Chapter Text
Mi stavo scolando la terza bottiglia di vino della giornata, quando mi arrivò la chiamata da Morb, abbreviazione di Essere Viscido e Morboso, per gli amici Mo.
Era, come lo sono anch'io, un demone. A differenza di me però puzzava come pochi dei nostri simili riuscivano a puzzare.
La sua ossessione, che gli aveva dato poi il nome, era ovviamente quella di collezionare moccio e, oltre a ciò (come se non avesse già di per sé fatto abbastanza schifo), di approcciare a qualunque essere vivente con intenti... beh... abbastanza ambigui.
Ovviamente rare erano le sue conquiste, che altro non erano se non mostri femmina (e a volte pure maschi) repellenti quanto lo era lui che non riuscivano peraltro a eguagliare il suo inimitabile fetore.
Quindi capitemi se quando lessi Morb sullo schermo del mio distrutto telefono alzai gli occhi al cielo perché erano letteralmente trecento anni che quell'ammasso di eau de fogna nauseabonda mi chiamava per motivi stupidi (o per tentare tecniche di rimorchio che poteva capire solo lui con la sottoscritta).
"Che vuoi?" fu il mio buongiorno.
"Abbiamo bisogno di te qua sotto, c'è una perdita e tu sei il quinto demone idraulico che chiamo oggi." fu la risposta di Morb.
"Morb, ti ho già detto che riparo motori, non tubi di smaltimento scorie."
"Sisi, lo so, ma non so chi altro chiamare."
Alzai nuovamente gli occhi al cielo, sbuffando. Che palle.
"E va bene, arrivo subito." Chiusi la chiamata e mi portai la mano al volto. Perché all'Inferno ogni impiegato doveva essere così stupido?
Così finii per fasciarmi nel solito vestito adibito alle occasioni dedicate al ritorno in madrepatria, indossando i soliti occhiali da sole e sciogliendo i capelli corvini senza ombra di piega o boccolo.
Mi agghindai le corna e sorrisi allo specchio, che mi restituì l'immagine di una demone impegnata a stirarsi una smorfia orribile sul volto, che metteva pure in mostra i canini affilati.
Che schifezza.
Uscii di casa con l'umore più nero dei capelli e la consapevolezza che sarebbe stata l'ennesima giornataccia passata nel solito posto maleodorante che i miei simili solevano chiamare casa.
Arrivai all'entrata dei cancelli di Dite ovviamente in ritardo rispetto a quanto mi era stato comunicato via WhatsApp (sì, i demoni del 2025 usano le app di messaggistica, non stupitevi) subito dopo la chiamata di Morb.
Oltrepassando il cancello vidi anime e demoni gironzolare qua e là per la città infernale: qualcuno che mi guardava in cagnesco, qualcuno che mi ringhiava e i pochi amici che avevo laggiù che mi rivolgevano un saluto affrettato.
Vidi Morb, o meglio, sentii la sua puzza in lontananza, che mi fissava arcigno e viscido.
Che schifo.
"Samael, come sempre ti fai aspettare." mi salutò quello.
"Vedi di arrivare al punto in fretta" ribattei. "e non ti azzardare a chiamarmi in quel modo, sono Sam." Ancora questa storia di Samael.
Si era fissato di chiamarmi Samael continuamente, con il solo scopo di farmi infuriare ancora di più. Quella mente perversa di Morb pensava fossi più sexy quando mi arrabbiavo, ma la verità era che il mio personalissimo rapporto con il Grande Capo, pur non essendo malaccio, era comunque appeso a un filo.
Qualunque insubordinazione mi sarebbe potuta costare cara, quindi ciò mi impediva di spaccare la faccia al mostro non appena osava pronunciare il mio nome per intero. Che nervi.
"Come ti pare." rispose Morb. "Seguimi."
Ovviamente, non appena arrivai sul luogo di lavoro, mi accorsi che il "problema idraulico" constava in uno dei soliti tubi di scarico che nessuno si prendeva la briga di riparare e toccava a me, demone minore dedito al lavoro (si fa per dire), mettervici le mani.
Che poi sono pure meccanico, ma chissene fregava in quel momento.
"Vedi di finire per le 11, ho visto Beelzebub già di cattivo umore stamattina." si raccomandò lui mentre io lo fissavo un po' avvelenata.
"Ma sei serio?" gli domandai acida. Il vice, Beelzebub, era conosciuto per essere di cattivo umore, ma quando tale concetto veniva rimarcato significava che era anche peggio del solito.
Aspettavo impaziente la caduta di un meteorite in fondo al susseguirsi degli eventi di questa mattina.
"Sì" mi rispose il demone. "e non capita spesso."
Fu il mio turno di alzare gli occhi al cielo mimando un Cazzo con le labbra, per poi tornare con lo sguardo in direzione del malcapitato tubo.
Non perché fosse rotto, ma perché toccava a me ripararlo. Che non ne capivo niente.
Forse, in fondo, qualcosa capivo, ma non avevo assolutamente la benché minima voglia di mettermi a fare qualcosa di produttivo. Nel 2025.
Ero decisamente troppo vecchia per queste cose.
Così Morb mi lasciò sola e, alla fine, il lavoro lo portai a termine. Tirando via, bestemmiando e arrendendomi, purtroppo, alla mia fastidiosissima tendenza al perfezionismo. Celata a pressoché chiunque, perché contemporaneamente a questo fui abbastanza accorta a coprire a mia opera d'arte con il fango circostante.
Non ero mai stata abbastanza demone in vita mia. Le abitudini angeliche erano dure da mandare via... D'altronde il lupo perdeva il pelo, mica il vizio.
Ma avevo comunque finito. Evviva, ippip urrà per Sam.
Così feci per tornarmene di corsa all'ovile, fino a quando non ebbi la pessima e malaugurata idea di drizzare le orecchie nel momento sbagliato. A distanza di pochi metri, svoltando l'angolo, captai la voce del sopra citato vice, Beelzebub in persona.
Mi tremarono le gambe inizialmente, ma poi - sventurata curiosità - mi accorsi che la conversazione non era rivolta al mio singolare operato, ma verteva su un concetto a dire il vero poco affrontato. Un concetto che nessuno si azzardava a tirare fuori dal cosiddetto vaso di Pandora (vattelapesca di chi fosse Pandora) da molto molto tempo.
"...è imminente. Se gli umani continuano di questo passo sarà la fine per la nostra razza." rispose una voce, contrariamente a quella del demone di alto rango, sconosciuta. Era profonda, armoniosa. Difficile dire che fosse stata quella di un demone. Mi si rizzarono i peli sulle braccia e, per sentire meglio, mi nascosi in un vicolo molto adiacente, rimanendo nell'ombra.
"So che per te il concetto di altruismo è totalmente sconosciuto, ma qui rischiamo la pelle pure noi demoni. Le correnti stanno cambiando, l'Inferno non potrà continuare a gestire tutti i venti caldi spuntati negli ultimi anni. Manca forza lavoro." rimbeccò Beelzebub.
"Da noi i venti scarseggiano invece." continuò l'interlocutore misterioso. "Là nel cielo è quasi impossibile gestire la situazione ormai. Bisogna attuare questo piano. E da molto tempo, anche."
"Sarà come dici. Aspetto indicazioni, Gabriele." concluse Beelzebub, prima che uno strappo mi confermasse la loro improvvisa assenza da quel luogo, forse essendosi teletrasportati altrove.
Gabriele? Quel Gabriele?!
Se Beelzebub era sceso a patti con Gabriele eravamo proprio fottuti.
Demoni, angeli, umani... Tutti fottuti.
Imprecai e, sbloccando il telefono, scorsi tra i contatti fino alla M.
Era il momento di rispolverare una vecchia conoscenza.
Non vi aspettate colpi di scena perché alla fine il telefono non si agganciò alla linea e dovetti rimandare l'incombente telefonata. Se non che il mio sguardo cadde per caso su un volantino.
Una festa. Angeli e demoni invitati. Niente armi, niente acqua santa, niente scontri, niente cielo, niente ali e niente venti da nessuna direzione. Ottimo.
Sicuramente sarebbe stata lì, alla festa. Perché sapevo anche quanto le piaceva gongolare in mezzo alla gente. E ovviamente per vantarsi di conoscere circa trecento lingue, aver letto quella marea di libri che custodiva gelosamente, giocare eccellentemente a scacchi e via dicendo.
Il superman della logica e della regola scevra di infrazioni.
L'unico angelo con cui, nel bene o nel male, riuscivo a parlare.
E con cui dovevo forzatamente collaborare, visto che si trattava anche della mia unica amicizia. Non perché mi sentivo particolarmente sola o perché fossi particolarmente antipatica. Non avevo nessuno dei due problemi.
Ma faticavo a fidarmi degli altri, a stringere rapporti con esseri senzienti, che non fossero umani oppure il mio gatto.
Avevo dei grossi problemi di socialità, mi piacevano i videogiochi, odiavo passare il tempo dentro le solite quattro mura della mia villetta fuori città e quindi non mi decidevo mai per come avrei dovuto impiegare la giornata.
Finivo per bere, smaltire la sbronza con l'acqua rigorosamente in lattina (non sopportavo le bottiglie di plastica e riempire quelle di vetro era fuori discussione: troppa fatica) e spararmi nelle orecchie venti ore di musica dodecafonica, tra cui il rinomatissimo Schoenberg.
Di cui avevo visitato pure le spoglie, ma questa è un'altra storia e ve la racconterò un'altra volta.
Dunque... per la festa ero decisa, sarebbe stata tra tre giorni entro i quali dovevo comprarmi l'ennesimo vestito adatto per l'occasione (ovviamente appariscente), i necessarissimi accessori e ovviamente le scarpe.
Non ero solita andare alle feste, ma restavo un'esperta dello shopping compulsivo.
In migliaia di anni, anche se guadagnassi un euro al giorno, ti ritrovi in banca un conto abbastanza proficuo, che mi aveva permesso l'acquisto e la manutenzione la precedentemente nominata villetta fuori città (tra parentesi, sono londinese).
Così, dopo essermi svegliata puntualmente all'ora di pranzo, passai tre pomeriggi a comprare tutto il necessario per l'incontro che più temevo. Non tanto per il fatto che avrei potuto trovare Beelzebub alla festa dopo averlo saputo in combutta con uno degli arcangeli più potenti del nostro mondo.
No, quello poteva anche essere sopportabile.
Ma erano circa novantacinque anni che non vedevo il viso della mia unica amica. Gli impegni, Paradiso e Inferno, i tubi di smaltimento, le sbornie... Eravamo state entrambe molto occupate. Molto.
Speravo comunque in una bella rimpatriata.
D'altronde cosa poteva andare storto?
