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Il lungo ritorno

Summary:

rayland era ormai alla fine della sua vita, la speranza di poter tornare a casa era morta da tempo e con essa anche la voglia di proseguire. dopo aver aiutato rocky a tornare a Erid decise che dopo una ultima serata di sballo l'avrebbe fatta finita, ma il destino ha scelto un altra strada che lo porterà a tornare indietro e a rincontrare una vecchia fiamma

 

Notes:

è la prima volta che pubblico qualcosa qui, spero che tutto scorra bene, qualunque consiglio è ben acetto

Chapter 1: Il relitto

Chapter Text

La Hail Mary stava fluttuando senza meta da troppo tempo. Ryland non sapeva più da quanto. Le riserve di cibo erano ormai al limite, il carburante era finito e la solitudine lo stava consumando. La sua mente vagava verso esperienze passate alla ricerca di conforto, per quanto gli fosse consentito dai suoi vuoti di memoria. Una lacrima solitaria gli scese lungo la guancia al pensiero di non poter più rimandare l'inevitabile. Qualche settimana — o forse qualche mese — prima aveva trovato alcune siringhe di fentanyl insieme alle ultime sacche di vodka. Aveva quindi deciso che avrebbe trascorso la serata inebriando il proprio corpo fino a renderlo insensibile e, infine, si sarebbe iniettato il contenuto delle siringhe per porre fine a tutto. Era arrivato a metà della prima sacca di vodka quando una luce abbagliante comparve all'oblò.

«Mary...» disse con voce roca. «Cos'è quello?»

La voce metallica di Mary annunciò l'avvicinamento di un nuovo BLIP-C. Ryland dovette controllare di non aver già finito tutte e tre le sacche che gli erano rimaste: non poteva essere che quella luce provenisse da una donna, ed era ancora meno possibile che la suddetta donna lo stesse salutando con la mano. Ryland non avrebbe saputo descrivere gli eventi che seguirono. Dopo essersi alzato, ancora leggermente barcollante, si avvicinò al vetro per verificare che la presenza di un altro essere umano non fosse frutto della sua immaginazione, bensì della realtà.

«Che dici, mi fai entrare?»

O Ryland era messo peggio di quanto volesse ammettere, oppure c'era davvero una donna fuori dalla sua navicella, a undici virgola nove anni luce dalla Terra, circondata da una qualche forma di energia. Era pronto a scommettere sulla prima ipotesi, ma la curiosità lo spinse a indicare la camera di decompressione. La figura si mosse nella direzione indicata.

«Mary, attiva la camera di de... dee... come si chiama...»

Si fermò un istante a riflettere.

«Ah, sì. Di decompressione.»

Con passi incerti, Ryland si avviò verso la camera di decompressione. Gli sembrava ancora impossibile che un altro essere umano fosse là fuori, nel vuoto dello spazio. La camera vibrò leggermente mentre i sistemi della Hail Mary riprendevano vita dopo anni di silenzio, interrotto soltanto dai bip regolari della nave. Ryland rimase immobile per qualche secondo, con la mano ancora sospesa a mezz'aria, come se un gesto sbagliato potesse cancellare tutto.

«BLIP-C a bordo.»

La donna che gli si parò davanti non aveva nulla di fragile.

La sua presenza sembrava riempire lo spazio prima ancora dei suoi passi, come se la gravità stessa si piegasse leggermente attorno a lei. Indossava una tuta da combattimento aderente, segnata da graffi e microabrasioni che raccontavano di ambienti ostili e sopravvivenze impossibili. Il volto era giovane, ma segnato da una stanchezza antica: il tipo di stanchezza che non nasce dal sonno perduto, ma da battaglie combattute troppo a lungo contro troppo poco spazio e troppo tempo. Eppure ciò che colpiva davvero non era il suo aspetto, bensì lo sguardo: fermo, diretto, privo di esitazione. Uno sguardo che non cercava approvazione né spiegazioni, come se avesse già visto la fine di molte cose e non avesse alcuna intenzione di fermarsi davanti a questa. Ryland rimase sopraffatto dalla visione. Sentì le gambe cedere e ogni effetto dell'alcol svanire di colpo. Non stava immaginando nulla. Nella sua navicella c'era davvero un'altra figura umana.

«Un essere umano?»

Ryland sbatté più volte le palpebre. La sua mente cercava disperatamente di dare un senso a ciò che stava vedendo.

Ho bevuto mezza sacca di vodka e il mio cervello ha deciso di produrre una supermodella spaziale. Poteva scegliere un dinosauro. Sarebbe stato molto più credibile.

La donna ignorò completamente il suo commento.

«Sei solo?»

Ryland esitò. Il ricordo di Rocky gli attraversò la mente così all'improvviso da provocargli un dolore sordo al petto.

«Io...» deglutì. «Non più?»

Lei lo osservò per un istante.

«Non dovresti essere qui.»

«Davvero?»

Ryland si lasciò sfuggire una risata vuota, stanca.

«Non me n'ero accorto.»

La donna iniziò a esplorare la navicella senza aggiungere altro. La scena gli ricordò la prima volta che Rocky era salito a bordo. Solo che, invece di lamentarsi del disordine, lei sembrava cercare di capire quale tipo di persona potesse vivere in un ambiente simile. Ryland la seguiva qualche passo più indietro. Camminava con evidente difficoltà e ogni tanto doveva appoggiarsi al muro per non cadere. Alla fine la donna si fermò davanti alle sacche di vodka e alle siringhe.

Il suo sguardo si oscurò per un breve istante.

Dopo un lungo sospiro si voltò di nuovo verso di lui.

«Sei messo male.»

Raccolse una delle siringhe e la fece ruotare lentamente tra le dita.

«Da quanto tempo sei qui?»

Ryland cercò una risposta, ma il tempo aveva ormai perso qualsiasi significato. I giorni si erano confusi con i mesi e i mesi con gli anni. Per quanto si sforzasse, non riusciva più a distinguerli. La donna dovette accorgersi della sua esitazione, perché cambiò domanda.

«Come dovrei chiamarti, cowboy?»

«Sono Grace...» esitò. «Sì. Solo Grace.»

«Bene, Grace.»

Il tono era calmo, definitivo.

«Ero in ricognizione tra sistemi lontani. Ora sei fuori pericolo.»

Fece un passo appena percettibile verso di lui.

«Rilassati. Ti porto a casa.»

Grace non rispose subito. Il suo sguardo si perse oltre la donna, come se stesse osservando qualcosa che non esisteva più. Le pupille si muovevano lentamente, inseguendo pensieri che non riusciva ad afferrare.

«Casa...» sussurrò.

La parola gli uscì come se appartenesse a qualcun altro. Un tremito gli attraversò le mani. Le chiuse a pugno, poi le riaprì quasi subito, senza rendersene conto. Respirava a scatti, come se l'aria non bastasse mai.

«Non...» deglutì. «Non c'è più una casa.»

Seguì un breve silenzio.

Le sue spalle si irrigidirono.

«Era lì...» continuò con la voce incrinata. «Fino a poco fa era lì.»

Fece mezzo passo all'indietro, poi si fermò, incapace di capire in quale direzione andare. Si portò una mano alla tempia, come se cercasse di trattenere qualcosa dentro la propria mente. Quando tornò a guardare la donna, il suo sguardo era improvvisamente più fragile.

«Tu... non puoi portarmi indietro.»

«Non c'è niente a cui tornare.»

La donna rimase in silenzio per qualche istante.

«Grace, guardami.»

Lentamente Ryland sollevò lo sguardo. Il volto della donna era ormai soltanto una sagoma indistinta. I contorni si sfumavano, inghiottiti da una nebbiolina che sembrava essersi posata davanti ai suoi occhi. Cercò di fare un passo, ma le ginocchia cedettero senza opporre resistenza. Da qualche parte sentì pronunciare il suo nome.Una volta. Poi un'altra. La sua voce gli arrivava lontana, ovattata, come se provenisse dall'altra parte di una parete d'acqua. Il cuore gli martellò nel petto, all'improvviso, tutto sembrò rallentare.Le forze lo abbandonarono di colpo. Non tentò nemmeno di opporsi. Avvertì il corpo inclinarsi in avanti. Per una frazione di secondo ebbe la netta sensazione di cadere nel vuoto. Poi l'oscurità inghiottì ogni cosa.

La donna riuscì ad afferrarlo appena in tempo, impedendogli di sbattere il volto contro il pavimento. Il peso del corpo la sorprese. Era troppo leggero. Per un uomo della sua statura avrebbe dovuto pesare almeno una decina di chili in più. Le spalle sporgevano sotto la tuta e il viso era scavato, segnato da anni di privazioni. Lo sollevò con facilità e si guardò lentamente attorno.

La Hail Mary portava ovunque i segni di una permanenza interminabile in solitudine: attrezzi abbandonati sui ripiani, contenitori vuoti, appunti sparsi e un disordine che non aveva nulla di casuale. Era il caos di qualcuno che, giorno dopo giorno, aveva smesso di trovare un motivo per rimettere tutto al proprio posto.

In un angolo del modulo principale notò una sorta di rifugio improvvisato. Cuscini, coperte e sacchi a pelo erano stati sistemati fino a formare una piccola nicchia. Un luogo in cui dormire, o forse semplicemente sentirsi un po' meno soli. Vi adagiò con delicatezza Ryland e lo coprì con una coperta cucita a mano. Per qualche istante rimase semplicemente a osservarlo.

Non riusciva ancora a spiegarsi come fosse possibile che un essere umano si trovasse così lontano dalla Terra, a bordo di una nave tanto antiquata.

Il nome Grace non le diceva assolutamente nulla, ma sperava che, una volta tornati al Compound, qualcuno avrebbe saputo darle delle risposte.

Prima di uscire nuovamente nello spazio per tentare di trainare la Hail Mary, il suo sguardo cadde sulle tre siringhe rimaste sul tavolo.

Le fissò per qualche secondo.

Poi le raccolse senza esitazione e le infilò in una tasca della tuta.

Non gli avrebbe lasciato una seconda occasione per arrendersi.

Detto questo, uscì dalla nave preparandosi al rientro. Una volta all'esterno, estrasse le siringhe dalla tasca e le lasciò andare. I piccoli cilindri iniziarono a ruotare lentamente nel vuoto, allontanandosi dalla nave fino a essere inghiottiti dall'oscurità cosmica.

Non aveva alcun senso conservarli.

Si voltò quindi verso lo scafo della Hail Mary, cercando un punto sufficientemente resistente da permetterle di agganciare la nave e trascinarla. Fu allora che si presentò il primo problema. La lamiera esterna era gravemente danneggiata. Alcune sezioni erano deformate, altre consumate dall'esposizione prolungata allo spazio profondo. Provò comunque ad afferrare una delle travi strutturali, ma non fece nemmeno in tempo a esercitare forza che il metallo cedette di qualche centimetro con un gemito inquietante. Carol lasciò immediatamente la presa. Se avesse tentato di trainare quella nave, probabilmente l'avrebbe fatta a pezzi.

Non restava che un'altra possibilità.

Tornò all'interno della Hail Mary, sperando di riuscire a rimetterla in funzione. La cabina di pilotaggio era ancora peggiore di quanto si aspettasse, si fermò sulla soglia ad osservare, Il pannello di controllo era parzialmente distrutto. Alcuni schermi erano completamente spenti, altri presentavano profonde crepe che li attraversavano come ragnatele. La console principale era devastata: tasti mancanti, circuiti fusi e componenti anneriti dal calore. La nave non era semplicemente spenta.

Era distrutta.

Mentre osservava l'ambiente, il suo sguardo cadde su un piccolo schermo ancora alimentato da un sistema d'emergenza. Sul display compariva una sola scritta.

CARBURANTE ESAURITO DA 28 ANNI, 3 ORE, 17 MINUTI.

Carol rimase immobile.

Quella non era una nave in avaria recente.

Era un relitto che continuava a esistere soltanto per inerzia.

Non poté fare a meno di chiedersi che cosa fosse successo a bordo e, soprattutto, che cosa avesse trasformato quell'uomo addormentato nel fantasma di sé stesso. Tornò lentamente nell'area comune. Ryland dormiva ancora, probabilmente avrebbe continuato a farlo per molte ore.Lo osservò in silenzio, poi estrasse il comunicatore dal cinturone e lo attivò.

«Qui Captain Marvel. Richiedo assistenza nel settore Z di Tau Ceti.»

La risposta arrivò quasi immediatamente.

«Qui Nebula.»

La voce era piatta, tagliente, priva di qualsiasi inflessione superflua.

«Siamo nelle vicinanze. Abbiamo bisogno di maggiori informazioni. Qual è l'emergenza?»

«Ho trovato una nave umana alla deriva. Un vecchio modello. Nessun segnale di supporto attivo.»

Fece una breve pausa.

«All'interno c'è un uomo. È vivo, ma versa in condizioni critiche. Grave disidratazione, malnutrizione e probabile trauma da isolamento prolungato.»

Per un istante il canale rimase in silenzio.

Poi una nuova voce irruppe nella comunicazione.

«Vi siete persi un umano nello spazio?»

Rocket non riuscì nemmeno a trattenere una risata.

«Roditore...» iniziò Carol.

«Non ora.»

Nebula lo interruppe senza esitazione.

«Stiamo modificando la rotta. Tempo di arrivo: pochi minuti.»

Carol annuì, pur sapendo che nessuno poteva vederla.

«Serve assistenza medica immediata. E probabilmente anche supporto psicologico.»

Seguì un silenzio più lungo. Poi Nebula parlò di nuovo.

«Ricevuto.»

La comunicazione si interruppe.

Carol abbassò lentamente il comunicatore. Il silenzio tornò a riempire la nave. Si voltò verso Ryland. Pur dormendo, il suo volto rimaneva contratto. Di tanto in tanto un lieve tremore gli attraversava le guance, come se anche nell'incoscienza stesse continuando a combattere qualcosa di invisibile. Carol iniziò a muoversi lentamente tra i corridoi della Hail Mary. Non si fidava del silenzio. E quella nave custodiva ancora troppe domande. Fu allora che la voce metallica di Mary risuonò ancora una volta.

«RICHIESTA DI ATTRACCO DA BLIP-D.»

Carol si fermò.

«Accettata.»

Carol si diresse verso la camera di decompressione. Il segnale di attracco era già attivo e le paratie vibravano leggermente mentre il sistema completava la procedura. Pochi istanti dopo il portello si aprì. Nebula entrò per prima. Subito dietro di lei comparve Rocket. Il procione si guardò intorno, osservando con una smorfia il disordine che regnava all'interno della Hail Mary.

«Dov'è l'omuncolo?»

Carol non rispose. Si limitò a fare un cenno con la testa, invitandoli a seguirla. Raggiunsero il rifugio improvvisato dove Ryland riposava ancora privo di sensi. Nel sonno si era leggermente spostato su un fianco e gli occhiali gli pendevano pericolosamente dal volto. Carol si chinò, glieli sfilò con delicatezza e li appoggiò accanto alla coperta. Solo allora si rivolse agli altri.

«È lui l'umano di cui vi parlavo. So soltanto che il suo cognome è Grace.»

Nebula si avvicinò senza perdere tempo. Dal suo braccio cibernetico emerse un sottile fascio di luce blu che attraversò lentamente il corpo di Ryland dalla testa ai piedi. Un ologramma prese forma sopra il polso meccanico, popolandosi rapidamente di dati biometrici. I primi parametri erano quelli fondamentali: frequenza cardiaca, respirazione, temperatura corporea.Subito dopo comparvero le anomalie.

Disidratazione.

Malnutrizione.

Microfratture multiple.

Nebula osservò i risultati soltanto per pochi secondi.

«Dobbiamo trasferirlo sulla Benatar

Rocket si avvicinò all'ologramma.

«Quello, se lo sposti, si rompe.»

Nebula non alzò nemmeno lo sguardo.

«Non è una valutazione medica.»

Rocket sbuffò.

«Questo corpo è letteralmente tenuto insieme dalla fortuna.»

Carol si chinò e sollevò Ryland con estrema cautela, sostenendogli la testa e le spalle. Era ancora più leggero di quanto ricordasse.

«Portiamolo sulla Benatar

Guardò prima Nebula, poi Rocket.

«Capiremo il resto una volta arrivati.»

I tre attraversarono il portello di collegamento e raggiunsero la nave dei Guardiani. L'infermeria era già pronta. Carol adagiò delicatamente Ryland sul lettino medico, lasciando immediatamente spazio a Nebula e Rocket.

«Occupatevi di lui.»

Si voltò verso l'uscita.

«Io torno sulla Hail Mary

Rocket sollevò appena un sopracciglio.

«A fare cosa?»

«Recuperare ciò che gli appartiene.»

Senza aspettare una risposta, tornò attraverso il portello.

La Hail Mary era silenziosa come una tomba.

Carol si fermò per qualche istante nel modulo principale. Ora che Ryland non era più lì, la nave sembrava ancora più vuota. Si avvicinò al piccolo rifugio costruito con coperte e sacchi a pelo. Raccolse con cura la coperta cucita a mano e il vecchio maglione che aveva usato come cuscino. Poi si diresse verso quella che doveva essere la zona degli alloggi.

Vestiti sparsi occupavano praticamente ogni superficie.

Ne raccolse quanti più riuscì, piegandoli sommariamente prima di riporli in un borsone recuperato da terra. Continuò a osservare gli scaffali.

Fotografie.

Quaderni.

Utensili.

Piccoli oggetti personali.

Tutto parlava della vita di un uomo rimasto completamente solo.Prese ciò che riteneva più importante e lo sistemò con attenzione nel borsone. Quando ebbe terminato, si fermò davanti al terminale principale.

«Mary.»

La voce sintetica rispose immediatamente.

«IN ATTESA DI COMANDI.»

Carol inspirò lentamente.

«Spegni tutti i sistemi vitali.»

Seguì una breve pausa.

«COMANDO CONFERMATO.»

Le luci della nave iniziarono ad affievolirsi. Uno dopo l'altro, i display si spensero. Il lieve ronzio degli impianti lasciò spazio a un silenzio assoluto. Carol rimase immobile ancora qualche secondo. La Hail Mary sembrava portare sulle proprie lamiere il peso di tutta la galassia. Infine si voltò e uscì definitivamente. Dall'altra parte del portello la Benatar era ancora agganciata, stabile, illuminata da luci vive che rendevano il vecchio relitto ancora più spento.

Appena rientrò a bordo, il contrasto fu immediato.

Nebula era china sul lettino medico, completamente concentrata sui parametri vitali di Ryland. Rocket, invece, se ne stava appoggiato a un banco con le braccia incrociate. Carol lasciò il borsone accanto alla parete.

«Com'è la situazione?»

Rocket scosse lentamente la testa.

«Non si è rotto.»

Fece una breve pausa.

«Ma è appeso a un filo.»

Nebula non disse nulla. Continuava a far scorrere dati e grafici sugli ologrammi, ignorando completamente il resto della stanza. Carol si avvicinò al lettino. Ryland sembrava più tranquillo adesso. Il volto era meno contratto, ma di tanto in tanto un lieve tremore attraversava ancora i muscoli del viso, come se gli incubi non avessero alcuna intenzione di lasciarlo andare.

«Come procediamo?» chiese.

Rocket si staccò finalmente dal tavolo.

«Lo portiamo sulla Terra.»

«Il prima possibile.»

Carol annuì.

«Va bene.»

Rocket si voltò già verso la cabina di pilotaggio.

«Perfetto.»

Sorrise appena.

«Riportiamo la scimmia nella sua foresta.»

Nebula non sollevò gli occhi dagli strumenti.

«Preparazione al salto...»

Una breve pausa.

«Tre...»

«Due...»

Davanti alla Benatar, il tessuto dello spazio iniziò a incrinarsi.

«Uno.»

La nave scomparve nell'iperspazio.

L’attracco al Compound fu morbido, quasi irreale dopo il silenzio dello spazio profondo. I motori della Benatar si spensero con un lungo sibilo che sembrò dissolversi nell’aria terrestre. All’esterno, l’area era già in allerta. Medici e tecnici si erano radunati con una barella pronta. Le luci bianche dell’hangar illuminavano la scena con una nitidezza quasi accecante dopo giorni di oscurità cosmica. Tra la folla si distingueva anche un gruppo di figure familiari. Natasha Romanoff era in prima linea.

Immobile.

La postura rigida, lo sguardo fisso sulla nave, i capelli intrecciati che si muovevano appena per le raffiche generate dai sistemi di atterraggio. Quando il portello si aprì, i medici si precipitarono immediatamente a bordo. Ryland venne trasferito sulla barella con movimenti rapidi ma estremamente cauti. I tubi delle flebo vennero collegati quasi in simultanea, mentre un monitor portatile iniziava a registrare i parametri vitali. Carol seguì la scena da qualche passo di distanza. Non intervenne.

Eppure non riusciva a distogliere lo sguardo.

Solo quando il medico responsabile fece un cenno di conferma, si permise di allentare la tensione nelle spalle.

«È stabile,» disse uno dei tecnici. «Portiamolo dentro.»

La barella si mosse rapidamente verso l’infermeria. Carol rimase ferma ancora qualche secondo prima di seguirli. Non sapeva esattamente perché, ma sentiva il bisogno di restare vicino a quell’uomo. Quando entrò nella sala riunioni, trovò gli altri già presenti.

Nebula e Rocket stavano esaminando una serie di grafici olografici.

Bruce Banner era seduto al tavolo, lo sguardo fisso su uno schermo.

Steve Rogers e Natasha Romanoff parlavano a bassa voce all’estremità opposta della stanza.

Carol si fermò davanti a Natasha. Il silenzio si fece immediatamente più pesante.

«Comincia dall’inizio,» disse Natasha.

Carol inspirò lentamente.

«Stavo effettuando una ricognizione nel settore Z di Tau Ceti quando ho individuato quello che inizialmente ho creduto un relitto.»

Con un gesto della mano attivò un ologramma della Hail Mary.

«All’interno ho trovato un unico superstite.»

Gli occhi nella stanza si concentrarono su di lei. Carol fece una pausa.

«È un umano.»

Per qualche secondo nessuno parlò. Fu Bruce Banner a rompere il silenzio.

«A undici anni luce dalla Terra?»

Carol annuì.

«Esatto.»

Bruce corrugò la fronte.

«È impossibile.»

Rocket sbuffò.

«È anche difficile discutere con uno che respira.»

Nebula proiettò un secondo ologramma accanto a quello della nave. La scansione strutturale era completa.

«I materiali sono compatibili con tecnologia terrestre di almeno trent’anni fa.»

Steve Rogers si sporse leggermente in avanti.

«Quindi qualcuno ha costruito quella nave sulla Terra.»

«Sì.»

«E l’ha mandata fino a Tau Ceti.»

«Sì.»

Natasha intrecciò le dita davanti a sé.

«E nessuno di noi ne sa nulla.»

Carol abbassò lo sguardo per un istante.

«Esatto.»

Il silenzio tornò a riempire la stanza.

Bruce Banner si alzò lentamente.

«Avete recuperato qualcosa?»

Carol indicò il borsone vicino alla porta.

«Tutto ciò che ho potuto salvare prima di abbandonare la nave.»

Rocket si avventò immediatamente sul contenuto e lo rovesciò sul tavolo.

Vestiti logori.

Una coperta cucita a mano.

Quaderni.

Utensili.

Una tazza scheggiata.

Occhiali.

Natasha osservava tutto senza parlare. Poi Rocket estrasse una cartelletta rigida.

«Qui dentro ci sarà qualcosa.»

La aprì.

Fotografie.

Classi scolastiche.

Studenti.

Un uomo con un camice da laboratorio, sorridente.

Bruce Banner tese una mano.

«Posso?»

Rocket gliela lanciò.

Bruce iniziò a sfogliare lentamente.

«…insegnante?»

Si fermò.

Tra le ultime pagine compariva una tessera plastificata. La fotografia mostrava lo stesso uomo, più giovane. Il nome era ancora leggibile.

RYLAND GRACE

Bruce rimase immobile. Natasha lo notò subito.

«Che succede?»

Bruce non rispose immediatamente. Continuava a fissare il nome.

«No…»

Steve Rogers lo guardò.

«Lo conosci?»

Bruce inspirò lentamente.

«Non personalmente.»

Posò la tessera sul tavolo.

«Ma questo nome… non dovrebbe essere qui.»

Carol incrociò le braccia.

«Che significa?»

Bruce esitò.

«Anni fa circolavano teorie… programmi scientifici altamente riservati. Voci su una missione disperata.»

Rocket sollevò un sopracciglio.

«Disperata quanto?»

Bruce fissò ancora la fotografia.

«Una missione senza ritorno.»

Il silenzio cadde di nuovo sulla stanza.

Fu in quel momento che, nell’infermeria, Ryland aprì lentamente gli occhi.