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Day 17: Eclissi solare
«Ma questa roba non dovrebbe succedere, a voi Jedi!» grida Nekane, saltando oltre un sasso che le taglia la strada senza rallentare la corsa.
«Non sono un Jedi», le grida Niisi di rimando, «e comunque ci succede di continuo!»
«Che fortuna», borbotta sarcastica.
Sono scesi sul pianeta perché il Concilio ha tanto gentilmente chiesto a Niisi di andare a vedere perché la coppia di Jedi e padawan che avevano mandato non si è fatta sentire per un po'. Ovviamente lui ha detto subito di sì, perché è Niisi.
Quindi sono scesi su questo pianeta abitato da umani un po' viola. Tutti sono stati gentili e carini con loro per quattro giorni, mentendo ogni singola volta che hanno chiesto del Jedi. “Visto? Visto chi?”, “Cos'è un Jedi?”, “Mai visto nessuno, io”, e cose di questo tipo, che l'hanno leggermente fatta incazzare.
Poi hanno trovato la navetta.
E la gente ha continuato a mentire direttamente davanti alla loro faccia, dicendo che non li avevano visti, forse si erano persi, chissà cos'era successo! Come se loro non se ne accorgessero!
Poi la gente è impazzita e la mattina ha sfondato la porta della stanzetta dove li avevano piazzati e ha cercato di catturarli, senza sapere che a Nekane nervosa importa poco di far male alla gente e venendo quindi scaraventati via a diversi metri di distanza, anche attraverso le pareti se necessario.
Sì, Niisi l'ha sgridata, però loro due sono ancora vivi e a lei sembra un buon successo, onestamente.
Comunque, ora corrono. La gente li insegue da un po', abbastanza perché il satellite del pianeta cominci a sovrapporsi al disco solare, e questo evento sembra averli resi ancor più nervosi, visto quanto hanno cominciato a strillare. Sono così tanti che non si capisce nemmeno cosa dicano.
«Magari», grida a Niisi, scacciando un sasso con una spinta di Forza così leggera che non si disturba nemmeno a voltarsi, «se li facciamo correre finché finisce l'eclissi, si danno una calmata!» Lui sembra pensarci un momento.
«Sempre che si calmino», le risponde, avvicinandosi senza fermarsi.
«Ehi, sei tu che non hai voluto che li buttassi giù dalla rupe», gli ricorda, col fiato un po' corto.
«Non ti rispondo nemmeno», ribatte lui, voltandosi a guardare la gente dietro di loro. Lo imita – sono davvero tanti. «Seminarli la vedo dura... il territorio-»
«Senti», lo interrompe, «siamo chiari: non ti lascerò ammazzare da questa gente, va bene?»
«Nekane-»
«Va bene?» Lui non risponde, ma non le dice nulla e questo per lei è sufficiente. «Se trovi un metodo migliore per gestirli, buon per te», ansima, «ma non credo che tu possa agitare la mano e usare il trucchetto su tutti!»
«No», ammette lui, con un accenno di risata – adesso! Di tutti i momenti! «Sono un po' troppi, in effetti.»
«Sai per cosa c'è il tempo, invece?»
«Non ammazzarli», la avvisa. Nekane rotea gli occhi e si guarda attorno. Le serve qualcosa per impicciarli, rallentarli almeno un minimo... qualcosa su cui salire, magari, un posto sopraelevato...
«Di qua.» Gli tocca il braccio prima di scattare verso destra, nella direzione in cui sembra esserci una specie di collinetta rocciosa. O un ammasso di sassi, a dirlo in modo meno elegante; entrambe le cose vanno bene per lei.
«Nekane, non ammazzarli», ripete lui, standole dietro senza grande difficoltà.
«Bla bla bla, se facessi come dico io saremmo già a posto», mezzo sbuffa e mezzo ansima lei, «ma sì, promesso, non ne ammazzerò nemmeno io», quantomeno non apposta, aggiunge a mente.
Loro non hanno bisogno di scalare la collinetta, fortunatamente, perché è un ammasso di rocce impilate, e scalarlo è scivoloso e lento. Loro, che sono molto motivati, possono direttamente balzare in cima, e una volta messi bene i piedi si prende qualche secondo.
«Non ti agitare», mormora al suo compagno come ultima cosa. Poi pianta bene i piedi sulle rocce, guarda la gente che sta scalando per raggiungerli, e fa una cosa che non le piace fare.
Il Lato Oscuro – secondo Nekane – non è intrinsecamente malvagio. Quasi nulla lo è, nell'universo. Lo sono le persone, ma non le cose, le energie e le forze.
Quello che il Lato Oscuro invece è assolutamente, è pericoloso. Pericoloso come le droghe, o le cose che danno assuefazione; è potere facile, semplice da afferrare, e che ti mostra le profondità infinite di altro potere che puoi avere quasi senza sforzo, solo con un piccolo, insignificante sacrificio. Solo un altro po'. Solo un piccolo passo. Per questo, lei si tiene sempre sul ciglio di quel potere, attingendo con cautela, perché sa quanto sia facile farsi tentare.
Non in questo momento.
In un senso squisitamente metaforico si getta dentro quel potere, se ne ammanta, lo usa per rendersi terrificante. Quando riapre gli occhi si sente di poter fare qualsiasi cosa desideri: cancellare la vita di tutti quelli davanti a lei, che ora la guardano con gli occhi sbarrati, o anche distruggere tutto ciò che amano, o perfino cancellare questa stupida collina dalla mappa, o anche cancellare l'intero pianeta, se ci si impegnasse abbastanza.
È vero? Non ne è sicura, ma ha visto tanti Sith lasciarsi andare a questa sensazione, e non li può davvero biasimare. Quando hai paura, ti aggrappi a ciò che hai, e se tutto ciò che hai è una corda coperta di spine, a quella ti aggrapperai.
Non parla, perché tanto vorrebbe solo urlare in modo inconsulto e disumano. Si aggrappa ad ogni briciola di rabbia, di paura, di orgoglio che ha, se ne ammanta come un'armatura. Lascia che la sua paura si amplifichi, diventi più forte, colpisca le povere menti impreparate come una marea inarrestabile, e con essa spinge addosso a loro la rabbia feroce che sente. I più vicini indietreggiano, ma ancora non si allontanano.
Nel cielo, il sole non è ormai più che un anello di fuoco e luce, e lei affonda ancora nell'oceano del Lato Oscuro, tirando a sé con ogni briciola di volontà. Una cassa di risonanza, cerca di tenere nella propria mente, fisso e costante. Una cassa di risonanza per le mie emozioni.
E quelle si espandono ancora più lontano, lungo la collina, oltre la strada sterrata che hanno percorso correndo, fino al paese di questa gente, e nella folla che li segue cominciano a sentirsi le prime grida di paura, e i pianti. Nekane muove un passo in avanti, poi un secondo. La Forza che la circonda fa tremare le pietre sotto i suoi piedi, fa fremere la roccia, come un basso così profondo da non poter essere sentito con le orecchie, ma solo dentro la cassa toracica. I più vicini a lei si voltano e fuggono, cadendo e scivolando giù per il rilievo fino a essere raccolti dai loro amici. Nekane apre la bocca e grida, un suono stridente che spaventa perfino lei, e rischia di strapparle il controllo di mano.
La gente corre, allora, uno dopo l'altro e poi in un fiume che si allontana, sotto il cielo in cui il sole ha smesso di essere un foro circondato di luce, ed ora non è altro che una falce luminosa man mano che il satellite prosegue la sua orbita. E quando sono lontani, Nekane si aggrappa alla luce del suo compagno, si strappa a fatica dalle braccia accoglienti del Lato Oscuro, che la chiama con gran voce.
Lui le prende la mano, aspetta in silenzio fino a che Nekane, con un ringhio di gola, si libera di quel potere, che si dissolve nell'aria, innocuo come è sempre stato, anche senza sembrarlo. Niisi la sorregge mentre lei prende fiato, esausta.
«Non dovresti, sai», le dice piano, e non c'è giudizio nella sua voce, solo preoccupazione.
«Nessuna morte», ansima Nekane. «Nessuno si è fatto male.»
«Solo tu», commenta lui a mezza voce. Nekane accenna un sorriso amaro.
«C'è sempre qualcuno che si fa male, Niisi. C'è sempre qualcuno che- che alla fine si sacrifica, in una maniera o nell'altra. È solo una questione di chi, e di come.» Un respiro profondo, Nekane si tira più dritta. I loro sguardi si incontrano, e in quello di lui c'è sincera tristezza. Si sente un po' in colpa, ora – ma non avevano molte alternative, vero?
Vero?
Il cielo schiarisce, torna alla norma e per un momento, un fragile momento, c'è pace.
«...cerchiamo di scoprire se sono ancora vivi, Niisi», sospira Nekane, riempiendo il vuoto che sente dentro con la visione di questa natura serena e indifferente, che non è turbata o toccata da quanto è successo.
«Sì», mormora lui, «andiamo.» Ma il discorso, lo sa, è solo rimandato.
