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Due di tutto

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Alessandro si permette un secondo di raccoglimento interiore per provare, almeno in parte, a processare le implicazioni di un gesto tanto apparentemente insignificante come comprare al volo una moka, un pacco di Lavazza qualità rossa, due tazzine e due cucchiaini. E due bicchieri. Due di tutto, soltanto per loro. Due.
Potrebbe non significare un cazzo. Oppure, al contempo, significare qualcosa di talmente grosso che Alessandro potrebbe congelarsi nell’esatta posizione in cui si trova e non muoversi mai più. Analizzare meticolosamente ogni singolo gesto, ogni situazione, non l’ha mai aiutato, né nelle relazioni, né nella vita in generale. Eppure non riesce a fare a meno di farlo, perché da bravo stronzo che all’alba dei trent’anni ha visto più crisi che tempi di cuccagna, è intrinsecamente atterrito da…beh. Tutto, bene o male. Ma due di tutto significherà pur qualcosa, no? Grandi sentimenti. L’amore “quello che dura”.
Cazzo.

 

La fine del mondo, per Alessandro Mahmoud, inizia il giorno in cui Riccardo decide di dargli una copia delle chiavi del suo nuovo appartamento.

Work Text:

 

 

 

 

 

 

La nuova casa di Riccardo, la sua prima casa, palestra per staccarsi dalle amorevoli cure di mammà, è in una zona che ad Alessandro viene un po’ scomoda, ma non gli importa, Riccardo gli ha detto di andare a vedere che sono arrivati alcuni mobili con quella voce tutta eccitata da bambino iperattivo, tutto un bro, zì, fra inframmezzato dal rumore degli attrezzi dei montatori - c’erano trapani, sarà stata la cucina? - e da quello del traffico, perché ‘sto matto avrà sicuramente spalancato le finestre anche adesso che non è ancora primavera, con qualche scusa cretina tipo la polvere o roba del genere.

O solo perché gli piace stare mezzo nudo alla finestra quando fuori girano ancora i pinguini con la sciarpa, come fa a non farsi venire la polmonite? 

Alessandro non riesce a non sorridere appena, col cappello da pescatore impermeabile calato in testa per proteggersi da questa fine pioggerellina grigia e insapore, inconsistente, che sembra definire appieno questo momento di stasi tra l’inverno che si trascina pigro tra una giornata con la massima a ventidue gradi e una che forse forse non sfiora i sei e la primavera che, timidissima, sboccia nelle aiuole condominiali sottoforma di margherite un po’ rachitiche. Anni fa, Alessandro le raccoglieva. Adesso ha troppo schifo delle liberalissime pisciate dei cani per farlo. Si dice da solo che sta diventando un signorino pettinato; not fucking good. 

Arriva davanti al condominio nuovo di zecca con il fiato un po’ corto. Perso nei suoi pensieri, ha praticamente corso la mezza maratona senza rendersene conto, e adesso i polpacci gli bruciano per lo sforzo. Una volta tanto, lascerà perdere le scale in favore dell’invenzione più geniale del secolo - o di due secoli? - addietro: l’ascensore. Questo, in particolare, è spazioso e ha uno specchio enorme, di quelli perfetti per i selfie col cane. Superato l’androne con delle piante eleganti, funzionali e dal sapore impersonale di ufficio, Alessandro lo intercetta immediatamente e ci si fionda al ritmo dei settecento messaggi al minuto che gli sta mandando Riccardo, tutti recanti inviti più o meno espliciti a muovere il culo.

Gesù. Che ragazzino impossibile. Un giorno è in para per il trasloco, quello successivo muore dalla voglia di mostrare al mondo il suo frigorifero nuovo di pacca, e l’app con cui può abbassare le tapparelle anche se si trova nel Salento. Alessandro è pronto a giurare che questo sia un non indifferente segno dell’età adulta che inesorabile avanza - un po’ come quando ti esalti perché da Acqua&Sapone c’è la box con tre detersivi Svelto in offerta - ma nel caso di Riccardo non ci metterebbe la mano sul fuoco, è ancora troppo piccolo per prendersi bene per l’aspirapolvere Dyson – che comunque, se non ce l’ha, glielo regalerà Alessandro, perché come cazzo vivi senza il Dyson oggigiorno?

All’ennesimo dai zio sali SALI condito con ventitré emoji diverse, l’ascensore finalmente si apre sul piano, androne ampio e spazioso con vista sulla City, tre appartamenti - di cui due vuoti, a giudicare dai campanelli intonsi - e solo una delle porte blindate appena accostata.

Dall’interno, assordante rumore di tunz tunz - brutta storia i gusti di Riccardo in fatto di musica casual per la doccia, la macchina, e come sottofondo alle partite alla Play - e grugniti e martelli. 

Alessandro bussa, almeno come prova della sua buona volontà come ospite, ma non serve a niente; nessuno lo sente e nessuno lo accoglie nel corridoietto vuoto che da su un open space luminosissimo, che Alessandro intravede già sulla soglia.

“Si può?” Sbraita, per sovrastare tunz tunz e martelli. Riccardo appare in scivolata nel suo campo visivo, a piedi nudi sul pavimento ancora sporco, e sorride così forte che per un secondo Alessandro teme gli sia presa una paresi del trigemino. Se lo ritrova abbarbicato al collo ancora prima di poter articolare un “ ciao, gran bella casa, sicuro che non sia un po’ troppo grossa per una persona sola?” e non riesce a fare altro che stringerlo a sé, perdersi nel suo odore muschiato di sudore adolescenziale e infantile entusiasmo, e sollevarlo appena da terra, come una bambola fuori misura che gli bacia il viso e gli spara ottomila parole al secondo nell’orecchio, quasi incomprensibili, senza nemmeno prendere aria.

“Vieni!” Cazzo, strilla come un’aquila. Alessandro è certo di aver sofferto danni permanenti ai timpani. “Sto mettendo la moka! Il caffè! C’è solo mezza cucina ma c’è l’allaccio dell’elettricità, posso fare il caffè!”

“Oh, zì. Ho capito cosa si fa con la moka, grazie. Il caffè. Bello. Yuppi.”

Sta solo facendo finta di essere infastidito, e Riccardo lo sa benissimo. In realtà Alessandro è innamorato di questo entusiasmo, della voglia che il ragazzino ci mette nel fare qualsiasi cosa, persino buttare cucchiaiate di caffè Lavazza nel filtro della moka Bialetti - il cui imballo giace ancora scomposto sul bancone della cucina a cui nessuno ha ancora tolto la pellicola protettiva - continuando a sorridere come se qualcuno gli avesse pinzato le guance alle orecchie, impaziente di fargli vedere quanto bene lo faccia, lui, il caffè, e di fargli vedere le tazzine e i cucchiaini - bruttissimi, hanno il manico giallo in resina - e i bicchieri e le bottiglie ecosostenibili - “No perché sai c’è il depuratore sotto al lavandino, fichissimo, ha le lucette blu” - e le nuovissime piastre del piano cottura, le sedie, tutto. Alessandro si lascia contagiare, lo sfotte per i cucchiaini, gli bacia una guancia al volo mentre Riccardo imposta una piastra sulla media intensità perché su Google ha letto che il caffè viene meglio così.

Certo, magari qualcuno avrebbe dovuto avvertirlo del fatto che il primo caffè della moka va buttato via, non è bevibile, ma chissenefrega, Alessandro si stomacherebbe anche il Dixan se servisse a farlo contento.

E se non è sottonaggine questa…

“Ma ‘sti cucchiaini cessi? Dove li hai trovati?”

Riccardo volteggia leggero verso di lui, gli si posa in grembo per un secondo mentre Alessandro sta ancora cercando di capire se queste sedie sono comode o no, come una farfalla colibrì strafatta di cocaina. Gli strappa un bacio, piccolo, veloce, si rialza, guarda la moka come se l’avesse progettata lui da zero, stesso orgoglio negli occhi.

“Boh, che ne so. Al supermercato. Ne ho presi due. Anche le tazzine, solo due. Hanno anche i piattini eh, ci vuoi il piattino sotto la tazzina?”

In effetti ad Alessandro è parso di intravedere un supermercato, arrivando su per la via. Che poi di questi tempi è difficile non trovare un supermercato, spuntano come funghi, sono ovunque, gli express h24 aperti giorno e notte che così se ti serve il latte alle quattro del mattino sai sempre dove andare a prenderlo. Metafisico, cazzo. 

Quando il suo cervello ha finito di produrre il grande pensiero filosofico sui supermercati, Alessandro si permette un secondo di raccoglimento interiore per provare, almeno in parte, a processare le implicazioni di un gesto tanto apparentemente insignificante come comprare al volo una moka, un pacco di Lavazza qualità rossa, due tazzine e due cucchiaini. E due bicchieri. Due di tutto, soltanto per loro. Due. 

Potrebbe non significare un cazzo. Oppure, al contempo, significare qualcosa di talmente grosso che Alessandro potrebbe congelarsi nell’esatta posizione in cui si trova e non muoversi mai più. Analizzare meticolosamente ogni singolo gesto, ogni situazione, non l’ha mai aiutato, né nelle relazioni, né nella vita in generale. Eppure non riesce a fare a meno di farlo, perché da bravo stronzo che all’alba dei trent’anni ha visto più crisi che tempi di cuccagna, è intrinsecamente atterrito da…beh. Tutto , bene o male. Ma due di tutto significherà pur qualcosa, no? Grandi sentimenti. L’amore “quello che dura”.

Cazzo.

Cioè, sottone va benissimo. Lui sa perfettamente di essere un mezzo zerbino quando si tratta di Riccardo, non ne fa mistero, negarlo significherebbe prendersi per il culo, e su certe cose almeno con sé stesso dovrebbe essere sempre onesto. Ma è l’amore che ti fa comprare due di tutto solo per inaugurare una cucina, vero? 

O è quello, o è l’intrinseca incapacità di un diciannovenne di amministrarsi con coscienza il denaro.

Plausibile. Non dovrebbe saltare subito a conclusioni affrettate, anche se è tipo uno degli sport in cui eccelle di più dopo la paranoia carpiata acrobatica e il salto dalla finestra alla prima problematica di una relazione seria. Noia, noia, noia. Copione già visto e rivisto, e vorrebbe evitare di smascherarsi come imbecille inabile alla vita quando si è praticamente presentato a Riccardo come uno di quelli che te la sanno dire lunga, anzi lunghissima. Non di proposito, a sua discolpa, ma ora che si ritrova invischiato fino al collo in un meccanismo un po’ borderline, che pattina sul filo sottilissimo che intercorre tra una reale relazione amorosa e un rapporto cameratesco-barra-fraterno-barra-scopiamoecivogliamotantobene, non se la sente di mettersi a nudo così davanti a Riccardo, non ancora. Non se non sarà necessario, tipo trovarsi in una situazione alla “a mali estremi, estremi rimedi”, il worst-case scenario dell’ingestibiltà – che pure ha messo in conto, visto che Riccardo è un ragazzino e ha, giustamente, la maturità emotiva di un ragazzino. 

Ah, perché, tu hai la maturità emotiva di un adulto?

Per una volta, Alessandro non può che trovarsi d’accordo con la parte di sé che generalmente è devotamente dedita all’autosabotaggio. Se avesse la maturità emotiva di un adulto, ora non sarebbe qui ad imparanoiarsi col carpiato artistico di fronte a due cucchiaini brutti e gialli e a due tazzine che sembrano decorate da Pollock fatto di crack a basso prezzo. 

Dio, Riccardo. Che gusti del cazzo.

"No, no, lascia stare. Sono già brutte anche senza il piattino," Alessandro si sforza di dire. Gli esce leggermente atono, smorto, ma apparentemente Riccardo non se ne cura, è troppo preso a osservare il nulla elettricamente riscaldante della piastra elettrica sotto la moka per fare più di qualche gesto confuso e confondente nella sua direzione.

"Dai, non fanno così cagare. Sono colorate," replica, le mani a mimare il gesto di qualcosa che esplode. Il cervello di Alessandro sta lentamente settandosi su un piacevole rumore di fondo da vuoto cosmico, meglio così, se non pensa non può farsi pippe mentali, se non si fa pippe mentali può evitare il terzo grado di Riccardo, che anche se non lo sembra è tipo l'osservatore più meticoloso che Alessandro abbia mai conosciuto.

"Ho detto che sono brutte, non che fanno cagare. Le sfumature, Riccà. Le sfumature sono importanti."

Solleva lo sguardo per vederlo ridere. Dio, quanto cazzo è bello quando ride. Alessandro gliela mangerebbe di baci, quella bocca troppo larga e sempre in movimento. 

Eh, però se compra due tazzine e due bicchieri e due cucchiaini scappi. Conveniente, eh?

Lo salva da sé stesso il gorgoglio del caffè che sale, il borbottio allegro della moka nuova di pacca che non è stata nemmeno lavata, conoscendo il proprietario di questa cucina. Serissimo sul lavoro, maturo, super zelante, ma nella vita è già tanto se ha capito che i piatti non si lavano con il sapone intimo. Comunque il rumore borbottante di caffè che puzza da fare schifo - Alessandro ha naso per queste cose - mette Riccardo nello stato di agitazione tipico delle massaie che hanno a cena il Papa, ha un attimo di visibile confusione davanti allo spegnimento della piastra piccola sulla sinistra che risulta nell'accensione di quella per il pentolone della pasta in alto a destra, si affanna dietro ai cucchiaini, bestemmia perché non ha comprato lo zucchero, diecimila cose nell'arco di qualcosa come sette secondi massimo. A volte è questo dinamismo estremo da molla impazzita che drena Alessandro di tutte le sue energie. Oggi, invece, è un balsamo, una certezza a cui aggrapparsi, la garanzia che no, no, non c'è niente di cui aver paura, niente per cui prendere la porta e scappare il più lontano possibile, niente di diverso dal sano e normale scopiamo e ci vogliamo tanto bene. È al sicuro, almeno per un po'.

"Oh, scusa per lo zucchero. Non ho comprato un cazzo al supermercato. Cioè ho preso il succo d'arancia, ma non c'entra niente con il caffè. Te l'hai mai bevuto il succo d'arancia col caffè?"

Alessandro aggrotta le sopracciglia.

"No, allora, queste robe perverse le fai lontano da me, grazie. E comunque non fa niente per lo zucchero, eh. Hai tirato fuori il foglietto delle istituzioni dalla moka prima di riempirla?"

Lentamente, come se avesse paura di sbagliare, Riccardo riempie le tazzine. Fino all'orlo, perché la moka è da tre caffè e loro sono due, e Riccardo e la matematica sono sempre stati mondi agli antipodi.

"Certo, l'ho anche sciacquata!"

Minchia. Questo Alessandro non se l'aspettava. 

"Ma il caffè di prova l'hai fatto?"

Riccardo gli offre un sopracciglio alzato. Ora che non sono perfettamente incerettate e pinzettate, le sue sopracciglia crescono discontinue, in una buffa forma che non è necessariamente brutta da guardare, ma lontanissima dallo standard da photoshooting a cui ha abituato tutto il mondo. 

"Il cosa."

"Il caffè di prova. Il primo caffè. Va fatto salire per intero e poi buttato."

"Ah. Allora no. Devo rifarlo?"

Alessandro sorride della sua espressione fintamente contrita. Che gran paraculo.

"Passami la tazzina, dai. Se muoio, fiori e opere di bene in quantità uguale, grazie. E ti lascio il PC, cancella la cronologia e parla bene di me al mondo. Salutavo sempre…" Sospira, teatrale. Riccardo gli piazza la tazzina davanti con un sorriso che illumina più di una supernova, il cucchiaino sulla destra, quella bellissima faccia da schiaffi che per poco non si appoggia alla sua, naso contro naso. 

"Dirò che sei stato un adescatore di minorenni, chiaramente."

Alessandro non ce la fa, non gli riesce di non ridere.

"Ma vaffanculo, dai. E poi sei tu che hai adescato me. "

Il piede nudo e sporco di Riccardo gli accarezza il risvolto dei jeans, tirato su sul primo paio di scarpe - brutte, oscene, è pronto a dirselo anche da solo - che Alessandro ha trovato buttate a caso all’ingresso prima di uscire. Che, tra parentesi, risultano ancora più brutte dopo aver camminato sull’asfalto bagnaticcio. La parte più adulta, responsabile e leggermente germofobica del suo animo gli sta implorando di intimare al ragazzino un cessate il fuoco, una tregua, che tolga quel piede da Hobbit dalla sua vista immediatamente, mentre quella sottona e spensierata si bea di quel contatto come se nessuno gli avesse mai fatto il piedino sotto a un tavolo in vita sua. Obiettivamente, non riesce a spiegarsi come Riccardo riesca ogni singola volta a farlo capitolare, cedere, scricchiolare un po’ sotto i colpi di martello che infligge alla sua corazza da nineties baby disincantato; un sacco di volte ci è finito sotto con gente ben più qualificata a spezzargli il cuore e ricomporglielo rispetto a un diciannovenne che non sa fare il caffè, ma mai nella vita si è trovato in una situazione di così completa balìa – come se fosse costantemente nudo, vulnerabile, e in buona parte persino per scelta. Un po’ l’ha imboccato lui, inutile negarlo. Un po’, Riccardo ha capito da solo dove fare leva, dove insistere e dove lasciar perdere. Riccardo è ricettivo, percettivo. Una spugna, come i bambini piccoli che imitano i grandi quando imparano a mangiare con la forchetta. Questa sua percettività estrema a tratti spaventa Alessandro, come quando a Riccardo basta osservarlo mezzo minuto per indovinare tutta la gamma dei suoi stati d’animo di una giornata.

Peso, zì.

“Opinabile.”

Si ritrova a scuotere la testa.

“Fino a prova contraria, sei tu l’adescatore di anziani. Quindi zitto e incassa.”

Riccardo sta zitto solo il tempo di prendere un sorso di caffè. Alessandro, cautamente, si limita ad annusarlo, e apparentemente è la scelta giusta, visto che tre secondi netti dopo Riccardo lo sta sputando nel lavandino, ridendo istericamente, il davanti della sua maglietta chiara irrimediabilmente chiazzato del caffè che gli è colato giù per gli angoli della bocca mentre cercava di trattenersi dallo scoppiare a ridere, lavando Alessandro nel processo.

Thank fucking god che se l’è tenuto in bocca. Una doccia di caffè puzzolente e ustionante non se la merita. Sarebbe l’ennesimo colpo di coda di un karma che davvero ha pensato fotterselo e si è dimenticato a casa il lubrificante…ma in compenso ha portato alla festa un bel sacchettino di ghiaia grossa.

Deprimente, cazzo.

“Dai, dammi la tazzina. Lo rifaccio. Che schifo senza lo zucchero, però.”

Come cazzo di fa ad arrabbiarsi per davvero con uno che ti guarda come Riccardo lo sta guardando adesso? Un po’ contrito, un po’ monello, inzaccherato di caffè al sapor di naftalina, vestito da profugo nella sua nuova casa a cui mancano ancora praticamente tutti i mobili, così sorridente, così felice, così vivo, così-

Eh mo basta però. Scrivigli una poesia d’amore e piantala, perché altrimenti anche i montatori in fondo al corridoio si accorgeranno di quanto ti sei rincretinito.

Contegno. Classe. Dignità. Se le è perse per strada, e non è necessariamente un male. 

Alessandro manda giù una risata e va a svuotarsela da solo, la tazzina. Il lavabo nuovo sembra già il set di un film dell’orrore per malati di ordine e pulito. A sfregio, solo perché non gli pare corretto di dover soffrire l’ordalia della Lavazza da solo, Riccardo lo tira a sé con uno strattone che quasi gli fa perdere l’equilibrio e lo bacia, lo bacia con un risucchio orribile da facehugger in azione, intrappolandogli la lingua finché Alessandro non è costretto ad assaggiare il maledetto Primo Caffè sulle sue papille gustative. Dio. A posteriori ha fatto benissimo ad evitarlo del tutto. Lo spinge via con finta indignazione, anche se Riccardo gli affonda le dita nei fianchi e lui si lascia trattenere, in quel magnifico limbo che sta tra la preparazione del salto e l’atterraggio, finché l’inconfondibile suono di una bestemmia seguita da qualcosa di estremamente pesante che cade sul pavimento non riporta entrambi alla realtà, una realtà in cui degli esperti carpentieri stanno montando la camera da letto e farsi trovare nudi come vermi sul tavolo della cucina risulterebbe lievemente fuori luogo, almeno dal personalissimo punto di vista di Alessandro. 

Alla fine, il proposito di bere un caffè viene abbandonato con mesto senso di amarezza e parziale sconfitta, ma almeno in frigo c’è del succo d’arancia, e i rimasugli di una mini cheesecake vegana che si dividono come merenda improvvisata, lasciandosi allietare dal beat dei martelli e dalla sinfonia polifonica trapano+operaio bergamasco che fischietta cori da stadio.

Se fosse meno irretito dal mondo, Alessandro potrebbe persino abituarcisi.

“Comunque stasera ordiniamo il delivery, eh. Voglio assaggiare quella roba coreana che dici sempre, lo fanno il delivery?”

Oh, giovane figlio dell’estate. Siamo a Milano, vorrebbe dirgli, anche il bangla all’angolo fa il delivery, ma si limita ad annuire, perché certo che sì, il coreano sta su Just Eat, apri l’app, sì, è questo qui. Che poi gli sfugge quando esattamente abbiano - abbia? - deciso che stasera avrebbero cenato insieme, ma è okay, a volte Riccardo decide cose random e Alessandro semplicemente lo segue, perché opporglisi sarebbe parimenti inutile e addirittura deleterio – nessuno più di Alessandro sa quanto Riccardo possa diventare sfiancante quando vuole qualcosa e cerca di ottenerlo con ogni mezzo, inclusa la corruzione. Davvero, una volta ha tentato di corrompere Alessandro con cinquanta cazzo di euro perché voleva un KitKat. Alle due e trenta del mattino, mentre si trovavano in un foruncolo di paesino nel cuore della pianura padana e l’unica opzione papabile per trovare un KitKat sarebbe stata quella di avventurarsi sull’autostrada per comprarne uno merdoso in Autogrill.

Incapace di starsene seduto buono buono troppo a lungo, Riccardo va a vedere che cosa stanno combinando i montatori con la sua nuova camera da letto. Alessandro ha visto di sfuggita le foto su un catalogo, non se la ricorda, ma ha di sicuro un armadio delle dimensioni del Texas conoscendo Riccardo. Sorride appena, lanciando una scorsa al cellulare. Quando alza gli occhi, Riccardo è già tornato e lo sta fissando con un’espressione buffa, e senza nemmeno chiedere il permesso gli si accomoda in braccio, piantandogli un bacio rumoroso sulla guancia e strusciando il naso contro la sua pelle, inalando senza un briciolo di grazia o di contegno.

“Comunque bella la cucina eh. Davvero,” osserva Alessandro e, Dio, che commento da frocio dei film di Ӧzpetek, che comunque tanto vale dire che li ha visti tutti e ha pianto con almeno la metà. Per tutta risposta, Riccardo gli mordicchia il lobo dell’orecchio. 

Alessandro pensa che forse - forse - ci si potrebbe pure abituare, a questa cucina, alle due tazzine, ai due cucchiaini, alle sedie senza feltrini che grattano contro il pavimento con il riscaldamento integrato classe energetica A++ appena ti muovi.

Il fatto è che a lui piace la sua, di abitudine. Non è fatta solo di sveltine e gente che passa senza neanche lasciare un segno tangibile nella sua vita, cazzo, non è certo un porto di mare, ma non aveva mai pensato di dividerla con qualcuno. L’ha sempre custodita gelosamente, perché abitudine non sempre significa stabilità, ma è comunque qualcosa, e qualcosa è meglio di niente, ed è per questo motivo che il mero ventilare l’ipotesi di poterla ampliare significa solo e soltanto che si sta lasciando fottere come un babbo. 

E dopo questo cosa, rogito e altare?

Un brutto sapore acre e metallico gli risale su per la gola. Ovviamente Riccardo lo sgama subito. Ovviamente.

“Cosa c’è?”

Il viso gli si addolcisce assurdamente quando è perplesso. Alessandro deglutisce rumorosamente, lottando contro sé stesso per non perdersi nel caramello fuso dei suoi occhi scuri, appena segnati dalle ombre di qualche notte insonne – fa sempre così quando rimane dai suoi genitori per più di una settimana intera. Non dorme un cazzo e diventa quasi dieci volte più bello del normale, la soglia limite per l’illegalità. 

Chiaramente Alessandro si trova costretto a dissimulare.

“Niente. Pensavo al coreano. Sicuro che vuoi mangiare il coreano, stasera?”

Stranamente, Riccardo gli concede cinque minuti di tregua dal suo caotico, ossessivo scrutare. È facile dire quando gliela sta dando vinta. Alessandro non potrebbe essergliene più grato; sai che sbatti spiegarsi con il trapano a fare da sottofondo?

Sai che sbatti spiegarsi e basta?

 

*** 

 

Il coreano era tanta roba, letteralmente e metaforicamente. 

Hanno mangiato su un bancale rovesciato perché Riccardo ha detto una cosa come “ma i coreani non mangiano seduti per terra?” e ci ha buttato intorno dei cuscini tirati fuori da uno scatolone, sparpagliati, già tutto propenso a fare quel cazzo che gli passava per la testa, quindi a nulla è valsa la flebile protesta di Alessandro - “Ricky, guarda che non sono sicuro che i coreani tradizionalmente mangino seduti sui cuscini…” - il quale però ha insistito per spazzare il pavimento dell’ampio salotto, prima di mangiarci sopra. 

Senza le tende, la città è luminosa fuori dalla finestra, tutta luci gialle e arancioni e fari allo xeno in lontananza. Hanno buttato imballi, bacchette, cartacce e fogli d'alluminio nella differenziata e poi, in mancanza di un divano che dovrebbe arrivare entro la fine della settimana e che Riccardo promette essere l’apoteosi del comfort per giocare anche sei ore di fila alla Play, si sono messi di buona lena a fare il letto, giusto per avere qualcosa di morbido dove appoggiare il culo.

O forse per dare al materasso il battesimo che merita, Alessandro non è sicuro, ha ancora lo stomaco troppo pieno per mettersi a ballare il tango orizzontale senza rischiare di vomitare come un cretino dentro a uno degli scatoloni abbandonati in mezzo alla stanza.

Riccardo si inerpica nelle lenzuola con in mano la Nintendo Switch e indosso solo le mutande e una maglietta che neanche gli copre l'ombelico. Alessandro è stanco di ripetergli di coprirsi, almeno dopo mangiato, quindi non lo fa. Si limita a disapprovare silenziosamente la sua mise da scriteriato e spera che il ragazzino intenda da solo – prima o poi…

"Ah! Cazzo!" A Riccardo sembra sovvenire all'improvviso di non aver spento il gas, e lui il gas manco ce l'ha. Lascia la Switch ad Alessandro - "Cerco una roba, tu gioca a quello che vuoi" - e Alessandro si augura vivamente che non sia nulla che debba essere pescato da uno scatolone, perché altro che fare notte a questo punto visto che alcuni non hanno la minima indicazione del loro contenuto; autosorprendersi sembra essere una caratteristica connaturata nella persona di Riccardo, che se trova venti euro nelle tasche dei jeans che ha usato il giorno prima neanche si ricorda quando e perché ce li ha messi. Distrattamente, Alessandro accende la Switch, e sogghigna quando si accorge che finalmente Riccardo ha iniziato Zelda. Ha dovuto bullizzarlo un po’ per costringerlo a comprarlo - va ammesso, l’ha gentilmente guidato verso l’acquisto con un sapiente uso del bastone e della carota, dove bastone sta per metodi intimidatori degni dei Corleonesi e carota sta per…beh, un altro ortaggio più anatomicamente esplicito - ma smanettando un po’ con i comandi è chiaro che gli stia piacendo, non si starebbe impegnando a fare le cose per benino altrimenti.

Ennesimo test passato. Se supera la visione di Death Note - possibilmente in binge, rigorosamente in lingua originale - sono a cavallo, e Alessandro è fregato per la vita.

Lui ci scherza un sacco su questa cosa, ma Riccardo è davvero una spugna. Ansioso di sapere tutto. Di fare tutto. Di capire oscure reference ad anime e manga che tiravano nel 2008 e a film più vecchi persino di Alessandro, che per la bolla sociale di Riccardo è praticamente il rottame di un passato preistorico che non esiste più – ma signor Mahmood, è vero che quando era piccolo lei nelle case ci stavano ancora i telefoni bianchi e azzurri della SIP? E i modem 56k? E i cellulari non a colori?

Minchia fra, si dice da solo ripensando agli indistruttibili Nokia 3310, icone di una generazione, sei pronto per la casa di riposo.

Il suo brusco, bruschissimo ritorno alla realtà avviene a mezzo urla belluine - Riccardo spesso sembra dimenticarsi di poter regolare il proprio volume - che gli tolgono almeno dieci anni di vita e gli provocano la rottura definitiva di ambo i timpani.

“Oh, Ale! Al volo!”

Non ha ben capito che cosa debba volargli addosso, ma dal clangore metallico che l’oggetto misterioso produce è facile intuire che non si tratti di un peluche o di un paio di mutande, perciò nella manciata di secondi che ha a disposizione si adopera per mettere in salvo sia la Switch che la propria faccia, cazzo ci lavora con la faccia, venire deturpato ancora prima del compimento effettivo dei trent’anni anche no .

“Ma sei scemo?” Ringhia, con gli avambracci ancora tesi a proteggere il viso e le mani sulla testa, in una contorsione che è tutta un gioco di bicipiti e spalle. Qualcosa atterra con un brutto tonfo sul materasso, a pochi millimetri dalla sua coscia. Riccardo ride, lo accusa di essere una drama queen, e salta sul letto a ginocchia pari, battendo i pugni sulle lenzuola nella sua migliore interpretazione di Donkey Kong. Altro must di ogni Nintendo gamer che si rispetti. Alessandro si pente e si duole di averlo recuperato solo qualche anno fa, giocherellando con un simulatore online. 

Quando finalmente il pericolo è passato e Alessandro si convince sia sicuro levarsi le braccia dal viso e distendere le cosce, istintivamente irrigidite a proteggere ciò che un uomo ha di più sacro, sul materasso accanto a lui c’è un piccolo mazzo di chiavi, due della porta blindata e una sottile, bordata di gomma color verde pastello, che Alessandro non fatica ad identificare come quella della portineria. C’è anche una chiave elettronica, di cui Alessandro ignora scopi e usi. A tenerle insieme, un Pikachu giallo, grassottello e sorridente, con la testa sproporzionata tipica dei Funko Pop. Un sorriso involontario gli curva le labbra, e quando Riccardo gli si accoccola contro come un gatto ruffiano che elemosina coccole e attenzioni non se la sente di scacciarlo in malo modo per averlo quasi deprivato della sua sfolgorante bellezza esotica lanciandogli un mazzo di chiavi come fosse un’innocua caramella.

“Ma dai, che carino,” commenta, baciandolo sui capelli e meravigliandosi per la milionesima volta di quanto siano dolci i suoni che produce Riccardo quando, a opera di distruzione compiuta, lo molesta per un po’ di tenerezza. “Pensavi a me quando l’hai comprato?” 

“Certo, scusa. Le chiavi sono tue. Sulle mie c’è il Funko di Gollum.”

All’inizio il cervello di Alessandro, astenendosi dal processare l’informazione appena ricevuta, rifiuta letteralmente di sentirla. C’è un momento di rumore statico nelle sue orecchie, musichetta da ascensore, e per un secondo Alessandro è profondamente convinto di aver perduto, per qualche metafisico e inintelligibile motivo, le proprie facoltà mentali tutte in un colpo.

“Eh?” Chiede, genuinamente preso in contropiede, con un sorriso da emerito coglione stampato in faccia, come un meme della primissima ora.

Riccardo gli struscia giocosamente la fronte contro il petto, la sua maglietta a ovattargli la voce mentre parla.

“Le chiavi no? Sono tue queste qui. Ho detto che alle mie è attaccato il Funko di Gollum.”

No, no, no, no. Alt. Rewind. Fuck go back.

Alessandro lo fissa. A lungo. Intensamente. Almeno tre dei suoi maggiori nervi facciali sono paralizzati, congelati. Guarda Riccardo come si guarderebbe una foca antartica nel deserto.

Rewind, ho detto. Cazzo, rewind.

Basta un nanosecondo a rendergli la bocca terribilmente arida. E forse è un bene che nessuno dei suoi muscoli sia pronto ad un’azione scattante, perché potrebbe ferire Riccardo terribilmente balzando giù dal letto, infilandosi le scarpe e imbroccando la porta per direttissima, pronto ad autoesiliarsi in qualche posto esotico, tipo le Maldive. Sì, cazzo. Le Maldive andrebbero benissimo.

“No ma non ho capito,” si sforza a dire, anche se ogni minuscola variazione d’aria nella sua trachea provoca lo scoppio di mille piccolissime bombe atomiche. “Le chiavi sono mie?”

Invece di dirgli che è tutto uno scherzo o buttarla in caciara, Riccardo scrolla appena le spalle, continua a strusciare il viso nella sua maglietta e, con estrema nonchalance, proclama che sì, di fatto le chiavi sono sue. 

Le sue chiavi di casa. Della casa di Riccardo.

“Sì, certo.”

Di nuovo, rumore statico. Musichetta da ascensore. Rewind, rewind, rewind. Gerry ferma ‘sto cazzo di gioco.

Alessandro è pienamente cosciente del fatto che chiunque, nella sua posizione, si leccherebbe le dita ad aver ottenuto le chiavi di casa del suo…beh. Grosso problema semantico. Amico con cui scopa? Suona male. E scopamico suona decisamente peggio. Ad ogni modo, alla semantica penserà quando sarà il momento, anche se una parte di lui gli sta gridando che il momento è adesso, se non ora quando, tipo slogan da manifestazione contro il cambiamento climatico o qualche altra cazzata del genere. Il fatto è che semplicemente non ha mai pensato di percepirsi in una condizione che fosse diversa da quella in cui si trova più o meno dalla verde età del suo sexual awakening; viaggio costante, camere in affitto, emotional availability perennemente settata sulla modalità risparmio energetico. E adesso c’è Riccardo che gli chiude il pugno attorno alle chiavi della sua nuova casa ancora da finire, e ad Alessandro sembra che a finire sia stato il mondo.

Non che con Riccardo abbia mai centellinato la sua emotional availability, in ogni caso. Però.

“Ma sei matto, le chiavi di casa? Non posso accettarle.” 

Fermo, deciso. È così che si rifiuta qualcosa, no? E lui, in teoria, dovrebbe essere una specie di regina dei “no” eleganti, algidi, che spezzano cuori e alimentano la leggenda urbana sulla sua supposta stronzaggine – che poi non si definirebbe stronzo, ma manco per il cazzo, è semplicemente un tizio selettivo. Riccardo ha fatto piazza pulita anche di questo. Ha scelto per lui, senza neanche dargli il tempo di rendersi conto. L’avesse saputo prima, sarebbe scappato come il coniglio che è.

Forse.

“Ma prendile, dai, cazzo ti frega. Te le sto dando io. Ci ho attaccato Pikachu apposta!”

Alessandro mastica cemento.

“Ricky, dai…”

Per qualche secondo di troppo, la camera da letto montata di fresco piomba in un silenzio opprimente, che gli schiaccia il petto e impedisce ai suoi polmoni di espandersi del tutto. O forse sono solo le braccia di Riccardo strette attorno a lui mentre scosta appena il viso dal suo petto e lo guarda da sotto con quegli occhi troppo scuri, troppo belli, sbattendo appena le ciglia lunghissime, che gli si appoggiano agli zigomi quando si guarda le punte dei piedi come i bambini timidi alla recita di Natale.

“Se non le vuoi puoi ridarmele. Non è che mi offendo, eh. Pensavo ti facesse piacere.”

Lo dice, chiaro, ma c’è una nota di amara disapprovazione nella sua voce, e Alessandro non vuole sentirla, no cazzo no. Adesso è lui che, volente o nolente, deve finire a fare un passo indietro, perché non sopporta di essere la causa del cattivo umore di Riccardo, se mai lo è stato al di fuori di una delle poche litigate pesanti che si sono fatti nei mesi precedenti a Sanremo, quando stavano ancora sondando il terreno e continuavano a testare uno i limiti dell’altro per vedere quale fosse il rispettivo punto di rottura.

“No, mi fa piacere,” ritratta. Ma gli fa piacere? Discutibile. Opinabile. Riccardo però non ha bisogno di guardare dentro l’abisso delle sue paranoie da Millennial incarognito dall’incessante e perpetua crisi sociale, economica e affettiva patita dalla sua generazione, quindi Alessandro gli risparmia il monologo drammatico in atto unico da sei ore e mezzo in cui dovrebbe spiegargli punto per punto perché dare le chiavi di casa sua a lui sarebbe tutto fuorché una buona idea. “Davvero. Solo che…boh, io non ce le ho mai avute le chiavi di casa di qualcun altro. Non me l’aspettavo,” finisce col giustificarsi, e se Riccardo avesse soltanto un minimo di esperienza in più si renderebbe conto al primo colpo che sta cercando di darsi da solo l’assoluzione per un peccato che non ha ancora commesso.

Uno dei motivi per cui non è mai entrato in seminario…ma ora potrebbe benissimo iniziare a consultare qualche opuscolo, se l’esilio alle Maldive dovesse risultare impraticabile per un motivo o per l’altro.

“Sì ma non è sta gran cosa. Sono delle chiavi. Non ti ho mica chiesto di sposarmi.”

Ah.

Per l’ennesima volta, Riccardo lo spiazza.

Da quando in qua le chiavi di casa non sono una gran cosa? Alessandro deve essersi perso qualche passaggio. No big deal. Dovrebbe essere un passo importante quello di dare a qualcuno accesso virtualmente illimitato alla tua casa, alle tue cose, alla tua cazzo di privacy , ma per Riccardo no, è una cosa come un’altra a quanto pare, e Alessandro non sa se esserne incredibilmente sollevato o incredibilmente offeso. Per quanto la sua capacità di comunicare i propri sentimenti rasenti il livello “io Tarzan, tu Jane” , nemmeno Alessandro Mahmoud la Regina dei Ghiacci è esente da quella primitiva forma di possessività che è insita nel suo DNA come il gene della pelle color caffelatte. Lo infastidirebbe sapere di non essere l’unico, e al contempo avere la certezza di esserlo lo lascia…sgomento.

Alessandro, ma come cazzo ragioni?

Bellissima domanda. Vorrebbe saperlo anche lui. 

“Ma le hai date solo a me?”

“Ma no. Le ha anche mia mamma. Così può venire a dirmi che vivo in un porcile,” ridacchia Riccardo, ma la tensione nelle sue dita dalle unghie corte e mangiucchiate è palpabile nel modo che ha di aggrapparsi alla maglietta di Alessandro, come se si aspettasse di venire gettato da un momento all’altro al capo opposto della stanza, come se si aspettasse di vederlo fuggire.

Come se sapesse che, in fondo, Alessandro è solo un cagasotto – e nei film sono sempre i cagasotto a giocarti i tiri più brutti.

Alessandro deglutisce a vuoto.

Fare o non fare, non c’è provare.

Forse il metodo del cerotto è la soluzione migliore. Forse dire sì e basta, spegnendo il cervello, risparmierebbe ad entrambi un gran calvario con tutte le stazioni della Via Crucis. Forse, per una volta, gli farebbe addirittura bene lasciarsi condurre invece di incaponirsi sull’idea che il coltello dalla parte del manico deve avercelo per forza lui perché le cose funzionino.

Dio, che dilemma del cazzo.

Si azzarda a prendere il mazzo in mano, a soppesarlo. In effetti, il portachiavi di Pikachu è un tocco di classe. Un pochino, solo un pochino, lo commuove che Riccardo si sia impegnato così tanto nel cercare qualcosa che lo rappresentasse. Che li rappresentasse.

Il mio spirito guida è Ale, perché è un Pokémon vivente.

Riccardo l’ha detto sul serio, a un certo punto. Non si ricorda quando, probabilmente a Sanremo. Ha ricordi estremamente vaghi della settimana di Sanremo, a sua discolpa.

Riccardo è ancora abbarbicato a lui e si arrotola insistentemente la stoffa della sua maglietta attorno alle dita, tirandola e stropicciandola. Alessandro inspira. Le chiavi chiuse strette nel suo palmo pesano almeno tre tonnellate, più o meno quanto il suo cuore adesso. 

Dai, vediamo se hai il coraggio.

Di nuovo, aria dentro i polmoni. Fuori. Le lenzuola profumano di pulito e sottovuoto, Riccardo di polvere e di impellente necessità di buttarsi sotto la doccia. A volte Alessandro si dimentica che Riccardo è ancora un adolsescente, e gli adolescenti puzzano. In ogni caso, persino l’odore più acre se viene dalla sua pelle non lo infastidisce. Riccardo gli piace…sempre, strano a dirsi. Gli piacerebbe anche ricoperto di fango e muschio, dio quanto cazzo è fregato.

“Comunque non te le rendo, le chiavi,” finisce col dire, la bocca in moto ancora prima che il cervello abbia formato un pensiero coerente. Riccardo sembra illuminarsi di nuova vita, come quando accendi l’albero di Natale per la prima volta e ti stupisci che non si sia fulminata nemmeno una lucetta. Gli esplode addosso come uno schianto di mortai, lo stringe, sballottandolo di qua e di là come un pacco in un’esultanza che, per i suoi standard, è persino composta.

“È perché vuoi tenerti il Pikachu, vero?” Ride. “Mica per me.”

Alessandro si appallottola una risatina sgraziata nel naso e gli esce un mezzo grugnito dalle narici.

“Ovvio. Se ci avessi attaccato Togepi non le avrei volute.”

Lentamente, anche la tensione nei muscoli delle sue spalle si scioglie. Se potesse prendersi a pizze in faccia da solo lo farebbe, perché a fare felice Riccardo non ci vuole niente, e a lui piace renderlo felice. E poi è solo un mazzo di chiavi. Cazzo vuoi che sia un mazzo di chiavi?

Finalmente, trova il coraggio di baciarlo – tra le altre cose. Le chiavi pesano ancora quanto un bovino da latte nel suo palmo chiuso, ma ci farà l’abitudine col tempo, come ci ha fatto l’abitudine ad avere Riccardo intorno. Deve solo imparare a lasciarsi andare un po’. A fare un poco di spazio. A rendersi disponibile.

Piano piano, però. 

Una cosa alla volta.

“Riccà.”

Non Ricky. Riccà. È il nomignolo dei momenti un po’ più seri, che significa un ventaglio ampissimo di cose che oscillano tra il “levati quelle cazzo di mutande che non posso più aspettare” e il “dì un’altra parola e ti faccio mangiare uno stivale”, con un numero di vie di mezzo tendenti a più infinito. Riccardo gli posa un bacio piccolo e rumoroso sull’angolo della bocca, rifilandogli una di quelle occhiate da cucciolo bastonato - false, false come Giuda, cazzo - che ad Alessandro fanno venire male al cuore. Cristo. Prima o poi Riccardo lo ammazzerà, sì, gli farà venire un infarto fulminante e buonanotte al cazzo di secchio. Per qualche secondo, tornano a mancargli l’aria e la saliva – ma ti vedi come stai ridotto, zì?

“Dai, dillo. Sono un minchia. So che vuoi dirmi che sono un minchia.”

Dio, come lo prenderebbe a calci nel sedere quando atteggia il viso a un musino colpevole ma le labbra non seguono il comando del cervello e allora si incurvano da sole in uno di quei sorrisi belli, belli e larghi e briganti, che non promettono niente di buono.

Alessandro scuote la testa. Certo, è ancora in tempo per ridargli le chiavi e possibilmente spiaccicargliele nel cranio con un manrovescio…

“Ma piantala, che sei falso. Sei falso, Riccardo, cazzo, ” dice, citando un iconico momento made in Mamma Rai che sicuramente il ragazzino non ricorda, ma va bene così, lo fa ridere, e Alessandro può finalmente tornare a respirare. “Però serio. La prossima volta avverti prima, eh. Cioè, cazzo, le chiavi sono una cosa importante. Non puoi darle in giro come se non fossero niente.”

Ci sta provando a impartirgli una lezioncina. A nascondersi dietro la sua aria da maestro Yoda passato dal chirurgo plastico solo per non fare la figura di quello che, francese a parte, se l’è fatta sotto alla sola idea di poter entrare così in intimità con qualcuno da meritarsi addirittura le sue chiavi di casa. Riccardo, ovviamente, non è in vena di fare lo studente diligente – quando mai lo è?

“No è che speravo mi dessi anche una copia delle tue in cambio. Tipo do ut quella roba lì.”

Respira, Alessandro. Se lo ammazzi adesso non hai neanche mezzo alibi.

L’idea di rendere casa sua il parco giochi di questo scalmanato lo terrorizza. Trovarselo in casa alle quattro del mattino, in mutande, a farsi pane e marmellata, è una prospettiva spaventosa, sebbene Riccardo in mutande sia una visione da porte del paradiso. E poi suonerebbe - male! - il pianoforte a tutte le ore, e Alessandro non può permettersi una denuncia per schiamazzi prima dell’Eurovision. O dopo. O durante. Che poi dovrebbe scappare in Messico, cambiare nome in Juanito, e onestamente che sbatti. 

E poi per lui le chiavi sono una cosa seria, che cazzo. Riccardo dovrà sudarsele fino all’ultimo cazzo di portachiavi di Gollum, se proprio insiste.

“Vedremo,” azzarda, postponendo il fatidico momento in un punto sospeso nel futuro, lontano, indistinto. Almeno stavolta Riccardo ha il buonsenso di non assillarlo, e torna a spalmarglisi addosso alla ricerca di baci, ‘sto cazzo di ruffiano.

Per oggi, la vita di Alessandro ha già subìto abbastanza sconvolgimenti; non è necessario aggiungere l’ennesimo a minare il suo già precario equilibrio psicofisico, dato che comprare piante mezze morte al supermercato non è terapia e lui non ha il tempo materiale di vedere un professionista. Meglio lasciare tutto così com’è. Ha le chiavi di casa di Riccardo, adesso. Tra qualche giorno saranno attaccate a quelle di casa sua e nemmeno ci farà più caso, se non per rimirarsi il suo nuovo Pikachu grasso, che ha comunque contribuito per un buon 90% alla scelta di prendersele e sbattersene, nuovo e rinfrescante scenario in una monotona vita vissuta all’insegna dello scansare i legami stabili come se fossero merde di Bovaro del Bernese in mezzo al marciapiedi.

Però forse ne aveva bisogno. Ha quasi trent’anni, una carriera più o meno stabile, sua madre lo prega da almeno tre di portarsi qualche sfortunato a casa a Natale… brrrrr. Meglio non pensarci adesso.

Meglio non pensarci mentre Riccardo lo bacia, gli prende la maglietta - e stavolta in un modo assolutamente inequivocabile - e ne tira l’orlo fin quasi a strapparlo.

Domani.

Domani potrà autocommiserarsi quanto gli pare e piace. Adesso hanno un nuovo materasso di memory foam da rodare, e il sesso è quello che serve per allentare la tensione prima che il colpo secco riccardoindotto sopraggiunga.

‘Sti cazzo di ragazzini, pensa, prima di abbandonarsi sui cuscini che odorano leggermente di plastica e profumabiancheria. Ha ancora le chiavi strette nel pugno. Stanno già iniziando a diventare più leggere. 

  



  








  

   

 



 

 

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