Actions

Work Header

Rating:
Archive Warning:
Category:
Fandom:
Relationship:
Characters:
Additional Tags:
Language:
Italiano
Stats:
Published:
2026-05-08
Words:
4,418
Chapters:
1/1
Comments:
1
Kudos:
6
Bookmarks:
1
Hits:
65

Amor, Roma

Summary:

Lo ha sempre pensato, gli anelli al dito lo confermano, che insieme a Simone potessero essere eterni.

Anche più di Roma.

Notes:

Nasce tutto da un video stupido, e da tante conversazioni nate su un treno e di notte, come sempre.
Dedicato quindi a tutti gli amori che passano più tempo per la strada che insieme.
Romantici, platonici,famigliari o per una squadra.

(dedica inutile perché fa solo ridere tutto quello scritto qua sotto)

Work Text:

 

 

La stagione ormai è già riuscita a lasciarsela alle spalle, gli viene sempre facile quando si tratta di fare le valige, sistemare il trasportino e partire, farsi quelle sane centinaia di chilometri per l’ultima volta prima di stabilirsi davvero a casa.

Forse la penultima, ha ancora metà delle cose in Piemonte, ma l’importante è che la maggior parte sia tornata a Perugia in valigie già sistemate e momentaneamente allocate nella cantina. C’è tempo per ritornare di nuovo in macchina a far salire il contachilometri. Adesso relax.

Il relax di sdraiarsi di primo pomeriggio sul divano baciato dal sole, Silver nella stessa posizione sul tappeto ai suoi piedi, l’aria fresca di aprile che entra dal balcone e tanti pensieri in testa ma nessuno che lo stressi veramente. 

Solo lui, il sole, suo marito, il gatto e l’ennesimo catalogo di arredamento che ha abbandonato aperto sulla propria pancia, la penna finita tra i cuscini del divano.

“Trovato l’arredo da giardino che cercavi?” Prima un bacio sulla fronte, poi una risata.

Aprendo gli occhi trova sopra di lui Simone, interamente vestito di nero Sir, lo zaino in spalla. Il pizzetto spuntato fa vedere ancora di più il suo sorriso.

“No, non ancora. Però ho segnato qualche opzione.” Gli prende d’istinto la mano per giocarci un po’, farla ondeggiare da lato a lato.

Opzioni ne ha viste a mille, ha perso il conto. 

All’inizio si lamentava di quando era Simone a trascinarlo per negozi, a sfogliare cataloghi, a prendere decisioni di pancia. Ora invece che gli è stato dato campo libero su una stanza, gli sembra di aver perso conto del tempo da quando sta pensando a cosa mettere in giardino vicino a quella piscina che ha tanto desiderato.

“Troverai, devi. Non hai scelta dopo tutto.” No, perché se il destino gli assiste non deve mancare molto a quella data. Relativamente. “Senti, inizia piuttosto a pensare a dei bei vestiti per domani sera.”

“Mh? Che si fa domani sera.” Da quando è tornato a casa ha davvero perso il conto dei giorni.

“Domani ti porto a Roma. Stiamo anche lì a dormire.” Simone si piega per dargli un bacio veloce. “Ora vado. Poi ti spiego tutto.”

Roma. In gita. Con Simone. Nel mezzo dei playoff. 

Ivan rimane con il sorriso anche quando sente la porta di casa chiudersi.

Troppo bello per essere vero.

 

Roma non lo stancherà mai, ed è sicuro che non si stancherà nemmeno di raccontarla, di raccontarsi nei suoi anni a Roma, o vicino. 

Roma che è spettinata, sfacciata, caotica, la Roma che ha conosciuto lui tra locali, lungomare e soggetti discutibili. La stessa Roma che lo ha fatto ribellare, che lo ha cresciuto da solo, senza voler ascoltare nessuno, che lo ha fatto sentire tanto piccolo nella sua immensità, tanto da fregarsene di regole e norme per potersi esprimere al meglio.

O forse al peggio, guardandosi indietro era davvero, tanto, tanto esagerato. Ma Roma tra troppe birre e troppa musica sui muretti, è stata necessaria per far uscire tutto quel brutto carattere che è riuscito a lasciare indietro. 

Perché Roma sotto l’ombra dei pini marittimi e sopra l’erba umida della poca pioggia che cade, lo ha saputo accogliere sempre con quella bellezza che gli ha portato serenità anche negli attimi più bui. 

Roma lo ha saputo perdonare, anche se poi suo padre gli riempiva il telefono di decine di chiamate perse, anche se nelle serate forse c’era altro oltre che la birra, anche se a volte in palestra credeva di poter mancare per superbia.

Roma lo ha trovato, lo ha accolto, deviato, formato e riappacificato con se stesso.

Tornarci da turisti con suo marito vale tanto. 

Forse troppo, negli anni e nell’età si rende conto di averla romanticizzata troppo nella sua testa. 

Roma gli ha anche insegnato ad esagerare, quindi quando Simone a Perugia si è preso un trilocale, adibendo la seconda camera ad armadio, non poteva che essere felice di riempire gli armadi nel corso del tempo.

Ed è lì che si trova la mattina, a scegliere i vestiti per quei due giorni che si promettono essere quanto meno rilassanti, con il cervello con la spina staccata e il calore sulla pelle che solo il sole asfissiante di Roma può regalare.

E allora giacca di pelle sia per la giornata, una delle tre nere che ha tenuto delle tante comprate nel corso dei suoi anni. Le migliori, se deve essere onesto, è un grande critico in materia.

“Tu cosa ti metti?” Sente Simone prima di vederlo, la voce squillante che parte dalla camera accanto fino a varcare la soglia. “Così capisco quale portare io.”

Ivan capisce di star sbagliando, di star facendo qualcosa di estremamente sbagliato con i vestiti che ha posato sul letto e con la giacca che ha in mano. 

Non tanto per l’espressione di Simone, anche se appena sbuca da dietro l’anta dell’armadio, Ivan vede il sorriso di suo marito pian piano sparire e diventare un’espressione confusa. No, anche se questo dovrebbe essere già sufficiente per capirlo, ma il vero segnale sono le due grucce che tiene in mano, da un lato un completo nero, e nell’altro uno blu.

Aguzza lo sguardo per vederci meglio, perché i jeans che ha già prontamente piegato e le tre magliette impilate sopra non sono decisamente lo stesso dress code che ha evidentemente in mente Simone.

“Ti prego. Dimmi che quella roba lì è per il viaggio e non per sta sera.” Le braccia che si lasciano andare verso il basso, la plastica che ricopre i completi tocca per terra.

Ivan pensa, si impegna, perché è sempre stato bravo con le date, compleanni, anniversari, ricorrenze, non ne ha mai mancato uno, niente fusorari da utilizzare come scusante. Ma a fine aprile no, non c’è mai stato nulla di rilevante per loro, non può essersi dimenticato qualcosa. 

E’ impossibile.

“Sta sera?” Ci prova con uno dei suoi sorrisi smaglianti per capire se Simone lo stia prendendo in giro o meno. “Che succede sta sera? Mi sono dimenticato qualcosa?”

Ma Simone non ride, o meglio, è una risatina sconsolata mentre scuote la testa quella che Ivan riceve come risposta, non una di quelle da scherzavo! E allora sa di aver fatto potenzialmente una gran cazzata.

“La cena Ivan, quella elegante? Dai.” 

“Che lusso, oh! E dove mi porti?” 

Perché c’è ancora qualcosa di strano nelle parole di Simone, qualcosa che sta dando per scontato, qualcosa che lo fa rimanere ancora in piedi davanti all’armadio con quella giacca di pelle e l’anticipazione addosso.

“Non lo hai proprio letto l’invito che ti ho mandato ieri, eh?” Simone si avvicina per posare gli abiti sul letto e sedersi sul piumone che ancora non hanno tolto. “Comunque non ti porto io, ci porta il coni in sto posto, non mi ricordo quale sia, c’è scritto.”

“Il coni? Ma che è?” Strabuzza gli occhi al sentire il marito pronunciare quelle quattro semplici lettere.

Grande, grandissimo errore pensare che tutto questo potesse essere una semplice fuga dalla quotidianità. Dopo tutto mancano pochi giorni a quella serie finale di scudetto, e poi ripensandoci no, non sono effettivamente mai andati a cena fuori in giacca e cravatta loro.

“Tipo un Gran Galà dello sport, o qualcosa di simile, non lo so.” Simone si stiracchia gambe e braccia prima di rialzarsi. “Mi hanno invitato.”

“Ah! Attenzione. Ti hanno invitato. Hanno invitato te.” Il tono sarcastico nella sua voce sta già iniziando a far ridere Simone. Non che prima fosse davvero arrabbiato. “Io quindi posso venire, scroccare la sera in hotel e vestirmi come voglio, fare quello che mi pare.”

Invito rivolto unicamente a Giannelli Simone, colui che ha saputo prendere tra le dita la pallavolo italiana e riportarla in alto dove merita di essere. Ad Ivan piace tanto, forse troppo, prenderlo in giro, ma quando si tratta di questi privilegi, è più che felice di vedere unicamente il nome di suo marito con accanto un e ospite.

Simone, dopo tutto, è grande, gigante come lo è Roma stessa. Non basterebbe una vita per saperlo raccontare, sia nel personale che nel professionale. Chi se non lui meriterebbe questi inviti.

“Non fare il coglione, dai.” Simone torna ad ispezionare i vestiti già impilati sul letto. “Mi hanno invitato ma è ovvio che venga pure tu, dai.”

Anche la sua giacca di pelle viene finalmente abbandonata sul piumone, accompagnata dagli occhi al cielo che gli rivolge suo marito.

“E chi ha detto che è ovvio, potresti portarci chiunque.” Sopracciglia alzate, testa piegata di lato e sorriso sulle labbra. Si diverte fin troppo.

“Ma che vuol dire!” Di nuovo seduto sul letto, le braccia che si allargano. “Ma chi ci dovrei portare? Mia sorella?”

“Magari un altro giocatore della tua squadra, qualcuno di più importante ora. Magari Roberto, lui si che gioca ancora ad alti livelli.”

“Ma la smetti, dai!” Spazientirlo per le cose più futili gli viene davvero bene, e Simone abbocca sempre troppo facilmente. “Ovvio che porto te, non ho pensato a nessun altro.”

“Non lo so io, magari non sono abbastanza rilevante per questi eventi, per fare il più uno di Simone Giannelli, sai com’è...”

“E questo?” Simone alza la mano sinistra, l’indice destro che gli indica l’anello all'anulare. “Dici che questo non è abbastanza?”

Ivan si siede accanto a lui, in cuor suo già rassegnato all’idea di dover scegliere un completo e dover passare un’intera serata noiosa tra persone di cui gli interessa davvero poco.

“Magari no. Magari poi dicono che ti ho sposato solo perché sono invidioso, per avere i privilegi, perché così potevo rimanere attaccato alla nazionale, che ti ho manipolato da piccolo… Ce n’è di ogni in giro.”

Adesso ridono, come Simone che comincia dall’inizio della frase e non smette fin quando Ivan non se lo tira ancora più vicino per dargli un bacio sulla guancia. Adesso, ma negli anni le hanno sentite davvero tutte.

“Smettila di fare il cazzone.” Le mani di Simone si posano sul suo petto per allontanarlo prima di alzarsi nuovamente in piedi. “Scegli un completo di quelli stirati e mettilo in quel robo per gli abiti. Io finisco la valigia. Non dimenticarti- Le scarpe te le tiro fuori io dai.”

Una valigia piccola in due, molto più che sufficiente per quella singola notte in hotel. Ivan intende comunque sfruttare tutto il tempo che gli è concesso lì dentro.

“Agli ordini capo.”

“Ecco, bravo. Così mi piaci.”

 

Questi eventi lo hanno fatto sempre sorridere nella loro piccola grande ridicolezza; l’invito mandato via mail con grafica degna del suo summer camp per i bambini, ma il testo che professa l’evento come l’avvenimento del secolo da non perdere; il dress code elegante per rivedersi tra gli stessi di sempre; i soldi che vengono spesi per poi offrire un cocktail di benvenuto che pare uscire da un locale di mezza gamma di Ostiense.

L’hotel no, su quello non si sono risparmiati. Vista dal sesto piano sulle Mura Aureliane, gli alberi che incorniciavano l’azzurro terso del pomeriggio quando sono entrati in camera e la luce che rifletteva sul letto invitava a farne buon utilizzo come promesso. Di tempo ne avevano ancora.

E in bagno, anche in bagno hanno avuto tempo da perdere. La vista di quella finestra, anche, i tetti di roma, le piante rampicanti sulle mura. Da dentro la doccia era tutto persino meglio di suo marito insaponato accanto a lui.

Perché Simone è Simone, ma Roma è Roma. 

E’ essere con Simone a Roma è meglio delle due cose separate.

Si è sentito ridicolo un po’ anche lui mentre si preparavano, dal passare dalle finte scenate fatte in casa ad osservare Simone dallo specchio mentre si abbottonava i polsini della camicia bianca perfettamente stirata con un sorriso infinito, il nero dei pantaloni indossati quel maggio di tre anni prima di certo non ha aiutato. 

Ancora peggio quando si sono messi l’uno accanto all’altro prima di uscire per prendere il taxi che li aspettava. Blu e nero, alla fine, in contrasto sempre e in armonia pure.

Ridicolo, sì, come quando Simone gli prende la mano scendendo dall’auto e non la molla un secondo, nemmeno facendo vedere quegli inviti orrendi sullo schermo del cellulare, nemmeno percorrendo tutto il percorso fino ad arrivare al red carpet.

“Mamma mia che cosa orrenda.” Simone non ha proprio filtri quando vuole, e quando in questo caso è il momento in cui girando l’angolo di quella villa si apre uno stupendo panorama davanti a loro.

Panorama, si, ovvero un pezzo di stoffa blu strisciato per terra e qualche fotografo appostato davanti ad un cartone quadrato per fare quelle orrende foto di rito che se dio vuole non vedrà mai nessuno. Ha sempre preferito quelle spontanee, lui.

“Sei tu che ci hai portato qui.” Ivan gli stringe la mano prima di lasciargliela e avvolgerla attorno ad un fianco. “Almeno c’è un po’ di vita dai, ci divertiremo.” 

Simone non esita a tirargli uno schiaffo sul braccio prima di ridere e iniziare ad incamminarsi. 

La vita in questione sono altre decine di atleti che da lontano Ivan non riconosce, decisamente non tutti, sono le nuove generazioni, vita nuova che non ha avuto modo di conoscere in questi ultimi anni ma che Simone sembra conoscere a memoria. O forse sono loro che conoscono già Simone.

Simone, dopo tutto, è grande, gigante come lo è Roma stessa, come lo è il Vaticano, istituzione mondiale. Non si vergogna a pensarlo, né a dirglielo quando stanno guardando la tv sul divano e dirglielo nei momenti più disparati.

E come sempre, riceve tutto indietro, perché Simone è grande e riesce a farlo sentire importante come mai si è sentito in quella città, quando parlando con altre persone lo presenta Questo è Ivan, mio marito.

Sarebbe tutto stupendo, ma essere marito di Simone in certi eventi vuol dire anche seguire una condotta ineccepibile in alcuni momenti, perché il ragazzo si lascia andare, ma di certo non scherza con i momenti formali.

“Dobbiamo andare a fare le foto davanti a quel coso.” Bicchiere dell’analcolico in mano e gli occhi volti al cielo.

“Sei tu l’ospite, io ti guardo da qui.” Poi sinceramente, quel cartone quadrato utilizzato come sfondo è davvero terrificante, ne fa volentieri a meno. 

“Se non la smetti con questa storia…” Forse un po’ lo ha sposato per avere il privilegio di essere l’unico che lo riesce a fare ridere così. “Dai, che siamo vestiti bene, facciamoci fare due foto, non rompere.”

Due foto non gliele potrebbe mai negare, soprattutto se viene trascinato via per mano.

E se allora può approfittare del momento di noia davanti alle telecamere, non può farsi scappare l’occasione di cingere un braccio attorno alla schiena di Simone, mano sul fianco per tirarlo più vicino.

“Ti avrei fatto delle foto così anche io in camera, prima.” C’è tanto divertimento anche solo sentendo come Simone irrigidisce i muscoli mentre gli sussurra all’orecchio. “Quando torniamo mi fai ancora vedere come eri bello?”

Era bellissimo, Simone, sul piumone illuminato dal sole, la maglietta blu mai tolta in contrasto con le guance rosse mentre con le ginocchia gli teneva le gambe aperte.

“Smettila, davvero.” Almeno ne avranno una in cui si guardano.

“Te ne faccio fare qualcuna da solo. Ci vediamo in giro.” E una di un bacio sulla guancia con il volto esasperato di Simone.

 

Roma, grande città, grandi momenti celebrativi. Dopo tutto, da quelle strade non c’è passato solo Ivan con il quinto bicchiere della serata e l’ultima sigaretta del pacchetto in mano. 

Quelle vie sono state battute da molti grandi, che sono venuti prima e dopo di lui. 

E se grande città chiama grandi eventi, non possono che non esserci grandi discorsi. Quelli del Presidente della Repubblica, quelli del Papa, quelli del Presidente del Consiglio. E insomma, di conseguenza, quelli di Simone al Presidente e al Papa. Sullo stesso livello ormai.

Soprattutto perché quelli del marito sono gli unici gran discorsi che tollera. 

“Secondo te tra quanto ce la scampiamo?” Ivan glielo aveva chiesto a Simone appena era stato chiamato silenzio in sala per il momento dei ringraziamenti. 

“Non so se lo voglio sapere.” Anche Simone si era messo a ridere, qualche bicchiere di vino di troppo nello stomaco. 

O forse è che la quantità di liquidi è stata sproporzionata ai solidi per tutta la serata. 

Eppure ora mentre sono al secondo discorso di non sa nemmeno quanti, Ivan crede di essere davvero sull’orlo del cedimento. Non sono bastate le chiacchiere al tavolo con la Paolini, e nemmeno le battute sui vecchi atleti Armani per prendere in giro Simone a stemperare la noia. 

“Posso andare in bagno? Devo sgranchirmi le gambe.” Non sa nemmeno perché lo stia chiedendo a suo marito, non sono alle elementari dopo tutto. 

“Resisti. Che figura fai ad alzarti?”  Simone, che gli sta dando le spalle per metà, seduti a quel tavolo rotondo, quasi neanche si gira per parlargli. 

Peccato che Ivan stia resistendo già da troppo, e in quella battuta sulla partecipazione di Russo a questo evento, vorrebbe molto ci fosse stato un finale di verità. 

Perché a lui piace fare il marito perfetto davanti alle telecamere. Non lo avrebbe mai detto da grande, figuriamoci quell’Ivan che passeggiava tra un club e l’altro di Roma, poco importa se poi la serata iniziava con un ragazzo e finiva con una ragazza. No. Nessuno direbbe dall’esterno che essere la mera spalla di Simone in questi eventi incravattati sia un gran piacere per lui, orgoglio più che piacere. 

Ma arrivato al terzo discorso, nemmeno una mano sull’interno coscia lo salva dalla noia. Anzi, lo sguardo di Simone e quel smettila, non qua lo rimettono a posto abbastanza in fretta. 

Anche se Ivan avrebbe da ridere e ridire a quel non qua, e allora. “Andiamo in bagno.”

“Non ti rispondo neanche.” Mano che scaccia mano. 

È al quarto, l’ultimo, che davvero cede. Perché che male c’è ad andarsene prima? Una cordiale ed elegante irish exit per evitarsi convenevoli inutili. 

Simone deve giocarsi però il posto in consiglio federale questa sera, a quanto pare. 

“Simo. Oh. Ci alziamo?” Ci prova. Non demorde mai.

“Eh?” È proprio bello suo marito, ma sarebbe altrettanto bello poter tornare in camera. 

“Ci alziamo?” Ha speranza. 

“No.”

Labbra serrate, guance gonfie e il volto che si rivolge nuovamente verso il palco a troncare ogni speranza di fuga. 

Ad Ivan rimane solo che sedersi scompostamente contro quello schienale scomodissimo, ridere dell’espressione e della postura aristocratica di suo marito, e buttare giù l’ultimo goccio di prosecco che gli avevano servito con il dolce. 

“Smettila. Non ridere!” Glielo grida sottovoce Simone. “Menomale che ci hanno messo in fondo con il tavolo.” 

Sta ridendo anche lui.  

 

“Minchia che due coglioni.” 

A Ivan pare che la voce di Simone rieccheggi per tutta la villa, la sua voce e la sua risata mentre si passa le mani sul volto. 

“Ahh, quindi pure te ti eri rotto le palle.” Ivan non resiste a prenderlo da dietro, mani sulle spalle a scuoterlo per un po’ mentre si aggiunge alla risata. “Pareva volessi rimanere fino alla fine.”

Alza le spalle Simone, cerca di dimenarsi da quelle dita che lo stringono come hanno fatto innumerevoli volte sul campo. Ma il risultato è solo la risata che si fa più alta e i passi che si fermano sulla soglia del cancello. 

Le mani di Ivan scivolano facilmente sui fianchi, le labbra sulla nuca in un bacio. 

“Dio mio, no. Però neanche alzarci e lamentarsi come i bambini dell’asilo, o sbaglio?” 

Gliele prende quelle mani, le stringe con la risata ancora nella voce, il capo che si lascia andare all’indietro sulla spalla. 

“Ti fai troppi problemi tu.” Lasciano la presa, una pacca sui pantaloni ora stropicciati prima di riprendere la camminata. “Avrebbero dovuto far parlare te. Lì si che avrei prestato attenzione.”

Simone scuote la testa dissentendo, perché nonostante tutti i premi, tutte le medaglie, tutti i discorsi, non è mai stato uno da cercare il centro dell’attenzione. 

Forse per quello che quando hanno iniziato a parlare di loro hanno iniziato a chiamarlo opportunista, per quella immagine che ha sempre dato di sé. Ancora gli vien da ridere. 

“Non prendiamo il Taxi. Andiamo in un posto.” 

L’unico che se ne approfitta ora è Simone, intrecciando le dita con le sue e nell’altra mano Google Maps. 

Gli direbbe che basta chiedere dove, che lo porta lui per quelle strade che sa a memoria. Ma da Simone si farebbe guidare ovunque, mano nella mano. 

 

“Pensavi davvero che ti avrei fatto venire a Roma solo per quella cazzata?” La panchina è decisamente più comoda di quelle sedie da gran galà. “Non avrei nemmeno accettato se no.”

Trastevere, la musica, le insegne dei locali che illuminano i marciapiedi, i ragazzetti che fanno casino per le strade. A suo tempo, Ivan non ha mai negato un’uscita nel quartiere, nemmeno se la mattina dopo c’era allenamento, nemmeno se doveva svegliarsi presto per partire in trasferta. 

E per fare festa si è sempre impegnato, tanto. Quindi, portafoglio nelle tasche dei pantaloni strappati che scivolano dalla vita, canottiera attillata d’estate e maglietta a maniche corte d’inverno. Alla fine era l’alcol a riscaldarlo, o il sudore nei locali, con entrambi raggiungeva la temperatura ideale. 

“Sinceramente non me lo sarei mai aspettato.” Lo fa rilassare il pensiero di poter scoprire ancora suo marito dopo tutti questi anni. 

“Dubiti troppo di me.” Ride Simone, mentre appoggia il bicchiere di plastica sulla panchina. 

“Questa è proprio una cazzata.” Dal sacchetto appoggiato per terra tira fuori due panini comprati qualche via più in là. 

“Mah, secondo me a volte si.” Sarà che per l’occasione si è anche accorciato il pizzetto, ma è più dolce del solito in viso. “Passa qua dai.” 

Dolce come lui non lo è mai stato seduto con dei drink e dei panini su una panchina fronte Tevere. Di dolce in quel periodo non aveva proprio nulla, nemmeno il cuore di tenersi per un paio di uscite la stessa persona. Aveva altro per la testa nei suoi primi venti. 

Alla fine dei suoi trenta invece si trova con suo marito, in un completo stirato e poi stropicciato, a mangiare un panino con la porchetta su una panchina di Trastevere con una birra pagata a prezzo universitario. 

Gli scappa da ridere al vedere tutti i ragazzi come lo era lui passargli davanti, guardare questa aliena coppia di maggiordomi seduta appiccata su una panchina. Sono cambiate infinite cose da quando aveva la loro età. 

“Che ti ridi?” Simone ormai è a metà panino, una gamba tirata vicino al petto a rivelare quell’orrendo calzino grigio che gli aveva detto di non mettere. 

“Pensavo a come stiamo conciati qua. Menomale non abbiamo messo la cravatta.” Sarebbe stata davvero la sua fine. “Non ti senti un po’ fuori luogo?”

Simone aggrotta le sopracciglia masticando il panino. “E che mi frega? Facciamo un po’ ridere, però sai che mi importa?” 

A Ivan gli importa talmente poco che lo bacia senza nemmeno pensarci due volte. 

È sicuro uno dei migliori baci che ha dato a Trastevere, stringendosi suo marito con un braccio, la birra appoggiata sotto la panchina e la stagnola nell’altra mano. 

“Mi è venuta in mente una cosa.” Un altro bacio sulle labbra. 

“Si? Tipo tutte le tue serate qui?” La birra rossa gli nasconde il sorriso mentre parla. 

“Che è? Leggi nel pensiero ora?” Simone sa, non tutti i dettagli, solo quelli necessari. 

“Con te da sempre. Sei facile da capire.”

“Sei l’unico al mondo che lo dice, quindi non so quanto valga.”

Gli ha dato fastidio al principio, che un ragazzino di soli vent’anni riuscisse a capire cosa stesse pensando. Non lo riusciva ad accettare agli inizi che Simone potesse entrargli così tanto in testa, lui che si è impegnato anni per nascondere tutto a tutti. 

“Sono anche l’unico al mondo che ti può trascinare a questi eventi, o che ti fa costruire mobili, o che sopporta tutti i suoi sfoghi, o che viene sfruttato quando devi pulire la macchina…”

“Ho capito. Ho capito. Bravo.” Simone è l’unico in tante cose, Ivan lo sa. 

“E sono anche l’unico che ha avuto il coraggio di sposarti.”

“Coraggio? Addirittura.” Ne hanno avuto entrambi tanto negli anni. “E comunque anche io sono l’unico che ti sei sposato, mi auguro.”

“Non lo so. C’è tempo ancora per cambiare.” Gli piace quando Simone ride, quando esce fuori questo suo lato che sul campo non si vede. 

“Alza le chiappe Simone, andiamo. Che mi era venuta in mente una cosa romantica e tu hai deviato il discorso.” Come se poi non gli desse un bacio da gran marito che è. 

E Simone lo segue, si alza in piedi subito, cartoccio del panino pronto per essere gettato e l’ultimo sorso di birra che viene buttato giù. 

“Dove mi porti allora?” Non deve nemmeno chiedergli di tenergli la mano, viene spontaneo a Simone. 

“Andiamo a comprare un lucchetto. Non lo abbiamo mai fatto, siamo qui.” Fa spallucce, come se fosse la cosa più ovvia del mondo, mentre a Simone gli si illumina il volto. 

“Davvero? A sta ora però voglio vedere dove lo trovi un negozio.” 

Alla fine sono sempre i bangladini che gli salvano le serate di Roma. Perché nella città eterna c’è proprio spazio per tutti, anche se lo spazio dentro il market è risicato. 

C’è spazio per i ragazzi che si comprano una bottiglia di vodka in cinque, che li guardano strani mentre scelgono lucchetto e pennarello. 

C’è spazio per la coppia davanti a loro alla cassa, preservativi e popcorn appoggiati sul bancone. 

C’è spazio per il cane del proprietario che scodinzola guardandoli dal basso. 

Roma lo ha visto in tutte le sue sfaccettature, le più brutte, quelle belle non gli sono mai state concesse. Sono arrivate solo dopo, nel mezzo di una trasferta in Brasile che lo hanno fatto accasare a Perugia. 

Non se ne preoccupa troppo Ivan, perché se c’è spazio per tutti allora ci sarà spazio anche per questa sua migliore versione di sé che può regalare al Lungotevere. 

Quella grande, di età ma anche di spazio, perché finalmente si sente di star occupando i posti e lo spazio giusto nella vita. Quella felice, per davvero, anche dopo i chilometri camminati nelle scarpe eleganti, ma sempre mano nella mano. 

È sicuro che ci sia, perché lo sente mentre respira, che non c’è nulla che lo fa stare male, che riesce a respirare senza pensieri. 

Perché spazio lo hanno trovato anche nelle ringhiere per appenderci il lucchetto, le loro iniziali separate, unite, da un cuore in mezzo. 

Lo ha sempre pensato, gli anelli al dito lo confermano, che insieme a Simone potessero essere eterni. 

Anche più di Roma.