Actions

Work Header

Everything is fine (or maybe not?)

Summary:

Lan Wangji had always known he was different. He didn’t fully understand what was wrong, but there was certainly something off with his mind. For years, he was misunderstood by his family, who, despite loving him, just couldn’t grasp what he was going through. The only person who truly supported him from the start was his friend, Mian Mian.
One day, he would meet a young, attractive boy dressed in red, someone who would support him, love him, and as much as possible help him.

This is the story of a young Lan Wangji who fights not just life, but also his worst enemy: himself.

-----

I hope you guys who speak other languages can read it too :)
If you use a translator on the page, you’ll be able to understand everything. Have fun!

Chapter 1: Annaffiarsi a tarda notte

Notes:

Volevo solo premettere che probabilmente proietterò molte cose lol. La maggior parte dell'OCD descritto sarà basato sulla mia esperienza e questo includerà soprattutto pensieri intrusivi, rituali e paura della contaminazione. Non credo che sia una descrizione pesante, ma forse potrebbe disturbare qualcuno.
Detto questo buona lettura :)

(See the end of the chapter for more notes.)

Chapter Text

Avere un disturbo ossessivo-compulsivo era estenuante.

Lan Wangji lo sapeva bene, convivendoci da ormai dieci anni.

Capitava spesso di domandarsi come si vivesse in modo normale . Cosa si provava a vivere una vita normale con un cervello normale?

Se lui fosse stato normale sarebbe stato ancora lui? Quanto della sua personalità era davvero lui e quanto era il suo disturbo?

Come sarebbe stato pensare in modo normale? Cosa pensano le persone normali? Le persone normali riescono a riposare la mente a differenza sua? Come si ci sente a non avere pensieri catastrofici ogni singolo giorno?

Le persone credevano che pulire casa in modo puntiglioso volesse dire avere un disturbo ossessivo compulsivo, controllare di aver chiuso il gas prima di uscire di casa volesse dire avere un disturbo ossessivo compulsivo… nell'immaginario comune non erano mai contemplati i pensieri intrusivi.

Avere un disturbo ossessivo-compulsivo, nel caso i Wangji, somigliava più a “ho pensato a mio zio mentre passava un'ambulanza. E se ora gli succede qualcosa per colpa mia? La cosa migliore da fare è guardare fuori dalla finestra, controllando che l'ambulanza non sia più qui e continuare a ripetere mentalmente che ' Va tutto bene ' per una decina di volte”.

I pensieri intrusivi erano la cosa peggiore con cui si poteva mai convivere. Significava ricordare ogni giorno che che il proprio peggior nemico eri tu stesso. 

Continuare ad avere pensieri catastrofici e scacciarli via con dei rituali era la più normale delle routine.

Un rituale poteva essere qualsiasi cosa.

Qualsiasi.

Questo è anche uno dei tanti motivi per cui è spaventoso. Potrebbe essere una frase ripetuta mentalmente, un oggetto o una parte del corpo, cosa toccata, un movimento o un gesto ripetuto... praticamente qualsiasi cosa.

La formula magica di Wangji è sempre stata “va tutto bene”. Una frase che pensava dalle decine alle migliaia di volte ogni giorno, da ormai oltre dieci anni per prevenire la sua “sfortuna”.

Wangji non era superstizioso come lo erano gli altri, cose come passare dopo che un gatto nero ha attraversato la strada, e specchi rotti non lo turbavano.

Pensava francamente di avere già abbastanza problemi e non aveva voglia di aggiungerne altri alla sua lunga lista.

A pensarci, anche le persone normali avevano dei rituali. Ma quanti erano? Più di dieci? E quante volte li facevano al giorno? Toglieva via dalle loro giornate almeno un'ora?

Se lui avesse avuto meno rituali da fare ogni giorno sarebbe stato diverso, ma quanti ne faceva? Almeno una ventina probabilmente. Come potrebbe riuscire a contarli? Alcuni vengono praticamente in automatico, sarebbe troppo difficile contarli.

Quello più diffuso era sicuramente la sua formula magica.

Va tutto bene, lo pensava ancora e ancora in base a quanto fosse turbato da qualcosa. Spesso il modo in cui lo aveva pensato non andava bene, non sapeva il perché, ma la sensazione che aveva era sbagliata. Si ritrovava quindi a pensarlo ancora e ancora, facendo in mezzo altri piccoli rituali che variavano spesso. Ad esempio grattarsi il braccio sinistro ancora e ancora per un breve istante.

Certi rituali sparivano e ricomparivano dopo anni, senza alcun preavviso; questo era il caso ad esempio della sua abitudine di disegnare rombi con l'indice destro.

Un colpetto su, uno giù, uno a sinistra e uno a destra. Andava bene farlo su qualsiasi superficie.

E quindi molto spesso nel giro di uno o due minuti la mente di Wangji era tutto un:

Va tutto bene.

Va tutto bene.

Rombo.

Va tutto bene.

Rombo.

Rombo.

Va tutto bene.

Va tutto bene.

Va tutto bene.

Grattare il braccio.

Va tutto bene.

Va tutto bene.

VA TUTTO BENE.

Va tutto bene.

Rombo.

Rombo.

Rombo.

VA TUTTO BENE.

Va tutto bene.

Va tutto bene.

Va tutto bene.

 

Poi quando sentiva che davvero andava tutto bene la smetteva.

Vivere in questo modo non era facile.

 

---

 

Quando erano adolescenti, Wangji e Xichen condividevano un bagno, non una bella esperienza per nessuno dei due. A Wangji non piaceva condividere il bagno e Xichen trovava troppo spesso il pavimento bagnato.

Nel corso degli anni Wangji sviluppò disgusto per molte cose.

Non sapeva se la definizione corretta fosse "germofobico" perchè non erano i germi a disgustarlo in realtà.

Alcune cose lo disgustavano in base al contesto, ad esempio poteva sedersi su un muretto pieno di polvere insieme alla sua migliore amica QingYang – o Mian Mian, come si faceva chiamare dagli amici – ma se per errore avesse messo dei vestiti per fuori sul suo letto, avrebbe dovuto cambiare completamente le coperte.

Inoltre Wangji aveva praticamente un partner di lunga data: le salviettine. Che fosse a casa, a letto, in macchina, fuori di casa o nello zaino, Wangji ne aveva sempre con sé.

L'alternativa alle salviettine era lavarsi le mani ogni volta e non era molto invitante come idea.

Non era la paura dei germi a farlo agire, ma il senso di sporco che avrebbe provato. Uno sporco interiore e molto più difficile da sopportare.

Per esempio Wangji non si toccava mai i capelli fuori casa - non senza aver lavato le mani con del sapone o delle salviettine - perchè una volta giunta sera si sarebbe dovuto mettere a letto con dei capelli sporchi. E il letto era il suo posto sacro. Doveva restare pulito.

Per un certo periodo della sua vita li lavò ogni sera, ma avendo lui i capelli non proprio corti ci metteva un po' ad asciugarli ed inoltre si stavano increspando sempre di più.

Quindi non li toccava mai fuori di casa a meno che non avesse intenzione di lavarli quella sera.

Questo non si limitava a toccarsi i capelli fuori, ma anche nella sua stessa casa. L'unico posto safe era il suo letto.

Ci sono state volte in cui avrebbe dovuto lavare i capelli in serata ma ha finito con lo studiare fino a tarda notte, in quel caso ricorreva ad un asso nella manica: il divano della sua stanza. Perché andava bene dormire "sporco" sul suo divano ma non nel suo letto.

Era un senso di sporco difficile da comprendere per chiunque altro.

Quando una persona si lava le mani lo fa perché sono sporche, magari a volte è anche uno sporco visibile, come può essere delle briciole di un panino o dell'inchiostro di una penna; in questo caso una persona si lava le mani fin quando sono visibilmente pulite, poi si ferma.

Ma invece quanto ci si impiega quando quello che stai lavando via non è uno sporco reale? Quando quello che stai lavando via è uno sporco che a tutti gli effetti non esiste?

Pochi secondi delle volte, diversi minuti altre.

 

E intanto il tempo tolto alla giornata di Wangji aumentava.

 

---

 

Anche senza lavarsi i capelli, Wangji faceva una doccia ogni sera. Ovviamente.

C'erano serate in cui riusciva ad andare a letto senza alcun problema e altre in cui il percorso doccia-letto, seppure fosse una decina di metri al massimo, durava anche mezz'ora.

Quando faceva la doccia, Wangji faceva attenzione a toccare solo con le mani le porte scorrevoli di essa, poi usciva e si lavava ancora una volta i piedi, perché nel mentre che metteva i piedi fuori schizzavano delle gocce d'acqua sporca dal pavimento della doccia.

Dopodiché prendeva tre strappi di carta igienica, piegata in modo che la parte fino a prima esterna fosse ora all'interno e non dovesse toccarla con le mani pulite. Teneva gli strappi pronti sul lavandino, si lavava le mani e chiudeva il rubinetto con la carta igienica. A questo punto prendeva uno dei suoi asciugamani, riposti nel suo cassetto – aperto sempre con gli strappi di carta igienica – e se lo metteva intorno alla vita per poter uscire.

Infine, sempre con gli strappi, toccava maniglie e interruttori della luce, fino ad arrivare al suo letto, dove ad aspettarlo si trovava il suo pigiama.

Queste erano le sue serate quando andava tutto bene.

Quando andava tutto male era un'altra storia.

A volte lavandosi le mani, l'acqua gli schizzava sulle braccia ed a quel punto era costretto a buttarsi dell'acqua su di esse per pulirle. Non sarebbe tornato in doccia perché avrebbe potuto toccare le pareti di essa per sbaglio e poi sarebbe stato costretto a fare tutto daccapo.

Buttarsi addosso dell'acqua dal lavandino tuttavia implicava altrettanti problemi.

Tanto per cominciare il tappeto del bagno si sarebbe potuto riempire d'acqua se avesse impiegato troppo tempo; questo non era un grosso intoppo in realtà, sarebbe bastato aprire la finestra dopo per farlo asciugare durante la notte.

Secondariamente l'acqua finita per terra avrebbe rimbalzato e quasi sicuramente finita nuovamente sui piedi, quindi Wangji avrebbe dovuto lavarli di nuovo.

Questo processo di lavaggio dei piedi senza schizzarsi acqua sporca dal pavimento avrebbe potuto impiegare anche un intero quarto d'ora.

Potrebbe andare storto anche altro.

Wangji tornando in camera avrebbe potuto urtare contro una porta o toccare per sbaglio qualcosa con le sue mani. Conseguenza: ancora una volta tornare in bagno e ripetere il processo di lavaggi.

Una volta arrivato in camera di solito era tutto apposto. Di solito.

Se Wangji nel sedersi sul letto avesse tolto male le sue ciabatte? Magari toccando con un piede il pavimento o il comodino per errore.

Nel caso del pavimento sarebbe tornato in bagno – parecchio esasperato – a lavarsi i piedi ancora una volta, rischiando nuovamente di entrare in un ciclo infinito di pulizia.

Nel caso del comodino sarebbe ricorso ad un metodo più veloce, che aveva soprannominato annaffiare i piedi . Questo consisteva, come diceva il nome stesso, nell'annaffiarsi.

Wangji si metteva seduto all'estremità del letto – con le sue ciabatte ancora addosso – e con la sua borraccia da notte si versava acqua sui piedi.

Nessuno era ammesso in camera sua di solito, la sua famiglia credeva fosse per la sua voglia di privacy ma in realtà era perché spesso la sua stanza era un macello vero e proprio.

Naturalmente puliva ogni giorno il suo disordine, la mattina dopo, e di conseguenza la sua stanza manteneva un certo decoro. Xichen di tanto in tanto entrava per parlargli, quindi mantenere ordinato era indispensabile per sembrare un minimo normale .

Tutti questi problemi, questi suoi rituali , richiedevano anche ore intere della propria giornata, e fare certe cose ogni singolo giorno della propria vita farebbe impazzire chiunque.

Wangji era stanco di tutto questo.

Non gli importava nemmeno dell'opinione della gente per la maggior parte delle cose o aspetti della sua vita, ma il suo disturbo mentale non era una di queste.

Provava attivamente a sembrare normale. Il suo obiettivo era apparire semplicemente come un ragazzo che sta sulle sue - cosa vera - senza alcun problema mentale.

Quando la sua famiglia lo guardava confuso per una cosa o l'altra si sentiva sprofondare.

Suo zio e suo fratello avevano imparato a non far caso a molte cose, ma gli altri suoi parenti che vedeva solo qualche volta all'anno no.

«Wangji, perché stai pulendo quel bicchiere? È sporco?».

«Wangji? Ti sei incantato? A cosa stavi pensando?».

«Wangji, è tutto apposto? Hai una faccia strana».

Tutti commenti innocenti che gli facevano venire voglia di scappare.

Essere richiamato per queste piccolezze significava che non stava facendo bene il suo lavoro, il suo lavoro nel sembrare normale.

Non era facile sembrare normale, lo sapeva bene. 

E sapeva anche che purtroppo lui, Lan Wangji, non sarebbe mai stato normale.

Notes:

Ho usato spesso la parola "normale" e probabilmente lo farò ancora, spero che questa cosa non disturbi nessuno. Io stessa - a volte ironicamente e a volte meno - faccio una distinzione tra me e le persone "normali".
Non so se qualcuno leggerà effettivamente questa storia ma se sei qui e stai lottando con un OCD o una qualsiasi altra cosa e non ti senti come gli altri volevo solo dirti che è tutto okay, è comprensibile sentirsi diversi ma ricordate che siamo comunque tutti diversi, disturbi mentali o meno. Non è facile sapere di ragionare in modo diverso ed essere consapevoli che molte persone, che anche ci amano, non capiranno mai appieno quello che stiamo passando.
Un OCD è una continua montagna russa tra lo stare bene e lo stare di merda, e so che non è facile a tenere a mente ma prima o poi le cose andranno meglio. Magari non meglio per sempre ma solo per un periodo ma anche quando quel periodo finirà, ricordate che ce ne sarà un altro felice più avanti.
E niente, cercate di volervi bene anche se non è facile. Con qualsiasi cosa stiate lottando in questo momento vi auguro vada tutto meglio al più presto.
Un abbraccio.
-Vale