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Imma era lì da almeno un’ora. O forse di più, non sapeva dirlo. Non poteva dirlo, il tempo non contava. Anzi, non riusciva proprio a contarlo. Era Pietro che consultava meccanicamente l’orologio, sospirando di tanto in tanto. Lei non guardava nemmeno l’orologio digitale a parete che sovrastava la porta che dava accesso alla zona del reparto rianimazione… e della sala operatoria. Il suo sguardo si fermava alla porta, non andava oltre. Non riusciva neanche a pensare che lui fosse là dietro.
Li avevano fatti spostare in un corridoio poco distante, dove un filare di sedie fungeva da sala d’attesa. Intanto, che erano già lì, era arrivato Capozza, tutto trafelato. “Dottore’… Ippazio come sta?”, le aveva chiesto con il fiato che risentiva della corsa per arrivare al piano; non aveva neppure usato l’ascensore. Imma lo aveva guardato appena, scuotendo in modo quasi impercettibile il capo.
Poco dopo, erano arrivati il Dottor Vitali e il Comandante Provinciale dei Carabinieri, accolti da un giovane medico che aveva soltanto riferito che dovevano ancora aspettare, che avrebbero avuto notizie una volta finito l’intervento. Anche lo Stato, con le sue massime istituzioni, non aveva alcuna giurisdizione su quel luogo.
Quando il medico chirurgo varcò la porta che separava il reparto dal corridoio, si alzarono per andargli incontro. Tutti, persino Pietro. Tutti, tranne Imma, che indugiò più di qualche istante. Fu Vitali a prendere la parola per primo.
“L’intervento è riuscito”, rispose il chirurgo, “il ragazzo ha perso molto sangue, ma i parametri sono regolari e la situazione è stabile. Ha una bella tempra…”.
“Possiamo vederlo?”, la voce di Imma lo interruppe.
“Dottoressa, mi faccia finire. Il ragazzo ha una bella tempra ed è un dato confortante, ma nel cadere ha subito un trauma cranico. Al momento resta in coma”. Coma. La parola del medico risuonava nel corridoio con la stessa eco di uno sparo. Quello sparo.
“E quando lo svegliate?”. La voce di Imma si faceva di nuovo largo, stavolta con riconoscibile impazienza.
“Non dipende da noi. Monitoriamo intanto come trascorre la notte e le prossime ore”. Il medico salutò e si congedò.
Vitali e il Comandante parlottavano tra loro, Capozza si era appartato con discrezione in un angolo per rispondere al cellulare. Imma, dal canto suo, si era rimessa a sedere, seguita da Pietro.
“Dottoressa, noi andiamo. Lei che fa?”, le chiese Vitali.
“Resto…”, rispose Imma, rivolgendogli un sorriso spento.
Allora Vitali tese la mano in saluto e fece qualcosa di insolito: prese la mano di Imma e la trattenne tra le sue. “Non faccia tardi, domani affronteremo una giornata intensa”.
“A domani”, replicò Imma, osservando subito dopo il Procuratore Capo e il Comandante allontanarsi.
“Devo andare anche io. Mi dispiace…”. Capozza le si era parato davanti con un paio di occhi che descrivevano il suo ‘mi dispiace’ meglio di tante parole. Imma sollevò soltanto lo sguardo su di lui. “Però, Dottore’… c’ha ragione il medico. Quello è tosto” e Capozza rimaneva lì, in piedi davanti a lei, come ad attendere un segnale: non il permesso di andare via, ma una richiesta di condivisione.
“Grazie”, fu l’unica parola che le uscì, piena di riconoscenza.
Così, Imma e Pietro erano rimasti soli, in attesa. O meglio, Pietro era solo, Imma era altrove. Con la testa, con il cuore e forse anche con il corpo era altrove.
Trascorsi diversi minuti in silenzio, Pietro provò a parlarle. “Imma, andiamo a casa anche noi…”. Lei scosse piano la testa, chiudendo gli occhi. “Ma qui non è che puoi fare qualcosa”, lui persisteva.
Tanto che le ultime parole di Pietro le diedero fastidio; un fastidio avvertito netto sulla pelle. “Aspetto i suoi genitori”, si limitò a dirgli, portandosi in avanti, con le mani intrecciate sulle gambe.
“Ma chissà a che ora arrivano, non prima di domattina, temo…”. Pietro era preoccupato, l’idea che la moglie passasse la notte lì gli sembrava folle.
“Non lo lascio da solo”, rispose con il fiato che le veniva fuori a stento.
“Imma, ragiona… non è solo, ha l’assistenza necessaria, medici, infermieri. Tu non puoi fare niente”. Pietro la sentiva irremovibile e smuoverla sul suo stesso campo – la razionalità – era un estremo tentativo, velleitario in verità.
Imma finalmente lo guardò. “Vai tu. Io non lo lascio”.
“E allora aspetto anch’io”. Pietro si appoggiò allo schienale a braccia conserte e un cedimento di esasperazione nella voce.
Poi arrivarono le parole che lo gelarono. “No, Pietro. Voglio stare da sola”.
Imma gli aveva appena chiesto di andare via e non solo: gli aveva detto di lasciarla in pace.
Pietro, suo marito, se ne andava senza più insistere, con un casto bacio e la sensazione che stava davvero perdendo qualcosa. Non era più soltanto l’equivoco della faccenda delle foto.
Lì, sembrava tutto fermo. Le luci più basse, qualche rumore si coglieva in lontananza; un inserviente, un infermiere che passava di tanto in tanto. Il corridoio si era fatto più lungo, gli spazi si dilatavano. Era il tempo che non accennava a passare.
“Dottoressa”. In un primo momento, la voce le arrivò ovattata. “Qui non potrebbe stare”.
La caposala, con la sua postura discreta e contenuta, era a pochi passi da lei. Non l’aveva nemmeno sentita arrivare. Era tardi… e Imma, seppur nel suo ruolo istituzionale, non era un familiare. E dove poteva mai andare? La caposala la sollevò dal dovere di una risposta: “Se le va, può venire con me in guardiola, le offro una tisana”.
“Se fosse possibile, preferirei un caffè”. Per Imma, bere erbacce sotto forma di brodaglia, era sempre fuori discussione. Anche in una notte insonne.
In guardiola, si misero a sedere alla scrivania. La caposala con una tisana fumante, Imma con il suo caffè che – almeno – veniva da una caffettiera vera. Bevevano, senza parlare.
Fu la caposala a rompere il silenzio, con la naturalezza di una domanda che veniva fuori sistemando delle carte. “Lavorate insieme da molto tempo?”.
“Sì”, rispose Imma, senza aggiungere altro. E nient’altro le fu chiesto. Fino a quando la sua voce iniziò a dare forma a ciò che le passava per la testa. “Pensi che, quando me lo sono visto arrivare in ufficio la prima volta, ho pensato ‘Ma chi mi hanno mandato…’. Pensavo che non sarebbe arrivato a due settimane”. E così, si lasciò raccontare: lui, ragazzo che sembrava pure più giovane della sua età, il suo presentarsi educato, quasi impacciato, con quel ‘voi’ che le suonava così fuori dal tempo; il primo viaggio in macchina per il primo sopralluogo, lui alla guida – e guidava davvero bene, lei seduta sul sedile posteriore, stupita dall’esistenza di qualcuno che non la riempiva di inutili e pretenziose chiacchiere per far bella mostra di sé, con l’obiettivo di compiacerla; lui, invece, se ne stava zitto e non interveniva se non interpellato; lui che aveva tirato fuori il suo taccuino, lì, sul campo, per prendere appunti; attento, concentrato, curioso; e lei che, già da quel primo tragitto per il ritorno in Procura, si era seduta accanto a lui, lato passeggero, quasi per studiarlo meglio: aveva deciso di dargliela una possibilità.
“E invece è rimasto”, le disse la caposala rivolgendole un sorriso. Lo stesso sorriso che si trasferì a Imma, che annuì con decisione. Ma il suo era pieno, aperto. Il primo da ore.
Alla fine, però, arrivò la prima, vera crepa. “Io ancora non riesco a capire come sia potuto succedere”, disse Imma, spostando distrattamente la tazzina di caffè sulla superficie della scrivania. “Non doveva farlo, non doveva decidere da solo. Ha fatto una cosa gravissima, doveva avvisarmi. Se lo avesse fatto…” e si abbandonò sullo schienale della sedia, le mani in grembo. Ciò che Imma provava era strano: Calogiuri si era comportato in modo avventato, non era da lui… E lei si sentiva tagliata fuori. Non solo come suo superiore.
“Non posso conoscere le dinamiche di ciò che è successo”, disse la caposala, continuando a sistemare delle schede in una cassettiera, “ma lo vedo come un gesto di umanità… intendo, quello del maresciallo. Ha accompagnato un padre dalla figlia”.
Imma guardò la caposala ed era la prima volta che la guardava davvero. “Sì, questa è una cosa proprio da Calogiuri”, disse. E la sensazione che le opprimeva il petto si fece ancora più insistente: il senso di colpa, che non riusciva a spiegare. Si sentiva in colpa per non aver potuto condividere quella scelta.
Quando arrivarono i genitori di Calogiuri, verso l’alba, fu straziante. Imma era rimasta proprio per aspettarli, ma non era pronta. Capì che non lo era affatto.
Li aveva riconosciuti subito. A volte Ippazio le aveva fatto vedere delle foto di famiglia. Il padre era un uomo alto, forte e robusto, con le mani che sapevano di lavoro. La madre era esile e delicata, ma dal portamento fiero. Li vide passare e entrare nello studio del medico di turno. Era una sofferenza composta e dignitosa, la loro.
Per qualche istante, Imma chiuse gli occhi, appoggiando la testa alla parete. Dalla guardiola, era tornata a sedersi in corridoio, stavolta nel reparto.
“Dottoressa Tataranni, i genitori del ragazzo vogliono salutarla”, era il medico che la richiamava alla realtà.
E poi la sentì. “Non sappiamo come ringraziarvi, Dottoressa. Per tutto quello che fate per nostro figlio”. La voce della madre di Calogiuri era spezzata, ma non si rompeva fino in fondo. Ciò che bloccava il respiro di Imma, però, erano gli occhi della donna… gli stessi occhi azzurri di Ippazio. E per un attimo, le sembrò che il suo cuore smettesse di battere.
Stava per riguadagnare contegno, dicendo che non importava, che era un dovere, anzi… che lo faceva con piacere, quando intervenne il padre di Calogiuri. “Si può entrare in stanza. Se volete, andate voi. Così tornate a casa a riposare. Tanto noi adesso stiamo qua…”. Lo diceva con voce ferma, mentre teneva la mano della moglie che gli stava sottobraccio.
“No, non si preoccupi, è troppo…”. E il paradosso era che Imma, davvero, non lo voleva vedere. Non in quel letto, in coma.
“A Ippazio fa piacere, andate voi. Noi intanto aspettiamo il medico che l’ha operato, dopo andiamo da lui”. La madre di Calogiuri allungò una mano per toccarle un braccio e, al contatto, Imma sentiva la pelle bruciare.
Imma era appena arrivata a casa. Aveva camminato per tornarci.
Buttò la borsa a terra, si tolse immediatamente le scarpe con gesti bruschi e andò di filata in cucina, scalza.
Sentiva ancora l’odore sterile e tagliente – di disinfettanti, medicinali e non sapeva di cos’altro – della sua stanza e il suono dei macchinari che si ripeteva sempre uguale. Con lui, era rimasta per pochi minuti e non era stata capace di fare nulla. Non gli aveva detto una parola, non gli aveva toccato la mano. Si era limitata a sedersi accanto al suo letto e, trovato il coraggio di guardarlo, era rimasta lì. Ferma. L’unica cosa che non era riuscita a controllare era una lacrima, una sola, uscita quasi per dispetto e presto asciugata con il dorso della mano.
In cucina, aprì il rubinetto e lasciò scorrere l’acqua mentre prendeva un bicchiere. Bevve quasi con foga, un bicchiere d’acqua e ancora un altro, che posò sul ripiano del lavandino con un tonfo. “Non t’azzardare, Calogiuri… non t’azzardare”, disse, tenendosi al bordo del lavandino e a voce alta quel poco che bastava per essere udita. Da Pietro, che intanto l’aveva sentita arrivare.
“Potevi chiamarmi, ti venivo a prendere”. Al silenzio di Imma, Pietro aggiunse: “Novità?”.
Ma Imma non rispose subito, nemmeno stavolta. Si asciugò prima le mani con uno strofinaccio da cucina e soltanto dopo rispose: “Nessuna. Sono arrivati i genitori”.
“E come stanno?”, le chiese, provando ad avvicinarsi a lei.
Imma gettò lo strofinaccio sul tavolo e replicò, con tono piatto: “Come vuoi che stiano…”, e poi, veloce, “Mi cambio, vado in Procura”. Senza mai guardare Pietro.
Pietro che la seguiva con lo sguardo, spiazzato. “Ma come in Procura, non hai neppure dormito…”.
“Il lavoro non si ferma, Pietro”, disse Imma allontanandosi.
In Procura, la situazione era al limite del sopportabile. Giornalisti riuniti per la conferenza stampa, chiacchiericcio più alto del solito, visi segnati da una notte senza sonno. Diana, in particolare, aveva gli occhi arrossati e gonfi e non faceva altro che scusarsi. La sera prima, non era riuscita a raggiungere gli altri – o meglio, Imma – in ospedale. Non perché non volesse, non ce la faceva proprio.
E Imma non la sopportava più. Non sopportava i suoi occhi che la cercavano, i suoi tentativi di avvicinamento e quel ‘Povero Ippazio’ cantilenante che si ripeteva come un mantra.
A Imma non restava che sgomitare per prendere in mano la situazione: l’errore della scorta – di Calogiuri – c’era stato, doveva emergere e restare, al tempo stesso, a filo d’acqua. Bisognava trovare le parole giuste e più opportune. Difficile, soprattutto quando si è troppo coinvolti. Vitali, quindi, decise che sarebbe stato l’unico, con il Procuratore Distrettuale Antimafia, a parlare con i giornalisti, arginando di fatto la Tataranni.
La giornata scorreva con la tensione che serpeggiava tra i corridoi e si insinuava negli uffici. E, nonostante la pesante stanchezza e l’aria elettrica, Imma rimase in ufficio fino a tardi. Porre fine a quella giornata, tornare alla routine casalinga, pensare alla cena, andare – finalmente – a dormire, significava fare i conti con la realtà. Fintantoché era in Procura, poteva concedersi il lusso di immaginarlo mentre le portava un caffè o le passava una carta. In alcuni momenti, poteva addirittura scommettere di aver sentito la sua voce. Non era proprio abituata a non averlo intorno.
Non poteva, però, trascorrere la notte in ufficio, se ne rendeva conto. Aveva ricevuto un messaggio da Diana, che le chiedeva “Sei rincasata?”, al quale non aveva risposto. Così, lasciò l’ufficio, ma prima di andare a casa… tornò in ospedale.
La caposala, vedendola arrivare, le disse soltanto “Cinque minuti”.
Imma indossò l’abbigliamento sterile con lentezza e, prima di entrare nella stanza di Calogiuri, fece un grosso sospiro. Aprì la porta… rimanendo però sulla soglia, senza entrare. Lo guardava da lì. Poi si guardava intorno, come a scansionare ogni angolo della stanza, poi ancora tornava a lui. Non entrava, ma rimase lì per più dei cinque minuti concessi. Quando richiuse la porta, respirò profondamente, con la fronte appoggiata alla superficie fredda e la mano ancora a reggere la maniglia.
Pietro la raggiunse in cucina. Imma se ne stava in piedi a mangiare un tozzo di pane e del formaggio, con l’unica nota di conforto di un calice di vino rosso. “Ti ho lasciato un piatto di pasta”, le disse.
“No, grazie, mangio giusto questo…”, rispose, mostrando il pezzo di formaggio che aveva in mano.
“Sei stata finora in Procura?”. Pietro le si avvicinò e le accarezzò un braccio, facendo su e giù con la mano.
Imma gli rivolse un piccolo sorriso, “Sì… e poi sono stata in ospedale”.
A quel punto, Pietro smise di accarezzarla. “Ma ci sei stata fino a stamattina…”.
“E che c’entra… lui là sta” e Imma si rese subito conto di ciò che aveva appena detto. E le possibili implicazioni le leggeva tutte, chiare, sulla faccia di Pietro, suo marito.
Tra di loro calò il silenzio. Un silenzio ancora diverso, più denso, rispetto a quello che li aveva attraversati dal momento della notizia. Pietro non disse più nulla, la guardava – anzi, la fissava – come se si aspettasse qualcos’altro, che però non arrivava. Imma ricambiava lo sguardo, cercando di finire il boccone di cui, ormai, non sentiva nemmeno più il sapore. Poi gli disse: “Vado… vado a farmi una doccia” e gli passò accanto, lasciando la cucina.
Con l’accappatoio ancora addosso e un asciugamano in testa, Imma se ne stava seduta sul bordo del letto, fissando qualcosa. “Andiamo a dormire, Imma…”, si sentì dire da Pietro, che le si era avvicinato e le parlava.
“Sì, mi asciugo i capelli e arrivo”. Imma si alzò, prese dal cassetto una leggerissima camicia da notte e si diresse in bagno, mentre Pietro si infilava a letto.
Imma restò in bagno per un tempo che, secondo l’orologio che Pietro consultava meticolosamente, era interminabile. In fondo, doveva soltanto asciugarsi i capelli…
Tornata in camera, Imma si avvicinò al letto… ma solo per prendere un cuscino.
“Che stai facendo?”, le chiese Pietro, seguendo i suoi movimenti.
“Dormo sul divano”, rispose Imma, tenendo il cuscino stretto al petto. E gli occhi su di lui.
“Imma, perché?”. Pietro posò sul comodino il libro di fumetti che stava leggendo, preparandosi a scendere dal letto.
Ma Imma lo bloccò. “Tanto non dormo… e se dormo, dormo male. Ti darei soltanto fastidio”.
“Imma…”. Il tono di Pietro, ormai, anche nel solo pronunciare il suo nome, non nascondeva più sconcerto ed esasperazione.
Imma era stanca, stremata; quel tira e molla di parole con il marito era l’ultima cosa di cui aveva bisogno. “Pietro, ti prego…” e semplicemente si voltò e andò via.
Non aveva neppure prestato attenzione alla rassegnata buonanotte di Pietro, quando finalmente Imma si distese sul divano. Faceva così caldo. E il suo respiro era diventato un affanno. Inspirava ed espirava nel tentativo di regolarlo… di regolarsi. Alla fine, il cedimento. Si portò le mani sulla faccia, proprio davanti agli occhi, si liberò in un ultimo, pesante sospiro… e pianse.
Intanto Pietro era lì, sulla soglia del salotto, a sentire i suoi singhiozzi. Ma lei non se ne accorgeva neanche.
***
Era proprio quel giorno: l’anniversario.
Calogiuri era seduto al tavolo in cucina, alle prese con il libro di Diritto Romano. Imma, invece, aveva interrotto la sua prassi, che la portava a Bollate ogni due settimane per trascorrere con lui il fine settimana… o magari qualche giorno in più. Aveva deciso che stavolta bastava l’intervallo di una sola settimana, proprio per passare con lui quel giorno. Non ne avevano parlato, in verità. Il giorno prima Imma gli aveva semplicemente comunicato che sarebbe arrivata la sera dopo. Ippazio, manco a dirlo, ne era felice.
“Ma ha senso studiare storia per un esame di diritto?”. Calogiuri sbuffò spazientito, era fermo sul primo capitolo da giorni e non riusciva a memorizzare un granché. Aveva iniziato a studiare per l’esame che, per molti studenti di Giurisprudenza, è il primo della carriera universitaria; avrebbe voluto buttarsi su concetti come diritto di proprietà, diritto di famiglia, obbligazioni, contratti, repressione criminale… e invece si trovava ad avere a che fare con miti, date e termini latini. Gli sembrava di non venirne fuori.
“Un istituto come il diritto di proprietà si è evoluto con la storia dell’umanità. È nato in un contesto rurale, quasi primitivo, ed è arrivato ai giorni nostri. Ti serve sapere chi era Romolo perché, secondo la tradizione, è il primo re e fondatore di Roma, il primo che, a ogni pater familias, ha assegnato un lotto di terra da tramandare ai figli. Qui trovi gli albori della proprietà privata come diritto. E anche una prima forma di successione ereditaria. Prima di allora la terra era considerata solo come pascolo comune”. La risposta di Imma lo lasciò a bocca aperta. Viste così, le pagine del libro diventavano talmente chiare...
Riemerso dallo stato di meraviglia e ammirazione che Imma gli suscitava, Calogiuri provò a ribattere: “Ma Romolo non è davvero esistito, no?”.
“Esatto”, riprese Imma sedendosi accanto a lui, “è un mito di fondazione, di cui però si trova traccia nei testi di Tito Livio, Plutarco, Ovidio e anche Cicerone, per esempio”. E poi gli sorrise. “Calogiuri, sono storici e letterati… per questo il manuale cita Romolo: i miti di fondazione sono utili per capire come nascono le istituzioni giuridiche”. Imma concluse, sfogliando con attenzione il libro.
Calogiuri rimase qualche secondo in silenzio, fissando il libro aperto tra le mani di Imma. “Quindi Romolo non è esistito, ma il diritto di proprietà sì”.
“Il diritto è ciò che il mito ci lascia”, rispose Imma.
Calogiuri si appoggiò allo schienale della sedia, sembrava riflettere. Poi, giochicchiando con una matita, disse: “Lo sai che giorno è oggi…”. Non glielo stava chiedendo.
Imma sfogliò ancora qualche pagina e richiuse il libro, sul quale posò i palmi delle mani. “Ti hanno sparato…” e guardava le sue stesse mani indugiare sulla copertina.
Calogiuri si sporse in avanti, puntando i gomiti sul tavolo. “E tu sei venuta apposta”.
“Sì”. Imma, con un gesto veloce e impeccabile, gli tolse la matita dalle mani. “E comunque sei ancora fermo al primo capitolo, mica ti potevo lasciare da solo con Romolo e l’età dei re” e riprese a sfogliare il manuale, ignorando il suo sguardo. Era così intenso.
Gli stessi occhi che, presto, si erano rabbuiati. “Mi fa ancora strano che non mi ricordo niente di quel momento”, disse.
“Meglio così, ci sono io che ricordo per tutt’e due. Basta e avanza pure. Tu devi soltanto sapere che non eri solo”. Fu allora che si girò verso di lui e gli sorrise. Un sorriso appena accennato. Poi si alzò, gli passò dietro, gli posò una mano sulla spalla e l’altra sul petto, prima di stringerlo forte. “Tu studia” e gli diede un bacio sulla guancia.
In quel momento Calogiuri si voltò e, con una mano tra i suoi ricci, l’attirò a sé.
Quel giorno, quel pezzo di lui, era nelle mani giuste.
