Actions

Work Header

Watashi no Tsuki (私の月)

Summary:

Mitsuki scopre il passato di Orochimaru. Nel suo cuore genera un conflitto interiore dovuto all'affetto che nutre per il genitore e dalla repulsione del mostro che ha seminato morte per puro egoismo.
***
«Con che coraggio pretendi ancora di vivere, di fare il genitore… e di respirare la stessa aria delle persone a cui hai distrutto la vita? Come puoi voler continuare a vivere?»
***

Notes:

Non so se sono l'unica ad adorare follemente Orochimaru. La mia venerazione dura da anni annorum e penso non finirà mai.
In questa fanfiction ho voluto esplorare il rapporto che ha con il suo interessantissimo e adorabile figlio Mitsuki.
Questa fanfiction non si distacca in nessun modo dal canone e i personaggi non vengono snaturati, quindi se state cercando un Orochimaru non manipolatore, ma puccioso e carino, questo è il posto sbagliato. XD In ogni caso, si adatta perfettamente al genitore weirdo che conosciamo in Boruto.

Chapter Text

Il laboratorio era immerso in un silenzio sterile, interrotto dal ronzio sommesso dei macchinari e dal debole, rilassante gorgoglio del liquido di coltura. All'interno delle grandi capsule cilindriche galleggiavano organi sintetici ed esperimenti biologici.

Al centro della stanza, Orochimaru era seduto ad una scrivania metallica, intento ad analizzare alcuni dati su uno schermo. La luce azzurra si rifletteva sul volto pallido, insinuandosi tra i suoi lineamenti sottili, rendendolo ancora più simile a uno spettro.

I passi di Mitsuki non fecero rumore, ma il ninja percepì la sua presenza ancora prima che varcasse la soglia della stanza.

La porta automatica si aprì con un soffio pneumatico. Il Sannin sollevò lo sguardo, un sorriso lieve e insolitamente disteso gli rilassò il viso concentrato.

«Sei tornato prima del previsto da Konoha, Mitsuki. Boruto-kun e gli altri sono già occupati?»

Mitsuki non rispose. Rimase immobile sul posto, con le braccia tese lungo i fianchi e i pugni così stretti che le nocche erano diventate bianche, quasi trasparenti. Aveva la testa leggermente china, i capelli azzurro ghiaccio che gli coprivano gli occhi.

Orochimaru colse immediatamente lo stato d'animo del figlio, c'era qualcosa di anomalo. Il suo buonumore si trasformò in un'attenzione analitica. Spense lo schermo con un gesto fluido della mano e si voltò completamente verso il figlio.

«C'è qualcosa che non va nel tuo flusso di chakra. Sei ferito?» fece un passo avanti. «Vieni qui, lascia che controlli.»

«No, per favore. Non toccarmi.»

La voce di Mitsuki era diversa, priva di quella sua tipica e ingenua dolcezza che lo caratterizzava. Vibrò nell'aria gelida del laboratorio come una lama affilata. Era il tono di qualcuno che stava soffrendo.

Orochimaru si arrestò, tenendosi a distanza. I suoi occhi felini si spalancarono. «Mitsuki?»

E in quel momento il ragazzo sollevò il viso, affrontando lo sguardo del suo genitore. Le lacrime gli rigavano le guance, rendendoli ancora più magici di quanto non fossero, accentuati da un dolore profondo.

«Ho visto i vecchi archivi del covo a nord» disse il ragazzo, con tutto il coraggio che riuscì a trovare.  Avrebbe dovuto avere paura e invece non era così: erano indignazione e disgusto le sfumature che incrinavano il tono della sua voce. Perché adesso era consapevole di un lato del padre che fino a quel momento gli era stato nascosto: Orochimaru era stato uno spietato assassino.

Ma adesso cos'era? Mitsuki non lo sapeva, non capiva più chi fosse quell'uomo, lo stesso che gli accarezzava i capelli con affetto, gli offriva il suo supporto e lo trattava con premura. Era naturale che si chiedesse chi fosse veramente.

«Ho trovato i registri» continuò il giovane ninja. «I nomi. I numeri delle cavie. Bambini, donne, interi clan... sacrificati. Usati per i tuoi esperimenti sulla rigenerazione e sui segni maledetti. Tutto per la tua... immortalità.»

Il silenzio tornò a farsi pesante, quasi solido.

Orochimaru non distolse lo sguardo, né mostrò sorpresa. Una parte di lui, la più cinica e calcolatrice, sapeva che quel giorno sarebbe arrivato. Aveva voluto creare un essere umano dotato di coscienza, morale ed empatia; pretendere che non provasse ribrezzo per il suo passato sarebbe stato… un errore di calcolo.

E, di solito, lui non ne faceva.

Solo, non aveva previsto che accadesse così presto. Non era impreparato — cogliere Orochimaru di sorpresa era difficile — e sapeva perfettamente cosa dirgli in quel momento così delicato. Ma ciò che non era riuscito a immaginare con quella sua precisione chirurgica era il suo stato d'animo; non si aspettava che confrontarsi con suo figlio potesse essere così difficile. Vederlo soffrire in quel modo era doloroso.

«Capisco» disse Orochimaru, la voce incredibilmente calma, priva di qualsiasi inflessione di scusa. «Hai scoperto chi ero.»

«Chi sei!» lo corresse Mitsuki, la voce che saliva di tono, incrinata dal dolore. «Il male che hai commesso non si può cancellare con un colpo di spugna, anche se hai deciso di cambiare vita. Sempre che tu lo abbia fatto veramente, perché non so neanche questo.»

«È così.»

«Ma il passato rimane comunque» volle insistere il ragazzo, mentre un'altra lacrima scendeva sulla sua pelle diafana. «Tutto questo... il corpo che mi hai dato, la mia stessa esistenza... è stata costruita sui cadaveri di persone innocenti. Io esisto perché tu hai rubato, torturato e ucciso. Ogni volta che mi tocchi e che mi guardi con quello che definisci affetto... mi chiedo come tu faccia.»

Mitsuki fece un passo avanti, la disperazione che gli deformava i lineamenti solitamente calmi. «Con che coraggio, Orochimaru?» Usò appositamente il nome del genitore per sciogliere quel legame; per proteggersi doveva distaccarsi dalla persona che avrebbe dovuto considerare un porto sicuro, ma che adesso vedeva come una pericolosa incognita. Se il ninja leggendario aveva avuto il coraggio di quelle azioni, e di omettere tutti quegli orrori dietro una facciata di placida cortesia, chi era davvero quell'uomo? Mitsuki aveva davanti a sé un estraneo che, a causa di quelle bugie, l'aveva costretto a mettere in discussione tutto quanto, incluso il suo rapporto con lui. Aveva sinceramente sentito il bisogno di essere un genitore o era una trappola? Un esperimento sterile con fini crudeli. «Con che coraggio pretendi ancora di vivere, di fare il genitore… e di respirare la stessa aria delle persone a cui hai distrutto la vita? Come puoi voler continuare a vivere?»

La domanda rimase sospesa nell'aria, pesante come una condanna.

Orochimaru lo fissò. Non c'era rabbia nei suoi occhi, né la minaccia che un tempo avrebbe fatto tremare i ninja più forti del mondo, ma solo una profonda, immensa e malinconica serietà. Fece un altro passo avanti, ignorando la rigidità di Mitsuki, e si fermò a un soffio da lui. Poi, con un movimento lento e deliberato, si inginocchiò sul pavimento freddo, portando il proprio volto alla stessa altezza di quello del figlio.

Un gesto di totale sottomissione, impensabile per il Sannin di un tempo.

«Il coraggio non c'entra, Mitsuki» rispose Orochimaru, a voce bassa, quasi dolce. «La morale comune esigerebbe la mia morte, è una richiesta legittima. Ma se io mi fossi arreso al senso di colpa, se avessi posto fine alla mia esistenza per espiare i miei peccati... tu non saresti qui.»

«Avrei preferito non nascere, piuttosto che essere… essere questo!» gridò Mitsuki, stringendo i denti per non scoppiare in singhiozzi. «Il figlio di un mostro!»

«Forse hai ragione» ammise Orochimaru, inclinando leggermente la testa. «Io sono un mostro. Ho profanato la vita in modi che la tua mente pura non dovrebbe nemmeno concepire. Ma vedi... la morte è solo la fine della comprensione. Se morissi ora, il bilancio della mia esistenza sarebbe solo oscurità e distruzione. Sarei ricordato solo come una piaga.»

Allungò una mano pallida, esitando per un secondo prima di sfiorare delicatamente la guancia bagnata di Mitsuki. Questa volta, il ragazzo non si ritrasse, paralizzato dal conflitto interiore.

«Tu sei il mio unico, vero miracolo, Mitsuki. Non ti ho creato per avere un soldato, né per pura vanità scientifica. Volevo che ci fosse una parte di me che non fosse intaccata dal sangue e dal peccato. Ti ho dato la libertà di scelta, una bussola morale che io non ho mai posseduto, e la capacità di amare ed essere amato. Tu provi dolore proprio perché sei migliore di me.»

Orochimaru ritirò la mano, guardandola come se appartenesse a un estraneo.

«Se la mia vita per te è un insulto al mondo, prendila. Non mi difenderò da te. Ma ricorda: se io vivo, e se tu vivi... allora anche il mostro ha saputo generare la luce. Solo per poterti guardare ancora un giorno.»

Mitsuki lo fissò, gli occhi sgranati, mentre le lacrime continuavano a scendere. Ma sul suo volto non c'era traccia di compassione.