Chapter Text
A fine turno, Giancarlo aveva insistito per fargli provare un vino spettacolare scovato in una cantina da qualche parte nella bergamasca. “Questo è tanta roba con carne di cacciagione… che ne so, uno spezzatino di capriolo”, disse, facendo roteare nel calice il vino di un rosso granato.
“Sì, buono…”, rispose Calogiuri, sorseggiando di gusto.
“Un po’ più di entusiasmo da parte tua me lo aspetterei, eh…”, Giancarlo, intanto, faceva il finto offeso.
“Ma se ti ho detto che è buono!”. Calogiuri propose in avanti il suo calice per un brindisi in segno di pace.
Giancarlo replicò il gesto, facendo risuonare i due calici tra loro. “Lo dici ogni volta… Sembra che quasi mi fai un favore”.
“E che ti devo dire di più, l’esperto sei tu!”, Calogiuri rispose con un tono che rasentava l’ovvio.
Passarono alcuni secondi, Giancarlo posò il vino sul tavolo e lasciò che sul suo viso si dipingesse un’espressione malandrina. “Allora”, disse, buttandosi indietro sullo schienale, “io e te oggi facciamo un bel discorso”.
Calogiuri sollevò appena lo sguardo verso l’amico. “Mi preoccupa già così…”.
“E fai bene a preoccuparti”, ribatté Giancarlo, “Perché qua c’è qualcosa che non torna. La questione è seria…”.
“Cosa non torna…?”, Calogiuri aggrottò la fronte.
“La fila”, rispose Giancarlo. Solenne.
“Quale fila?”. Calogiuri, nel mentre, lo guardava perplesso.
“Mo va là! Non fare sempre quello che fa finta di cadere dal pero…”, Giancarlo si spinse in avanti, appoggiandosi al tavolo. “La fila, Ippazio! Le donne. Quelle che appena ti vedono vanno in cortocircuito!”
“Ma che dici…”, Calogiuri spalancò gli occhi, incredulo.
“Sì, che dico, che dico… La verità! Da quando sei arrivato, qua hai rovinato la piazza a tutti, a me e Francesco poi… Lasa stèr…”.
“Ma finiscila un po’…”, Calogiuri scoppiò a ridere.
“No, guarda che sono serio… Eri al Comando da nemmeno mezza giornata e già girava la voce ‘Oh, ma avete visto quello nuovo arrivato da Matera?’”, sottolineando le parole con un gesto enfatico della mano.
“Sì, vabbè… Mister Universo…”. Calogiuri riprese a bere, non volendo proprio dare seguito a tutte quelle chiacchiere.
“Tu ci scherzi pure… L’altra sera al pub parlavo con una. Sembrava andare tutto liscio, poi questa mi fa ‘Ma tu sei l’amico di quello alto… occhi azzurri…’, ci mancava solo che mi chiedeva il tuo numero di telefono…” e per Giancarlo questo era l’affondo definitivo, la prova regina. “Perché, tra l’altro, tu sui social non ci sei!”.
“Te lo stai inventando…”. Calogiuri assunse la stessa posa del brigadiere: si sporse in avanti, appoggiandosi al tavolo.
“Ah, no… Io le cose non me le invento…”, Giancarlo sbuffò, fingendo di perdere la pazienza. E iniziò a contare sulle dita della mano. “Michela, tanto per cominciare. Poi quella della segreteria del personale che, quando ti vede, ha la bava alla bocca e ti mangia con gli occhi. La ragazza del bar di sotto che ti fa lo sconto ogni volta – e non lo fa mai a nessuno –, e se per caso le chiedi ‘Come va?’ sviene dietro al bancone…”.
Calogiuri si passò una mano sul viso, trattenendo una risata. “Stai esagerando!”.
“Per niente”, continuò Giancarlo. “E queste sono solo quelle certificate. Poi c’è tutta la fascia silenziosa: quelle che non parlano ma ti guardano come se avessero già deciso il colore delle tende per il vostro nido d’amore, con l’anello di fidanzamento al dito e le bomboniere”.
Calogiuri adesso si sentiva davvero in imbarazzo.
“E la cosa che più mi fa incazzare è che tu manco te ne accorgi. Nemmeno ti guardi intorno”. Giancarlo ormai non scherzava più. “Tu c’hai la fila e ti comporti come se fossi in clausura”.
Calogiuri, a sguardo basso, fece soltanto girare il vino nel bicchiere. Sentiva che il discorso si stava avviando su una strada che non voleva percorrere. “Non è così”, disse nella speranza di chiuderla là.
“È esattamente così”, ribatté Giancarlo. “E in mezzo a tutta ‘sta abbondanza… tu… niente” e fece un eloquente gesto con le mani.
“Gianca’, non mi va… tutto qua”. Non c’era molto da spiegare, secondo Calogiuri. E soprattutto non voleva farlo.
“Eh, l'è un bèl pèz che l’ho capito… Però Michela ti piace. Si vede”. E Calogiuri non lo negò, anzi.
Il tono di Giancarlo, intanto, era di nuovo cambiato: non era più quello spassoso dell’inizio della conversazione e nemmeno quello secco di poco prima. “E anche tu le piaci”, continuò Giancarlo. “Questo si vede ancora di più”.
“Lo so…”, rispose Calogiuri, come se, per il solo fatto di piacerle, si sentisse un po’ in colpa.
“E allora?”. Giancarlo gli riempì di nuovo il calice di vino. Nella sua testa, era un gesto di supporto.
Calogiuri rimase in silenzio qualche secondo, poi disse semplicemente: “Non è il momento”.
Giancarlo a quel punto lo guardò storto, con la bottiglia del vino ancora a mezz’aria. “Ma che vuol dire ‘Non è il momento’… Hai trentaquattro anni, mica devi chiedere il permesso a qualcuno”.
Calogiuri accennò un sorriso, ma non gli rispose.
“Oh, io non ti sto dicendo che deve essere la donna della tua vita”, aggiunse Giancarlo alzando le mani, “ma ti vuole bene. E almeno… Provaci. Escici… che non sia per lavoro o con noi altri. Vedila, stacci. E divertiti pure un po’, cazzo”. Era il suo modo – superficiale, grezzo, schietto e forse anche un po’ maschilista – per dirgli: Vivi. E vieni fuori da lì, da dove ti sei rintanato...
Calogiuri lasciò fuoriuscire un sonoro sospiro, sollevò lo sguardo e lo tenne fermo su Giancarlo per qualche istante; poi scosse piano la testa e disse: “Non voglio prenderla in giro”.
Giancarlo annuì. “Mi sa che Matera non è stata una cosa leggera…”, disse, riprendendo a sorseggiare il suo vino.
“No, non lo è”. Lo diceva mentre un invisibile sorriso gli increspava le labbra.
