide Il suo volto. Pallido. Stava piangendo di nuovo.
— I-io chiamo Omi-san— quasi corse verso il telefono, ma i suoi singhiozzi la frantumarono.
Le sue suppliche avevano finalmente abbattuto il muro che aveva inconsapevolmente costruito.
— La mia bambina… ce l’ha portata via… Continuo… continuo a pensare a lui, ai suoi occhi… non ho mai visto degli occhi così invidiosi, lo vedo nei miei sogni! Mi percula per non averti creduto del tutto! E ha ragione! Ti ho ferita al punto che non riesce a parlarmi come si deve! Mi stai ignorando! Sento come se stessimo andando in pezzi! Io volevo solo e soltanto quella piccina! Avevo appena scelto il nome perfetto, e non sono mai riuscito ad abbracciarla! — I suoi pugni si scontrarono ripetutamente con la superficie del tavolo, e tutto cadde. Le tazze, la bottiglia aperta del latte, le loro lacrime. — Il nostro! intero! mondo! Ha smesso di esistere! In una sola notte! Ma’ continuava a dirmi di quanto sarei cambiato da un giorno all’altro quando avessi finalmente visto la mia bambina, ed è successo davvero! Ma nessuno sapeva che sarebbe accaduto questo! Volevo solo-
Due braccia lo avvolsero, sfiorando la sua pancia in uno stupido esperimento di conforto. Singhiozzi silenziosi risuonavano nella sua testa, provenienti dal suo orecchio destro.
— Ti prego. — sussurrò. — Proviamo a… da capo. Non gli permetterò di mettersi tra noi e la nostra famiglia.
Il silenzio cadde. Cercò di allontanare la sua voglia di singhiozzare, ma le sue spalle fremevano un poco di tanto in tanto.
— Non voglio dimenticarla. Era già il mio mondo.
Lo baciò sulla nuca, soffocando il pianto per aiutarlo. Per tutti quei giorni aveva pianto ad ogni ora, e riusciva a vederlo realmente soltanto adesso. — Per favore. Ti darò quel che vuoi. Non farti del male.
— Ora non voglio un’altra gravidanza. — bisbigliò. — Volevo semplicemente lei.
— È… finita? — bisbigliò di rimando, sull’orlo di una crisi di nervi. — Siamo così tanto spezzati?
— Siamo stati rotti, — Atsumu ricambiò l’abbraccio, alzando le braccia per toccarla nonostante la posizione assurda. — Ma non è necessario rompere.
Accarezzò di nuovo la sua pancia. Lui si rilassò. Quel gesto confortevole era in grado di alleviare lo stress.
— Probabilmente dovremmo trasferirci nella casa nuova.
Atsumu cercò di guardarla. Lei non cercò di tirarsi indietro. — In una casa più grande, Quando pure questa sembra così vuota?
— Dobbiamo cambiare qualcosa. — Si spostò per sedersi sul pavimento. I punti pizzicavano un po’, ma senza il pancione di mezzo era più facile (Quel genere di pensieri continuava a ferirla.) — È come- parte del processo per spezzare la maledizione. Ricominciare da capo ancora e ancora.
Atsumu la osservò. Poi si mosse, spostando la sedia per stare con lei. Sul pavimento. Come la scorsa volta, una settimana prima.
— Potrei chiedere ad Omi dei consigli.
— Riguardo a cosa?
Evitò la domanda guardandola dritta negli occhi.
— Dovremmo traslocare. — ripeté lei.
Atsumu annuì. — Chiamerò tutti.
Continuarono a fissarsi. Dentro erano intorpiditi, am i loro occhi lucidi erano diversi da com’erano prima. L’amore, le parole, erano reali.
Si abbracciarono di nuovo, aggrappandosi alle loro vite.
— Non serve che sia tutto come prima. — mormorò, strofinando la testa contro la sua spalla. Lui le lasciò un bacio sul capo.
Le cose iniziarono ad andare un po’ meglio. I loro amici li aiutarono a trasferirisi nella nuova casa. I loro genitori riapparvero, e la coppia poté confrontarsi sul problema. Fu deprimente ma d’aiuto. I genitori di lei ammisero di aver perso due bambini prima del suo arrivo, e la mamma di Atsumu parlò senza sosta di aborti e colpe e “la volontà di uccidere quel tizio” per quindici minuti.
Non un esperienza piacevole, ma fu d’aiuto. Non chiedete loro come. Non lo sanno nemmeno loro.
Ma Kiyoomi aiutò davvero.
Lei era con i suoi amici, a cenare in un qualche fast food, e lui era con i Black Jackals, a cenare in un qualche altro fast food. Il loro nutrizionista stava pianificando un omicidio di massa.
Atsumu aveva rimesso su il broncio. Kiyoomi, seduto accanto a lui (non preoccupatevi c’era una sedia vuota tra loro), decise di porgergli una mano. Figurativamente parlando. — Atsumu.
Lui semplicemente: — Mhh.
— Usa le parole, cavernicolo.
L’angolo delle sue labbra risalì lentamente. — Mh. Omi-kun, aiutami. Ho un dilemma.
— Stranamente, è facile crederti.
Atsumu lo fissò, mortalmente serio. — Mi ha raccontato di un suo ex, la notte dell’incidente. Non posso dirti molto, solo che lei dice sia una maledizione e che ci abbia maledetti nel momento in cui me ne ha parlato. L’ho visto nelle fotografie, e lo giuro sui Kami che stanno in cielo, dal suo brutto muso potrebbe avere ragione lei.
Kiyoomi accartocciò la sua faccia come se fosse un bozzetto andato male. — Ew… persone.
— Già. Ed io non le ho creduto, di conseguenza siamo finiti in quell’incidente.
— Non puoi essere serio-
— Sono serio come la morte.
— Si vede.
I due continuarono a guardarsi.
— Quindi?
— Quindi cosa?
— Dimmi cosa dovrei fare! Lei ha detto che è una maledizione, io non sono stato e sentire, e ora… noi…
Deglutì. Lentamente. — Io non penso di essere… la persona giusta con cui parlarne.
— Ma come no! Tu- tu credi in- in cose invisibili che nessuno vede tranne te!
— …non credo nei fantasmi?
— Parlavo dei germi!
— Miya, che cazzo di problemi hai. Fatti cambiare il cervello.
Atsumu batté le ciglia, silenzioso. — Potresti aver ragione.
Kiyoomi ringhiò, infilzando l’insalata con abbastanza forza da attirare l’attenzione di Shouyo. — Su cosa. La chirurgia cerebrale?
La coppia stava camminando verso la loro nuova casa. Un giardino, teneri fiori che avevano bisogno costantemente di attenzioni, e loro. In quello che sembrava un palazzo.
— Voglio un bambino. — esplose. Lei lo guardò come se avesse appena bombardato la luna per dimostrarle il suo amore.
— Credevo non ne volessi?
— Proviamo ad adottare. — sorrise flebilmente, contemplando qualcosa nella sua testa proiettandola sul marciapiede pochi metri avanti a loro. — Non voglio una nuova gravidanza così presto. Ma siamo vuoti. Voglio rendere felice qualcuno che ne ha bisogno. E da una parte, tu hai bisogno di felicità, ma dall’altra so di non potertela dare io.
Il labbro inferiore della donna tremolò.
— Ma… Io ho davvero bisogno di un bambino. Abbiamo bisogno… abbiamo bisogno della nostra felicità. Ci meritiamo una famiglia. — e poi, una tenera aggiunta. — So che questo è ciò di cui abbiamo bisogno.
Le loro mani dondolavano, le dita intrecciate. Atsumu la guardò. Lei stava contemplando la vista, e per la prima volta in settimane sembrava… contenta.
— Ci meritiamo la nostra famigliola.
— E potremmo sembre provarci.
— Tra… qualche anno?
— Voglio dire, siamo ancora giovani.
— Già.
— E un bambino sicuramente è un impegno.
— Già.
— Ma eravamo così pronti.
— È un sì?
— Ma la perdita è stata devastante.
— È un no?
— Avevo bisogno di tempo. — annuì. — Per elaborare. Una cosa è certa, sono maledetta a vita.
Atsumu sospirò. Detestava ammetterlo, ma era vero.
— Quindi dimentichiamoci ogni cosa.
— Okay, vado a dare fuoco alla mia cronologia di google.
— Cancellerò il suo nome. — dichiarò lei, guardandolo con gentilezza. — E saremo felici con i bambini che vogliamo avere. Dammi i fogli per le adozioni.
Atsumu parve così esterrefatto che lei rise. Quella gemma preziosa era tornata nella loro vita.
— I-io-io- non siamo ancora stati scelti! Rallenta, donna, mi hai letteralmente appena sparato!
Kiyoomi, Shouyo e Koutaro suonarono il campanello. Osamu aprì la porta. Sembrava piuttosto contento di avere un bambino che cercava di placcarlo (i suoi pantaloni però parevano un po’ troppo scesi).
— Quello è tuo? — Kiyoomi indicò il bambino, disgustato.
Osamu scosse la testa, invitando gli ospiti ad entrare. — Nope. È il migliore amico del principino.
Shouyo sogghignò. — Un giorno avrai il tuo.
Kiyoomi voleva vomitare, ma non si azzardò.
I tre camminarono per la casa rumorosa, cercando il giardino.
Eccola lì: la famiglia felice. Ci erano voluti anni per sorridere in quel modo, ma finalmente si sentivano al sicuro nelle loro vite.
Atsumu guardò i suoi i suoi amici. I suoi capelli brillavano (era verde?), ma non gliene poteva fregar di meno. Un bambino continuava a correre in cerchio, gridando a proposito di una nuotata negata in grado di provocare un “incidente diplomatico”.
Tanti colori adornavano il giardino. Fiori, decorazioni, tutto era scintillante e luminoso, tutti erano felici.
— Ragazzi! Siete in ritardo! — cinguettò la sua voce mentre si avvicinava per abbracciare tutti, meno che Kiyoomi (le aveva chiesto di non farlo). I suoi capelli avevano dei nastrini gialli annodati direttamente alla sua testa.
Koutaro, imitando uno stilista, lanciò un’occhiata agli accessori e mosse la sua mano in un modo buffo. — Ragazza, sei fa-vo-losa. Ho bisogno che tu porti questo genere di vibes alla messa.
Shouyo saltò in alto. — Li voglio anche io! Per piacere! Ho bisogno di colore nella mia vita.
— Fai silenzio, la tua esistenza è già dolorosamente evidente. — Tobio Kageyama (da notare per favore il nastrino blu che legava i suoi capelli in una codetta ridicola) lo mise alla berlina prima di baciarlo sul capo, guardando i bambini correre dietro ad un clown. — Bentornato.
Lei rise, scuotendo il capo. — Cherlie Clown ve ne può dare uno se glielo chiedete con gentilezza.
Un sussulto rumoroso ai loro piedi. — Zio Sho!!
Koutaro guardò il bambino come se lo avesse personalmente insultato. Il piccolo non assomigliava per niente ai genitori, ma a nessuno importava. — Io! Sono offeso! Hai salutato prima lo zio più giovane! Ma ci hanno almeno provato a insegnarti le buone maniere?
Il bambino rise con la sua vocetta amabile. — SAPEVO CHE L’AVRESTI DETTO!
Sembravano tutti così felici. Si misero a correre un po’ sull’erba, Shouyo scivolò e tinse la sua camicia bianca di verde.
Kiyoomi fece una smorfia. Lei lo guardò.
— Lo vuoi un nastrino che nessuno ha toccato?
— …facciamo felice la famiglia Miya.
Due ore dopo, Atsumu aveva bevuto solo una bottiglia di birra ma era assolutamente il più rumoroso tra i bambini. Nessuno si azzardava a dirgli nulla. Nemmeno i bambini.
— È IL MOMENTO DEGLI ANNUNCI! AMO VIENI QUI!!
Lei prese una piccola bambina con sé. Era identica alla donna nel cui abbraccio poteva svolazzare al sicuro per l’aria. Atsumu le abbracciò prima di tirar fuori dal nulla uno strano tubo.
Qualcuno sussultò! I loro amici si avvicinarono, e pure i marmocchi fermarono i loro giochi per osservare.
— Avremo un altro figlio!
E prima che chiunque, anche sua moglie, potesse processarlo, lui si mosse. Il tubo esplose. Polvere rosa ovunque.
Tutti esultarono, ma fu il padre ad acclamare la notizia più forte, già in lacrime. Quest’uomo ha davvero fatto a cambio con la personalità della sua donna, e lei lo amava anche per questo.
— UNA BIMBA! KAMI- NON RIESCO A CREDERCI! UN’ALTRA PRINCIPESSA!
La piccina emise dei versi felici, e lui annuì in risposta.
— Ssssì! La mia ragazza lo sa!
Osamu si avvicino. ATsumu, tutto risa e pianti a malapena trattenuti, cercò di abbracciarlo. Lui buttò il suo gemello nella piscina.
E la moglie non fece niente se non ridere e cercare di entrare in acqua a sua volta. Fortunatamente solo un bambino (il loro) si buttò in piscina a quel punto, altrimenti sarebbero stati sgridati da nientepopodimeno dell’intera stazione di polizia, ma… tutti sapevano come fosse il loro bambino. Non assomigliava per niente ai genitori, ma aveva decisamente preso dal padre alcuni (tutti i) tratti della sua personalità.
La famiglia Miya era un concetto complesso. C’erano state perdite, vittorie, tante risate, tante lacrime. Ma la cosa bella era che le cose erano andate avanti. Dal giorno dell’incidente. Ricordavano ancora il loro primo amore perduto, ma i Kami avevano benedetto gli amanti con un bambino bellissimo da crescere insieme, e non una, ma ben due bellissime bimbe. Atsumu non aveva nemmeno bisogno di vedere la loro secondogenita per poterlo affermare.
La maledizione? Bandita dall’esistenza. L’ex? Cancellato dai loro ricordi.
In modo così semplice, le loro vite si erano riempite. Responsabilità, sforzi, le voci dei loro figli la prima cosa che udivano al mattino e l’ultima che sentivano di notte… prima di doversi svegliare perché la piccina di due anni aveva fatto strillare il babymonitor alle due di notte. E oh se amava farlo ogni notte. E Atsumu amando essere un papà costante si occupava della faccenda.
Mentre Atsumu nuotava goffamente nella piscina, guardò la sua famiglia condividere il momento con le persone giuste. La pesantezza nel suo petto finalmente cessò.
Prese la mano di sua moglie e la baciò davanti a suo figlio che, come lo zio Omi, amava far finta di vomitare a ogni dimostrazione d’affetto.
E loro vissero. Felici. E contenti. Cosa non scontata. Atsumu non la pensava più così.
