Chapter Text
Il bosco di Amaranth non era il posto migliore dove passeggiare neppure di giorno.
I racconti di dispersi e persone aggredite da creature nascoste ammonivano chiunque desiderasse andarci, rendendolo un posto pressoché inesplorato nelle sue zone più profonde. E anche se si fossero limitati a rimanere nelle zone già battute, andare dopo il tramonto era decisamente sconsigliato.
Eppure, eccoli lì.
Cinque studenti camminavano in fila attraverso il sentiero, ognuno di loro con una piccola torcia a illuminare il cammino.
Le chiome degli alberi erano sempre più fitte sopra di loro, riducendo i raggi lunari che riuscivano a filtrare dai rami, man mano che andavano avanti.
Ad aprire la fila un ragazzo alto e slanciato, i capelli biondo platino e la pelle pallida come quella stessa luna nascosta dalle fronde, avanzava lentamente ma con passo deciso. La torcia dritta a illuminare il cammino, lo sguardo concentrato. Sembrava così sicuro di sé, e allo stesso tempo così fuori posto, con la sua aria aristocratica e gli abiti di un celeste pallido che risaltavano nella notte.
Dietro di lui, Jules Arden avanzava con la stessa sicurezza, ma con molta meno grazia. I capelli mori raccolti in una coda bassa, lo sguardo intento a cercare qualcosa nell'oscurità, mentre una ragazza abbronzata dai lunghi capelli biondo miele e un abito giallo canarino si reggeva al suo braccio con aria spaventata. Jules si muoveva incurante della sua presenza ma mantenendo il suo stesso passo, come se quella vicinanza ormai fosse parte del loro linguaggio.
«Cosa ci manca ancora?» pronunciò una voce tremante alle loro spalle.
La ragazza lasciò la presa sul suo braccio ed estrasse una lista dalla tasca. La illuminò con la torcia senza smettere di camminare. «Allora, rugiada del mattino presa, dente di leone ce l'ho nello zaino... Squame di serpente anche... Foglie di fiore della Notte? Le hai tu Peter?» chiese ad uno dei due ragazzi che chiudevano la fila.
Un'altra voce alle sue spalle rispose quasi impercettibilmente «No, ce l’ha Oscar.»
«Perfetto» sentenziò lei, continuando a camminare con gli occhi fissi sui suoi appunti. «Manca solo il fiore del fuoc-AH!»
Lanciò un gridolino, mentre si sbilanciava cadendo in avanti.
Jules si voltò di scatto e la afferrò appena in tempo.
Il ragazzo che apriva la fila si voltò e la fulminò con lo sguardo. «Guarda dove metti i piedi Cardillo. Se rovini un ingrediente, andrai da sola a cercarlo di nuovo» disse con tono gelido.
Poi guardò Jules. «E tu, Arden, fai attenzione alla tua fidanzatina e ai suoi problemi di coordinazione. Grazie.»
«Non è la mia fidanzata» ribatté quest’ultimo piccato, aiutando la ragazza accanto a lui a rimettersi in piedi. «tutto ok Mary?» chiese infine, con tono più dolce.
Lei annuì e mormorò un debole «Scusa, Jules.»
Il ragazzo le offrì il braccio e con la torcia illuminò nuovamente verso avanti. Il capofila aveva già ripreso il cammino ed era diversi passi avanti a loro.
Jules scosse la testa, senza commentare il comportamento del compagno e si rivolse novamente alla sua amica.
«Non preoccuparti,» disse con tono rassicurante, «con questo buio può succedere…»
«La volete finire di cinguettare?» li riprese la voce davanti a loro, senza più voltarsi né fermarsi.
Jules sospirò. Marisol afferrò il braccio che le veniva offerto e ripresero il cammino.
«Non ho capito né perché ci abbiano messo in squadra con lui» bisbigliò la ragazza, stizzita «né perché debba comandare.»
Jules sorrise. «Tecnicamente non sta comandando, sta semplicemente aprendo la strada. Se qualcosa ci attacca, sarà il primo a soccombere.»
«Ah, che sogno!» rispose Marisol estasiata.
Jules ebbe la netta impressione che il ragazzo stesse per rispondere, quando lo vide bloccarsi all’istante. Smise di camminare anche lui, e trattenne Marisol che non sembrava aver colto i segnali.
Oscar e Peter, dietro di loro, gli finirono addosso.
«Che sta succedendo? Perché ci siamo fermati all’improvviso?» domandò Marisol.
Il ragazzo davanti a loro alzò un braccio, come a far cenno di stare in silenzio.
Jules non pronunciò una parola, e quando Marisol fece per aprire la bocca, lui le strinse la mano e fece segno di no con la testa.
Per quanto potesse risultargli fastidioso, si fidava dell’intuito di Blanchard. Qualsiasi cosa avesse notato, potevano essere vicini all’ultimo ingrediente della lista o a un mortale pericolo.
All’improvviso le luci di tutte le torce iniziarono a sfarfallare, fino a spegnersi.
Il ragazzo non si mosse di un millimetro. Poi si voltò a guardarli.
«Siamo vicini,» disse deciso. «State fermi qui. Tu, Arden, vieni con me.»
Jules lo guardò perplesso mentre Marisol cominciò a protestare, ma l'altro aveva già ripreso a camminare e lui non aveva nessuna intenzione di farlo andare da solo. Lasciò la mano della ragazza, dicendole un rassicurante «Aspettateci qui, è meglio se rimanete in una zona sicura in caso avessimo bisogno di aiuto.»
Raggiunse il ragazzo in poche decise falcate, dicendo tra un passo e l’altro «Almeno aspettami!» ma non ricevette risposta.
Jules alzò una mano davanti a sé, il palmo rivolto verso l'alto, ed emise un piccolo globo di fuoco che illuminò la zona circostante di luce dorata.
Blanchard alzò lo sguardo verso il cielo.
«Che c'è?» chiese Jules.
«Te lo devo spiegare? Stai sprecando energie, e ci rendi visibili ai predatori.»
«Vuoi che la spenga?»
«Fai come ti pare. Non ho problemi a combattere, e se questo è l’unico modo per non farti inciampare sui tuoi stessi piedi…»
Jules sbuffò. Aveva una gran voglia di prenderlo a schiaffi, ma non era decisamente il momento. Rimpicciolì ulteriormente il globo, senza spegnerlo del tutto, e affiancò il suo compagno. Avanzarono lungo il sentiero silenziosamente, i fruscii dell'erba che calpestavano unici segni del loro passaggio.
«Blanchard» disse Jules. Non sapeva mai come chiamarlo, fra doppio cognome e tutto il resto. Se mai fossero diventati amici avrebbe potuto chiamarlo semplicemente Antoine. Ma non sembrava molto probabile. Si voltò a guardarlo. Non aveva risposto, ma Jules sapeva che lo stava ascoltando. «Perché hai portato solo me?»
L’altro sospiro. «Innanzitutto, guarda dove metti i piedi per favore.»
«Non mi sembra una risposta a ciò che ho chiesto.»
«Non sto cercando di ucciderti, se è quello che stai pensando.»
«Penso che dovresti» si sorprese a sorridere Jules. «Battermi finché puoi, prima che ti soffi il primato accademico.»
«Non avverrà mai,» disse distrattamente l’altro, scostando una pianta dalle foglie particolarmente alte con la punta delle dita. «Ad ogni modo, non voglio ucciderti ma non voglio neppure morire.» concluse Blanchard.
Intorno a loro, le foglie stavano diventando più grandi e fitte, sconfinando nel sentiero con le loro tonalità verde-bluastre. Minuscole lucciole colorate sembravano seguirli.
Jules si trovò a domandarsi che differenza ci fosse tra una lucciola rosa e una lucciola gialla. Magari avrebbe cercato su un libro di zoologia. Chissà se ci fossero dei capitoli sui Blanchard Gauthier. Rise fra sé e sé, per poi tornare a focalizzarsi sulla conversazione.
«E questo che vuol dire?»
«Che rispetto ai disperati che abbiamo lasciato lì giù, presumibilmente non mi farai ammazzare. O almeno era quello che pensavo fino a cinque minuti fa…»
“Blanchard Gauthier, rara specie di fatine bianche e spocchiose, note per il loro carattere scontroso e per la conoscenza enciclopedica di qualsiasi cosa. La loro arma segreta è il sarcasmo, con cui feriscono a morte le loro vittime.”
Jules scoppiò a ridere da solo, e Antoine lo guardò con aria disgustata. «Avrei dovuto portare la femmina imbranata, almeno lei sembra sana di mente» biascicò, facendo scoppiare Jules in una risata ancora più fragorosa.
Proseguirono per pochi passi, finché intravidero un forte bagliore rosso provenire da dietro il tronco nodoso di un albero diversi metri più in là, dove il sentiero non era più tracciato.
Jules fece un passo sull’erba alta, ma Antoine lo bloccò con una mano.
Poi prese una cordicella fluorescente e la assicurò al ramo più esterno dell'albero accanto a sé, legandola con un doppio nodo stretto.
«Non correre e rimanimi vicino» disse calmo.
Quando Jules lo superò di nuovo, incurante delle sue istruzioni, lo sentì borbottare qualcosa. Non distinse le parole, ma il tono suonava come un’offesa.
Antoine continuò a legare cordicelle tre alberi successivi e quasi raggiunse il fiore.
Jules era già lì, immobile davanti a quello spettacolo. L’altro sfoderò la bacchetta, fissando un punto alla loro sinistra, le sopracciglia aggrottate. Troppo tardi. Un'ombra balzò da quel punto esatto e saltò su Jules, graffiandolo. Immediatamente, si accorsero che cinque paia di occhi luminosi li stavano fissando dietro la vegetazione.
«Maledizione» sussurrò Antoine.
Jules afferrò l'esserino che gli stava mordendo il collo e lo lanciò più in là; un guizzo di sangue gli coprì le mani e la spalla.
«Tu prendi il fiore, io penso a loro» disse sicuro, ingrandendo il globo di luce.
Antoine annuì e si avvicinò all'oggetto della loro ricerca. Era bellissimo.
L'orchidea scarlatta emanava una luce rosso intenso; sottili venature dorate ne rigavano i petali, unendosi al centro da cui scaturiva una luce bianca e calda. Il gambo coperto di spine rosse, le estremità delle foglioline dello stesso colore caldo.
Antoine diede un colpo alla bacchetta, e il fiore fu avvolto in una sfera di oscurità fumosa, che ne coprì la luce. Dopodiché un cubo di energia traslucida la circondò. Un terzo colpo di bacchetta e gambo fu reciso.
Allungò la mano per afferrarlo. Il cubo, solido e trasparente, rivelava al suo interno la scura nebbia che si muoveva inquieta. Lo strinse in una mano e si voltò.
Alle sue spalle, Jules stava combattendo con sei pipistrelli delle tenebre. I corpi piccoli e pelosi sarebbero potuti sembrare quelli di adorabili criceti di pelouche, se non fosse stato per le grandi ali e gli artigli affilati. Continuava ad evocare saette luminose, abbastanza potenti da colpirli e allontanarli, non abbastanza da ferirli davvero. Vacillavano e tornavano all’attacco continuativamente, vorticando attorno a lui.
Antoine alzò di nuovo gli occhi al cielo. Era la seconda volta in pochi minuti.
«Fatto. Andiamo» disse con sufficienza. Agitò la bacchetta, lanciando una magia invisibile che li fece cadere tutti a terra.
«Blanchard!» urlò Jules, oltraggiato.
Quest’ultimo lo fissò con uno sguardo di ghiaccio.
«Cosa? Sono vivi, puoi stare tranquillo. O forse non dovevo nemmeno stordirli perché empatizzi con i piccoli sgorbietti?»
Jules strinse I pugni. «È casa loro.»
«Infatti sono stato magnanimo e non li ho uccisi. Evviva me. Ora piantala di frignare e andiamo, prima che si sveglino.»
Jules aprì la bocca per parlare, ma l'altro gli puntò la bacchetta contro. «E abbassa la voce» scandì lentamente. Poi, vedendo che rimaneva immobile, lo afferrò per la manica e lo trascinò via lungo l’erba alta. La sua presa era più sicura e decisa rispetto a quella di Marisol, eppure in un qualche modo più delicata.
Intorno a lui, il paesaggio sembrò girare su se stesso, e poco alla volta i contorni delle piante che li circondavano si facevano via via più sfuocati, quasi si trovasse in un acquerello dipinto su una carta troppo bagnata. Percorsero la direzione che l’altro aveva segnato con i laccetti luminosi, e che ora Ant-no, Blanchard, stava recuperando a uno ad uno senza lasciare la manica… la manica? La mano di Jules. Quand’è che gli aveva afferrato la mano? Non avrebbe saputo dirlo. Ma una parte di lui era felice di sentirsi guidato, perché i suoi passi erano incerti e non era più sicuro di quale fosse la direzione. Le luci sembravano doppie, e quando arrivarono finalmente al sentiero per il ritorno, la ghiaia sotto i piedi gli sembrò troppo dura e troppo concreta. Come se fosse passato da un sogno a una realtà. Eppure, tutto aveva ancora i contorni confusi dei sogni.
E in quel sogno, c’era un angelo biondo che lo stava trascinando. O una fata? Non avrebbe saputo dirlo. Perché era tutto così strano?
Jules registrò distrattamente questo pensiero quando l'altro si fermò a guardarlo.
«Cosa… cosa c'è adesso?» domandò incerto. La sua stessa voce sembrava biascicante, ma anche i suoni erano ovattati e non avrebbe saputo dirlo con certezza.
Antoine allungò una mano e gli accarezzò il collo. Jules non riuscì a trattenere un brivido, gli occhi ancorati ai suoi.
Poi vide le dita del compagno intrise di sangue. Le osservarono entrambi.
Antoine gli lasciò la mano ed estrasse la bacchetta. «Farà un po' male» disse solo, e Jules non ebbe il tempo di reagire che un bruciore improvviso gli invase la pelle e parte della spalla. Era un dolore intenso e allo stesso tempo attutito da quella sensazione di irrealtà che lo pervadeva. Sentì qualcosa uscire dalla sua pelle mentre la bacchetta di Antoine emetteva un fascio di luce sottile direttamente su di essa, e una parte di lui pensò “forse dovrei difendermi”. Ma incontrò lo sguardo di Antoine che gli fece cambiare idea.
In pochi secondi non sentì più nulla, e un lieve calore gli percorse la ferita.
Chiuse gli occhi un paio di volte. Il mondo aveva smesso di girare, e quello davanti a lui non era un angelo, né una fata. Era il solito spocchioso compagno di classe so tutto io.
Si passò una mano sul collo, ora asciutto. Poi, fissò l'altro con sguardo interrogativo.
«Il veleno stava entrando in circolo. L'ho tolto» disse asciutto.
Jules non sapeva cosa dire. Avrebbe dovuto ringraziarlo?
Blanchard dovette averlo notato, perché aggiunse seccato «non l'ho fatto per te. Se dovessi stare male o peggio a causa della ricerca, il voto del gruppo calerebbe, e di conseguenza anche il mio.»
«Ok» disse Jules. Non sapeva se credergli, ed ancora si chiedeva quale fra la gentilezza e l’arroganza fosse la sua vera maschera. Decise di dargli il beneficio del dubbio.
«Andiamo» sentenziò Antoine, per poi rimettersi in marcia.
Proseguirono in silenzio, a pochi passi di distanza l’uno dall’altro.
Erano quasi tornati al punto di partenza quando sentirono un urlo.
Peter.
Jules si voltò nella sua direzione.
Alle sue spalle udì una voce stanca lamentarsi.
«Cosa ho fatto di male per essere stato messo in un gruppo di idioti per questo compito?»
Ma lo ignorò e corse in avanti.
