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Language:
Italiano
Collections:
simone e manuel associati
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Published:
2021-12-03
Words:
2,075
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1/1
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22
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283
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2,790

Palla al centro

Summary:

Quando lo vede lì, sugli spalti, con la sua stupida canotta da basket e i suoi stupidi ricci spettinati che gli cascano sempre negli occhi, Simone vorrebbe immediatamente prendere una palla in faccia.

Post 1x08. Simone torna da Glasgow e Manuel va a parlargli agli allenamenti.

Notes:

twitter brainrot for the win viva i liceali gay
grazie Lidia per l’idea degli spalti <3
grazie Sara x ttecose obv <33
mi trovate su @fleablck mwah

Work Text:

Quando lo vede lì, sugli spalti, con la sua stupida canotta da basket e i suoi stupidi ricci spettinati che gli cascano sempre negli occhi, Simone vorrebbe immediatamente prendere una palla in faccia.

O forse no. Forse meglio di no, che razza di figura ci farebbe? Ehi, Manuel, guardami come sono bravo, gioco a rugby da quando avevo, quanti?, cinque anni?, e mi basta vederti sugli spalti per dimenticarmi immediatamente come si fa e uscirmene con un occhio nero dagli allenamenti. Ridicolo.

Manuel si dondola sui talloni mentre aspetta che Simone lo raggiunga, casco al braccio, sguardo vagante per aria. Lo punta deliberatamente verso il sole quando Simone ormai è troppo vicino e strizza gli occhi. Gli si accartoccia il volto, ma in maniera carina. Fin troppo carina.

“Che ci fai tu qui?”

Sorride. “Ciao, eh.”

“Ciao. Che ci fai tu qui?”

Manuel apre le braccia e guarda il campo, come a dirgli che la sua ottusità lo sconsola oltre ogni limite immaginabile. “So’ venuto a vederti giocare.”

“E che cazzo te ne frega di vedermi giocare?”

“Oh, calma con le parole,” gli dice corrugando le sopracciglia, “mo uno ‘n po’ manco andà a vedè l’amici suoi allenasse? Mi sembrava un paese libero, questo.”

“No, per carità,” Simone risponde stringendosi nelle spalle, guardingo. “Ma a me non mi pare di essere amico tuo.”

Manuel sembra sgonfiarsi. Gli cadono le spalle, gli scendono le sopracciglia, gli occhi e la bocca gli si curvano all’ingiù. “Beh, questo adesso mi sembra esagerato.”

“Tu dici?” Ogni sillaba trasuda sarcasmo. “A me pare che io sono amico tuo, ma che a te di me non freghi niente.”

Prende un respiro profondo a quel punto, e si alza di nuovo sulla punta dei piedi, e poi indietro giù sui talloni. “Simone, mi dispiace, va bene? Non avrei dovuto—”

“Guarda, Manuel, risparmiami, d’accordo?” Simone lo interrompe, improvvisamente nervoso. “Non ho proprio bisogno di sentire delle scuse finte.”

“Non sono finte!” Il palmo della sua mano incontra il petto di Simone quando lo ferma prima che possa andare verso gli spogliatoi, e l’altro sussulta. “Non sono finte,” ripete Manuel, serio, cercando i suoi occhi. “Lo so che non avrei dovuto…”

Silenzio. Manuel deglutisce, e Simone segue il lento e preciso movimento del suo pomo d’Adamo con lo sguardo. 

“Non avresti dovuto cosa?”

“Non farmelo ripetere,” dice, abbassando lo sguardo. “Non lo voglio dire.”

Simone sente di essere sempre più arrabbiato. Ci mancava solo la scenetta patetica. “Però l’hai già detto, no?”

“Scusa.”

“Potresti almeno guardarmi in faccia mentre lo dici.”

Gli occhi di Manuel scattano dentro i suoi e Simone improvvisamente lo odia con tutto se stesso, perché non è possibile che lo faccia stare così senza dire neanche mezza parola, senza muovere mezzo dito, semplicemente esistendo. “Scusa.”

È il turno di Simone di deglutire, ma non riesce a capire se Manuel stia fissando il suo movimento come ha fatto prima lui.

“È una stronzata in ogni caso. Te l’ho detto che non sono gay.”

Come se per lui la sua vita fosse uno scherzo, Manuel ride. Anzi, non proprio: butta fuori dell’aria dalla bocca mentre sorride. Non esattamente una risata, non nel senso classico del termine—però gli si alzano le guance e gli brillano gli occhi. “Sì, vabbè, Simò. Okay.”

“Cosa si vabbè Simò okay,” ribatte Simone, “che vuol dire? Mo vuoi sapé tu meglio di me che cosa c’ho nella testa?”

Manuel si morde le labbra per fermare un’altra risata, fallendo. “Evidentemente sì.”

“Sì, ma vaffanculo, Manuel, va,” gli dice Simone, spingendolo di lato per andare verso gli spogliatoi.

Manuel lo prende per un braccio, fermandolo di nuovo, e di nuovo Simone sente di essere improvvisamente senza stomaco, intestino, polmoni, reni, cuore e persino cervello. “‘Ndo vai, stai qua. Stiamo parlando.”

“E levate,” borbotta Simone, scrollandoselo di dosso di malavoglia.

Manuel, chiaramente del tutto incurante dello stato di salute psicofisica di Simone, ridacchia.

“Di’ un po’,” gli dice poi, con tutta la nonchalance del mondo, “com’era Glasgow?”

Simone incrocia le braccia, lanciandogli uno sguardo storto. “Fredda.”

 “Certo, mica tutte le città possono esse’ Roma, no?” In risposta, Simone grugnisce. “Comunque posso dirti che è stata una fuga coi fiocchi? Molto drammatica, ti faccio i miei più sinceri complimenti.”

“Devo prenderti a parole?”

“Soprattutto perché, in quanto rugbista,” lo dice con enfasi, guardando intensamente il campo, e Simone vorrebbe zittirlo in ottocento modi diversi, tutti ugualmente sbagliati meno che uno, “non dovresti essere il tipo che scappa dalle botte.”

“Che non mi meritavo.”

“Beh, hai fatto vedé la foto a Chicca,” gli dice Manuel, come se fosse stupido. “Due schiaffi io li avrei tenuti in conto.”

“Ah, sì? E chi tra noi due si meritava davvero di essere corcato?”

Manuel fa pure finta di pensarci. “Tu.”

“Ma sei scemo? Lo fai apposta? Potevi pure non scoparti un’altra la sera del compleanno della tua ragazza.”

“Madonna, Simone, come sei pesante,” sbuffa, ciondolandosi sulle ginocchia, “come se poi te fregasse qualcosa de Chicca. E daje, su.”

“Certo che mi frega di Chicca,” ribatte Simone, accorato, “tu l’hai—”

“Eh no, caro il mio Simone,” lo ferma Manuel puntandogli un dito proprio contro lo sterno, “a te de Chicca non frega proprio niente, perché te sei incazzato pe’ fatti tuoi e mo la usi come toppa per dire che in realtà eri arrabbiato per lei. Guarda che Chicca è capacissima de arrabbiasse da sola, non c’ha bisogno de te che le fai da cavaliere.”

Simone sente una cosa abbastanza rivoltante formarglisi nello stomaco. “Vabbè, abbiamo finito? Posso andare a cambiarmi?”

“No che non abbiamo finito,” dice Manuel come se fosse al limite dell’esasperazione—lui, non Simone, che, a suo personalissimo parere, sarebbe quello ad averne più diritto. “Perché non mi hai detto che eri tornato?”

C’è una pausa, in cui Simone si sforza di non sognarsi inflessioni strane nel tono di Manuel. “Perché avrei dovuto?”

“Boh, vedi te,” gli risponde l’altro, quasi mettendo il muso. “Cioè, non è che chiedevo i manifesti, eh. Me bastava ’n messaggino.”

“Te bastava ’n messaggino,” gli fa il verso Simone.

“Sì, uno,” ripete Manuel, tirando su un dito esemplificativo. “Ciao Manuel sono a Roma. Non lo so, ‘na cosa così.”

Simone annuisce con forza, come a volergli dare tutta la ragione di questo mondo. “No, certo, assolutamente, hai ragione. Un messaggino tipo quelli che m’hai mandato te mentre stavo in Scozia. No?”

Manuel incassa il colpo.

Dura poco, perché, col dono della risposta pronta che ha, ci mette il tempo di un battito d’ali di farfalla a riprendersi. “Dato che non ci eravamo lasciati nel migliore dei modi, non mi sembrava… adeguato… mandarti un messaggio.” Non lo guarda in faccia mentre parla, ma punta gli occhi in un posto indefinito verso l’alto. Lo cerca solo quando ha finito di parlare. “Ecco,” mugugna.

“Vabbè, Manuel, senti,” gli dice Simone dopo qualche momento di silenzio, determinato a romperlo prima che possa diventare troppo imbarazzante, “ma da me che cosa vuoi?”

Quando Manuel prende un respiro, sembra che si stia bardando per la guerra. Però poi lo esala, e l’armatura scoppia come se fosse stata solo una bolla di sapone.

“Niente, Simò, che voglio da te.” Scuote la testa, si infila le mani in tasca. “Niente. Non voglio niente.”

Forse sarebbe stato meglio prendere quella palla in faccia.

“Okay, e quindi che stamo a fa’, qui?” incalza Simone, sempre più nervoso. “Che è ‘sta storia?”

“Simone, che ne so che è ‘sta storia,” esclama a quel punto Manuel spalancando le braccia, con quella teatralità spontanea che sembra fatta su misura per lui. “Che te devo di’, lo voglio chiede’ io a te e invece lo chiedi tu a me? Che ne so che stamo a fa’, un giorno rubiamo una macchina insieme e il giorno dopo mi baci al museo, dimmelo tu che stiamo a fa’, Simone!”

“Mi pare di averti chiesto scusa,” risponde Simone, perfettamente conscio di avere la faccia dello stesso colore della terrificante canottiera di Manuel.

“Ma non le voglio le tue scuse!”

“Ah, pure?! Mi scuso, mi prendo gli insulti, e mo pure questo?!”

“Ma no, non in quel senso—”

“E in quale senso?! Ma te senti che cazzo stai a di’, Manuel? Mi dici che sei venuto a fare qui?”

“So’ venuto qui perché ‘sti giorni che non ci sei stato me so’ sentito ‘na merda e volevo scusarmi,” Manuel sbotta tutto insieme, come un fiume in piena, “perché mi dispiace, te non dovevi sentire il bisogno di scusarti e io non dovevo dire quello che ho detto, e poi so’ venuto pure perché me mancavi, va bene?!”

Simone lo fissa, senza parole.

Se fosse attaccato a uno di quei cosi da ospedale, quei macchinari che monitorano il battito del cuore, in questo momento ci sarebbe, senza vie di mezzo, o una linea piatta oppure una cosa confusissima piena di picchi alti e bassi che lo porterebbe comunque a morire per attacco cardiaco.

Manuel sembra ripensare a quello che ha detto mentre si strofina le mani e martella un piede per terra. La sua mascella si contrae una, due volte, e quando decide che è d’accordo con ogni parola si sposta un po’ i capelli dal viso, schiarendosi la gola.

“Mi sei mancato, d’accordo?” ripete, con abbastanza convinzione. Forse non quanta Simone vorrebbe, ma abbastanza. Poi aggiunge, “Non è che posso trovarmi un sostituto per la Manuel-Simone-Associati così. Chiamandolo per strada.”

A quel punto Simone, che pure vorrebbe essere in grado di mantenere la sua facciata stoica, butta fuori una mezza risata. “Certo che no.”

“Ecco.”

Simone lo guarda per un po’ mentre Manuel non guarda lui, e anche se è lui quello più alto gli sembra di essere piccolo piccolo, come un bambino alle prese con qualcosa che lo scombussola, che gli fa sentire che il sopra è sotto, la luna è il sole e l’est è l’ovest.

C’è qualcosa dentro di lui che sta cercando di fargli lo sgambetto, lo sente, come se dovesse cadere in avanti da un momento all’altro e schiantarsi senza pietà sulle labbra di Manuel, e poi pace ai sognatori, quel che sarà, sarà. E probabilmente sarà che a quel punto Manuel lo prenderebbe di peso, se lo caricherebbe in spalla Dio solo sa con quale forza e lo andrebbe a buttare nel fiume senza pensarci due volte.

O forse no. Forse c’è qualcosa simile a quello che sente lui anche nel suo sguardo. Qualcosa che potrebbe essere scambiata per confusione, ma che invece è solo paura di… paura di cosa? Ma è proprio il momento di iniziare a pensare come se la sua vita fosse una canzone di Jovanotti?

Che poi a Simone manco piace, Jovanotti.

“Vabbè, va’ a cambiarti, che dici?” dice Manuel, scuotendolo improvvisamente e trascinandolo per i capelli di nuovo nella realtà. “Che co’ ‘sta tutina addosso non sai quante cose me sto a tené pe’ me.”

È ingiusto, però, che ogni volta che lui sorride Simone debba sentire quel macello di emozioni ad altezza bocca dello stomaco. Come devono vivere, le persone, con queste cose dentro?

“Con permesso,” gli fa Simone, e Manuel si sposta di lato con esagerata spettacolarità.

“Aspetta,” richiama Manuel dopo che Simone ha fatto solo un paio di passi, prendendolo di nuovo per il braccio.

Simone si volta con lo sguardo fisso su dove il suo polso è stretto nella mano di Manuel, nello stesso punto in cui l’altro ha quel tatuaggio idiota a fascia. Che significa, a che serve, solo dell’inchiostro intorno al polso? È uno spreco di soldi, no?

Ci sta ancora pensando quando sente le labbra di Manuel sulle sue.

Sa di caffè, merendine sottomarca dell’Eurospin e erba.

Con gli occhi strabuzzati, Simone guarda quelli chiusi di Manuel, a meno di mezzo centimetro dai suoi, i loro nasi schiacciati contro le rispettive guance.

Dura pochissimo, oppure dura un’eternità. Non è chiaro.

Quando Manuel lo lascia andare, Simone è ancora imbambolato.

Lui ride. O meglio, la bocca gli si storce in un mezzo sorriso, e gli compare di nuovo quel luccichio negli occhi che fa dimenticare a Simone tutte le cose che gli siano mai successe, sia quelle belle sia quelle brutte.

“Uno a uno. Palla al centro,” sussurra Manuel, buttando uno sguardo verso il campo vicino a loro. La sua mano è ancora intorno al polso di Simone.

“Quello è il calcio,” ribatte lui, frastornato.

“Perché, col rugby funziona diverso?”

“In realtà, sì.”

“Vabbè.” Scrolla le spalle, e gli lascia andare il polso. “Poi una volta me lo spieghi.”