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Simone spalanca gli occhi con il sogno ancora attaccato alle ciglia che gli rende difficilissimo capire anche le cose più basilari. Ad esempio, che è sveglio, che si trova a casa sua e che il cellulare sta squillando.
Stropiccia gli occhi un paio di volte, corruga la fronte e prende il telefono che vibra insistentemente nella sua mano anche quando, dopo aver letto il nome, ci mette un paio di secondi in più prima di riuscire a prendere la chiamata, incerto se sia un sogno o la realtà.
«Oh! Simò? Ci sei?».
Lo stomaco sembra balzargli in gola a sentirgli pronunciare il suo nome. «Sì, sì ci sono. Che c’è?»
«Stavi a dormì?»
«No, no dimmi», mente ormai pienamente svegliato dall’adrenalina di aver ricevuto la telefonata che aspettava da settimane.
La mente corre veloce in quei pochi istanti in cui dall’altra parte del telefono ci mettono a rispondere.
Perché lo ha chiamato?
Per insultarlo ancora?
Per fare pace?
«Mi devi venì a prendere, sono… sono caduto. Non so come tornare a casa».
Simone scatta fuori dal letto non appena sente le prime tre parole. «Dove sei?»
«Al Gianicolo».
«Non ti muovere».
E in attimo è fuori casa, sul motorino.
*
Preso com’è dalla sorpresa e dall’agitazione neanche si è preoccupato della neve che sta cadendo, finché la ruota non perde attrito sulla strada.
Si raddrizza velocemente e passa una manica della giacca fin troppo leggera sulla visiera senza accennare a frenare.
Mentre corre per le strade che dalla periferia lo portano al centro, neanche ci fa caso più di tanto alla strada, chiedendosi il significato di quella telefonata e cercando di zittire la vocina che gli sussurra che magari ha chiamato lui perché ci tiene, perché si sente protetto, perché lo ha finalmente perdonato.
Arriva in città che tutti stanno ancora dormendo. È strana Roma vista così: bianca, vuota e silenziosa.
Le luci arancioni si riflettono sui fiocchi bianchi caduti sulle macchine spandendo un alone misterioso e nuovo che Simone, seppur abituato a viaggiare per quelle strade da una vita, stenta a riconoscere.
Arrivato al Gianicolo non ci mette poi molto a trovare Manuel, lo è andato a recuperare quando lo hanno buttato in mezzo alla campagna laziale, ora che è solo in città è ancora più semplice.
Ringrazia mentalmente Google Maps quando finalmente lo scorge a terra, con la schiena appoggiata ad un vaso vuoto, il viso leggermente graffiato e i jeans stracciati sul ginocchio.
«Oh, stai bene? Che hai fatto?», dice correndogli incontro quasi scivolando sui sampietrini bagnati.
«So caduto su sti maledetti Sampietrini per evita’ uno stronzo», dice senza guardarlo. «Manco s’è fermato sto bastardo».
Simone porta istintivamente lo sguardo al ginocchio che Manuel si tiene con le mani cercando poi di valutare altri danni e quando vede che non ce ne sono di preoccupanti si permette di tirare un sospiro di sollievo.
Solo per qualche attimo, perché non appena la preoccupazione si affievolisce, la sensazione di disagio e la litigata che hanno avuto ritorna ad essere una presenza tangibile tra di loro.
«Ti puoi alzare?», chiede e in realtà vorrebbe domandargli perché ha chiamato proprio lui.
Manuel annuisce, mette i palmi sul vaso dietro di sé e prova ad alzarsi solo per ricadere rovinosamente a terra quando il vaso si sbilancia quasi finendogli addosso.
Simone si rende conto che gli è andato incontro solo quando si ritrova così vicino al suo viso che i ricci bagnati di Manuel gli inumidiscono la guancia.
«Aspetta che ti aiuto», dice passandosi un braccio sulle spalle. «Sei tutto bagnato, da quant’è che stai qua?», chiede poi rendendosi conto che i vestiti di Manuel sono così freddi anche perché sono zuppi.
«Un po’», risponde sbrigativo.
«Non mi potevi chiama’ prima?»
E finalmente Manuel alza lo sguardo e lo guarda in viso. Simone sente il fiato mancare per un attimo poi costringe i polmoni a riprendere aria.
«Non m’andava».
«E cos’è cambiato poi?»
Manuel ci mette un po’ a rispondere mentre zoppica verso la sua vespa. «Mi si stava a gela’ il culo», dice infine guardandolo di nuovo negli occhi.
E basta quello a farli sciogliere entrambi in una risata sommessa.
«Con quella che vuoi fare?», dice Simone ammiccando alla moto che Manuel ha messo sul marciapiede.
«La vengo a riprende’ domani, tanto con il ginocchio così non la riesco a guidare», dice salendo dietro di lui facendo perno sulla gamba sana.
Simone annuisce. «Ti porto a casa?»
«No, a casa no. Stasera c’è mia madre».
Non gli serve che Manuel dica altro, mette in moto e si dirige verso casa sua.
*
Il tragitto del ritorno dal Gianicolo per qualche motivo sembra molto più lungo di prima. Sarà che va più lentamente perché con il peso di Manuel dietro ha paura di scivolare, sarà che la neve scende più placida ed è molto più bello passarci attraverso, sarà perché Manuel stanco e infreddolito si è accucciato su di lui cercando di ripararsi dal vento dietro la sua schiena.
Si domanda se il loro rapporto sarà sempre così: Manuel che lo chiama nei momenti in cui e ha più bisogno e lui che corre in suo aiuto senza farsi domande. Si chiede come si sentirebbe se un giorno decidesse di chiamare qualcun altro invece che lui.
Si chiede se riuscirebbe davvero a sopportare di vedersi rubare il posto che senza neanche accorgersi ha iniziato ad abitare.
La mano di Manuel che si stacca dal suo fianco lo riporta alla realtà, fissando lo sguardo sulle strade buie che dal centro cittadino li portano a casa. Lo osserva dallo specchietto retrovisore tendere la mano, nel tentativo di acchiappare un fiocco di neve e sembra davvero impossibile che un ragazzo così sia finito in certi giri. Eppure, Simone non se ne rammarica, se ne stupisce forse ma non gli dà fastidio, fintanto che possono stare insieme, accetterebbe qualsiasi tipo vita Manuel volesse condurre.
Il vialetto di casa li accoglie ben presto con un giardino innevato che dà a casa sua una strana aura.
Manuel salta giù dalla sella facendo attenzione alla gamba lesa e lo sente atterrare sulla neve morbida con un risolino. «Ma da quant’è che non nevicava a Roma?», dice tracciando scie con la punta della scarpa.
«Non mi ricordo mica», valuta Simone togliendo il casco e prendendo anche quello di Manuel che non gli presta per nulla attenzione, preso com’è dai fiocchi che gli cadono tra i capelli ricci.
«Manco me ricordavo com’era fatta la neve».
Simone lo guarda di sottecchi mentre mette al riparo il motorino. Lo vede girare a braccia aperte incurante del ginocchio e della giacca decisamente troppo leggera.
Vorrebbe abbracciarlo e girare con lui. Pensa.
Invece lo imita ed apre la bocca insieme a lui, tirando fuori la lingua per catturare i fiocchi freddi.
«Non sa di niente», dice Simone rimettendo la testa dritta.
«È buonissima, invece», risponde senza guardarlo, tirando di nuovo fuori la lingua per catturarne altri.
Simone si perde a guardare il modo in cui i fiocchi gli si fermano sulle ciglia e sul naso, tra i capelli e sulle spalle, mentre sorridendo porta dentro la lingua per mandare giù la neve.
Chissà che sapore ha la sua bocca in questo momento.
Sarà gelida per aver mangiato la neve o sarà rimasta bollente?
«Se me sto n’altro po’ in piedi me la dovranno taja’ la gamba», dice d’un tratto Manuel riportandolo alla realtà.
Senza pensarci un attimo gli è accanto, gli passa una mano attorno al fianco e Manuel gli getta il braccio sulle spalle, appoggiandosi per non cadere.
Fortunatamente il padre e la nonna non si sono accorti di nulla e stanno ancora dormendo, almeno se ne può stare un po’ da solo con Manuel senza che nessuno si metta in mezzo.
«Ecco, siediti qui», dice aiutandolo a lasciarsi andare sul divano. «La giacca me la puoi dare, la metto sul termosifone così domani è asciutta».
Manuel sorride in risposta, mentre si passa le mani tra i ricci bagnati.
Simone si affretta a sistemare entrambe le giacche, prende un asciugamano dal bagno, una sua tuta e ritorna velocemente da Manuel.
«Tieni, sono puliti», dice tendendogli i vestiti, «Almeno ti scaldi prima».
«T’hanno mai detto che sei premuroso, Simò?»
«Premuroso? Mai», risponde andando in cucina a prendere disinfettante, pomata e pellicola.
«Strano», risponde Manuel, «Manco mia madre c’ha tutte ste accortezze», dice ridendo infine.
Simone però non ride, preso com’è dal cercare di nascondere l’imbarazzo che di certo sta cercando di imporporargli le guance. Trovare Manuel al centro del salotto di casa sua mezzo nudo di certo non lo aiuta.
Abbassa lo sguardo anche se lo ha già visto centinaia di volte nello spogliatoio e si concentra a sistemare tutto sul tavolino davanti al divano, prima di iniziare a medicarlo.
Manuel si infila la felpa che gli ricade enorme attorno alle cosce e poi si lascia cadere sul divano, mentre inizia a frizionarsi i capelli per farli asciugare prima.
«Dammi la mano che te la disinfetto», dice Simone dopo aver imbevuto di disinfettante un dischetto di ovatta.
Sulla mano Manuel ha solo lievi graffi niente di preoccupante, è il ginocchio gonfio che di certo gli darà del filo da torcere durante la guarigione.
Manuel gli porge la mano come e lui gliela prende con leggerezza come in quei film che ogni tanto guarda insieme alla nonna. Si maledice mentalmente per l’accostamento smielato appena fatto e decide piuttosto di concentrarsi sul suo compito.
Il graffio è nero, probabilmente a causa di alcuni residui di terra e Simone cerca di fare più piano possibile per ripulire bene il tutto.
Manuel non si lamenta, solo ogni tanto stringe di riflesso le dita attorno alle sue, quando il fastidio è più forte del dovuto.
«Perché mi sei venuto a prendere?» chiede Manuel d’un tratto e Simone ferma il movimento a mezz’aria.
Già, perché lo è andato a prendere?
«Che vuoi dire? Mi hai chiamato tu».
«Sì, ma potevi dire di no. Del resto, mi hai fatto quasi ammazzare non pensavo c…».
Manuel si ferma a metà frase proprio quando lui alza lo sguardo di scatto.
Possibile che pensi davvero quelle cose?
Possibile che pensi che gli ha spaccato la macchina solo per farlo picchiare?
«Ti ho spiegato che non volevo che succedesse. Io… Io non ci ho pensato e…».
«Sì, lo so. Me lo hai detto», lo ferma Manuel distogliendo lo sguardo dai suoi occhi e riportandolo sulla mano, indicando a Simone di continuare a medicarlo. «Ma è difficile crederti».
«Che vuoi dire?» chiede con un filo di voce.
«Che per colpa tua quasi mi ammazzavano e neanche me voi di’ perché l’hai fatto».
Simone ingoia a vuoto. Aveva pensato che dopo la prima volta avrebbe fatto meno male ma ora che glielo ripete con calma, senza urlargli contro né spingerlo, è ancora peggio perché le parole sembrano attecchire alle pareti della sua coscienza alimentando il senso di colpa.
«Mi dispiace», dice ingoiando a vuoto, mettendogli un cerotto sul graffio più profondo della mano.
«Anche a me», risponde Manuel con gli occhi persi chissà dove, di certo non a casa di Simone.
«Ti disinfetto il taglio sullo stinco», cambia discorso, «Mentre sul ginocchio hai già preso abbastanza freddo e poi ormai il livido si sta già formando. Ti metto solo un po’ di pomata sperando che ti aiuti con la botta».
«Sperando… Non è molto rassicurante», risponde Manuel.
«Non sono un infermiere né un medico».
«Ma ti improvvisi tale».
«Solo perché tu ne hai sempre bisogno», risponde semplicemente senza pensare a tutte le implicazioni che quella risposta in realtà potrebbe avere, se solo Manuel sapesse. Si concentra piuttosto sulla ferita superficiale che la moto gli ha fatto sullo stinco, non sembra sporca ma forse è il caso di passarci comunque un po’ di disinfettante.
Male non può fargli.
«Sei l’unico che mi sarebbe venuto a prende alle tre di notte sotto la neve, non ho molta scelta».
Simone non risponde e si concentra sulla sua gamba per non concentrarsi sul suo sguardo che sente addosso. Quindi è solo per quello che lo ha chiamato?
«A proposito… Grazie», continua in un sussurro.
Simone ferma la mano a mezz’aria e lo guarda solo per un attimo mentre prende pomata e pellicola. Sente lo stomaco stringersi e il petto scaldarsi anche solo con una semplice parola.
«Figurati», risponde sorpreso, «Dimmi se ti faccio male», continua poi spalmando la pomata attentamente, senza finire sui graffi aperti ma rimanendo nella zona lesa che già si è scurita parecchio.
«Dove le hai imparate ste cose?»
«Gioco a rugby, ricordi? I lividi sono all’ordine del giorno».
Manuel ride mostrando i denti e Simone sente lo stomaco farsi sottosopra. «Tu sì che sei un vero uomo da mischia e risse», lo prende in giro.
Simone si lascia coinvolgere dalla sua allegria e il peso sul petto che ha sentito fino a poco prima sembra sciogliersi appena.
Magari posso ancora recuperare.
Finito di assicurargli la pellicola attorno al ginocchio si alza e inizia a mettere a posto tutto. «Hai ancora freddo? Vuoi una camomilla?».
Manuel sembra sul punto di scoppiare a ridere ma poi la sua espressione si addolcisce e lasciando cadere la testa risponde: «Sì, grazie».
«Vai in camera te la porto io».
*
Quando Simone torna in camera con la tazza fumante, Manuel è già crollato sul suo letto, la felpa che gli copre a stento le cosce e le labbra dischiuse.
Simone ingoia a vuoto, lascia la tazza sul comodino e lo copre, prima di iniziare a sistemare il letto degli ospiti per sé.
Si mette sotto le coperte esausto e infreddolito a sua volta, dando finalmente ascolto anche ai suoi bisogni fisici per la prima volta da quando lo è andato a prendere.
Si allunga per spegnere la luce sul comodino, lo guarda un’ultima volta e poi fa scendere il buio.
Sì, forse riuscirà davvero a recuperare.
