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And I'll see your true colors shining through

Summary:

Dieci piccole istantanee rubate alle vite di un gruppo di amici, adolescenti come tanti che si divertono e crescono, tra feste, lezioni scolastiche e selfie pubblicati sui social. Ragazzi dai sorrisi belli e spavaldi, che celano però tanti dubbi e paure; prendendosi a braccetto e sostenendosi a vicenda, esplorano la propria sessualità e la propria identità di genere, si prendono delle cotte, incassano batoste, si specchiano gli uni negli occhi degli altri. Imparano a conoscersi e forse ad amarsi un po' di più.
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Io e Kim_EFP ci siamo lanciate una sfida a vicenda: scrivere una breve storia a cadenza (più o meno) settimanale usando come prompt un colore, con la possibilità di interpretarlo nel modo che preferiamo. Questa raccolta nasce per raccogliere tutti i racconti che si origineranno da questa sfida ^^

Notes:

Prompt #1: Arancione
POV: Ben Shelton

Chapter 1: Orange

Chapter Text

 

«Feel the wind in your hair
Feel the rush way up here

We're walking the wire, love
We're walking the wire, love
We couldn't be higher up»

Imagine Dragons – Walking The Wire
 
 
 
 
Il vento mi frusta le guance accaldate e s’insinua sibilante nelle orecchie insieme al rombo del motore, la strada si frantuma metro dopo metro sotto le ruote e l’odore del sale si impossessa prepotente nelle mie narici. Le braccia di lei sono strette attorno al mio corpo, esili ma dalla stretta ferrea, e la sento ridere appena in mezzo al frastuono.
È una serata di quelle limpide e cristalline, con la salsedine che ti incrosta i capelli, le stelle in bella vista e l'elettricità che inonda i corpi brulicanti sul lungomare.
Quanti momenti come questi abbiamo vissuto insieme io e Coco: è l’ennesima estate che se ne va e noi la salutiamo sfrecciando sul mio motorino arancione, caschi allacciati sotto il mento che trattengono a stento i capelli selvaggi e sorrisi sfacciati di chi ha la notte in pugno.
La mia pelle sotto il suo tocco è bollente, nonostante i vestiti leggeri che vi si frappongono. È una sensazione che provo sempre quando lei mi stringe così: quel calore che sa di casa, di pomeriggi passati a ridere, di tramonti sul mare. Forse perché è la mia migliore amica e mi conosce meglio di chiunque altro, da sempre, da quando lei era ancora più alta di me e si divertiva a tirarmi i capelli a tradimento.
Il mio motorino, di un arancione sgargiante e inconfondibile, corre lungo la litoranea e costeggia la strada pedonale colma di chioschi, ragazzi e musica sparata a tutto volume. Si voltano tutti a guardarci e in un istante ci riconoscono: siamo sempre noi, Coco e Ben, Ben e Coco, i due ragazzini sullo scooter arancione scassato.
Lancio un grido liberatorio mentre premo sull'acceleratore per percorrere gli ultimi metri che mi separano dal parcheggio.
Mi sento un re, un fottutissimo re. La velocità che mi contorce lo stomaco, il corpo di Coco premuto addosso.
E se io sono il re, lei è la regina.
 
“Allora?”
“Allora cosa?” bofonchio, addentando il mio scadente trancio di pizza.
Coco mi scocca un’occhiata d’intesa. “Questo film?”
Mi stringo nelle spalle. “Faceva cagare.”
Scoppia a ridere della sua risata contagiosa e limpida, rovescia appena la testa all’indietro e le innumerevoli treccine che le trattengono i capelli carezzano le sue spalle scoperte. “Hai ragione! Come sempre!” D’un tratto sembra distratta da qualcosa; estrae il cellulare dalla tasca degli shorts e consulta il display. “Oh, il BeReal! Facciamoci un selfie!” annuncia.
“Ma sto mangiando” mugolo col boccone pieno, ma lei non mi lascia scampo e mi circonda le spalle con un braccio, ridendo di gusto mentre inquadra i nostri volti con il suo cellulare.
Cerco di divincolarmi, protestare e spingerla via, ma alla fine il disastroso scatto finisce online: Coco bellissima, in preda alle risate e con gli occhi scurissimi che brillano come fari nella notte, io con un broncio indispettito e il muso sporco di sugo.
“Vaffanculo, questa me la paghi!” la minaccio, brandendo l’incarto del mio pasto come fosse una potente arma, ottenendo come effetto di farla ridere ancora di più.
È così bella quando ride.
È una delle nostre tipiche serate: nulla di più, nulla di meno. Questo pomeriggio sono andato ai suoi allenamenti di basket, ho chiacchierato sugli spalti con Flavio – anche lui aveva dei programmi per la serata con Leylah ed Elisabetta dopo gli allenamenti – e quando Coco è uscita dagli spogliatoi fresca di doccia, seppur col borsone in spalla e gli esercizi di matematica da fare che ci attendevano a casa, siamo saltati sul mio motorino e siamo partiti alla volta del piccolo cinema sul lungomare. È una delle nostre tradizioni più divertenti, intrufolarci in una delle piccole e modeste salette a guardare un film a caso di cui nessuno dei due ha letto la trama; ancora meglio se si tratta di un horror dozzinale, la finiamo a sbellicarci dalle risate e demolire la pellicola a suon di insulti.
E poi via, a cercare qualcosa da sgranocchiare, passeggiare sul lungomare con l’umidità della notte appiccicata sulla pelle, a spendere i nostri ultimi spiccioli per prendere un drink su uno dei chioschetti che rimangono aperti fino a tardi, cantando sguaiati a un karaoke senza azzeccare nemmeno una nota.
La scuola è ricominciata, le vacanze sono finite ma noi non lo accettiamo, non ce ne può fregare di meno.
“Ehi, guarda cos’hanno condiviso sul gruppo di classe!” richiama la mia attenzione Coco, mostrandomi lo schermo del suo telefono; mi sporgo per osservare meglio e i miei occhi si scontrano con una colorata locandina dai toni azzurro elettrico e rosso acceso, con un’enorme scritta che recita “Festa di fine estate – cocktail party”.
“Figata!” mi illumino, già con l’adrenalina a mille: la festa di fine estate segna l’inizio di ogni nuovo anno scolastico, partecipa letteralmente tutto il nostro liceo e non me la posso sicuramente perdere.
“Se ci vieni vestito come l’anno scorso, io non ti conosco” mette le mani avanti Coco.
“Esagerata, mi stava molto bene invece!” protesto io, ricordando la canotta bianca piuttosto aderente che ho sfoggiato lo scorso settembre e che, a detta della mia migliore amica, mi faceva somigliare a uno spacciatore di quartiere.
Lei scuote il capo. “Più di sei anni che ci conosciamo e non hai ancora imparato le basi del buon gusto.”
“Se ti scambiano per la donna del boss, hai tutto di guadagnato” scherzo, beccandomi una gomitata sulle costole.
“Ahi!” Mi massaggio la parte lesa, mettendo su un broncio offeso.
“Quest’anno vengo a casa tua prima che tu metta un solo piede fuori e seleziono per te perfino i calzini.”
“Dammi lezioni di stile, dea della moda” la sbeffeggio.
Lei assume un’espressione sorniona che non promette niente di buono. “Beh, per cominciare posso prendere questi e farci tante belle treccine” afferma, prendendo d’assalto i miei capelli.
Va sempre così, da anni: a un certo punto lei si attacca ai miei riccioli, me li tira, me li torce, e lo fa apposta per darmi fastidio, per farmi un dispetto.
Io mi ritraggo, mi dimeno, tento di liberarmi, e la finiamo a fare la lotta e ridere come due bambini, in bilico sul muretto alto sul quale ci siamo appollaiati. Alle nostre spalle si estende la spiaggia baciata dalla luce argentea della luna, i borbottii placidi delle onde si mischiano alle nostre voci acute.
Siamo sempre stati così noi due: facciamo casino, rompiamo il silenzio, facciamo i bambini e tutti si girano a guardarci; poco importa se le nostre carte d’identità recitano diciassette e sedici anni.
Per qualche strana ragione adoro avere le sue mani su di me.
“Ehi” mi dice dopo che, stanchi e col fiatone, abbiamo smesso di azzuffarci. “Che ne dici se raggiugiamo gli altri?”
Io la osservo per un istante – il suo corpo snello fasciato in un top verde menta che mette in risalto la sua pelle scura come la notte – con una strana e spiacevole sensazione alla bocca dello stomaco. “Gli altri? Dove sono?”
“Ho visto le stories di Leylah, sono al locale in piazza, in centro. Ci sono Flavio, Carlos e le ragazze.”
Scaccio l’accenno di malinconia che mi ha inspiegabilmente appannato la mente e mi dipingo un sorriso sulle labbra. “Perché no?”
Gli altri.
Non so perché l’idea di andare via da qui mi fa quest’effetto, eppure ci stiamo per accodare al nostro solito gruppo di amici, io voglio molto bene a tutti e ci divertiamo da matti insieme. Eppure quando Coco balza giù dal muretto e recupera il suo casco, appeso al manubrio del motorino che staziona proprio davanti a noi, avverto una sorta di vuoto.
Chissà se è normale. Chissà se anche lei sente queste sensazioni quando sta con me – e soprattutto quando non sta con me.
La devo smettere!
Mi soffermo per un attimo a osservare quell’istantanea: Coco che armeggia con la chiusura del suo casco nero e rosa, in piedi davanti al mio adorato motorino arancione, il mio fedele bolide che mi accompagna ormai da tre anni.
Vengo investito dal flashback di quell’afoso pomeriggio di fine giugno: avevo ricevuto lo scooter come regalo di promozione da parte dei miei genitori, io avevo quattordici anni e Coco ne aveva tredici. Ci stavamo annoiando a morte in quelle ore così bollenti, quando lei aveva fatto scorrere il dito sulla vernice bianca e scrostata del mio nuovo veicolo e aveva commentato: “Non ti sembra che sia troppo… bianco?”
Io, che me ne stavo seduto sul gradino del marciapiede e mi facevo vento col volantino di un supermercato, avevo sollevato un sopracciglio. “Il bianco è un colore noioso” le avevo dato ragione.
“Ci vuole qualcosa di figo, d’impatto.”
“Tipo… l’arancione!”
Ci eravamo scambiati un sorriso a trentadue denti e uno sguardo complice.
Il resto del pomeriggio lo avevamo trascorso a riverniciare da cima a fondo il mio nuovo motorino, impiastricciandoci di colore fin sopra i capelli; a mio padre Bryan era venuto un colpo quando, rientrando dal lavoro, aveva visto la nostra opera d’arte e le macchie di vernice sgargiante per tutto il cortile, perfino sulla maniglia del portone d’ingresso. Noi, dal canto nostro, non riuscivamo a smettere di ridere e inseguirci a vicenda armati di bombolette spray.
Uno dei momenti più iconici che aveva sugellato per sempre la nostra amicizia.
“Che fai? Se non ti dai una mossa parto e ti lascio qui!” mi riporta alla realtà Coco, mollandomi un pizzicotto sulla coscia.
“Ma se non sai guidare!”
“Questo lo dici tu…”
Salto giù dal muretto e le faccio il solletico sui fianchi per un istante prima di recuperare il mio casco. Lei ride, i suoi denti bianchissimi sono tante piccole lune che rischiarano la sera.
Non riesco a smettere di sorridere mentre la guardo.
Non so cosa mi succede quando sto con lei, ma voglio che sia così per sempre.
 
Ancora vento tra i capelli, ancora rombo del motore nelle orecchie, ancora Coco che si stringe a me e preme il suo petto contro la mia schiena.
Ancora quella sensazione di essere in alto, in volo, in equilibrio su questo sottile e fragile filo a cui si aggrappano tutte le mie emozioni. Perché non ho il coraggio di chiedermi cosa sia questo strano calore che mi inonda il petto quando Coco è con me, ma non ho nemmeno la forza di reprimerlo.
Sfrecciamo sulle strade della nostra cittadina, una scheggia arancione e impazzita pronta a prendersi la notte, fino alle stelle.