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Cosa nascondi sotto quella tua giacca verde?

Summary:

Manuel non lo sapeva cosa stesse accadendo nella sua testa, perché non ci parlava mai con sé stesso. Ogni volta che aveva provato a chiedersi "Come sto?" o "Cosa sto facendo della mia vita?" la risposta faceva tanta, troppa paura.
[Stream of consciousness, stagione 1]

Notes:

Sto guardando ora la serie, e continuo a non capacitarmi di come Manuel sia percepito, a volte, come il cattivo della situazione contrapposto all'angelo salvifico e meraviglioso che vuole solo amarlo. E voglio bene ad entrambi, eh. Ma Manuel è il mio cucciolo e voglio solo abbracciarlo e proteggerlo.

Leggermente simuel, leggermente spoiler, ma penso che chiunque sia qui sappia la prima stagione a memoria.

Work Text:

Manuel non lo sapeva cosa stesse accadendo nella sua testa, perché non ci parlava mai con sé stesso. Ogni volta che aveva provato a chiedersi Come sto? o Cosa sto facendo della mia vita? la risposta faceva tanta, troppa paura.

Un padre mai conosciuto. Una madre che amava, ma che continuava a deludere e a deluderlo.

E poi c’era Simone. Che era entrato nella sua vita senza chiedere il permesso e ora lo guardava come se fosse tutto il suo universo; che un po’ alla volta aveva cominciato a sperare di essere lo stesso per lui. Ma lui non poteva, non poteva essere niente per sé stesso, figuriamoci per gli altri.

Lo avrebbe voluto, in parte. Lo avrebbe voluto moltissimo.

Ma non poteva.

Era solo un perdente. Una scommessa fallita, una promessa mai mantenuta – e forse, nemmeno mai espressa.

Non era in grado di essere niente per nessun altro, e chiunque si avvicinasse scopriva poi l’amarezza della delusione. Manuel era vuoto, e se non hai niente dentro, non hai niente da offrire a chi lasci entrare.

Non se ne era mai reso conto prima, non con così tanta forza.

Era sempre stato indipendente: aveva dovuto imparare ad esserlo. Con i suoi amici, la sua ragazza, i suoi giri… e nulla di tutto questo era mai riuscito a scalfire la sua corazza. Poi era arrivato lui e lo aveva trascinato in un vortice di mancanze e di mutua autodistruzione. Lui con cui non faceva che precipitare in quell’abisso di sensazioni nuove e di un bisogno sconosciuto.

Se con una mano lo salvava, con l’altra lo annegava. Continuamente.

E Manuel ci sarebbe annegato davvero, tra le braccia di Simone. Tra quelle braccia calde che voleva lo stringessero ancora, di nuovo, per sempre.

Continuava a desiderare quelle labbra carnose sulle sue, quegli occhi languidi fissi nei suoi. Ma non aveva nessuna moneta per poterlo ripagare, e Simone aveva così bisogno di quell’amore che lui non poteva dargli che non sapeva come trattenerlo a sé.

Alla fine, tutti volevano qualcosa da lui.

Chicca, sua madre, Sbarra.

Ora, anche Simone.

Simone che gli aveva distrutto l’auto. Simone che aveva detto i cazzi suoi a Chicca. Simone che continuava a dirgli che era stato bello, tra di loro, e che non sembrava volersi accontentare di quella notte rubata. Simone che voleva tutto. Perché Simone dava tutto, nel bene e nel male. Sapeva amarti con l’ardore del sole più caldo e ucciderti con il ghiaccio così freddo da bruciarti allo stesso modo. Per qualche strano motivo, l’effetto era lo stesso. Lo vedeva ogni giorno mentre litigava con suo padre, li aveva sentiti urlarsi contro quando erano andati a cena a casa Balestra. L’aveva visto disperarsi per la gravidanza di Laura e smettere di rincorrerla non appena saputo che non era reale. Cristo, lo aveva visto con Pin. Eppure, ai suoi occhi, come a quelli di tutti, continuava a essere il bravo ragazzo, l’angelo, la perfezione. Doveva aver battuto la testa, probabilmente anche molto forte, perché altrimenti non avrebbe saputo spiegarselo. Come non avrebbe saputo spiegarsi quel desiderio, quel brivido. Sì, Simone sapeva bruciarti, ma Manuel voleva essere bruciato, lo voleva così tanto da stare male. Settimane, mesi passati a picchiarsi l’un l’altro, fino a diventare il reciproco centro gravitazionale. Non riusciva più a non cercarlo nella stanza, non riusciva più a staccare gli occhi da lui. A lui sembrava così forte e così terribile quel cambiamento, mentre a Simone ancora non bastava.

Simone voleva spiegazioni, voleva amore, voleva baciarlo e voleva stare con lui, e lui non lo sapeva cosa voleva, perché saperlo, guardarsi dentro e riconoscere cos’erano quei desideri, era qualcosa di troppo grande e insopportabile.

C’erano così tante cose grandi e insopportabili, così tanti vuoti da gestire, che Manuel non avrebbe saputo da dove cominciare.

Simone all’inizio era sembrata una ventata di aria fresca, quella brezza leggera che ti accarezza il viso e tu puoi chiudere gli occhi, finalmente. Scordarti dei soldi da portare a casa, delle relazioni che finiscono, di tua mamma che passa da un lavoro all’altro, da una relazione all’altra e si addormenta sul divano, ancora persa nei suoi sogni quando tu la copri. Puoi scordarti di essere cresciuto troppo in fretta e cullarti nell’illusione di poter essere soltanto un adolescente come tutti gli altri, la cui massima preoccupazione è andare a scuola e prendere la sufficienza. Puoi crogiolarti in quell’amicizia disinteressata, lasciandoti abbracciare da qualcuno che ti vuole bene, bene per davvero, senza chiedere niente in cambio e senza aspettarsi da te che tu sia qualcosa di diverso, qualcosa di migliore, perché apparentemente gli vai bene così come sei, rotto dentro e fuori, con i tuoi difetti e le tue mancanze.

Sembrava che Simone potesse dargli quella serenità che non aveva mai trovato in nessun altro luogo.

Finché non si era reso conto che quell’amore non era gratis.

Che come ogni cosa nella sua vita, stava chiedendo il conto.

Una parte di Manuel avrebbe voluto mettersi in pari, dargli tutto l’amore che chiedeva e prenderne altrettanto in cambio, ma un’altra parte voleva solo urlare e scuoterlo e chiedergli “perché mi fai questo? Perché a me? Perché non può bastarti quello che ti riesco a dare?”

Come ogni altro aspetto della sua vita, anche quell’amore stava crescendo troppo in fretta.

La vita non aveva mai rispettato i suoi tempi, e con Simone stava avendo l’ennesima dimostrazione che i suoi tempi non andavano bene, che le sue reazioni non andavano bene, che lui non andava bene. Lui che avrebbe solo voluto un po’ di pace, non l’avrebbe avuta neppure questa volta.

Gli era capitato di sognare Simone, di tornare a quella notte, a quelle labbra, tra quelle braccia. Poi, con l’alba, il sogno era svanito, lasciandolo seduto sul letto a chiedersi Chi sono io? Che cosa voglio veramente? Avrebbe potuto cedere di nuovo, indugiare in quelle sensazioni, abbracciare Simone e dirgli che sì, voleva stare con lui, voleva altre notti, altri baci, altro tutto. Ma poi? Lui non lo sapeva cosa sarebbe successo poi, non poteva fare promesse, non sapeva neppure se davvero lo desiderasse un futuro con un ragazzo, e non poteva cedere se non aveva quella risposta. Non con Simone. Simone avrebbe continuato a chiedere sempre di più, come stava facendo ora, e lui non sarebbe riuscito a stare al passo.

Alla fine, non riusciva a stare al passo più con niente.

Voleva indietro il Simone di pochi mesi prima, rivoleva quella serenità e sapeva che non l’avrebbe mai più avuta.

Così finiva per gridare e scalciare e dire cose orribili, perché era il solo modo che conosceva per distrarre la sua mente da quelle risposte che non riusciva a darsi. Ad accettare.

Allontanare gli altri era il modo più facile per impedir loro di avvicinarsi ancora e fargli del male, e Simone avrebbe finito con l’arderlo vivo se lo avesse lasciato fare.

Chissà se un fuoco così intenso sarebbe diventato solo cenere o una stella.

Non lo avrebbe mai saputo.

Avrebbe voluto essere almeno in grado di piangere.

Ma oramai i suoi occhi erano troppo secchi e il suo cuore era troppo arido, prosciugato dalla sola fatica di esistere, e non ne era più capace.

 

 

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