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La luce calda del sole si infila di sbieco dalla finestra del bagno e illumina parte del viso di Simone, lasciandone l’altra metà in ombra, mentre apre l’anta del mobiletto azzurrino posto accanto allo specchio e ne estrae velocemente una bottiglia di alcool e dei batuffoli di ovatta.
Il silenzio sembra dilatarsi, farsi spazio tra di loro, riempire ogni angolo di questo bagno e rimbalzare sulle piastrelle. Per qualche minuto, gli unici suoni che si possono sentire tra queste quattro mura sono il respiro regolare di Simone mentre gli dà le spalle e versa, con gesti più frettolosi del solito, l’alcool sull’ovatta, e i lamenti che emette Manuel ogni volta che cerca di buttare fuori l’aria e la gabbia toracica sembra andargli a fuoco per il dolore. Dalla finestra lasciata socchiusa arriva solo il cinguettare degli uccelli e il fruscio della brezza invernale che scuote appena le chiome degli alberi.
È tutto così tranquillo che Manuel potrebbe chiudere gli occhi e addormentarsi qui, seduto sul bordo della vasca da bagno, con ancora addosso i vestiti sporchi di terra e sangue. Sarebbe facile, pensa, concedersi di dimenticare tutto per qualche minuto e abbandonarsi a questa pace che gli sembra quasi irreale, come se fosse già scivolato in un sogno senza essersene reso conto.
“Alza la testa,” dice Simone, piano.
Manuel batte le palpebre, lentamente. Non s’era accorto di aver chiuso gli occhi, e impiega qualche secondo a trovare la forza di riaprirli.
Quando lo fa, nota che Simone s’è fatto più vicino, in piedi nello spazio tra le sue gambe. Sta reggendo un batuffolo d’ovatta tra le dita della mano destra e i suoi occhi sono grandi come al solito, sinceri e – se ne rende conto con un moto di sorpresa che gli procura una fitta al petto non dissimile da quelle che lo colgono a ogni minimo movimento – preoccupati. È nervoso, pure più del solito, e queste sono le prime parole – se si esclude il groviglio frettoloso di scuse che ha lanciato alla volta di suo padre entrando in casa – che gli sente pronunciare da quando lo ha recuperato nel mezzo del nulla più assoluto e lo ha aiutato lentamente a rimettersi in piedi per guidarlo verso la Vespa.
Per un attimo, i pensieri si fanno confusi, come se avesse battuto la testa. Manuel lo guarda, in questo bagno silenzioso illuminato dalla luce del tramonto, e pensa alla delicatezza con cui gli ha sfiorato il volto per esaminare le ferite. Pensa alla sua schiena, calda e solida sotto la sua guancia; al battito rassicurante del suo cuore sotto i suoi palmi nel viaggio verso villa Balestra; alle sue mani gentili sulla sua schiena, sulle sue braccia, attorno al suo busto quando lo ha aiutato a salire le scale e lo ha accompagnato nel piccolo bagno che si affaccia direttamente sulla sua camera. Pensa che nessuno ha mai avuto così tanta cura di lui e che non sa come accettare l’idea che qualcuno voglia aiutarlo.
Pensa che forse, se a provarci è Simone, può imparare a lasciarglielo fare.
“Manuel?”
Il tono preoccupato di Simone lo riporta bruscamente alla realtà. Si schiarisce la voce, senza sapere bene perché senta un groppo in gola che gli toglie il fiato.
“Sì, scusa,” borbotta. Una smorfia gli si dipinge sul volto, perché anche parlare richiede uno sforzo. La voce è roca, come se avesse urlato. “Sto qua, sto bene, non te allarma’, pe’ carità, che poi chi te sente.”
Simone emette uno strano suono a metà tra uno sbuffo esasperato e una risata stanca. Manuel non si spiega perché questa cosa gli faccia bruciare il petto di un dolore nuovo, diverso da quello che pulsa sotto la sua pelle.
“Sempre il solito stronzo,” commenta, ma la sua voce è così delicata che non sembra neppure un insulto. Gli angoli delle sue labbra si sollevano verso l’alto in un piccolissimo sorriso che non raggiunge gli occhi. “Almeno sappiamo che non hai subito danni cerebrali. Dai, alza la testa.”
Non ha la forza di protestare, per cui, obbediente come è stato poche volte nella vita, butta leggermente la testa indietro. Simone si avvicina ancora di più, incrocia il suo sguardo come a volerci leggere qualcosa – come se stesse cercando nei suoi occhi la risposta a una domanda che non ha pronunciato –, poi, l’espressione serissima e assorta di sempre, posa il palmo della mano sul volto di Manuel, le dita lunghe che gli sfiorano la tempia come in una carezza. Fa pressione col pollice sulla linea della sua mandibola, gli sposta il viso di lato con gentilezza per controllare le ferite, come se stesse stilando un inventario dei danni. La sua pelle è fresca contro quella accaldata e dolorante di Manuel, e il suo tocco così lieve che a stento riesce a sentirlo.
Dopo quello che è successo, gli arriva come una sorpresa l’idea che qualcuno possa toccarlo con delicatezza.
“Devo disinfettare i tagli,” annuncia Simone, con una voce che è poco più di un sussurro, come se stesse cercando di rassicurare un animale ferito restio a lasciarsi soccorrere. “Farà un po’ male.”
Manuel annuisce, o almeno ci prova. “Seh. Lo so.”
Simone rilascia un respiro pesante – come se fosse lui, quello mezzo sfasciato –, corruga le sopracciglia in un’espressione concentrata. Con la mano che regge il batuffolo di ovatta, inizia a tamponare, piano, il taglio che Manuel ha sul labbro. L’alcool pizzica immediatamente e Manuel ha la distinta sensazione che il labbro inferiore gli stia andando a fuoco.
Cerca di fare del suo meglio per non sussultare, ma una piccola smorfia deve essersi fatta strada ugualmente sul suo viso, perché Simone allontana appena l’ovatta e incrocia il suo sguardo.
“Brucia?” chiede.
Secondo te?, gli risponderebbe, sarcastico, il Manuel di tutti i giorni – quello che usa le parole come se fossero coltelli e che ha passato una vita intera a tracciare un confine invalicabile tra sé e gli altri, perché è più facile che ammettere una vulnerabilità che lo spaventa.
Ma è stanco e dolorante e spaventato e sa di essersi cacciato in un casino più grande di lui senza sapere come uscirne, e c’è qualcosa in Simone Balestra che, a dispetto di tutto, gli fa venire voglia di deporre le armi ed essere sincero per una volta, mostrarsi per quello che è, offrirgli quella vulnerabilità che ha nascosto anche a se stesso per quasi diciotto anni. Forse perché è impossibile difendersi, quando Simone lo guarda con quegli occhi che sembrano vederlo davvero. O forse perché Simone Balestra – coi suoi maglioni senza un filo fuori posto, le sue camicie dal colletto perfettamente piegato, i capelli sempre perfettamente in ordine anche quando si sfila il casco, e l’aria di chi dovrebbe solo girare alla larga da qualcuno come Manuel – è stata la prima persona in anni che non ha esitato un secondo prima di dirgli, Vengo con te. Ti raggiungo. Sono qui.
Per cui, “Un po’,” dice. Scrolla le spalle, per poi pentirsene immediatamente quando ogni singolo osso nel suo corpo emette un lampo accecante di dolore in segno di protesta. “Ma nun è niente in confronto al resto, quindi nun te preoccupa’, fai pure.”
Simone piega le labbra in un sorriso di scuse. “Mi dispiace.”
Non sa bene per cosa si stia scusando – forse per il bruciore dell’alcool, forse per il modo in cui Manuel è ridotto. Gli sembra assurdo che, in ogni caso, stia qui a chiedere perdono per qualcosa di cui non ha colpa, ma Simone, ha imparato, è così. Sente tutto, troppo, e non ha mai trovato un sentimento che si potesse – e volesse – risparmiare.
Si stringe di nuovo nelle spalle, prova a dissimulare la fitta di dolore che l’ha colto.
“Figurate, Simo’. Stai a fa’ pure troppo.” Cerca i suoi occhi, mentre Simone torna a tamponare, delicatamente, la ferita. “Anzi,” aggiunge, perché rendere le cose difficili agli altri è un po’ la sua cifra stilistica e non può accontentarsi di lasciare che Simone pulisca il taglio sul labbro senza complicargli il processo. Si schiarisce nervosamente la voce. La parola è nuova, poco familiare sulle sue labbra quando dice, sincero, “Grazie.”
Simone rimane in silenzio, distoglie lo sguardo. La sua espressione diventa ancora più seria, se possibile.
“Non mi devi ringrazia’,” dice, poi.
Una risata – forse un po’ isterica – gli sale alle labbra, ma cerca di reprimerla. Non sa come spiegare a Simone – Simone che vive in un mondo in cui si può fare qualcosa per qualcuno senza volere niente in cambio, solo perché si può – che sì, deve ringraziarlo, perché è la prima volta che qualcuno si prende cura di lui da quando ha smesso di essere il bambino che chiedeva di essere consolato per un ginocchio sbucciato, e non sa che altro dire o come sdebitarsi per questa gentilezza che forse non merita e non capisce neppure perché Simone sia qui a pulirgli le ferite e a mentire a suo padre per lui, quando probabilmente la sua vita sarebbe di gran lunga meno complicata ora se lo avesse lasciato in quel campo a subire le conseguenze delle sue azioni.
È tutto troppo difficile da mettere in parole, soprattutto quando suddette parole sembrano sfuggirgli prima che riesca ad afferrarle e le palpebre gli si fanno pesanti.
“Grazie lo stesso,” dice, solo. Chiude gli occhi, lascia che Simone finisca di disinfettare il taglio sul labbro e passi a quello sul sopracciglio, prima di aggiungere, “Sei bravo, comunque. Co’ ‘ste cose, cioè. Devi averne prese tante col rugby, eh? È perché sei scarso?”
Sente lo stesso suono di prima – quel sospiro che assomiglia a una risata dimessa.
“Prima di tutto, non mi hai neanche mai visto giocare,” replica, distrattamente, passando l’ovatta sulla pelle tesa del suo zigomo, dove sente che un livido si sta già formando. “E poi mi pare che ci siano questioni più urgenti delle mie capacità atletiche, al momento.”
Si accorge di aver piegato le labbra in un sorriso solo quando la ferita gli pizzica un po’. Spera che non abbia ripreso a sanguinare. Pensa distrattamente che, anche se fosse successo, ne sarebbe valsa la pena, almeno un po’.
“Mamma mia, stavo a fa’ ‘na costatazione. Non è che te rode perché ho ragione?”
Questa volta, la risata di Simone è meno stanca. Ride piano, con la stessa delicatezza con cui sta pulendo le sue ferite, come se temesse di mandarlo in frantumi con un suono più forte, ma sono così vicini che Manuel può sentirla vibrare nello spazio tra i loro corpi, può sentire il fiato di Simone sul suo volto.
È piacevole. Pensa distrattamente – con la mente che scivola in uno stato incerto tra la veglia e l’incoscienza – che Simone ride troppo poco, e che è un’ingiustizia.
“Ah, ecco. Ora ti riconosco.”
Apre di poco un occhio per osservarlo. “‘Nche senso?”
Simone scuote la testa, le labbra che si arricciano verso l’alto in un sorriso quasi dolce. Le sue dita si chiudono attorno al suo polso di Manuel quando passa l’ovatta sulle escoriazioni che ha sul dorso della mano destra.
Manuel lo lascia fare. È semplice, quasi troppo, lasciare che sia Simone a pensare a tutto, e un po’ lo sorprende e un po’ lo spaventa la naturalezza con cui non ha dovuto nemmeno pensarci prima di affidarsi a lui, ma questo, pensa, è un problema per il Manuel del futuro.
“Eh. Per un attimo ho temuto che le botte che hai preso ti avessero abbattuto,” dice. Il sorriso vacilla un po’, Simone si schiarisce la voce in maniera nervosa. “Ma vedo che sei in formissima e che sono stato un cretino a preoccuparmi.”
Emette uno sbuffo leggero. “Guarda che riesco benissimo a mandarte a fanculo pure così.”
“Com’era? Non dovresti parla’ così a uno che te sta a medica’ le ferite?”
Manuel sente un insolito calore all’altezza del petto che non ha niente a che fare coi lividi che gli costellano il torace. Sorride, e sa che anche Simone sta sorridendo da come la voce si curva attorno alle parole.
“Ritratto, sei ‘n infermiere de merda.”
“La prossima volta ti lascio in fin di vita in mezzo alle fratte, poi vediamo se fai ancora il simpatico.”
Questa volta, non riesce a reprimere la risata che gli affiora alle labbra e riempie il piccolo bagno. Gli piace come questa sembri elicitare un altro sorriso di Simone, un po’ meno tremolante, un po’ più luminoso.
Se ne pente solo quando una fitta improvvisa alle costole gli leva il fiato. Emette un lamento acuto, si porta istintivamente una mano al torace, come a cercare di placare il dolore che si sta arrampicando su per la sua spina dorsale.
“Cazzo,” impreca.
Le fitte impiegano qualche secondo a retrocedere, lasciandolo in balia di un dolore costante, ma più attenuato. Manuel alza lo sguardo per cercare gli occhi di Simone e solleva appena l’angolo delle labbra in un’imitazione della sua solita faccia da schiaffi.
Espira, sbuffa una piccolissima risata. “Certo che Zucca nun c’è andato leggero, eh,” dice.
Non sa se sta cercando di rassicurare Simone o se stesso.
Simone non risponde. Per qualche secondo, si limita a fissarlo, una mano che ancora regge l’ovatta insanguinata, l’altra ferma a mezz’aria, come se volesse sfiorarlo, ma non sapesse se può farlo o meno. Gli occhi sono enormi, e spaventati, e il volto più pallido del solito. Manuel capisce quello che sta per dirgli dal tono di voce – preoccupato ed esitante al tempo stesso, come questa conversazione fosse un campo minato e un passo falso potesse far saltare entrambi in aria – che usa quando dice, solo, “Manuel–”
Non gli dà il tempo di terminare la frase.
“No,” replica, immediatamente.
“Manuel, per favore–”
“No, Simo’. Nun se ne parla.”
“Parlo io, te lo giuro, tu non devi dire niente–”
“T’ho detto de no.”
Simone non demorde, e Manuel non ne è sorpreso, perché gli piace pensare che ha imparato a conoscerlo in queste settimane e sa quanto può essere cocciuto quando ci si mette, ma al tempo stesso questa inaspettata premura nei suoi confronti lo stupisce. Ché Simone è testardo, certo, questo lo sa fin troppo bene – ma che si intestardisca per questo, per lui, è una novità che fa fatica a processare, anche se ormai, dopo tutti i Vengo con te che gli ha sentito pronunciare, dovrebbe esserci abituato.
“Manuel,” ripete. Fa suonare il suo nome come un’imprecazione e una supplica nello stesso momento. Le sopracciglia sono aggrottate, le labbra premute in una linea sottile. “Dico sul serio. Non sappiamo cosa è successo, potresti esserti rotto qualcosa e io non–” Lascia la frase a metà, poi scuote la testa e aggiunge, solo, “Dobbiamo andare in ospedale.”
Le sue costole sono d’accordo; il resto di Manuel un po’ meno.
“Bellissima idea,” commenta, sarcastico. “Peccato per un piccolo dettaglio. Che cazzo je dimo?” Non si accorge di aver iniziato a gesticolare animatamente – se ne rende conto solo quando l’ennesimo lampo di dolore lo costringe a fermarsi, sotto lo sguardo eloquente di Simone. Lo ignora. “Che lo strozzino per cui spaccio m’ha fatto mena’ perché je ho distrutto la macchina truccata che je serviva pe’ ‘na rapina? Dai, Simo’, te prego, un po’ de buonsenso.”
Simone contrae la mascella. È abbastanza preoccupato – o forse arrabbiato, a Manuel sembra quasi la stessa cosa, ché è cresciuto con sua madre e rabbia e premura sono sempre state indissolubilmente intrecciate da quando era un bambino che non ha mai imparato a stare lontano dai guai e le cose non sono mai davvero cambiate – da non fargli notare che buonsenso sarebbe stato non farsi menare dallo scagnozzo di suddetto strozzino, o forse non avere a che fare con uno strozzino in primo luogo.
“Possiamo dire quello che abbiamo detto a mio padre. Che ti hanno aggredito in centro perché ti volevano rubare la moto.” Si passa una mano tra i capelli, facendo rimbalzare un po’ i ricci. “O– non lo so, che sei caduto dalle scale. O che–”
“Simo’,” lo interrompe. Vorrebbe essere più brusco, zittirlo con la furia di sempre, ma non ci riesce. Il suo tono è stanco, rassegnato. “Accanna. T’ho detto de no.”
È facile, ora, distinguere la rabbia dalla preoccupazione sul volto di Simone. Contrae di nuovo la mascella, getta con gesti nervosi il batuffolo d’ovatta insanguinata nel cestino, e prende un respiro profondo. Manuel quasi s’aspetta di ricevere un pugno dritto in faccia.
“Sei un coglione,” dice, invece. Preme i palmi delle mani sugli occhi, ed emette un altro respiro, ancora più profondo. “E io sono ancora più coglione di te che ti do retta.” Sembra rifletterci per qualche secondo, poi abbassa le mani e scuote la testa. “Ti prendo una crema per i lividi.”
Sa che vuole ancora protestare, perché Simone non si arrende, Simone non si arrende mai, neppure quando dovrebbe, neppure quando si tratta di Manuel, che può vantare una lunga lista di persone che con lui si sono arrese ancor prima di provarci. Ma deve aver capito – nel modo in cui lo capisce in maniera quasi istintiva, come se Manuel fosse una complicata equazione che ha risolto al primo sguardo, e Manuel vorrebbe ridere istericamente, ché almeno uno di loro due ci capisce qualcosa – che tentare di convincerlo è inutile, perché non aggiunge altro e si limita a cercare qualcosa nei cassetti del bagno.
Scopre così che Simone Balestra è testardo, sì, ma anche incredibilmente paziente. Non sa come reagire. Non ha mai avuto qualcuno disposto a sopportare le sue stronzate e camminare al suo passo.
“Okay,” replica Manuel, la voce un po’ tremante. Le parole affiorano alle sue labbra senza che lui se ne renda conto. “Grazie, Simo’. Davvero.”
Simone gli sta dando di nuovo le spalle, intento a frugare nel mobiletto, ma Manuel può vedere nello specchio gli angoli delle sue labbra che si sollevano nell’ombra di un sorriso triste.
“Seh,” dice. Scuote la testa. “Vabbè. Lascia sta’.”
Il sole ormai è quasi del tutto sparito dietro l’orizzonte e proietta ombre lunghe nel piccolo bagno. Manuel osserva Simone per qualche secondo, senza dire niente. Ha l’espressione assorta, cerca tra i prodotti che sono ordinatamente riposti sugli scaffali del mobiletto quello che gli serve, e Manuel si sorprende a sentire le lacrime pungergli gli occhi. Batte le palpebre per scacciarle. Non sa per cosa stia piangendo. Forse per il casino in cui si è cacciato, o forse per Simone, che fa sembrare naturale – e non uno sforzo enorme – l’idea di prendersi cura di lui.
Non si accorge di aver parlato fino a quando non sussurra, incerto, “Simo’?”
Forse il suo tono di voce deve averlo allarmato, perché Simone alza immediatamente lo sguardo e cerca il suo, nel riflesso dello specchio. Manuel si vede per la prima volta da quando sono entrati in quel bagno e si vede come deve averlo visto Simone fino ad ora, incredibilmente piccolo – il ragazzino di diciassette anni che non si è mai permesso di essere – e anche un po’ patetico, con un occhio nero, dei tagli sul volto e i vestiti sporchi di terra e sangue ancora addosso.
È lampante quanto sia fuori luogo, qui, nel bagno pulito e ordinato di Simone; nella pace della sua villa; nella calma e rassicurante monotonia della sua vita.
“Che succede?” chiede Simone. Nella sua voce c’è più gentilezza di quanta ne meriterebbe.
Manuel si stringe nelle spalle. Dice, pianissimo, quasi come se qualcun altro – forse lui stesso – potesse sentirlo, “Non so che fa’ co’ Sbarra.”
Un piccolo sospiro scappa alle labbra di Simone, ma non distoglie lo sguardo e, ancora una volta, non esita neppure per una frazione di attimo.
“Qualcosa ci inventeremo.”
Eccola qui, pensa, distrattamente. Sente di nuovo le lacrime affiorargli agli occhi. Eccola, questa cosa impossibile che è Simone Balestra.
“Simo’–”
“No.”
Simone si volta, la luce del tramonto che lo illumina in pieno. Ha sul viso l’espressione seria e solenne di sempre che assomiglia un po’ a quella di Dante, anche se Manuel è certo che Simone gli farebbe nero anche l’altro occhio se solo glielo facesse notare. Sta reggendo tra le mani un tubetto di crema, e dovrebbe essere ridicolo nel suo maglioncino sporco di terra lì dove Manuel si è aggrappato a lui nel tragitto verso casa, col colletto della camicia completamente spiegazzato e i capelli in disordine per tutte le volte che vi ha passato le mani, ma a Manuel sembra tutto tranne che ridicolo.
Gli sembra quasi un miracolo.
Parte di lui vorrebbe scappare. Parte di lui non vorrebbe essere da nessun’altra parte.
“Mi dispiace, questo non è negoziabile,” aggiunge. Il suo tono è fermo, deciso, come se fosse pronto a dargli il resto pur di costringerlo ad accettare il suo aiuto. “Ormai ci sono dentro anche io.”
Ci sono tante cose che potrebbe dirgli – che non è dentro manco per il cazzo e che dentro non ci dovrebbe stare in ogni caso, perché quelli come lui non si meritano di rovinarsi la vita appresso a quelli come Manuel; che è un pazzo e non capisce questa sua ostinazione a corrergli dietro e seguirlo in questa cosa senza senso che ha fatto della sua vita quando fino a un mese fa neanche si sopportavano e ogni scusa era buona per mettersi le mani addosso; che forse dentro ci finiranno insieme se continua così, ma in un altro senso, e che farebbe meglio ad offrire questa sua feroce, incomprensibile lealtà a qualcuno che può meritarla e non a un vuoto a perdere come lui, che non sa neppure come restituirgli i soldi che gli ha prestato o accettare l’inaspettata delicatezza delle sue mani.
Invece annuisce, piano.
Forse non arrendersi davanti a Simone Balestra era una battaglia persa in partenza, e ora non ha le forze per opporsi, e forse non vuole realmente, ché ha passato una vita intera a gestire tutto da solo e ora è sorprendentemente facile affidare parte di quel peso a Simone, lasciare che sia lui a farsene carico anche solo per una sera.
Si sente quasi sollevato.
Non s’era accorto di quanto quel peso lo stesse schiacciando, prima.
“Va bene,” dice. “Va bene, Simo’. Ce inventiamo qualcosa. Io e te.”
Simone sorride. Questa volta, gli occhi gli brillano un po’, ed è bello e rassicurante e forse anche un po’ spaventoso, pensa, realizzare di non essere più solo a combattere contro il mondo.
