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Summary:

[Italian]
Quando venne tirato fuori dall’acqua gelida del canale, la prima cosa che Dick fece fu di inspirare a pieni polmoni.
La seconda fu di vomitare tutta l’acqua che aveva inghiottito durante quel bagno fuori programma intanto che la stessa persona che l’aveva salvata gli massaggiava la schiena per sostenerlo e aiutarlo.
Con il petto dolorante e la bocca che bruciava per il vomito, Dick si lasciò infine appoggiare contro il muro; solo a quel punto il ragazzino si decise ad aprire gli occhi.
E sorrise.

Notes:

Work Text:

Quando venne tirato fuori dall’acqua gelida del canale, la prima cosa che Dick fece fu di inspirare a pieni polmoni.

La seconda fu di vomitare tutta l’acqua che aveva inghiottito durante quel bagno fuori programma intanto che la stessa persona che l’aveva salvato gli massaggiava la schiena per sostenerlo e aiutarlo.

Con il petto dolorante e la bocca che bruciava per il vomito, Dick si lasciò infine appoggiare contro il muro; solo a quel punto il ragazzino si decise ad aprire gli occhi.

E sorrise.

“Non sono mai stato tanto felice di vederti, zio Clark.” rantolò lui tra un colpo di tosse e l’altro.

Nella penombra della sera veneziana, Superman gli sorrise; e tuttavia, malgrado la propria confusione, Dick riconobbe quel sorriso come forzato.

“Sono arrivato il prima possibile.” rispose il kryptoniano mentre gli spostava una ciocca di capelli bagnata “Cos’è successo? Ti ho sentito chiedere aiuto e ti ho trovato a faccia in giù nel canale.” chiese poi l’alieno con espressione severa.

Dick inspirò un po’ più profondamente e tossì fuori dell’altra acqua, che scese come un rigagnolo lungo il mento.

“Dick?”

“S-Sto bene. Sono stati dei ragazzi più grandi del n-nostro gruppo.”

“Ti hanno buttato in acqua?”

Dick annuì ma non disse nulla.

“E l’insegnante? Bruce mi ha detto che eravate in gita scolastica.”

“S-Sono venuti in camera mia e mi hanno chiesto di andare con loro. Hanno detto che la signora Vasilji aveva bisogno di un interprete.”

“E invece…”

Dick annuì e cercò di asciugarsi la faccia ma era completamente zuppo e la manica della felpa puzzava di acqua stagnante.

“E invece?”

Superman gli posò una mano sulla spalla e gli sorrise con affetto quando questi ebbe alzato lo sguardo.

“Quando siamo arrivati in strada, mi hanno spintonato, preso a calci… Mi hanno detto che… che sono uno sporco z-zingaro e che m-mi avrebbero dato una lezione. Ho provato a divincolarmi, lo giuro, ma erano di più ed erano più grossi. Non potevo usare le tecniche che mi ha insegnato Dami, non su dei ragazzini. Ma sono Robin, accidenti! Non posso farmi prendere a calci così!”

Superman sgranò gli occhi.

“Dick, anche tu sei un ragazzino.” disse lui con tono sorpreso, “E non avevano diritto di dirti quello che ti hanno detto, men che meno avevano diritto di picchiarti. Non hai colpa di niente. Essere Robin non ha importanza in questa situazione, non sei a Gotham, sei in gita scolastica e gli adulti avrebbero dovuto vigilare sulla tua sicurezza e sulla tua salute.”

Superman si inginocchiò davanti a Dick e sganciò il mantello dalle spalle; con un gesto solo, glielo drappeggiò addosso e cominciò a massaggiargli le braccia per riattivare la circolazione. Quando fu soddisfatto, avvolse il ragazzino nel drappo rosso e lo prese tra le braccia.

“Devo portarti in ospedale per farti dare un’occhiata.”

Dick si accoccolò contro la spalla del kryptoniano e sbuffò.

“Dobbiamo proprio?” chiese con voce roca.

Clark annuì. “Ti ho dovuto far sputare mezzo canale e credo tu abbia anche qualche costola incrinata, e certo non posso riportarti in albergo, nelle mani di quella gente…” sussurrò l’alieno, “Avvertirò io Bruce, se la tua insegnante non l’ha ancora fatto. Parlerò io con il medico del pronto soccorso, dirò di averti visto nel canale mentre tornavo da una missione della JLA, qualcosa mi inventerò. Sei minorenne, sei in un altro paese e al momento sei da solo. Anche se non fossi praticamente mio nipote, non ti lascerei in ospedale senza supporto.”

Con le guance rosse per l’imbarazzo, Dick sorrise e si sistemò meglio tra le braccia dello zio.

“Grazie, zio Clark.”

L’uomo sorrise e poi prese il volo.

  • §§

"Clark. Cosa c'è?"

"Volevo darti un preavviso, nel caso non ti avessero ancora chiamato."

"Uhm?"

"Sono in un ospedale, a Venezia."

"..."

"Ho appena lasciato Dick con gli infermieri. L'ho trovato che galleggiava in un canale"

"..."

"Bruce?"

"Come?"

"Adesso non è importante. In quanto riesci a essere qui?"

"Chiamo Damian e partiamo."

"Jason e Timothy?"

"Sono in Cina al momento. Li chiamerò dall'aereo."

"Non ti ha ancora contattato nessuno? Davvero?"

"No, Clark, altrimenti non sarei sul punto di sollevare la scrivania e lanciarla dalla finestra del mio ufficio. Quando l'hai...?"

"Circa un'ora fa. Gli ho fatto sputare tutta l’acqua ed è poi sempre rimasto cosciente e respirava da solo ma ho preferito portarlo in ospedale. Bruce, è stato buttato in acqua da dei compagni di scuola. E l'hanno lasciato lì."

Bruce Wayne si sfregò un occhio nel tentativo di rimettere a posto i pensieri e calmarsi.

“Sei in borghese o in costume?”

“In costume, l’ho portato qui in volo. Sono salito sul tetto dell’ospedale per chiamarti e avvertirti. Hanno chiamato il consolato perché Dick è minorenne e sta arrivando il console in persona, resterò qui finché non arriverà e, se ti fa sentire più tranquillo, resterò finché non arriverete voi.”

Bruce sospirò: tra sé e sé, ringraziò Krypton per essere esploso e aver costretto Kal-El a raggiungere la Terra.

Con la coda dell’occhio, osservò l’orologio sulla parete e calcolò mentalmente quanto ci sarebbe voluto per raggiungere l’Italia.

“Non appena arriva il console, torna alla Torre di Guardia e resta in standby. Il resto della famiglia resterà in città per pattugliare.”

“D’accordo. Ho capito. Non preoccuparti, Dick ha detto che ti aspetta.”

A Bruce si strinse il cuore.

“Partiremo tra un’ora. Se riesci a farglielo sapere.”

“Senz’altro. Mi farò sentire domani mattina.”

Senza salutare, Batman chiuse la comunicazione; i minuti successivi furono un vortice di immagini sfocate: quando riprese il controllo di sé, Bruce Wayne si trovò con gli occhi che pungevano per le lacrime e i documenti sul tavolo che erano stati sparpagliati per la stanza in varie condizioni di distruzione.

Sulla soglia dell’ufficio, vide la sua segretaria, la cui espressione spaventata coronava il tutto.

“Miriam, chiama l’aeroporto e fai preparare il jet per me e per Damian. Subito.” disse Bruce mentre raccoglieva i brandelli delle copie dei contratti che avrebbe dovuto leggere entro la fine della giornata.

“S-Sì, signore. Piano di volo?”

“Italia.”

La donna sgranò gli occhi. “Richard sta bene?”

Bruce scosse la testa ma non disse nulla, non si fidava del groppo che aveva in gola.

Lei annuì e, a testa bassa, sparì nel corridoio; Bruce ne poteva udire il passo svelto mentre percorreva la breve distanza che la separava dalla sua scrivania nell’anticamera, la sentì parlare a voce alta e con tono agitato con qualcuno e poi più nulla.

Con un sospiro, Bruce tirò su la sedia che aveva scagliato a terra e raccolse il proprio telefono cellulare, finito sotto una pila di contratti; con mano tremante, premette il tasto di chiamata rapida di Damian.

Il figlio non lasciò passare il secondo squillo prima di rispondere.

“Padre, che succede?”

Per un attimo, la voce gli venne meno, aprì e richiuse la bocca più volte senza riuscire a proferire parola; poi un singhiozzo gli eruttò dalla gola e non riuscì a coprirlo con la mano.

“Padre?”

“D-Damian. Vieni subito qui. Dobbiamo partire immediatamente.”

“Sono già in ascensore. Cosa succede? Davvero.”

Bruce raddrizzò le spalle, cercò di prendere un respiro profondo ma un singhiozzo traditore gli mozzò il fiato in gola.

“Sono davanti alla scrivania della tua segretaria. Arrivo.”

Nel momento in cui Damian ebbe fatto il proprio ingresso nell’ufficio, Bruce si accasciò a terra con il telefono cellulare stretto al petto e le ginocchia affondate nella moquette.

“Padre, che è successo?”

La voce di Damian suonava preoccupata alle orecchie dell’uomo mentre si avvicinava; lo sentì inginocchiarsi al suo fianco e posargli una mano sulla spalla. Il Wayne più anziano scosse la testa e si sforzò di guardare il figlio negli occhi.

“Ha chiamato Clark. È a Venezia, con Dick.”

La mano sulla sua spalla si irrigidì e strinse un lembo di giacca.

“L’ha trovato in un canale, è in ospedale.”

“In ospedale.” ripeté Damian.

“Sì. Clark ha detto che era cosciente ma dobbiamo-”

“Come ha fatto mio fratello a finire in un canale?” la voce di Damian si alzò di un’ottava.

Bruce sospirò. Si prese qualche istante per pesare le parole e valutare quali usare per limitare al massimo la reazione furibonda del figlio maggiore, i cui occhi già brillavano di rabbia; poi, consapevole che non ci fosse altro modo per dirlo senza indorare troppo la pillola al proprio partner, a Nightwing, Batman ne sostenne lo sguardo per qualche secondo prima di lasciare che tutto uscisse fuori.

Preoccupazione.

Ansia.

Paura.

Perché Dick era prima di ogni altra cosa suo figlio – seppur da poco meno di un anno – e il pensiero di aver rischiato di perderlo senza saperlo gli stringeva lo stomaco come in una morsa.

“Dalle parole di Dick, è stato aggredito da alcuni compagni di scuola. Non sono a conoscenza dei dettagli,” lo prevenne lui “ma Clark ha detto che era cosciente e che sta arrivando il console americano in ospedale per stare con Dick mentre noi arriviamo.” concluse prima di alzarsi in piedi.

Damian lo imitò.

“Chiamo Pennyworth.” disse il giovane uomo già con il cellulare in mano, “Jason e Timothy?”

“Ci penso io.” lo rassicurò Bruce, “Ma non so esattamente dove siano… Hanno un programma molto fitto e l'unico a conoscere tutti i dettagli è Jason. Ha insistito per motivi di sicurezza per Tim."

"Se non li trovo entro i prossimi minuti gli spedisco contro Kent. Conosce molto bene il battito del cuore di Jason e sa come rintracciarlo."

Poi Damian gettò le braccia al collo del padre e posò la fronte contro la spalla dell’uomo.

“Se hanno ferito Richard in modo grave…”

Bruce, con una mano occupata dal telefono, ebbe qualche difficoltà a sorreggere il figlio ma riuscì a cingergli le spalle con il braccio e a stringerlo.

Non si fidava della propria voce in quei momenti, non sapeva se ad uscire sarebbero state parole di conforto oppure parole che avrebbero fomentato la rabbia del giovanotto già così provato e a malapena in grado di mantenere il controllo.

“Sento il sapore del sangue, Padre… Sto rivalutando i metodi di Talia.” mormorò lui con i pugni stretti, “Non posso perdere un altro fratello.”

Bruce avrebbe voluto rassicurarlo, dirgli che non avrebbe più perso nessuno dopo Jason, che lui l’avrebbe impedito, ma la paura era una subdola bastarda e gli stringeva il cuore in una morsa.

“Non voglio un altro Jason…”

“Non accadrà, te lo prometto, Damian…”

“Richard avrebbe dovuto essere al sicuro, perché non è stato così?”

Bruce scosse la testa.

“Non ho una risposta, figlio mio. Ma ci assicureremo che non accada più.”

Damian annuì prima di stringere più forte il padre; dopodiché, sciolse l’abbraccio e l’uomo più anziano vide sul volto del figlio la stessa espressione crudele che aveva visto fin troppe volte associata a Talia e al padre di lei.

Era il viso della Testa di Demone in caccia.

“Andiamo. Richard non starà solo un minuto più del necessario.”

In quel momento, il telefono del primogenito iniziò a squillare e, se la suoneria personalizzata era un indizio, Damian si ritrovò a sorridere, sollevato.

“Timothy, dove siete?”

  • §§

"Dov'è mio fratello?!"

Dick si svegliò di soprassalto a causa della voce che gridava in corridoio.

Una voce familiare che gli fece venire le lacrime agli occhi.

Mentre il console si alzava dalla sedia, la porta si spalancò e sulla soglia apparve Damian Wayne; il bordo del lungo cappotto che indossava sbatteva contro i polpacci come se fosse stato mosso da un uragano e ansimava.

Dick sentì il cuore saltargli in gola e allungò le braccia verso il fratello.

Fratello che si precipitò attraverso la stanza, ignorando il diplomatico, e si gettò sul letto per abbracciare Dick.

Poi vennero le lacrime e i singhiozzi.

"Akhi..."

Stretto da Damian, il bambino si aggrappò alle sue spalle e nascose il viso nell'incavo del collo.

"Richard, come stai?" chiese il più anziano a bassa voce, "Siamo arrivati il prima possibile." mormorò lui.

Dick annuì ma non rispose, il groppo in gola era soffocante; si limitò a lasciarsi andare contro il corpo ben più massiccio del fratello maggiore e a stringere il pugno attorno a un lembo del cappotto nero.

"Sono qui, Richard. Sono qui, e nostro padre è qui fuori. E c'è anche Pennyworth." gli sussurrò Damian all'orecchio, "Stanno arrivando anche Jason e Timothy."

Dick sentì la mano di Damian passare tra i suoi capelli e quel movimento ritmico sciolse tutta la tensione che aveva accumulato in quelle ore mentre la sua coscienza comprendeva finalmente che era al sicuro.

La sua famiglia era lì e non avrebbero permesso che gli facessero ancora del male.

"Avevo paura." confessò Dick con un filo di voce, "Temevo di morire... Quando non mi è più arrivato ossigeno ai polmoni, ho temuto di n-non rivedervi più..."

"Richard, ti prometto che chiunque ti abbia fatto questo la pagherà molto cara." sibilò Damian.

Richard singhiozzò più forte e si aggrappò alle spalle del fratello come se fossero state la sua unica salvezza.

"I-io avrei voluto difendermi ma erano troppi e n-non potevo..."

"Richard, respira..."

Damian si chinò sul fratello e gli prese il mento tra le dita, costringendolo a guardarlo negli occhi.

Il più piccolo aveva il viso arrossato e gonfio, le spalle scosse dai singhiozzi, ma si sforzò di ricambiare lo sguardo del più grande.

"Richard, quella feccia non merita le tue lacrime. La pagheranno, oh se la pagheranno, ma non sei tu a dover piangere."

Sarebbero stati loro a piangere, ma Damian non lo disse ad alta voce, non con le orecchie del console americano tese verso di loro.

"Ora calmati, altrimenti non posso far entrare nostro Padre e Pennyworth. Ti rendi conto del motivo?"

Dick annuì. "Altrimenti Alfie e B si arrabbiano moltissimo e diventano più aggressivi di Timmy al mattino senza caffè."

“Perfetto, Richard. E io voglio riportarti a casa il prima possibile." Damian gli scompigliò i capelli, "Se ti sei tranquillizzato, posso farli entrare. Intanto cerco di capire in quale aeroporto dimenticato dal Signore sono finiti i nostri fratelli."

"Però non andartene..." mormorò Dick.

"No, Richard. Ho un cellulare, se il console Lesterson mi offre gentilmente il posto su quella poltrona, resto."

Lesterson si affrettò ad alzarsi in piedi.

"La ringrazio." disse Damian con un cenno della testa, "E la ringrazio per essersi preso cura di mio fratello fino al nostro arrivo. Da quanto mi è stato riferito, l'ha preso in custodia da Superman?"

"È stato un piacere, signor Wayne. Richard ha avuto una nottata agitata e ammetto che avrei voluto fare di più, ma non ho figli e non so come gestirli. L'unica cosa che ho potuto fare è stata chiedere al mio assistente di procurarsi qualche animale di pezza che lo confortasse fino al vostro arrivo."

Damian notò in quel momento l'elefante per metà coperto dalla trapunta.

“Con quel pupazzo ha guadagnato parecchi punti agli occhi di mio fratello. Gli elefanti sono i suoi animali preferiti."

Dick annuì con gli occhi bassi.

"Mi dispiace essermi comportato male."

"No, figliolo. Non devi scusarti, è stata una situazione difficile. Ma ora che la tua famiglia è arrivata, posso lasciarti a loro senza timore. Se riuscisse a farmi sapere come sta..."

“Nostro padre sarà lieto di contattarla in consolato per informarla prima del nostro rientro negli Stati Uniti." Damian allungò la mano verso il console, "La ringrazio ancora per tutto."

Una volta che Lesterson fu uscito, Damian si levò il cappotto e lo appese. Poi si sedette sul materasso e prese Dick in braccio.

"Ti fa male da qualche parte?" gli chiese.

Dick si accoccolò contro il fratello e sospirò sollevato.

"Solo l'accesso della flebo." disse lui, "Mi prude."

"Nient'altro? Sii sincero, Richard, qui non si tratta di una caduta dal lampadario perché Timothy ti ha sfidato, è un'aggressione." Damian lo guardò con severità.

"L'ho già raccontato alla polizia ieri sera. Mi facevano male il collo e le braccia ma adesso non tanto."

"Ti hanno fatto delle lastre?" chiese ancora il più anziano.

"Sì, le ha l'infermiera. Ha detto che ho ancora del liquido nei polmoni e che devono aspirarlo ma che hanno bisogno del permesso di un genitore per farlo…"

"D'accordo. Ora faccio entrare Pennyworth e nostro padre e intanto cerco di capire dove si sono cacciati quei due imbecilli di Jason e Timothy."

"Imbecille sarai tu, Akhi."

Sulla soglia della stanza, erano apparsi i due fratelli ancora mancanti, i vestiti stropicciati e il fiatone.

Dick cercò di sorridergli ma si ritrovò a singhiozzare.

"Sempre educato, vero, Jason?" lo rimbeccò Damian mentre stringeva di più Dick, "Pensavo vi foste persi in qualche aeroporto sperduto nell'Honan."

"Siamo tornati indietro il prima possibile. Abbiamo noleggiato un jet charter ma non abbiamo potuto metterci meno di 10 ore."

Timothy aveva la faccia di chi non dormiva da più di 72 ore ma si sforzò di sorridere al fratellino.

“Forse era meglio un boomdotto.” fece notare Damian; ma Tim scosse la testa e si lasciò cadere sulla sedia più vicina.

“Come avremmo spiegato la mancanza di documenti?”

"Eravamo molto preoccupati, piccoletto." disse poi Jason mentre si avvicinava al primogenito; osservò con attenzione il viso del fratellino e catalogò tutte le ferite che riusciva a vedere; ad ogni taglio, sentiva la Follia della Fossa crescergli dentro.

"Chi cazzo è stato a ridurti così, pulcino?" brontolò il terzo Robin.

Dietro di loro, entrarono Bruce e Alfred.

Dick allungò le braccia verso il padre e gli occhi gli si riempirono di lacrime.

Bruce lo sollevò dal grembo di Damian e lo tenne tra le braccia, lasciando che il bambino si aggrappasse al suo collo.

"Voglio la testa dei responsabili di tutto questo, Timothy." sussurrò Damian una volta che entrambi furono al suo fianco, "Chiunque abbia messo le mani addosso a Richard deve soffrire."

"Forse decapitarli potrebbe essere complicato. Ma ho già individuato sia l'insegnante che avrebbe dovuto occuparsi di Dick sia i bulli che l'hanno... aggredito." sibilò Tim con il cellulare stretto in pugno

"Da quello che ha detto B, è stato più che altro un tentativo di omicidio." Jason teneva i denti stretti.

"Non ricordarmelo, è già difficile mantenere il controllo così. Devono solo ringraziare che le leggi internazionali mi impediscono di portare con me le mie katane."

"Ma sul serio nessuno ha contattato casa da ieri?" Timothy guardò di sottecchi Dick ancora in braccio al padre, "Come fanno a non essersi accorti della sua mancanza?"

"Se ne sono accorti sicuramente. Ma staranno cercando di prendere tempo." Damian strinse il pugno e se lo portò al petto, "Richard vuole che io stia qui. Jason, tu e Timothy andate a prendere le sue cose all'albergo, per favore. Magari portate anche Pennyworth, così capiscono che abbiamo saputo e siamo tutti qui."

"A quella vecchia megera della Vasilji verrà un infarto." Jason si era seduto sul bracciolo della poltrona e osservava il fratellino, "Già era una carogna quando frequentavo io l'accademia, figuriamoci ora con Dick." concluse il terzogenito.

"È sempre lei." rispose Damian secco. "Ma stavolta ha davvero esagerato. Se con te, Jason, mi sono limitato ad avvertirla perché non volevo sollevare troppi polveroni col rischio di colpire anche te, adesso non è più il momento degli avvertimenti. E le farò scontare non solo l'accaduto a Richard ma anche tutti gli abusi che ha inflitto a te prima che la scoprissi."

Jason scosse la testa e sorrise.

"Io sono più tosto di quella stro...zzata della Vasilji." disse lui guardando il fratello, "Ma hai ragione. Non la deve passare liscia. Timmy, andiamo a farci due passi per Venezia."

"Ho già l'indirizzo dell'albergo e ho già chiamato il direttore. Ha detto che la classe di Dick è uscita stamattina presto e non hanno fatto neppure colazione. Le cose di Dick sono in camera. Ci sta aspettando."

"Sempre efficiente e deficiente, Timmy." Jason alzò il pugno verso di lui e lo invitò a battere il suo contro il proprio.

Tim ricambiò e poi continuò a battere sullo schermo dello smartphone con i polpastrelli.

"Vi portiamo del caffè e del tè. Alfie, cosa preferisci?" chiese intanto Jason.

"Non è importante, signorino Jason." rispose con tono neutro Alfred. "L'importante è che recuperiate le cose di vostro fratello e che i responsabili di tutto questo vengano puniti adeguatamente."

"Cercheremo comunque un buon tè al gelsomino per te. E come accompagnamento, il licenziamento della Vasilji al posto dei biscotti." il terzogenito si alzò in piedi.

"Andiamo Timmy."

"D-Dove andate?"

Dalle braccia di Bruce, si udì la vocina di Dick, il cui visetto sporco spuntava dalla stretta del padre.

Jason si avvicinò a loro e si inginocchiò per guardare il fratellino negli occhi.

"Andiamo a prendere a calci chiunque ti abbia fatto questo, pulce." gli disse lui mentre gli accarezzava la testa, "E andiamo a prendere le tue cose così da poter tornare a casa appena possibile."

Dick si divincolò leggermente e riuscì a sgusciare con il busto dall'abbraccio di Bruce per poter guardare il fratello negli occhi.

"Nel mio armadio c'è un sacchetto. Dentro ci sono i souvenir per te, Timmy, Dami, Alfie e papà... E anche alcuni regali per zio Clark, zia Lois e per Jon. Fai attenzione che sono fragili."

L'altro gli sorrise e gli pizzicò una guancia.

"Sei sempre la mia pulce preferita. Soprattutto se quel souvenir è un libro preso da una certa libreria di Venezia."

"Ho risparmiato le paghette di papà per mesi." Dick annuì.

"Sei la mia pulce preferita." confermò Jason.

"Sono l'unico che chiami così, fratellone."

"A maggior ragione. Noi torniamo presto, fai il bravo per B e per quel musone del nostro Akhi?"

Dick annuì e allungò una manina per toccargli il polso.

"Tornate presto... Io vi aspetto sveglio..." disse tra uno sbadiglio e l'altro

Damian rivolse loro un'occhiata e scosse la testa.

"Cerca di riposarti, Dick." intervenne Tim, "Così appena ti dimettono torniamo a casa."

"D'accordo... Ma quando tornate mi svegliate? Voglio darvi i vostri regalini..." biascicò il piccolo mentre si appisolava tra le braccia del padre.

Padre che lo avvolse nella coperta che Alfred gli passò e lo tenne stretto a sé mentre si sedeva sulla poltrona accanto al letto.

Cullandolo come le prime notti di Dick alla villa, Bruce teneva la testolina del figlio contro il proprio petto e gli accarezzava i capelli.

Dick si rannicchiò contro di lui, sembrando più piccolo di quanto già non fosse.

"Andate, Jason, Timothy..." mormorò Damian mentre si toglieva la camicia e la cravatta, "Quella gente non merita alcuna pietà. Restate nel legale ma non fermatevi davanti a niente."

Alfred gli passò una vecchia maglia che Dick adorava e il primogenito se la fece scivolare sulle spalle.

"Non ne abbiamo intenzione, Akhi. Ho individuato i bulli responsabili e i loro genitori hanno appena ricevuto notizia di ingenti perdite economiche alle loro imprese. Ci vorrà qualche anno prima che si riprendano."

Tim aveva ancora in mano il cellulare.

"Parecchi di loro avevano contratti con la WayneTech che Lucius ha subito rescisso."

"È stato veloce." notò Damian con soddisfazione.

"Lucius è furioso, ha detto che lui per primo non vuole avere a che fare con chi ha anche solo pensato di fare quello che hanno inflitto a Dick, ha chiesto di essere informato sulle sue condizioni appena possibile." aggiunse il secondogenito.

“Perdite da parte nostra?"

"Irrisorie. Erano loro che sfruttavano le nostre risorse."

"D'accordo. Tornate presto."

"Sappiamo badare a noi stessi, Akhi."

"Tornate vivi, che Richard vuole vederci tutti."

"Akhi, andiamo a prendere delle valigie, non andiamo in guerra." fece notare Tim.

Per tutta risposta, Damian afferrò un lembo del colletto della camicia e tirò Tim verso di sé per guardarlo negli occhi.

"Tornate interi." ringhiò il primogenito, "È un ordine, Timothy. Non voglio dovermi ripetere, chiaro? Ringraziate che vi permetto di andare soli e non con me."

Jason posò una mano sulla spalla di Damian e lo costrinse a rompere il contatto visivo con Tim.

"Akhi, resteremo in contatto costante, promesso. Ogni venti minuti manderemo un segnale."

Soddisfatto, Damian annuì e lasciò la presa su Tim.  "Sarà meglio." disse il maggiore con tono lapidario.

"Non ci sarà un'altra Nanda Parbat, Akhi. Proteggerò io Timmy."

"E io proteggerò Jay. Torneremo indietro il prima possibile."

"Non mi sono fatto problemi quando c'è stata la possibilità di sgozzare mia madre per aver toccato Jason. Non voglio dover trucidare un'intera classe di studenti per lo stesso motivo."

Il cuore di Jason fece una capriola nel suo petto alle parole del fratello maggiore. "Akhi... Damian. Nessuno torcerà un capello né a me e neppure a Timmy. Torneremo indietro da voi."

"Contatto ogni venti minuti. Non un secondo di più." concluse Damian prima di lasciarli andare.

Poi, colto da un'improvvisa stanchezza, si lasciò cadere sulla poltrona e chiuse gli occhi.

Solo qualche minuto, si ripromise, ma quando riaprì gli occhi il sole era ormai calato e Dick era sdraiato contro il suo petto, addormentato, mentre Bruce li osservava con dolcezza.

"Jason e Tim sono già tornati." lo prevenne l'uomo a voce bassa, "Hanno portato le valigie di Dick al nostro albergo e sono tornati subito qui."

Damian si guardò intorno e sentì il cuore stringersi quando non li vide nella stanza.

"Tim è andato con Alfred in giardino a fare due passi e a fare una telefonata. Jason ha detto che sarebbe andato a prendere un caffè."

"Hanno mantenuto il contatto?" domandò Damian con voce roca.

"Ogni venti minuti spaccati. E hanno tenuto accesi i comunicatori così abbiamo anche le registrazioni delle parole dell'insegnante. Ti farò sentire dopo."

"Akhi... Non muoverti così, che voglio dormire..."

La voce arrochita di Dick strappò un sorriso al padre e al fratello; quest’ultimo si chinò su di lui con la testa e gli posò un bacio tra i capelli.

“Non volevo svegliarti, eaziz.”

Dick si sfregò gli occhi con il dorso della mano destra e cercò di sorridergli nonostante la stanchezza; Damian si alzò in piedi e, bilanciandone il peso tra le braccia, si avvicinò al letto, dove lo depositò.

Bruce gli passò la coperta che Alfred aveva portato da casa e con attenzione il primogenito avvolse il fratello per tenerlo al caldo.

“Pensi di riuscire a restare qualche minuto con nostro padre? Vado a vedere dov’è finito Jason.”

Dick annuì tra uno sbadiglio e l’altro.

“Quando posso tornare a casa? Mi manca Zitka.”

Damian sorrise e gli scompigliò i capelli. “Quando il dottore farà il giro serale, glielo chiederò. E ti prometto che appena a casa andremo a farle un saluto al santuario.”

Bruce gli posò una mano sulla spalla. “Non preoccuparti,” disse lui, “Trova Jason e riportalo qui.”

“Sarà fatto.” replicò Damian.

  • §§

Gli ci volle quasi un quarto d’ora per rintracciare il fratello, e per poco non gli sfuggì, nascosto com’era nella semi-oscurità di un corridoio a cinque minuti di distanza dalla stanza di Dick; lo trovò rannicchiato contro la macchinetta del caffè, con il polso stretto al petto e un familiare odore di sangue che irritò all’istante i sensi del maggiore, costringendolo a mettersi all’erta.

Che fossero riusciti ad arrivare fin lì e avessero approfittato del fatto che Jason fosse stato da solo per…

“No,” si disse Damian, imponendosi di calmarsi, “Non possono essere entrati qui e averlo aggredito.”

Si avvicinò con cautela e gli si inginocchiò accanto.

“Jason, stai male?” mormorò lui.

Al suo tocco, il terzogenito prima sussultò poi, Damian era certo l’avesse riconosciuto senza vederlo in faccia, si abbandonò contro di lui, singhiozzando; tra le parole e le frasi sconnesse, Nightwing riuscì a carpire soltanto in parte tutto quello che il fratello minore stava provando in quel momento.

“Jason, respira.”

“N-Non ci riesco, akhi…”

“Inspira… Trattieni il respiro per sei secondi e poi buttalo fuori.”

Jason fece un primo, seppur debole, tentativo.

“Ecco, continua così.”

Quando infine il ragazzo si fu calmato almeno in parte, Damian gli fece poggiare la testa contro il proprio petto: sperava che udire il battito del suo cuore potesse calmarlo del tutto.

E così fu.

In meno di dieci minuti, Jason era seduto davanti a lui, con il viso gonfio e arrossato per le lacrime, ma cosciente della sua presenza e soprattutto vigile.

“Te la senti di alzarti?” gli chiese il maggiore a voce bassa.

Jason scosse la testa: “Mi sembra di svenire.” ammise lui mentre ondeggiava pericolosamente; Damian lo prese per le spalle e lo tenne fermo, mormorandogli parole rassicuranti per metà in arabo e per metà in inglese, conscio che la sua voce fosse l’ancora di cui Jason aveva bisogno in quel momento, l’unica cosa che poteva tenerlo in piedi senza lasciarlo sprofondare nella disperazione più nera.

Si concentrò sulla mano del fratello, insanguinata; non gli ci volle molto per rendersi conto di come avesse fatto a conciarla così.

“Hai tirato un pugno al muro e l’hai rotta.” disse secco Nightwing mentre tirava fuori dalla tasca alcune bende e fasciava la mano, “Dobbiamo andare a farla vedere a qualcuno.”

Ma lui scosse la testa e singhiozzò di nuovo.

“Akhi, perché fa così male?”

Il primogenito non sapeva cosa rispondere.

“Cosa ha fatto quella pulce per meritarsi tutto questo?” chiese ancora.

“Nulla, Jason. Richard è completamente innocente.”

“Allora perché? L’hanno buttato in un canale, l’hanno lasciato lì a morire!”

Il più giovane si lasciò cadere contro il corpo del fratello. “Non è che un bambino.”

“Anche tu lo eri, molto tempo fa. E per la seconda volta nella mia vita, ho visto uno di voi in condizioni pietose, in condizioni che avrei potuto evitare, che avrei dovuto evitare e evitarvi con le mie mani. Eppure non è così. E il rimorso mi scava dentro da anni.”

"Akhi, come hai fatto a sopportare tutto questo quando ero..."

"Morto?"

Damian gli prese la mano ferita con attenzione.

"Non l'ho fatto in realtà."

Jason lo guardò stranito con gli occhi gonfi e i singhiozzi che gli scuotevano le spalle.

"Non l'ho fatto." ripeté Damian con voce seria, "Mi sono limitato a concentrarmi su Timothy e a non pensare ad altro se non a trovare un modo per vendicarmi. Quando hanno trafugato il tuo cadavere... Il crimine a Gotham ha avuto un tracollo perché ogni delinquente, dal piccolo scippatore a Pinguino, per non parlare del Joker, rischiava di tornare a casa in una bara mentre cercavo chi fosse il bastardo che ti ha portato via dalla tomba dove almeno potevamo piangerti."

Damian continuò ad accarezzare la mano di Jason.

"Quando il mio contatto a Nanda Parbat mi ha riferito che Talia aveva un nuovo animaletto più o meno della tua età... Ho provato irritazione. Quando ho scoperto che eri tu, vivo, e nelle sue mani nonostante sapesse quanto stavamo soffrendo, sono esploso."

Damian si passò una mano sul volto nel ricordare quel giorno che ancora tormentava i suoi sonni.

"Mi stupisce che papà ti abbia permesso di andare da solo..."

"Non gli ho chiesto il permesso. Ho chiesto a Jonathan di accompagnarmi perché sarebbe stato più veloce che con il Batwing."

Jason strabuzzò gli occhi

"Sono entrato a Nanda Parbat con le katane sguainate e la sete di sangue. Ricordo poco dello scontro, tranne la gola tagliata di Talia e lei che veniva portata via rantolante. Mi interessava solo prenderti e portarti a casa. Quando ti ho trovato… Eri incatenato alla parete della camera da letto di T-Talia, mi hai ringhiato contro e mi hai morso ma non potevo lasciarti lì. Ti ho portato fuori, Jonathan ci ha riportati a casa e non ti ho mai lasciato andare, neppure per un secondo."

Non ricordo molto neanche io, Akhi..." ammise Jason con lo sguardo tenuto basso, "Solo che qualcuno mi teneva fermo, che mi abbracciava, forse, poi ricordo di aver visto il volto di papà e il tuo."

"Ci hai messo un mese a riconoscerci." disse Damian sottovoce, "E sei rimasto nelle mani della Lega per tre mesi."

"Mi dispiace, Akhi..."

"Non osare. Non è colpa tua, così come non è colpa di Richard. Quello che voglio dire è che non sono riuscito a sopportare il dolore della tua perdita, così come il pensiero di perdere Richard e anche Timothy mi è del tutto insopportabile. Un tempo ti avrei detto che sei debole e inutile, che sei un peso." Jason rabbrividì e Damian gli cinse la vita con il braccio senza tuttavia lasciare andare la sua mano, "Ma ora non è più così. Siete troppo importanti per me, Jason. Anche se mi irritate di continuo, chiunque vi torca un solo capello non vivrà abbastanza per raccontarlo."

Jason gettó le braccia al collo di Damian e nascose il volto nel suo collo.

"Ti voglio bene, Akhi..."

Il più giovane singhiozzava apertamente e si aggrappava al collo del fratello come se fosse stato la sua ancora.

"Ti voglio bene..." ripeté lui tra i singhiozzi, "E mi dispiace..."

Damian scosse la testa e gli strinse con delicatezza il corpo con le braccia.

"Ti voglio bene anche io, Jason. E giuro che non mi fermerò se qualcuno oserà farvi del male."

Fu il rumore di passi attutiti dai calzini ad attirare la loro attenzione e, nella penombra, videro una figura minuta, aggrappata a una stampella troppo grossa, che si reggeva in piedi a malapena.

Damian e Jason si alzarono in piedi di scatto e afferrarono Dick proprio un attimo prima che il bambino cadesse in ginocchio a terra.

Piccolo com'era, non ebbero alcuna difficoltà a tenerlo in braccio.

"Cosa ci fai qui fuori, pulce?!" esclamò il terzogenito con il panico nella voce mentre Damian affondava il viso tra i capelli di Dick.

"Dovevi stare a letto, Richard." Damian passò le mani sulle braccia del fratello minore per scaldarlo, "Sei congelato."

"E voi dovevate restare in camera mia. Tim è tornato ma si è addormentato quasi subito e io non sapevo dove foste."

I due si guardarono negli occhi con espressione colpevole. Non era di certo colpa di Tim - anche lui come loro era esausto - e non potevano biasimare il fratellino se si fosse sentito solo.

"B dov'è?" chiese Jason.

"Era in bagno... Io sono uscito."

"D'accordo... Se mi aspettate un attimo, io vado a fare i biglietti di sola andata per il Nepal. Se siamo fortunati, riusciamo a scappare prima che B ci trov-"

Jason non riuscì a finire che all'improvviso le luci del corridoio si accesero tutte e, da dietro l'angolo, apparve Bruce, coi capelli spettinati, la camicia semiaperta e l'espressione terrorizzata.

Jay si nascose dietro Damian, che teneva Dick in braccio. "Coraggioso, Jason." disse il maggiore con tono lapidario.

"Dick, grazie al cielo!" gridò lui vedendolo tra le braccia di Damian, al sicuro.

“Abbiamo fatto un errore di calcolo, Padre." intervenne il giovane uomo mentre gli passava il fratellino in pigiama e sfinito, "Timothy troppo stanco per tenergli compagnia e la nostra assenza."

“Tim sta avendo una crisi isterica." li informò Bruce mentre abbracciava Dick e gli baciava la fronte sudata, "Dobbiamo tornare subito in camera."

“Non credo sia necessario, Padre.”

Damian riuscì appena a concludere la frase prima che da dietro l’angolo si udissero altri passi in corsa; pochi secondi dopo, apparvero sia Tim che Alfred; il secondogenito ansimava e guardò con espressione instupidita Dick per qualche secondo prima di lanciarsi su Bruce con un grido e strappargli dalle braccia il fratellino.

Tim cadde in ginocchio stringendo il corpo minuto di Dick tra i singhiozzi, rantolando parole di scusa e invocazioni di perdono.

“N-Non volevo- Perché sei sparito… Non ti trovavo più… Perdonami…”

Dick si rannicchiò contro di lui e, nonostante la stanchezza e il solo desiderio di rintanarsi sotto le coperte con tutti i fratelli, si sforzò di sorridergli.

“Non volevo disturbarti e sono andato a cercare Dami e Jay-Jay.” mormorò lui con un filo di voce, “Scusami, Tim…”

“N-Non parlare… Lasciami restare così ancora per un po’.”

Dick era sfinito, voleva dormire, ma Tim… Tim aveva bisogno di lui, della sua vicinanza.

E solo il pensiero di negargliela gli provocava male fisico.

Sarebbe perciò rimasto lì, tra le sue braccia, finché il fratello maggiore non fosse stato soddisfatto e avesse deciso lui stesso che fosse il momento di tornare in camera; nel frattempo, poteva comunque chiudere gli occhi e riposarli per qualche minuto…