Chapter Text
Ilya
Il telefono iniziò a vibrare mentre Ilya stava ancora pattinando. Lo aveva lasciato sulla panchina per tutto l’allenamento del mattino, come sempre, e lì restò anche durante le altre due telefonate a vuoto che seguirono la prima. A pochi minuti dal recupero, Ilya si spinse verso la balaustra, si tolse un guanto con i denti e afferrò il cellulare. Cinque chiamate perse da un numero che non conosceva, con un prefisso che riconosceva benissimo, che si ripetevano ogni 15 minuti circa. Il telefono squillò di nuovo.
“Ilya, che hai combinato?” urlò qualcuno alle sue spalle.
“Tua madre continua a scrivermi.”
Le risate partirono da ogni direzione. Ilya si accorse che Shane lo stava guardando. Gli fece un mezzo sorriso, prima di allontanarsi con il telefono in mano.
Il corridoio che dava allo spogliatoio era freddo e silenzioso. Chi poteva chiamarlo dalla Russia? Quel coglione di suo fratello non era, e nemmeno Nadia, la compagna del coglione. E poi a chiamarlo era un numero fisso, non un cellulare. Pensò di non rispondere. Ilya non rispondeva mai ai numeri che non conosceva, e poi erano anni che aveva tagliato i ponti con la Russia e con tutto ciò che la riguardava. La Russia non gli aveva mai portato buone notizie. Fece un rapido calcolo: erano ormai le tre del pomeriggio, il che significava che a Mosca erano le dieci. Chi chiamava dalla Russia con tanta insistenza a quell’ora? E di nuovo, il telefono squillò.
“Pronto?”
“Ilya Grigorievich Rozanov?”
Era una voce di donna, fortissimo accento russo, in un ambiente silenzioso, o forse dipendeva solo dall’orario. Ilya ebbe un brivido quando si sentì chiamare con il patronimico. Era da quando Shane gli aveva fatto la proposta che non sentiva il nome di suo padre.
“Sono io. Chi parla?”
“Buonasera signor Rozanov. Sono Olga Semenova. Chiamo dai servizi per l’infanzia di Mosca. La contatto per una faccenda delicata, può dedicarmi un minuto?”
Ilya restò in silenzio un attimo.
“Sì.”
“Lei è il fratello di Alexei Rozanov?”
“Fratellastro.”
“Da parte di padre?”
“Sì.”
“Bene. Signor Rozanov, suo fratello è stato arrestato questa mattina insieme alla moglie, Nadia Viktorova.”
“Arrestati? E per cosa?”
“Spaccio di sostanze stupefacenti, produzione, traffico di armi illecite.”
“Perché mi contattate? Non pagherò nessuna cauzione…”
“Non si tratta di loro, ma dei bambini. Abbiamo in custodia Alina e Ivan Rozanov.”
“Chi è Ivan?”
“È il secondogenito. Lei è stato nominato dai coniugi Rozanov come tutore legale di entrambi i bambini, perciò la sto contattando. Suo fratello e sua cognata hanno temporaneamente perso la patria potestà, e quindi dobbiamo trovare una soluzione abitativa per i piccoli. Ora, la nostra politica è quella di lasciare i piccoli nell’ambito familiare, a meno che questo non sia possibile. Ci risulta residente in Ottawa, Canada. Non deve preoccuparsi di niente, perché saranno le mie colleghe a trasferire i bambini dalla Russia al Canada...”
Il cervello di Ilya smise di funzionare. Le informazioni gli arrivavano addosso come pietre. I coniugi Rozanov. Si erano sposati, alla fine. E avevano avuto un altro figlio. Un figlio a cui avevano imposto la tutela legale senza farsi lo scrupolo di mandare un messaggio per avvisarlo. Ilya ne era disgustato.
“Dove sono adesso i bambini?”, chiese infine.
“In orfanotrofio, signor Rozanov.”
Ilya chiuse gli occhi un momento.
“La famiglia di Nadia?”
“Si sono tirati indietro.”
“Ci deve essere qualcun altro.”
Ilya cercò di slacciare i pattini, ma l’unica cosa che gli riuscì fu creare un nodo piuttosto intricato con le stringhe bagnate.
“Signor Rozanov, mi rendo conto che sia uno shock. Cerchiamo insieme di trovare una soluzione.”
“Cosa succederà se li prendo?”
“Le mie colleghe porteranno i piccoli a Ottawa.”
“Per quanto?”
“La situazione di suo fratello è grave, signor Rozanov. Noi ci augureremmo di non dover spostare i bambini ulteriormente.”
“E cosa succederà se non li prendo?”
“Troveremo una collocazione per entrambi.”
“Cioè una famiglia?”
“Ivan potrà entrare nell’iter di affido pre-adozione, la sua giovane età lo rende perfettamente adottabile. È un bel bambino, faranno la fila per lui. Alina, beh, se non sarà scelta dalla famiglia adottante del fratello, resterà in orfanotrofio. Noi cerchiamo sempre di non dividere i fratelli, ma capisce che, data la situazione, sistemarne uno è meglio di non sistemarne nessuno.”
“Quanti anni hanno?” Ilya si vergognò a chiederlo.
“Ivan ha quattro mesi. Alina ha sei anni.”
Ilya era agghiacciato da quello che stava sentendo. Cercò di ricordarsi il viso di sua nipote. Gli tornò in mente una bambina molto piccola seduta sul pavimento durante il funerale di suo padre, le mani strette attorno a un giocattolo, i piedi nudi nonostante la temperatura fredda nella stanza. Era l’ultimo ricordo chiaro che aveva di lei, perché si rese conto di non averla più vista da quel giorno.
“Le lascio qualche tempo per pensarci”, tagliò corto Olga. “Non ci aspettiamo certo che ci dia la conferma al telefono, ma le manderemo una mail riassuntiva con quanto ci siamo detti e avrà tutto il tempo di fare le sue considerazioni. Ha qualche domanda in particolare?”
Una montagna. Ma rispose semplicemente: “No. Devo andare.”
“Ci sentiamo tra una settimana, se è d’accordo,” concluse Olga. Dopodiché attaccarono.
Ilya si trascinò fino allo spogliatoio. Le gambe si muovevano lente, pesanti nei pattini affilati. Si sedette e cercò di disfare il nodo del pattino sinistro, ma si fece ancora più stretto. Ilya imprecò in russo mentre la porta si apriva e i suoi compagni ritornavano dal recupero.
“Ilya?”
Eccolo, Shane. Il suo bellissimo e incredibilmente percettivo marito. Ilya si voltò immediatamente.
Shane restò sulla soglia con i capelli ancora umidi di sudore.
“Va tutto bene?”
“Sì, certo.” E continuò a cercare di slacciarsi i pattini.
***
In macchina, mentre tornavano a casa, Ilya non aprì bocca. Da quando erano usciti dall’arena, lo schermo dello smartphone continuava ad accendersi. Accanto a lui, Shane guidava in silenzio. Ogni tanto lanciava un’occhiata nella sua direzione, Ilya ne sentiva il peso del suo sguardo indagatore. Mandò un rapido messaggio a Svetlana. Iniziò a digitare in inglese, ma poi si fermò: ripristinò l’alfabeto in cirillico e le chiese di sentirsi il prima possibile. Svetlana rispose in inglese un semplice: “devo preoccuparmi?” Ilya rispose soltanto: “Da.”
Due bambini russi, non voluti, non cercati, che piombavano dall’altra parte del mondo per sconvolgere la vita come la conoscevano. Cercò di immaginare la propria casa con dei mini esseri umani dentro e il risultato fu ridicolo. Non avevano niente che fosse anche lontanamente adatto a ospitare dei bambini. Pensò alla casa di Hayden, coloratissima, disordinata, piena di giocattoli sparsi in ogni stanza, rumorosa senza possibilità di quiete. A Ilya piaceva andare a trovare i Pike, ma un conto era vederli ogni tanto e giocare a essere lo zio Ilya, un altro era prendersi carico dei suoi nipoti veri, per un tempo che poteva essere, potenzialmente, molto, molto lungo.
Gli venne in mente il suo frigorifero. Conteneva solo i piatti che si cucinava Shane, cibo macrobiotico e zero carboidrati. Ilya ordinava sempre porcherie. Cosa avrebbe dato da mangiare alla bambina? Salmone e zucchine? E un neonato! Dove lo avrebbe messo?
E poi non sapeva niente dei bambini. Niente di utile, almeno. Aveva trascorso anni nella precisione del suo lavoro, controllata al millimetro: allenamenti, trasferte, media, recupero fisico, sonno, alimentazione. Ogni cosa funzionava perché lui e Shane avevano imparato a tenere insieme quella vita con attenzione quasi maniacale. Due bambini avrebbero fatto esplodere tutto nel giro di venti minuti.
No, non poteva. Nemmeno se era temporaneo. Non poteva salvare il culo a suo fratello, ancora una volta. Erano problemi suoi, non di Ilya. Ilya non si rese conto di starsi mordendo le unghie.
“Buone?” chiese Shane senza staccare gli occhi dalla strada.
Ilya sollevò appena la testa e tolse le unghie dalla bocca.
“Brutta notizia?”
“Niente di importante.”
Shane tamburellò piano il pollice sul volante.
“Vuoi parlarne?”
Se avesse detto la verità, tutto sarebbe diventato reale. Non era affatto pronto a questo, così disse: “Sto cercando di capire una cosa.”
Shane annuì.
Il telefono vibrò ancora. Questa volta era una foto. Un bambino piccolissimo dormiva dentro un lettino di metallo, la bocca aperta appena e le mani chiuse vicino al viso. Ivan.
Cinque secondi dopo arrivò una foto di una bambina bionda, con il viso incorniciato da due trecce perfette, mentre sorrideva senza un incisivo seduta composta su un’altalena. Bloccò subito il telefono e appoggiò il viso sul finestrino, con gli occhi chiusi. Poteva sempre fingere un’emicrania.
***
Shane
A casa, Ilya si comportò come si comportava ogni giorno. Lasciò le chiavi sul mobile d’ingresso. Si tolse la giacca e la appese, storta, sull’appendiabiti. Aprì il frigorifero, non ci trovò niente di che, richiuse subito. Il tutto, però, era fatto in completo e totale silenzio. Ilya parlava sempre. Commentava qualunque cosa gli passasse davanti agli occhi, litigava con la televisione, prendeva in giro la gente nel traffico, raccontava pezzi inutilissimi della giornata come se fossero fondamentali. Anche nei momenti peggiori della loro relazione, Shane aveva imparato a riconoscere il suo umore dal quantitativo di parole che diceva al minuto. Lo osservò mentre girava per la cucina con il telefono ancora in mano. Lo schermo si illuminava ogni pochi minuti e Ilya abbassava immediatamente gli occhi.
“Vuoi thai o italiano?” chiese Shane, più per rompere il silenzio che per effettiva fame. Anzi, a dirla tutta, aveva lo stomaco contratto dall’ansia.
“Uguale.”
Ordinò thai. O meglio, ordinò dei noodle di zucchine sconditi per lui e il pad thai più calorico del mondo per Ilya. Mangiarono con il rumore dei contenitori di cartone e delle bacchette che urtavano il piatto a ogni boccone come unico suono. Ilya mangiava con la sua solita voracità da liceale in un corpo di trentatré anni, e nel frattempo il suo telefono vibrava, vibrava, vibrava. Ilya lo tirava fuori dalla tasca di volta in volta; leggeva il mittente, metteva via. A un certo punto Shane appoggiò lentamente le bacchette.
“Ilya.”
Lui alzò la testa. Aveva gli occhi più belli dell’universo.
“Me lo diresti, se ci fosse qualcosa che non va?”
Ilya lo guardò per qualche secondo. Poi allungò una mano attraverso il tavolo e gli sfiorò il polso.
“Sì, moya lyubov'.”
La voce era morbida. Sincera, perfino.
Il telefono vibrò di nuovo sul tavolo, stavolta per più tempo, e rimase illuminato abbastanza a lungo da permettere a Shane di leggere il nome prima che Ilya lo girasse. Svetlana. Shane abbassò gli occhi sul proprio piatto. Nessun motivo di preoccuparsi, Ilya sentiva spesso Svetlana. Poi Svetlana passò dai messaggi a una chiamata, alla quale Ilya rispose immediatamente. E parlò in russo. Di solito, con Svetlana, Ilya usava un miscuglio di inglese e russo, soprattutto quando Shane era presente. Ebbe l’impressione che Ilya stesse parlando al triplo della velocità solita. Ilya riattaccò e Shane lo guardò restare fermo col telefono in mano per un paio di secondi di troppo.
“C’è qualche problema, Ilya?” chiese Shane.
“No,” rispose Ilya, mentre andava a buttare via i contenitori della cena.
Più tardi provarono a guardare un film sul divano.
Dopo quasi quaranta minuti Shane non avrebbe saputo dire cosa stesse succedendo sullo schermo. Ilya sedeva accanto a lui con un braccio appoggiato dietro le sue spalle, ogni tanto gli accarezzava i capelli e glieli baciava. Shane cercò di concentrarsi sul film: un uomo correva da qualche parte. Esplosioni. Musica troppo forte. Il genere di Ilya. Alle undici passate il telefono si illuminò ancora una volta. Ilya bloccò il telefono senza nemmeno guardarlo, appena prima di alzarsi dal divano con uno stiracchiamento esagerato.
“Sono distrutto, vado a dormire”, disse a Shane, prima di chinarsi verso suo marito per baciarlo.
“Ti amo,” mormorò.
“Ti amo anch’io.”
Ilya gli rivolse un sorriso stanco prima di sparire al piano di sopra.
Shane rimase sul divano ancora qualche minuto con il film acceso davanti e il rumore della televisione che riempiva l’appartamento, poi prese il telecomando e spense quel fracasso. Si preparò una tisana, giusto per occupare almeno una mezz'ora prima di salire da suo marito. Forse aveva bisogno di stare un po’ da solo, e preferiva lasciargli più spazio che poteva.
Qualunque cosa stesse succedendo, Ilya aveva paura di dirgliela.
***
Ilya
Il sonno non arrivava. Non che se lo aspettasse particolarmente, comunque. Alle cinque del mattino Ilya era stanco di guardare il soffitto. Shane, girato su un fianco, russava piano accanto a lui. Gli venne voglia di accarezzarlo, ma si trattenne. Incapace di dormire, scese in cucina e aprì il portatile.
Entrò nella sua casella mail e diede un’occhiata ai materiali che non aveva voluto leggere. Una mail conteneva le cartelle mediche di Alina e Ivan. Un'altra i loro certificati di nascita, con i timbri blu dell'anagrafe e i bordi consumati del foglio originale, un'altra ancora il decreto dell'organo di tutela. Aprì l’allegato successivo, c’era l’autorizzazione all’espatrio, gli ultimi certificati scolastici, una lettera breve dell’insegnante di Alina e un foglio scritto dall’assistente sociale.
Diceva che Alina soffriva d’insonnia da quando i genitori erano stati arrestati, e che Ivan era decisamente sotto peso per la sua età. Più apriva mail, più gli sembrava ce ne fossero altre da aprire. Le archiviò tutte. Quando si accorse che le mani stavano tremando e il respiro stava diventando sempre più affannoso, uscì dalla porta d’ingresso e stette alcuni minuti nel freddo della notte canadese. Non era il momento di crollare.
Tornò in casa, si sdraiò nel suo letto e riuscì a chiudere gli occhi per una mezz'ora, finché la sveglia delle 6:00 di Shane lo colpì prepotentemente. Sentì suo marito alzarsi, delicatamente, e lui restò a letto ancora un po’.
***
Quando aprì gli occhi, Ilya ci mise un momento a capire dove fosse. In quelle poche ore di sonno aveva sognato sua madre Irina, o meglio, aveva sognato una donna senza volto che sapeva essere sua madre. Nel sogno Irina gli tendeva la mano. Probabilmente Ilya era un bambino, perché la donna gli appariva così grande e alta. Poi gli apparve suo fratello con gli occhi pieni di odio, mentre a denti stretti lo chiamava frocio.
Frocio, diceva, frocio. Al che, sua madre si avvicinò a lui e gli coprì dolcemente le orecchie, senza dire nulla.
Ilya avrebbe dato tutto per sentire ancora una volta la sua voce. Tenne chiusi gli occhi ancora un momento, nella speranza che il volto di sua madre riapparisse magicamente, ma ormai era andata. Dal piano di sotto arrivava il rumore basso della macchina del caffè e, ogni tanto, il ticchettio veloce della tastiera del computer. Shane era sveglio da ore, probabilmente già immerso nei video delle partite o nelle statistiche che rivedeva in modo quasi ossessivo. Ilya rimase seduto sul bordo del letto qualche secondo con il telefono in mano prima di comporre il numero di Svetlana.
“Ilyusha.”
Lui si passò una mano sugli occhi e uscì dalla camera. Attraversò il corridoio in silenzio e scese un paio di scalini, abbastanza lontano da sentire Shane muoversi in cucina senza dover sostenere una conversazione davanti a lui.
“Ti ho svegliata?”
“Sono a Boston, idiota. Sono quasi le nove.”
Giusto.
“Allora?” chiese Svetlana piano. “Come stai?”
“Mi hanno mandato altra documentazione.”
“L’hai letta?”
“Non tutto. È tantissima roba. E continuano a chiedermi questo documento e quest’altro documento.”
“Vuoi che vada a Mosca? Posso prendere un volo domani. Controllo la situazione, parlo con qualcuno, vedo i bambini.”
“No.”
“Posso farlo, davvero.”
“Non posso chiedertelo, Svet. E poi non credo ti direbbero comunque molto.”
Svetlana abbassò leggermente la voce. “Quali sono le tempistiche?”
Ilya guardò verso il piano di sotto. Da dove si trovava vedeva soltanto un angolo della cucina e la schiena di Shane davanti al computer.
“Non lo so ancora. Svet, io non so niente. Non so neanche cosa ha fatto precisamente mio fratello. È un cazzo di casino, cristo santo.”
Era vero. Niente sulle loro abitudini, su cosa mangiassero, su chi li accompagnasse a scuola, su quale cartone guardasse la bambina o se il piccolo dormisse la notte. Non conosceva nemmeno il suono della loro voce.
“Cosa ha detto Shane?” chiese Svetlana.
Ilya rimase zitto.
Dall’altra parte della linea seguì un silenzio molto breve.
“Oh, Cristo.”
“Glielo dirò.”
“Quando?”
“Non lo so.”
“Ilyusha.” Stavolta la voce di Svetlana si addolcì appena. “Sempre allo stesso punto, eh?”
Dal piano di sotto Shane rise per qualcosa comparso sullo schermo del computer.
“Sto cercando di capire cosa fare.”
“No,” disse Svetlana con calma. “Tu stai cercando di risolvere tutto da solo, come sempre del resto.”
“Due bambini, Sveta. Cosa cazzo dovrei fare con due bambini?”
Per la prima volta da quando tutta quella storia era iniziata, la frase uscì dalla sua bocca ad alta voce. Sentì immediatamente il peso reale delle parole.
Svetlana rimase in silenzio qualche secondo.
“Cosa cazzo farete, Ilya.”
***
Shane
Per il resto della settimana Shane non fece altro che osservare Ilya. Non poteva concentrarsi su nient’altro, neanche se avesse voluto: il pensiero che suo marito stesse vivendo un qualcosa di brutto, o se non brutto, di preoccupante, e che Shane ne era all’oscuro, non lo faceva stare tranquillo. Ilya non pareva aver modificato di una virgola la sua routine, che per quanto caotica fosse, si manteneva salda in poche regole ferree. Sveglia alle otto, corsetta o esercizi mattutini, e poi allenamento. C’era solo questo smartphone sempre attaccato alla mano di Ilya, mai lasciato incustodito, e spesso tenuto con lo schermo rivolto verso il basso. Sapeva che era Svetlana a scrivergli, o meglio, a rispondere ai messaggi di Ilya, e Shane non riusciva a immaginarsi una ragione per la quale Ilya fosse così bisognoso di contattarla. Se ci pensava, provava un leggero moto di gelosia. In fondo, da ragazzini si frequentavano, avevano scopato tante volte, per anni. Come avevano fatto lui e Ilya, a pensarci.
In quei giorni Shane si trovò a pensare spesso a quella chiamata con Svetlana. Conosceva abbastanza russo da raccogliere parole sparse, soprattutto quando Ilya parlava lentamente o cercava di farsi capire. La chiamata con Sveta era stata veloce, frammentata, piena zeppa di parolacce e chissà cos’altro. Aveva colto nitidamente due parole perché Ilya le aveva ripetute più volte: Двое детей. Due bambini. C’era un pensiero in un angolo nella testa di Shane a cui si rifiutava di dare spazio. Shane si fidava ciecamente di Ilya. Ilya non lo avrebbe mai tradito con nessuno, e di certo non con Svetlana. Ma quei due bambini: cosa potevano significare, se non che Svetlana fosse incinta? E che il padre fosse, ovviamente, Ilya?
No, non poteva permettersi di dare spazio a questo pensiero irrazionale, non il giorno prima di una partita. Così preparò un frullato proteico a Ilya e glielo versò nella borraccia, che inserì nel suo borsone dell’allenamento. Controllò che ci fosse tutto, si accorse mancavano i calzettoni da hockey. Shane ne recuperò un paio dei suoi e glielo mise nel borsone, che portò in macchina. Ilya lo raggiunse in pochi minuti.
Ilya si limitava a guardare fuori dal finestrino, assente e muto. Shane fu a tanto così da deviare verso il McDonald’s e fargli ordinare uno dei suoi panini alle uova che Shane trovava disgustosi, e che invece Ilya trangugiava al mattino, ma ebbe la fastidiosa impressione che quella mattina neanche il McGriddle lo avrebbe aiutato.
Arrivati in arena, Ilya salutò con un cenno i compagni, si vestì e andò direttamente in pista. Niente Bad Bunny messo a palla sul telefono, per, come diceva lui, caricare la squadra con un po’ di perreo, niente battute su Hayden, o Scott Hunter, o Troy, o qualsiasi compagno presente.
Tutti guardarono Shane. Troy gli domandò quello che tutti loro, lo sapeva, si stavano chiedendo. “Avete litigato? Guai in paradiso?”
“Non abbiamo litigato. È così… è strano, non lo so.”
“Gli passerà.”
In pista, Ilya sbagliò tutto quello che poteva sbagliare. Bruciava i passaggi, perdeva il disco, era troppo lento rispetto ai compagni. Il suo cattivo umore influenzò un po’ tutta la squadra che, come se fossero in un alveare, alla mancata concentrazione del proprio capitano rispondevano con un disorientamento diffuso. Ilya fece pochi tiri, e li sbagliò tutti.
Coach Wiebe fischiò per fermare la partitella.
"Rozanov, che cazzo succede oggi?"
Diversi ragazzi si voltarono automaticamente verso di lui. Ilya si tolse il paradenti con un gesto secco. "Niente."
L'allenatore lo fissò qualche secondo. "Allora svegliati."
Per qualche minuto sembrò funzionare. Ilya tornò dentro l'esercizio con più concentrazione. Poi sbagliò di nuovo una ricezione facile e il disco gli scappò dal controllo.
Questa volta Wiebe non alzò nemmeno la voce. "Vai in panchina. Cinque minuti."
Ilya si spinse verso la balaustra senza discutere. Si sedette piegato in avanti, i gomiti sulle ginocchia e il casco ancora addosso. Dopo pochi secondi tirò fuori il telefono, altra cosa che Ilya non faceva mai. Quando finalmente rientrarono nello spogliatoio, Shane lo osservò sfilarsi l'attrezzatura in silenzio. I compagni di squadra erano in una specie di silenzio rispettoso, ognuno preoccupato per il proprio capitano. Quella sera, però, Shane non avrebbe lasciato perdere.
