Chapter Text
Alberto era rincasato da poco quando il suo telefono iniziò a suonare.
Lo aveva sentito vibrargli nella tasca tutto il giorno, ma il lavoro lo aveva inglobato. Era stato chiuso tutto il giorno in magazzino e, anche se le consegne stavano iniziando a scarseggiare a causa di quella questione che stava fottendo il mondo, aveva avuto il suo bel da fare.
Diede un’occhiata allo schermo dello smartphone e rispose.
«Aurelià – lo salutò – Dimme.»
«Oh meno male, mortacci tua. Ma voi risponne a ’sto telefono?»
«Ao, so appena tornato da lavoro. Ma che è che voi? Ma sei te che me scrivi?»
«Sì che so io, chi se no? Ma l’hai sentito che ce vojono chiude in casa? Per la questione del Covid.»
Alberto, che non leggeva le news da qualche giorno, ormai, sapeva che le cose si stavano mettendo male, ma non così male.
«Io non ne so un cazzo. Non m’hanno detto niente a lavoro.» disse, mentre si toglieva i pantaloni di lavoro e gli scalciava via.
«Eh, mo te diranno. Ce sta un fuggi fuggi generale dalle città, stanno tutti a tornà a casa. Un macello nelle stazioni.»
Alberto sospirò, stanco e si lasciò cadere in mutande e t-shirt sul letto, tenendosi ben stretto il telefono all’orecchio.
«Bravi fessi, vojo vedè se non se portano a casa, sto Covid.»
«Eh lo so.» Disse Aureliano, ma la sua voce si era fatta più calma e lenta.
«Senti…» ricominciò dopo e Alberto capì che stava per chiedergli qualcosa. «Sta cosa può andare avanti per settimane come per mesi, da quello che dicono. Hanno già chiuso le palestre e io… starò in cassa integrazione.»
Alberto si tirò su a sedere, per prestare attenzione alle inclinazioni della voce del suo migliore amico.
«Me dispiace, Aurelià.» Disse.
«No, no è okay. Non sto messo male, davvero. Però stavo pensando che…» esitò.
«Daje parla, Aurelià.»
«Sì, me chiedevo. Perché nun te ne vieni a sta qua da me? La casa è grossa, ce sta il patio, il mare. Se dovemo sta chiusi in casa, meglio qua che nell’appartamentino tuo a Magliana.»
Alberto rimase senza parole. Non ci aveva pensato ancora. Non aveva pensato a niente, in realtà.
Quella situazione era andata da zero a cento nel giro di pochi giorni e lui non sapeva che pesci pigliare, soprattutto per il lavoro.
La proposta di Aureliano un po' lo aveva preso in contropiede, ma non lasciò la possibilità alla sua mente di concentrarsi sul suo significato.
«Ma se io continuo a lavorà, Aurelià, c’è il rischio che te lo porto a casa ’sto cazzo de virus.»
«Senti, tanto se me lo devo prende me lo prendo. Almeno se stamo male ce sta qualcuno, no?» ribatté.
«A meno che non voi annà da tu madre.» propose poi, con un sorriso che si sentiva nelle sue parole.
«Se, cor cazzo.» ribatté secco Alberto. «Piuttosto muoio de Covid e dono il mio corpo alla scienza.»
Aureliano rise, per un attimo.
«Senti, io so serio, ma devi decide tu.»
Alberto esitò, ma poi annuì, guardandosi le gambe nude «Famme telefonà a lavoro, vojo sapè de che morte devo morì. Te faccio sapè.»
«Va bene. A dopo.»
«A dopo.»
Appena mise giù la telefonata fece un profondo respiro e si decise ad andare su Google e capire la gravità della situazione. Lesse qualche articolo, uno più confuso dell’altro e alla fine si affidò ad alcuni TG, nazionali e regionali.
Il lockdown, come lo chiamavano, sarebbe stato sul modello cinese e, come gli aveva detto Aureliano, sarebbe potuto andar avanti per settimane come per mesi interi.
Chiamò sua madre, che non sembrava ancora particolarmente preoccupata, ma le disse di fare come era stato detto. Quando lei gli chiese le sue intenzioni e la situazione al lavoro, disse che avrebbe continuato a lavorare normalmente, anche se ancora non lo sapeva per certo.
Scrisse a qualche collega, ma quando iniziarono a fare troppe speculazioni decise di andare subito alla fonte e chiamò il suo responsabile.
«Per ora se continua, Albè. Stamo a cercà ’ste cazzo de mascherine, ma è come cercà un ago in un pagliaio.»
«Probabilmente faremo un po' de cassa integrazione, e credo arriveranno soldi dallo Stato. Tocca un po' aspettà e vedè.»
Tranquillizzato un po', decise di farsi una doccia e iniziò a pensare alla proposta di Aureliano.
Erano amici. Migliori amici, avrebbe detto qualcuno.
Si erano conosciuti circa tre anni prima in palestra, dove Aureliano faceva il personal trainer. Erano andati subito d’accordo e avevano iniziato ad uscire insieme e a organizzare cene e serate al cinema.
Era un tipo tosto, Aureliano, ma era uno di quelli che dava tutto per gli amici, quando eri abbastanza determinato da abbattere quei muri che il ragazzo si era costruito intorno.
Alberto non ne aveva mai avuti, di amici così, e stare con lui lo faceva stare bene, fin troppo bene.
Con lui aveva un rapporto completamente diverso che con gli altri suoi amici. A volte sentiva di doversi prendere cura di lui, di aiutarlo lì dove non riusciva ad arrivare a causa del modo in cui funzionava la sua testa.
Della sua ansia Alberto si era accorto abbastanza presto, soprattutto guardandolo interagire in situazioni sociali, o quella volta quando lo aveva accompagnato a rinnovare la patente. Oppure quando in palestra era stato aggredito verbalmente dalla madre di uno dei suoi studenti – a cui insegnava boxe – per qualche motivo stupido. Era quasi ironico come una persona che praticava metà degli sport da contatto soffrisse così tanto i momenti di confronto.
A volte si era chiesto se non lo schermava troppo, da quei momenti, mettendosi tra lui e tutto quello che gli creava disagio. Ma ad Alberto piaceva farlo, piaceva prendersi cura di lui. Forse anche troppo, e doveva chiedersi sempre, per tenersi in riga, se stesse andando troppo oltre.
Ma lui abitava in una villa sul mare, ad Ostia. Era di proprietà della sua famiglia, ma entrambi i suoi genitori erano morti e sua sorella abitava al nord da qualche anno, ormai.
Era una casa molto grande, per una persona sola, ma lui l’amava troppo per separarsene.
Iniziò a pensare all’effettiva proposta e, se doveva essere sincero, anche solo l’idea di passare mesi chiuso nel suo appartamentino a Magliana gli creava disagio.
Ma aveva sentito il suo responsabile: se non fossero riusciti a trovare le mascherine? Se avesse finito per portare il virus ad Aureliano?
Certo, erano entrambi giovani e sani e Aureliano era certamente in forma, sicuramente più di lui, ma questo lo avrebbe protetto dall’avere conseguenze?
Quando uscì dalla doccia non aveva ancora deciso, non coscientemente, ma la sua mente stava già pensando a quanto fosse fattibile mettere in moto un trasloco in meno di 24 ore.
Il 9 marzo stava arrivando.
Aureliano arrivò da lui all’ora di cena, con della pizza al taglio. Indossava dei guanti in lattice e una mascherina chirurgica.
«Allora, hai sentito il lavoro?» gli chiese, entrando. Lasciò il cartone della pizza sul tavolo e si tolse versò del gel igienizzante sui guanti, sfregandosi le mani come se avesse freddo, prima di toglierli e infilarli nella tasca del giacchetto.
«Sì. Per ora continuiamo, forse faremo anche noi un po' di cassa integrazione. Ma è tutto da vedè.» rispose.
Aureliano lo guardò e annuì, la domanda era scritta sulla sua faccia, ma non la fece direttamente.
«Sei sicuro, Aurelià?» chiese allora Alberto, che ormai riusciva a leggerlo come un libro aperto.
«Ma sì. Te l’ho proposto io, no?» sorrise «Mai sia che me vieni pure a sistemà casa, visto che sei un maniaco della pulizia.»
«Ma che te voi fa il domestico a poco prezzo?» ribatté Alberto «A pulciaro. Come minimo me devi dà un salario aggiuntivo.» disse, andando verso di lui e colpendolo al braccio con un pugno giocoso.
Aureliano rispose, intrappolandogli i polsi con le mani e poi mettendogli un braccio intorno al collo per soggiogarlo. Era troppo forte per lui, ma Aureliano soffriva il solletico; quindi, iniziò a puntellargli il fianco con il dito, per difesa.
Finirono a ridere e a combattere come ragazzini, come accadeva spesso quando erano insieme, ma c’era sempre quel momento in cui, alla fine, diventava troppo e si allontanavano, ridacchiando un po' a disagio perché erano troppo vicini.
Dopo mangiato Alberto fece un borsone di vestiti per il lavoro e un’altra per i vestiti da tutti i giorni.
«Che cazzo prendi a fa la camicia?» lo riprese Aureliano, seduto sul suo letto a scrollare sul telefono.
«Do pensi che annamo, in discoteca?» disse, ridendo.
Alberto lo guardò confuso, ma poi dovette velocemente ammettere a se stesso che non aveva senso portarsi una camicia bianca a casa di Aureliano, quando le prospettive lo vedevano chiuso in casa per mesi. Ma non poteva tornare indietro.
«Ma saranno pure cazzi miei quello che me porto, no?» ribatté, infilando la camicia nel borsone, un sorriso nascosto e trattenuto.
Poi continuò a raccogliere solo tute, felpe e maglioni comodi e un paio di sneaker, oltre alle scarpe anti-infortunistiche per il lavoro.
Aureliano, quella sera, portò i borsoni a casa sua, mentre Alberto rimase un’ultima notte nel suo appartamento, a riflettere e a cercare di immaginare come potesse essere, condividere casa con Aureliano.
Era nervoso, ma non sapeva esattamente se fosse la surrealtà dell’intera situazione, l’ansia per il lavoro o le notizie che continuavano ad arrivare.
Era l’ultima notte normale.
Il giorno dopo Roma era diversa. Se già nelle ultime settimane si era svuotata lentamente, vederla completamente deserta gli fece un effetto alienante.
Ci mise pochi minuti per arrivare a lavoro e quando si incontrò con dei colleghi nel parcheggio del magazzino si salutarono da lontano, con il viso protetto da mascherine fatte in casa.
Lui indossava una mascherina che la sera prima Aureliano gli aveva lasciato sul tavolo della cucina prima di andar via, le mani protette da un paio di guanti invernali che utilizzava solitamente sul lavoro.
Guardò i colleghi uno per uno, qualcuno sorrideva e lo poteva capire solo dal movimento delle guance e dargli occhi. Sembravano tutti a disagio però, e nervosi.
«Che succederà?» si chiedeva qualcuno, ma dopo un piccolo briefing iniziale, che non dava informazioni in più in confronto a quelle ricevute da Alberto la sera prima, ripresero il loro lavoro con la raccomandazione della distanza di sicurezza.
Quella sera Alberto, che aveva il resto delle sue cose in macchina, si dovette ricordare di non tornare a casa sua ma di proseguire per Ostia.
Era ancora nervoso, ma Roma era deserta e faceva quasi paura.
Aveva scritto un messaggio ad Aureliano, per avvertirlo del suo arrivo, e lo trovò fuori ad attenderlo per aprirgli il cancello. Parcheggiò accanto alla Jeep nera del padrone di casa, sul lastricato in mattoncini che antistava la casa.
C’era stato parecchie volte a casa di Aureliano, ma adesso era diversa. Forse era il silenzio, o Aureliano che lo attendeva fuori in tuta e non vestito pronto per uscire.
Alberto non aveva fatto in tempo ad uscire dalla macchina che Aureliano si era fiondato nel suo portabagagli e aveva preso il trolley che vi era riposto.
«Andiamo, che fa freddo.» gli disse, semplicemente, anticipandolo in casa. Sembrava impegnato nel ruolo del padrone di casa e sentì la necessità di stroncarlo subito.
Lo seguì in silenzio, lasciando la giacca di lavoro sull’appendiabiti all’ingresso.
Arrivato in soggiorno, dopo aver percorso un breve corridoio, vide che Aureliano aveva fatto ordine e pulito. Le sedie erano, infatti, ancora sistemate sul tavolo e l’igienizzante e salviettine ancora sull’isola della cucina.
«Pulizie?» chiese.
«Sì, casa stava un casino.»
In realtà Aureliano non si era mai preoccupato prima di fargli vedere casa in un certo modo, infatti aveva trovato calzini infilati nei cuscini del divano in più di un’occasione.
«Lo sai che non so cucinare, ma ho fatto una spesa grossa, ho preso un po' di tutto. Dovrebbe bastarci, per un po’.»
Alberto era sempre più confuso «Potevamo andarci insieme.» disse «Fatti almeno ridare i soldi.»
«No, no. Penserai alla prossima. Ormai nun ce se po andà in due a fa la spesa.» disse, proseguendo lungo il corridoio che portava alle camere.
«Vieni – disse – t’ho sistemato la camera grossa.»
La casa di Aureliano aveva una conformazione molto anni ’70. Superato il soggiorno/cucina, un open space illuminato da una serie di porte finestre che davano sul terrazzino, c’era un lungo corridoio su cui si trovavano tutte le stanze.
Aureliano avrebbe potuto appropriarsi della stanza matrimoniale padronale, quella che era stata dei suoi genitori, ma aveva preferito riarredarsi la propria, la cui finestra dava sul mare.
Il rapporto che Aureliano aveva con il mare era viscerale; infatti, non aveva mai preso in considerazione l’idea di trasferirsi a Roma città.
Con il tempo aveva fatto lavori in ogni stanza della casa, Alberto lo aveva aiutato in più di un’occasione, soprattutto per ritinteggiare, e adesso aveva messo a sua disposizione la camera più nuova, che cadeva al centro del corridoio, pochi metri prima di quella di Aureliano.
«Sai dove sta il bagno, sai tutto.» disse, lasciandogli rotolare il trolley nella stanza. «Fatti una doccia, poi prepariamo qualcosa da mangiare.»
Alberto rimase fermo in quella stanza, per un attimo, a guardare il letto fatto e gli asciugamani poggiati sul copriletto come in un albergo. Era tutto così strano, ma doveva tirarsene fuori. Da quel momento in poi le cose sarebbero cambiate velocemente.
Crearsi una nuova routine non fu difficile e avvenne quasi naturalmente.
Aureliano smise molto presto di trattarlo come un ospite di un albergo e ricominciò a comportarsi normalmente, come aveva sempre fatto con lui.
Alberto aveva continuato a lavorare, nelle prime settimane del lockdown, e si erano creati una certa routine.
Aureliano si allenava in casa, andando a correre sulla spiaggia, e aveva iniziato a sfornare qualche dolce. Il suo naturale disordine era tornato forte, ma più andavano avanti nella loro convivenza più era evidente che le capacità di Aureliano di tenere in ordine la casa erano legate alla sua situazione mentale.
Dopo le prime due settimane di confinamento, infatti, Aureliano aveva iniziato a saltare gli allenamenti e a starsene sempre di più seduto sul divano o sul terrazzino a guardare il mare.
Era in quei momenti che Alberto cercava di tenerlo attivo, coinvolgendolo nella cucina o aiutandolo a mettere in ordine la casa.
Poi, quando arrivò il suo turno, Alberto entrò in cassa integrazione Covid.
L’attesa di quel lunedì a casa lo aveva reso un po' nervoso, non sapeva perché, ma aveva quella sensazione in fondo allo stomaco.
Stava bene con Aureliano. Avevano organizzato serate cinema, infinite partite a Scala40, e anche quelle serate in cui nessuno voleva parlare e si rinchiudevano ognuno nella propria stanza.
Ora sarebbero stati insieme per 24 ore, nella stessa casa, uno nello spazio vitale dell’altro.
Ma Aureliano sembrava contento di averlo a casa, e lo coinvolse nel suo allenamento. Alberto, che si sentiva terribilmente fuori forma, pensò di morire, ma Aureliano sembrava sereno quindi lui lo assecondò senza lamentarsi.
Mangiarono insieme, e passarono il pomeriggio a vedere un film su Netflix, dopo aver sentito le notizie che arrivavano dal mondo esterno.
Mentre guardava il telegiornale Aureliano si era sporto in avanti, poggiando i gomiti sulle ginocchia e unendo le mani davanti a sé. Sembrava preoccupato.
Senza pensarci troppo Alberto allungò il braccio e glielo passò sulle spalle.
«Oh, dai. È tutto okay.» gli disse, appoggiando il mento sulla sua spalla per guardarlo.
Aureliano fece un sorriso di circostanza, forzato, solo per farlo contento e annuì. Si trovò a guardarlo ancora per qualche istante, fino a che Aureliano non si mosse per tornare ad appoggiare la schiena.
Sembrava ogni giorno più difficile per lui, e poteva comprenderlo. Alberto aveva avuto il lavoro ad aiutarlo nel gestire la reclusione, per le prime settimane, mentre Aureliano era stato a casa dal giorno uno, uscendo solo per andare a fare la spesa.
«Vediamo un film.» disse poi, per distrarlo, ma non ci riuscì completamente.
Quella settimana Alberto provò a inventarsi di tutto, per poter intrattenere sé stesso e Aureliano, ma lui sembrava sempre più schiacciato dalla situazione.
Una notte, quella settimana, Alberto uscì dalla sua stanza per andare a prendere un bicchiere d’acqua. Erano andati entrambi a dormire qualche ora prima, ormai, ma quando arrivò in soggiorno trovò Aureliano addormentato sul divano.
Che cosa ci faceva lì?
Si avvicinò a lui e lo guardò. Sembrava dormire profondamente, ma era scoperto e si stringeva le braccia al petto per riscaldarsi.
Alberto allora andò in camera sua e prese un plaid dal cassettone sotto il letto, poi tornò in soggiorno e glielo spiegò addosso. Aureliano si lamentò nel sonno, ma non si svegliò.
Si sedette sul tavolino di legno da caffè che si trovava davanti alla televisione e rimase a guardarlo dormire per un attimo. Si sentì un viscido, quando se ne rese conto, e si alzò in fretta per tornarsene in camera propria.
Aureliano era bello. Non c’erano vie di mezzo, a quella considerazione. Aureliano era bello in tutti i modi in cui le persone potevano essere belle. Ma c’era questa nuvola nera, sulla sua testa, che lo preoccupava ogni giorno di più perché non sapeva come gestirla.
Doveva affrontare il discorso? Doveva fargli capire che lui era dalla sua parte? Che con lui poteva parlare?
Sì, avrebbe dovuto fare tutte quelle cose, ma non ci riusciva. Perché sentiva di dover tenere un limite, tra di loro. Doveva ricordarsi sempre di non esagerare, perché non era stato sincero con Aureliano, non completamente.
Stava per iniziare la prima settimana di completo lockdown per Alberto e si sentiva nervoso, perché poteva vedere chiaramente le condizioni di Aureliano peggiorare giorno per giorno.
La domenica la passò quasi completamente chiuso in camera, a leggere un libro preso a caso dalla libreria che era stata di Livia, la sorella di Aureliano. Verso le quattro del pomeriggio, però, sentì un bussare leggero sulla porta.
«Albè.» si sentì chiamare.
«Vieni, entra.»
Aureliano fece capolino dalla porta.
«Che c’è? Hai fame?» chiese Alberto e Aureliano fece di no con la testa, entrando e chiudendosi la porta alle spalle. Indossava pantaloni della tuta e una felpa abbinata, ai piedi solo delle calze bianche di spugna.
«Che fai?» chiese. Alberto lo vide esitare, ma poi lo vide anche prendere una decisione e venirsi a sedere sul suo letto. Alberto pensò che volesse essere intrattenuto, o che stesse per chiedergli di guardare qualcosa insieme, ma non fu così.
Aureliano si stese accanto a lui sul letto e gli prese il libro tra le mani, vedendo cosa stesse leggendo, ma poi lo posò sul comodino.
«Posso sta un po' qua?» chiese, ma non lo stava guardando.
«Certo. È casa tua.» ribatté Alberto.
Aureliano abbozzò un sorriso, ma non era divertito o soddisfatto della risposta. Attese qualche istante e poi fece per alzarsi «Lascia sta.» commentò, sottovoce.
Quella risposta prese Alberto di sorpresa, ma il suo istinto rispose più in fretta della sua testa. Lo afferrò per il polso e lo tirò giù con più forza di quanto fosse necessario.
Aureliano ricadde sul letto e si girò a guardarlo.
«Vieni qua.» si sentì dire Alberto, in un tono più intimo di quello che avrebbe voluto usare. Pensò di aver reso tutta la situazione più strana e scomoda di quanto già non fosse, ma un attimo dopo Aureliano era appoggiato a lui, con la testa sul suo petto e un braccio intorno alla sua vita. Lo stringeva.
Alberto decise che per un attimo il muro che aveva tirato su tra di loro poteva prendersi una pausa, solo una.
Lo strinse a sua volta, affondando il viso tra i suoi capelli.
Non si dissero nulla, non parlarono, rimasero solo così.
Alberto doveva essersi addormentato, ad un certo punto, perché quando si svegliò era nuovamente solo nel letto ed era notte fonda.
Rimase a guardare il soffitto, completamente sveglio, avvolto nel buio e nel silenzio per qualche minuto, fino a quando non sentì un rumore provenire dalla cucina.
Il primo istinto che ebbe fu quello di girarsi dall’altra parte e continuare a rimanere nascosto nella sua camera, ma si costrinse a non farlo. Si costrinse ad alzarsi, infilarsi le ciabatte e una felpa sopra il pigiama ed uscire dal suo nascondiglio.
Quando si affacciò sul soggiorno Aureliano era lì, davanti alla cucina, e stava tirando giù una tazza dallo scolapiatti.
Si rese conto subito della sua presenza e lo guardò per un attimo.
«T’ho svegliato?» chiese.
Alberto scosse la testa.
«No.» disse soltanto «Che fai?» chiese, andandosi a sedere ad uno degli sgabelli dell’isola.
«Un tè.» disse, ma poi guardò il bollitore elettrico con la tazza vuota in mano.
«Io manco lo bevo, il tè.» sussurrò, più a sé stesso che ad Alberto.
Alberto guardò la sua schiena, persino da lì poteva vedere che era una notte dura per lui.
«Lo vedo che stai male.» disse, senza più controllarsi. «Che cosa posso fare per aiutarti?»
Aureliano si girò e lo guardò sorpreso, poi rilassò le spalle e abbozzò un sorriso, tenendosi stretta la sua tazza vuota. «Non lo so manco io che cosa fare, Albè.» disse, sincero.
Alberto sospirò.
«Per questo m’hai chiesto de venì da te, per il lockdown?»
Aureliano esitò, ma poi alzò le spalle. «Non volevo stare da solo. Io... me dispiace.»
«Te dispiace de che?»
«Che t’ho costretto a venì qua.»
Grande com’era sembrava piccolissimo con la schiena curva, il collo piegato, a sussurrare quelle parole. Alberto avrebbe voluto abbracciarlo.
«Non m’hai costretto.»
Ma Aureliano non stava ascoltando, non davvero. Fuggiva il suo sguardo, imbarazzato come se fosse stato nudo davanti a lui, e forse era così in qualche modo.
«Io sto meglio quando sto co te, Albè.»
«Ma io sto qua, e non me sembra che stai meglio.»
«No, non capisci.»
«Allora spiegami, perché me stai a spaventà. Io… vojo che stai bene.»
Aureliano si allontanò con uno slancio dalla cucina e si sporse sull’isola, afferrandogli il polso. Lo guardava con gli occhi arrossati, ma lo guardava in un modo diverso, in un modo che lo ammutolì.
Sembrava essere sul punto di dirgli qualcosa, qualcosa di importante, Alberto lo sentiva. Ma cambiò idea improvvisamente e lo lasciò andare, facendo una risatina imbarazzata.
«Sto bene, non ti preoccupare.» disse e riprese la tazza in mano, guardandola.
«Tu lo vuoi, il tè?» chiese e Alberto scosse la testa «No, voglio tornare a dormire.»
Aureliano annuì «Sì, meglio.»
Lasciò la tazza al suo posto e superò l’isola della cucina, Alberto lo aveva già preceduto verso il corridoio che portava alle loro stanze, ma lo stava aspettando.
Esitò quando arrivò davanti alla porta della sua camera e guardò Aureliano superarlo per raggiungere la propria. Ma non era quello che Alberto voleva. Si allungò e lo prese per l’avambraccio e quando Aureliano lo guardò sorpreso fece un gesto veloce con la testa, per indicare la sua stanza, ma non disse una parola.
Ad Aureliano non servivano, perché annuì lentamente – senza riuscire a guardarlo negli occhi – e si fece portare in camera di Alberto.
Si rimisero a letto e un attimo dopo Aureliano era stretto a lui, con la testa sul suo petto e una mano appoggiata sulla sua pancia.
Alberto se lo strinse addosso e affondò il naso nei suoi capelli, perché non era riuscito ad impedirselo. Aureliano si mosse impercettibilmente, probabilmente sorpreso dal contatto, ma non si spostò, si trovò solo a trattenere il fiato per qualche istante.
«Dovremmo… parlarne.» sussurrò, sottovoce.
Alberto rispose con un suono che arrivava direttamente dalla sua gola «Domani», disse poi. «Dormi, adesso.»
La mattina dopo fu il turno di Aureliano di svegliarsi solo nel letto. Era tardi, se ne accorgeva dalla luce che entrava dalle tapparelle socchiuse della finestra.
I suoi sensi iniziarono a riprendersi pian piano, tanto il suo sonno era stato profondo. Non dormiva così bene da settimane e il pensiero, per qualche motivo, lo appesantì sul petto.
Si alzò a sedere e affinò l’orecchio, cercando di capire dove si trovasse il suo nuovo coinquilino. Fu allora che sentì dei rumori provenire dalla cucina.
Si raccolse sul materasso, abbracciandosi le gambe e abbandonando la testa in avanti.
Se lo immaginava già, nella sua cucina a preparare la colazione – o il pranzo, a quel punto – per cercare probabilmente di non pensare al modo in cui il proprio migliore amico si era comportato la notte precedente.
Che cosa gli aveva detto il cervello? Addormentarsi abbracciato ad Alberto? Aveva appena reso strana per sempre la relazione con l’unica persona che negli ultimi anni lo aveva tenuto sano?
Quando aveva conosciuto Alberto, in palestra, stava passando un periodo difficile. Sua sorella si era da poco trasferita a Torino, per lavoro, e lo aveva lasciato solo in quella grande casa, con una serie di questioni non risolte.
Aureliano era sempre stato consapevole di aver bisogno di un aiuto psicologico, per cercare di risolvere, o almeno affrontare, cose che era successe nella sua infanzia.
La malattia di sua madre, le dipendenze di suo padre, l’aver visto i propri sogni abbattersi sul muro della sua sfiducia.
Era sempre stato difficile, per lui, trovarsi e tenersi degli amici e quando questo ragazzino aveva iniziato a parlargli in palestra aveva fatto un po' di resistenza. Ma Alberto voleva solo i suoi consigli per migliorare i suoi ganci e quello aveva messo Aureliano a proprio agio. Lo aveva sollevato dalla necessità di dover essere socievole e divertente e piacevole, dal doversi ingaggiare in chiacchiere per non mettere a disagio l’altra persona.
Ma Alberto non era mai a disagio, con lui. Lo trovava divertente, e lo prendeva in giro quando era costretto a chiamare un ristorante per prenotare – perché Aureliano quando parlava al telefono iniziava a balbettare – ma lo faceva sempre senza esitare.
Il suo essere così espansivo e pieno di amici gli aveva dato la forza di tornare ad uscire, partecipare a qualche serata e persino divertirsi, nonostante fosse un introverso. Alberto era stato la sua stampella per ricominciare a camminare, ed ora si sentiva come se fosse tornato indietro.
Sarebbe riuscito a tornare a quei progressi, una volta che il lockdown fosse finito? O si sarebbe rinchiuso nuovamente? Questa volta, lo sapeva, Alberto non avrebbe più avuto pazienza con lui.
Non dopo la notte precedente, quando si era attaccato a lui come una cozza allo scoglio, rendendogli chiaro come il sole che non poteva pensare di fare a meno di Alberto.
Avrebbe soppresso quei maledetti sentimenti per lui a costo di strapparseli via con un coltellaccio, se questo avesse significato continuare ad avere il suo migliore amico accanto.
Prese coraggio e si alzò, infilandosi una felpa abbandonata ai piedi del letto e le ciabatte, prima di uscire dalla stanza. Quando raggiunse la cucina vide che aveva avuto ragione: Alberto stava preparando da mangiare. La stanza era illuminata dalla luce del sole di aprile e, dando un’occhiata veloce all’orologio appeso sopra il frigorifero, vide che era quasi l’una.
Quando lo vide Alberto sorrise «Non sapevo se volessi far colazione o pranzare, quindi ho preparato un brunch.» disse, con le maniche della felpa alzate sui gomiti e le mani sporche del rosso delle fragole che stava tagliando.
Aureliano lo guardò dall’ingresso, senza dire una parola.
«Che c’è? Non hai fame?» chiese Alberto, vedendolo esitare.
Doveva essere consapevole anche lui dell’atmosfera diversa, pensò Aureliano. E Alberto lo era, ma conosceva abbastanza Aureliano da sapere che era il suo il compito di tenersi freddo.
«Smettila di pensare. Siediti e mangia.» si rese conto di aver usato un tono troppo morbido, quindi si schiarì la gola e disse «Ho fatto i french toast.»
«I french toast? E che so?» disse Aureliano a quel punto, abbassando la testa e procedendo verso il tavolo.
Alberto socchiuse la bocca, sorpreso e divertito. «Cazzo, se era pe te annavi avanti a carbonara e cornetto e cappuccino.»
«Noi c’emo la roba migliore, nun capisco perché tocca prende da mangià dall’altri.»
«Pe magnà qualcosa de diverso ogni tanto, Aurelià.» ribatté Alberto, ridendo. Il suo tono era tornato il solito. «Tanto prima o poi ce devi venì a mangià al giapponese co me.» disse, poggiando davanti a lui un french toast dolce con fragole tagliate a cubetti.
«C’è il Covid, non si può.» ribatté Aureliano, ridendo, ma poi infilzò il french toast con la forchetta senza pensare oltre.
Dopo aver preso il suo espresso Alberto uscì sul balcone a fumarsi una sigaretta, mentre Aureliano era in casa a lavare i piatti. In realtà sentiva il suo sguardo sulla schiena, attraverso le grandi porte finestre e stava facendo di tutto per guardare esclusivamente verso il mare.
Nella sua testa continuava a ripetersi che doveva mantenere la calma, che quel momento di vicinanza tra di loro poteva non significare nulla.
Erano rinchiusi da settimane e Aureliano non vedeva altre persone che lui, e non stava bene. Forse aveva avuto bisogno di calore umano e lui glielo aveva dato. Gliene avrebbe dato ancora, Alberto, se lui avesse voluto, ma aveva bisogno di sentirlo dire dalla sua voce.
«Ehi.»
Lo raggiunse una voce alle spalle e quando si girò vide Aureliano che si tirava giù le maniche, dopo aver finito di lavare i piatti. Uscì sul terrazzino in punta di piedi, come se stesse cercando di non spaventare un gatto.
«Ehi.»
«Grazie per il brunch.»
«Figurati.» rispose Alberto, facendo un tiro dalla sua sigaretta e tornando a guardare il mare, piatto come una tavola. Si stava meravigliosamente, lì fuori, e se lo sarebbe goduto se non avesse sentito la tensione propagarsi da Aureliano.
Rimasero in silenzio per un attimo, uno accanto all’altro, ognuno aspettando che fosse l’altro a parlare per primo.
«È strano, dopo ieri sera?» ruppe il silenzio Aureliano, volendo tagliare la testa al toro.
«Solo se lo rendiamo strano.» rispose Alberto.
Aureliano esitò, sorpreso dalla risposta, forse anche un po' deluso. «No, certo. Io non voglio renderlo strano.»
Cadde nuovamente il silenzio.
«È qualcosa che ti fa stare meglio?» fu il turno di Alberto, di parlare.
«Cosa?»
«Sai… ieri sera.»
Aureliano rimase in silenzio per pensare. Lo faceva stare meglio addormentarsi abbracciato ad Alberto. Doveva mentire, vero? Doveva farlo, sicuramente.
«Sì.» rispose, prima che potesse impedirselo.
Alberto non sembrò prendere male la risposta, anzi, sembrò solo registrare un’informazione.
«Bene. Okay.» disse, e fece un altro tiro, l’ultimo, prima di spegnere la sigaretta in una pianta vuota e rinsecchita che era diventato il suo posacenere.
«Non è un problema per me. Puoi venire da me quando vuoi.» disse, drizzando la schiena.
Per un attimo ad Aureliano sembrò un bambino pronto a fare le commissioni per la madre.
Non poté fare a meno di sorridere, poi di scoppiare in una piccola risata.
«Che te ridi, cojone?» ribatté Alberto, piccato, attaccandolo immediatamente e puntellandogli le dita nei fianchi come faceva spesso. Aureliano si difese e arpionò il suo collo sotto il braccio, grattandogli le nocche sulla testa e ridendo.
Dormirono insieme anche quella notte, dopo aver passato il pomeriggio sul divano, spalla a spalla, a guardare un film d’azione di Statham su Netflix.
Quando chiacchieravano, commentando il film o scambiandosi qualche battuta, erano i soliti Alberto e Aureliano. Gli amici che per tre anni erano stati uniti alla cintura, come gemelli, nonostante fisicamente e caratterialmente fossero uno l’opposto dell’altro.
Alberto sentiva la differenza, quando Aureliano appoggiava la spalla alla sua. Sentiva il suo peso aggiungersi al proprio, ma invece di essere stancante, era rassicurante.
In quegli anni aveva fatto molte cose per Aureliano, che lui non si sentiva di fare da solo. Sapeva del suo problema con l’ansia – anche se Aureliano non gliene aveva mai parlato direttamente – e a volte vedere un uomo così grande e grosso perdersi in un bicchier d’acqua, come fare conversazione con il cameriere simpatico della pizzeria, lo inteneriva.
Ma anche Aureliano aveva fatto cose per lui.
Lo aveva sostenuto, come nessuno aveva mai fatto, quando era venuta a mancare sua nonna e quando si era lasciato con Angelica. Lui, che era da sempre abituato a risolversi i problemi da solo e a far affidamento solo su sé stesso, aveva trovato una spalla amica su cui poteva crollare, senza essere giudicato.
Era l’unico, insieme a Gabriele, a sapere delle origini della sua famiglia. Quando glielo aveva detto non aveva visto neanche un grammo di pregiudizio nei suoi occhi.
E Aureliano ora aveva bisogno di lui, aveva bisogno della sua spalla amica, e non avrebbe permesso a quei sentimenti accampati nella sua testa di farlo soffrire o allontanarlo da sé.
L’Aureliano e l’Alberto della notte erano diversi da quelli del giorno. Se al calar del sole si cercavano, al suo sorgere si allontanavano, ognuno gravitando nell’orbita dell’altro, ma senza toccarsi.
Arrivati alla prima decina di Aprile Alberto si trovò a soffrire la situazione e a desiderare di tornare a lavoro. Aureliano se ne accorse dal modo in cui aveva iniziato a ribaltargli casa.
«Perché stai pulendo quei piatti, Albè? Sono lì per bellezza.» gli disse Aureliano una mattina, appena tornato dalla corsa sulla spiaggia, quando lo vide strofinare dei piatti di ceramica decorati che sua madre aveva comprato in viaggio di nozze in Sicilia ed erano stipati da anni in una cristalliera anni ’70.
«Perché c’hanno n’altro colore, Aurelià. Guarda!» gli disse, tirando su un piatto appena liberato dalla coltre di polvere dal panno di Alberto. Il blu e il giallo accesso ora risaltavano.
Aureliano rise, vedendo la sua frustrazione e alzò le mani in segno di resa.
«Se te voi sfogà devo fare pure il cambio di stagione.» disse.
Quel pomeriggio Aureliano trovò il suo letto completamente pieno di vestiti invernali. Non gli importò, non usava quel letto da qualche giorno ormai.
Stancato dalla giornata di pulizie Alberto si era accasciato sul letto direttamente dopo la doccia. Si era stretto al cuscino, a causa della mancanza di qualcun altro da abbracciare, e si sentì abbastanza rilassato da chiudere gli occhi per un attimo.
Doveva essersi addormentato, perché quando aprì gli occhi non era più solo a letto. C’era Aureliano accanto a lui, con gli occhi chiusi e il volto rilassato, la bocca leggermente aperta da cui usciva un respiro cadenzato che ogni tanto si sfogava in un grugnito.
Si trovò a sorridere alla vista, quindi si costrinse a chiudere gli occhi, per non fissarlo ulteriormente come un maniaco. Si mise supino e guardò il soffitto che ormai era diventato familiare.
Quando si mosse anche Aureliano lo fece di conseguenza, e sentì improvvisamente una mano abbandonata sul petto. La sua pressione ebbe un picco e si chiese se Aureliano potesse sentire il suo cuore battere contro la sua mano.
No, impossibile, si disse, smettila con queste stronzate romantiche. C’è il tuo migliore amico accanto a te, lui cerca il tuo aiuto e tu te ne approfitti come il maniaco che sei.
Trattenne il fiato, chiudendo gli occhi, quando sentì la mano di Aureliano salire e salire, fino a raggiungere il suo collo. Sentiva i suoi polpastrelli sul pomo d’Adamo e il palmo in cima allo sterno.
Dio, perché era così difficile?
Per la prima volta pensò di non farcela, pensò che non sarebbe riuscito a reggere ancora a lungo. Quanto tempo avrebbero dovuto trascorrere ancora in quella casa?
Si voltò, perché non riuscì ad impedirselo, e vide il volto di Aureliano ancora più vicino. Dormiva sereno ed era bello nel modo in cui Alberto lo aveva visto essere bello per tutti quegli anni…
Doveva andarsene da lì, prima che fosse troppo tardi.
Me dispiace, Aurelià, pensò.
Sapeva che doveva andar via, il prima possibile, nonostante le restrizioni. Se avesse continuato a condividere lo stesso spazio vitale con Aureliano le cose sarebbero finite male.
Ma non ce la faceva neanche a tirare fuori il discorso, per paura che Aureliano l’avrebbe presa male legandola immediatamente agli ultimi sviluppi nel loro rapporto. Inoltre, la sua vicinanza aveva davvero migliorato l’umore di Aureliano, che ora ogni mattina si alzava e andava a correre sulla spiaggia e si trovava a guardarlo mentre faceva stretching sul terrazzino, con i pantaloncini sempre più corti.
Oh beh, quella era davvero un nuovo sviluppo, l’effetto che gli faceva vedere la pelle scoperta di Aureliano. Oh, era nei guai.
Pensare troppo a come uscirne gli aveva procurato un mal di testa perforante. Per questo Aureliano lo trovò al buio, sdraiato sul divano, con un cuscino sulla faccia, al suo ritorno dal supermercato.
«Ehi, stai bene?» gli chiese, togliendosi la mascherina, i guanti e andando immediatamente a lavarsi le mani nel lavandino della cucina. Le scarpe erano state tolte all’ingresso.
«Emicrania.» disse Alberto, gracchiante. Sentiva la presenza di Aureliano accanto al divano.
«Vado a cambiarmi e te porto le medicine, okay?» disse, e lo sentì allontanarsi verso il corridoio «Hai mangiato?»
«Non ho fame.»
Quando tornò indietro era in tuta, e passò dalla cucina per cercare qualcosa nelle buste della spesa non ancora svuotate. Tirò fuori un pacco di biscotti, poi si dedicò a riscaldare del latte nel microonde. Vi aggiunse in fine un po' di caffè freddo dal frigorifero.
«Bevi questo.»
«Non ho fame, Aurelià.»
«Non rompe il cazzo e bevi. Se te prendi la medicina a stomaco vuoto te lo spacchi.»
Alberto si scoprì il viso, già sbuffando, ma quando vide Aureliano sopra di sé con latte fumante e biscotti gli venne da sorridere. «Quanto t’accolli.» disse, dissimulando il suo sorriso.
«Mangia e zitto.»
Aureliano si fece spazio accanto a lui e gli porse la tazza, rubando per sé stesso un biscotto dalla busta, Alberto lo guardò mentre prendeva la prima sorsata di latte e caffè caldo, poi prese anche lui un biscotto e iniziò a sgranocchiare, appoggiando indietro la testa sulla spalliera del divano.
Fu in quel momento che sentì le dita di Aureliano sulle sue tempie. Erano calde e attente e leggere e piacevoli. Le sue tempie battevano, per l’emicrania, ma subito si rilassò al contatto e ci si appoggiò, alle sue dita, assorbendo quanto più calore e conforto poteva.
Ma era giorno, non notte, il sole era alto in cielo, non potevano toccarsi.
Si allungò e lasciò la tazza sul tavolino, prima di girarsi verso di lui e trovare rifugio nel suo petto, la fronte appoggiata alla sua clavicola. Aureliano si irrigidì per un attimo, ma non si sottrasse al contatto.
Forse stava esagerando, ma in quel momento non gli importava e neanche all’altro sembrava importare, perché un attimo dopo aveva il suo braccio intorno alle spalle.
«Mangia un altro po’, dai, se no te fa male lo stomaco.» gli sussurrò Aureliano, con il tono più dolce che gli avesse mai sentito usare, e lui si sentì andare a fuoco, probabilmente erano arrossite anche le punte delle sue orecchie.
La sua mano gli stringeva la spalla e così se lo teneva vicino. Alberto sentì il cuore in gola.
Non ce la faceva più.
«Aurelià.» lo chiamò, forse con troppa urgenza nella voce, alzando la testa incontrare i suoi occhi.
Aureliano lo stava già guardando.
«È troppo?» chiese il ragazzo, esitante, un po' allarmato.
«Cosa è troppo?» ribatté Alberto, la voce che faticava ad uscire.
Aveva bisogno che Aureliano parlasse, che mettesse in parole quello che c’era nell’aria, per essere sicuro, per essere totalmente sicuro che erano sulla stessa barca.
Ma mentre guardava Aureliano distogliere lo sguardo e fare per allontanarsi da lui si rese conto che conosceva troppo bene il suo migliore amico per non capire che non l’avrebbe fatto.
Lo fermò, stringendo le dita intorno al suo polso.
«Lo farò io.» disse «Lo farò, come faccio tante cose per te. Questo non sarà diverso.» disse, con sicurezza, fissando gli occhi nei suoi e cercando la sua completa attenzione. Aureliano lo guardò confuso, preso dalla sua testa.
«Un minuto.» disse Alberto, ingoiando la saliva «Te do un minuto e poi te bacio. Se non è quello che vuoi, alzati e allontanati e te giuro che me ne vado da qua in un attimo.»
Lasciò anche la presa leggera sul suo polso, in modo che lui fosse libero di muoversi in una frazione di secondo.
Ma Aureliano non si mosse. Il suo intero viso, contratto e teso fino ad un attimo prima, si rilassò in un’espressione sorpresa.
«Sei sicuro?» gli uscì fuori e Alberto era quasi sul punto di arrabbiarsi, perché cazzo, sì, era sicuro, non era forse stato chiaro come la luce del sole?
Ma non riuscì a dire niente perché ancor prima che il minuto fosse concluso Aureliano si era spinto in avanti, afferrandogli bruscamente il colletto della felpa che indossava, e lo aveva baciato.
Forse lo aveva sottovalutato? Forse doveva smetterlo di schermarlo in quel modo da tutte le situazioni che potevano metterlo a disagio? Quella era una domanda per un altro momento, perché ora l’unica cosa a cui riusciva a pensare era la pressione delle labbra immobili del suo migliore amico sulle sue.
Aureliano si allontanò, dopo qualche istante, e lo guardava con gli occhi sgranati, forse sorpreso dalle sue stesse azioni. Ma Alberto aveva capito il messaggio e il tempo del rimugino non era ancora arrivato o era appena finito.
Gli circondò la nuca con la mano e se lo riportò vicino, baciandolo in un modo un po' diverso. Forse era quello il momento di chiedere se era un po' troppo? Era un po’ troppo aprire la bocca, leccare le sue labbra, le labbra del suo migliore amico, e cercare la sua lingua?
Forse era troppo ma Aureliano non si lamentò, né si fece trovare impreparato, anzi circondò il suo corpo con le braccia e se lo tirò ancora più vicino, stretti sul divano.
Le mani di Alberto non riuscivano a stare ferme. Si spostavano dal suo viso, al suo collo, le spalle, l’incavo della schiena.
Aureliano invece stringeva ancora il colletto della sua felpa con forza, tanto le nocche si erano fatte bianche. Stava tremando, leggermente.
Si rilassò solo quando si separarono per respirare. Alberto appoggiò la fronte alla sua e sembrava sereno, fin troppo. Come poteva essere così sereno, come? Come faceva, quando lui sentiva un peso terribile sul petto.
Avevano appena rovinato tutto? Che cosa ne sarebbe stata della loro amicizia? Alberto se ne sarebbe andato, quando avrebbe scoperto che nel ruolo di fidanzato ed amante era ancora peggio che nel suo ruolo da amico?
Aveva avuto una sola relazione importante nella sua vita, e l’aveva fatta scappare a gambe levate a causa delle sue insicurezze, delle sue ansie e paure. Si ricordava ancora le sue espressioni annoiate quando Aureliano si rifiutava di fare qualsiasi cosa di un minimo sociale o divertente – almeno per lei.
Alberto un po' gliela ricordava, Nadia. Erano entrambi persone socievoli, allegre, felici. Ed erano stati egualmente dolci con lui e gli avevano voluto bene. Ma Aureliano aveva portato Nadia fino all’esasperazione, quanto sarebbe passato prima che facesse lo stesso con Alberto?
