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1.
È il rumore della porta che si apre a distrarla dalla traduzione a cui sta lavorando.
Sente dapprima il colpo secco di cui la serratura necessita per funzionare che le ricorda che sono mesi che pensa di farla controllare senza mai avere il tempo di farlo davvero, e poi il familiare cigolio dei cardini che Manuel si è scordato di oliare per l’ennesima volta. Le risulta evidente, ancora prima di sentire le voci che affollano il piccolo ingresso, che Manuel non è solo, perché può chiaramente udire un altro paio di passi, più leggeri ed esitanti rispetto a quelli di suo figlio, che cammina come se avesse il mondo in tasca e nessun rispetto per il pavimento appena lavato.
“Sei sicuro che non è un problema?” sente una voce maschile chiedere.
Anita non ha bisogno di domandarsi chi possa essere. Sa, anche senza averci mai parlato prima, che si tratta di Simone, perché Simone è l’unica persona – oltre Chicca, che però sono settimane che non vede e che non viene menzionata da un po’ – che Manuel frequenta dopo scuola. Si ferma per un attimo ad ascoltarne la voce – profonda eppure ancora un po’ incerta – come a cercare un qualche flebile legame con Dante o forse col bambino che ha conosciuto tanti anni fa.
Sente lo sbuffo di Manuel in risposta.
“Ma figurate,” replica, con quella ostentata strafottenza che lo contraddistingue, e Anita se lo può immaginare, col volto piegato in quel mezzo sorriso un po’ sincero e un po’ sbruffone che gli fa brillare gli occhi e lo fa sembrare più grande e più sicuro di quello che è. “Ce sta mi’ madre, eh, ma se fa i cazzi suoi.”
A queste parole, Anita inarca le sopracciglia e fissa il vuoto per un attimo, come se ci fosse una telecamera invisibile a riprendere la sua reazione. Un po’ le viene da ridere, un po’ vorrebbe afferrare suo figlio per le orecchie e trascinarlo fino in garage per chiedergli spiegazioni su quella macchina sfasciata che tiene lì e sul suo giro di amicizie non proprio raccomandabili, e magari anche fargli ‘na cazziata per l’ennesimo tre in latino.
“Manuel?” lo richiama, invece. “Sei tu?”
Un attimo di silenzio, poi–
“Ecco, appunto,” borbotta Manuel, un pizzico di imbarazzo nelle sue parole. Poi alza appena la voce e, “Sì, ma’, so’ io. Ce sta pure Simone.”
Uno schiarirsi di voce, poi, “Salve, signora. Mi scusi per il disturbo,” arriva dall’ingresso.
Gli angoli delle labbra le si piegano verso l’alto in un piccolo sorriso, quasi involontario, quando replica, “Ma che disturbo, non di’ sciocchezze.”
Si alza dalla sedia e si affaccia sull’ingresso, dove Manuel ha appena gettato senza alcuna cura lo zaino per terra.
“Vieni, accomodati, come se fossi a casa tua.” Offre a Simone un sorriso più ampio, lo guida verso la cucina. “Come stai? Ti posso offrire qualcosa? Un caffè? Un tè? Forse c’ho del succo di frutta in frigo se Manuel non l’ha finito.”
“No, grazie, davvero, non c’è bisogno.”
Manuel sbuffa di nuovo mentre li segue in cucina con fare annoiato. Si sfila la giacca e la lascia cadere distrattamente su una sedia, poi incrocia le braccia al petto.
“Ciao, ma’, anche pe’ me è bello vederte. Sì, io sto bene, grazie per averlo chiesto. Tu?”
Anita lancia un’occhiata esasperata a suo figlio, che la sta fissando come se avesse appena commesso un’offesa imperdonabile, e con la coda dell’occhio intravede gli sforzi che Simone sta compiendo per mascherare un sorriso divertito. Gli occhi sono grandi e gli brillano un po’ quando guarda Manuel.
Nessuno, realizza, ha mai guardato Manuel così.
“Che scemo che sei.” Scuote la testa, divertita e rassegnata al tempo stesso. Si allunga per lasciare a suo figlio una carezza tra i ricci, prima di dirgli, “Ciao, Manuel. Posso offrire qualcosa anche a te?”
In tutta risposta, Manuel scrolla le spalle, nonostante le innumerevoli volte in cui Anita gli ha detto di non farlo e di rispondere come una persona normale, invece di comportarsi come un uomo delle caverne.
“No, ma’, accanna, dovemo anna’ a studia’.” Lancia un’occhiata veloce a Simone. “C’avemo il compito de matematica domani, no, Simo’?”
Si guardano per un secondo, come a dirsi qualcosa senza bisogno di parole, come se avessero creato un loro linguaggio segreto che non necessita di nulla se non di uno sguardo. Due cose le sono immediatamente chiare: suo figlio le sta nascondendo qualcosa, e Simone si farebbe ammazzare prima di rivelarle i segreti di Manuel.
“Sì, esatto,” si affretta ad aggiungere Simone, annuendo con convinzione assoluta e voltandosi nuovamente nella sua direzione. Poi, il volto serio e solenne che le ricorda così tanto quello di Dante si apre in un sorriso dolce, cortese. “La ringrazio, però.”
Anita sorride a sua volta. Realizza, appena pochi minuti dopo averlo conosciuto, che è impossibile non farlo, quando si tratta di Simone. Da vicino, sembra ancora più alto dell’unica volta in cui lo ha intravisto fuori scuola con Manuel, ma lui non sembra essere davvero sceso a patti con questa sua altezza. Ha la schiena un po’ curva in avanti, come se volesse sembrare più piccolo o come se non avesse ancora imparato bene a gestire il proprio corpo, e le mani affondate nelle tasche della giacca, le spalle strette come a sparire, e ad Anita quasi viene voglia di rassicurarlo, di lasciargli una carezza tra i capelli e dirgli che l’adolescenza è ‘na bestia, ma che, come tutte le cose della vita, ha l’incredibile, bellissima, disarmante capacità di passare. Sul suo volto – un po’ spigoloso, ma con ancora un pizzico della dolcezza dell’infanzia – ritrova tracce di quel bambino che ha conosciuto in ospedale: negli occhi grandi e scuri che sembrano seguire Manuel come se fosse il suo centro di attrazione gravitazionale; nel sorriso timido che si apre sulle sue labbra e lascia un paio di fossette sulle sue guance; nei riccioli scuri e ordinati che gli ricadono sulla fronte.
Si ritrova a pensare che Simone è una di quelle persone a cui non puoi non volere bene, almeno un po’. Ha scambiato appena un paio di parole con lui e già sente un feroce istinto di protezione nei confronti di questo ragazzo troppo alto che guarda suo figlio come se il mondo iniziasse e finisse sul suo volto.
“Ma che mi dai del lei?” Gli dà un leggero colpetto sul braccio, più una carezza che una pacca. “Dammi del tu, per favore, o mi fai senti’ vecchia.”
“Questo è perché sei vecchia,” si intromette Manuel, abbassandosi per aprire uno degli sportelli della cucina e tirarne fuori un pacco di Oreo che non si fa scrupoli ad aprire immediatamente.
“E tu sei un cretino,” ribatte, tirandogli uno scappellotto. Manuel ridacchia sottovoce con una gioia quasi infantile prima di addentare un biscotto. “E offri due biscotti a Simone, o pensa che t’hanno cresciuto le bestie.”
La risposta di Manuel è un, “Offio ghe glieli offo,” detto mentre sta masticando.
Anita quasi vuole strapparsi la faccia con le unghie.
“Dio santo, Manuel. Scusami, Simone,” si affretta a dire, perché sa che Manuel non si scuserà affatto. “Giuro che, nonostante l’impegno che mio figlio ci mette per dimostrare il contrario, ho cercato di dargli ‘n’educazione.”
Simone ridacchia. Quando ride, si stringe ancora di più nelle spalle e abbassa lo sguardo, ma Anita lo vede che osserva Manuel per una frazione di secondo, come se una cosa non potesse essere considerata davvero divertente se Manuel non sta sorridendo a sua volta.
Ah.
Le si stringe il cuore nel petto. Le vengono in mente le parole di Dante di appena qualche giorno fa. Simone è innamorato di tuo figlio, le aveva detto con sicurezza sorprendente, e Anita si era chiesta come facesse ad esserne così certo se non era stato Simone a dirglielo, ché a lei a volte sembra di guardare Manuel e di non capire niente di lui ed è convinta che sua madre, pace all’anima sua, abbia pensato la stessa cosa di lei quando aveva la stessa età. Ché forse il destino di un genitore è di non capire mai davvero il proprio figlio, ma di amarlo incondizionatamente a prescindere e di offrirgli un porto sicuro a cui tornare sempre.
Ma ora le appare ovvio, quasi scontato.
Impossibile da non notare.
Lo vede nel modo in cui Simone cerca sempre lo sguardo di Manuel, come se potesse essere sicuro della propria esistenza solo quando Manuel lo guarda. Lo vede nel sorriso che si apre sul suo volto quando incrocia i suoi occhi, come se stesse condividendo con Manuel una qualche battuta segreta che lei non può capire, e nel modo in cui quello stesso sorriso gli crolla un po’, in maniera quasi impercettibile, quando Manuel distoglie lo sguardo qualche secondo dopo. Lo vede nel lieve rossore che gli colora le guance; nel deglutire nervoso quando Manuel gli si avvicina; nel sussulto leggerissimo che fa quando gli batte una pacca sulla spalla; nell’espressione un po’ impaurita con cui si volta a guardarlo, come se temesse di essere stato scoperto.
Improvvisamente, Anita vorrebbe abbracciarlo e rassicurarlo. Ché lo sa bene, quanto l’amore sia terribile e bellissimo e spaventoso, soprattutto a quell’età, quando ogni cosa ti sembra la fine del mondo e forse un po’ lo è. Ma è un argomento delicato ed è certa che Simone non gradirebbe particolarmente essere stritolato da una mezza sconosciuta un po’ troppo emotiva che si arroga la libertà di fargli la lezioncina su cose tanto personali e private.
“Guarda che Simone nun se li fa ‘sti problemi borghesi,” la informa Manuel, mentre gli allunga il pacco di Oreo per condividerli con lui.
“No, è che ormai ci ho perso le speranze co’ te,” replica Simone, rifilandogli un’occhiata esasperata, ma accettando di buon grado uno dei biscotti. “Senza offesa,” aggiunge, voltandosi nella direzione di Anita. “È che è un caso disperato.”
Lo dice con così tanto affetto nella voce che lo fa sembrare quasi un complimento, e non una presa in giro. Anita si chiede se Manuel lo abbia notato. Se sappia quello che Simone prova, se l’ha visto negli sguardi che gli lancia o nel modo in cui sembra rilassare quelle spalle – strette e tese, come se si aspettasse di essere attaccato da un momento all’altro e stesse cercando di fare del suo meglio per passare inosservato – solo quando Manuel gli si fa vicino.
Ride, piano, alle sue parole. “E che non lo so.”
“Oh,” fa Manuel, offeso. Aggrotta le sopracciglia e le labbra gli si arricciano in un broncio. “Ma ve siete coalizzati? Guarda che me li riprendo, eh,” aggiunge, con tono minaccioso, accennando ai biscotti.
Eppure non sposta di un millimetro la sua mano. Anzi, agita appena il tubo per farne cadere un altro nel palmo di Simone.
“Non puoi punirmi perché ho detto la verità.” Il volto di Simone si apre di nuovo in un sorrisetto divertito. “Quella si chiama censura.”
Manuel alza gli occhi al cielo, ma Anita lo conosce bene e riesce a intravedere l’ombra di una risata sulle sue labbra.
“Quello se chiama mo te gonfio de botte se non la smetti. Dai, annamo ‘n camera,” aggiunge, afferrando un lembo della giacca di Simone e tirandolo appena. Anita lo osserva con curiosità, ché non pensa abbia mai visto Manuel ricercare così spesso il contatto fisico con qualcuno in diciassette anni di vita. “A dopo, ma’.”
“È stato un piacere conoscerl– conoscerti,” si corregge Simone, arrossendo un po’.
Anita quasi non ci crede, che suo figlio – lo stesso figlio che ama ferocemente e per cui darebbe la vita, ma che certe volte, altrettanto ferocemente, vorrebbe solo strozzare, soprattutto quando lascia una scia di vestiti sporchi che vanno dalla camera al bagno – sia riuscito a far innamorare di sé qualcuno come Simone, con i suoi abiti ordinati e le sue risposte cortesi e la limpidezza del suo sguardo. Manuel è – tanto. A volte troppo, come un fuoco che sfugge al controllo e diventa un incendio impossibile da domare, e Anita lo ama così tanto anche per quello, perché non ha mai visto qualcuno splendere così intensamente come lui, ma a volte ha come la sensazione che a furia di andare a fuoco si sia fatto un po’ terra bruciata attorno.
Ma a Simone non sembra importare. A Simone sembra andare bene esattamente per quello che è, incendio e tutto.
“È stato un piacere anche per me, Simone.” Gli offre l’ennesimo sorriso, e il rossore sul volto di Simone diventa più intenso, come se non fosse abituato a tutte queste attenzioni. “Devi passare più spesso, mi fa solo piacere.”
L’ennesimo sbuffo di Manuel riempie la piccola cucina. “Ma’, guarda che se voi fa’ a cambio figlio io me ne vado a vivere dal professore molto volentieri, eh, t’o dico.”
“Basta che lo dici e io ti cedo subito mio padre, guarda,” interviene Simone, serissimo. “Non faccio complimenti.”
“Sì, ma voglio pure il villone, però.”
“Ah, pure? Non ti sembra di avanzare troppe pretese mo?”
“No, scusa, voglio il pacchetto completo, che è st’avarizia?”
Anita li guarda percorrere il breve corridoio che li porta in camera di Manuel. Simone ha ancora una mano nella tasca della giacca, mentre l’altra dondola al suo fianco. Si chiede se si sia accorto del modo in cui sembra sfiorare quella di Manuel, senza mai farlo davvero, i mignoli che quasi si toccano. Probabilmente no – sono entrambi troppo impegnati a punzecchiarsi e a scambiarsi battute che sanno di familiarità, come se si conoscessero da sempre, e per la prima volta Anita si rende conto che non ha mai visto suo figlio sorridere così.
Con gli occhi che gli brillano e le fossette che sono giusto un po’ nascoste dalla barba e un calore nuovo nel modo in cui le labbra gli si piegano verso l’alto.
Come se, a dispetto di tutto, Simone lo rendesse sorprendentemente e genuinamente felice.
2.
Manuel apre la porta della sua camera e si butta sul letto accanto a lei più o meno a metà del film che Anita stava guardando sul vecchio pc, e sospira così sonoramente che per qualche secondo copre le voci degli attori.
Anita non si volta a guardarlo, come se fosse un animaletto selvatico che si è avvicinato un po’ per caso e temesse di spaventarlo con un movimento un più brusco, ma lo osserva con la coda dell’occhio. La luce del computer, in bilico sulle sue gambe incrociate, disegna strane ombre sul viso di Manuel, accentuando le linee spigolose del suo volto, ora un po’ più affilate, come se fosse cresciuto di cinque anni in quindici giorni. I capelli sono una matassa arruffata, più disordinati del solito, e ha addosso una maglia di qualche taglia più grande che non crede di avergli mai visto addosso e che, con quel colletto bianco ora leggermente spiegazzato e quelle righe blu e viola, è così lontana dalle sue solite scelte in fatto di abbigliamento che non può fare a meno di chiedersi se non l’abbia rubata dall’armadio di Simone.
Cosa questo voglia dire, Anita non lo sa. Non crede che lo sappia neppure Manuel, non davvero.
Dopo qualche secondo passato a fissare le immagini che scorrono sullo schermo, Manuel sospira di nuovo e, “Che stai a guarda’?” chiede, con tono cordiale, a mo’ di conversazione, come se queste non fossero le prime vere parole che si scambiano da giorni.
La voce è un po’ roca, come se avesse pianto o urlato o tutte e due le cose insieme. La musica che proviene dal computer riempie per un secondo la stanza, assieme al suono dei loro respiri.
Anita non sa bene cosa dire.
“Niente, un film che hanno dato in tv qualche giorno fa,” replica, piano.
“Mh.” Manuel incrocia le braccia al petto, allunga le gambe, si sistema meglio sul letto in modo che la schiena poggi sul cuscino. Ha ancora le scarpe ai piedi, ma Anita non se la sente di rimproverarlo. Una sorta di energia nervosa crepita attorno a lui come elettricità statica prima di un temporale. “Posso vederlo co’ te?”
Sente un improvviso, doloroso bisogno di abbracciarlo, ma resta ferma.
“Certo,” dice, invece. Aggiusta il pc sulle gambe, reclina lo schermo in modo che anche Manuel riesca a vederlo. “Vuoi che lo metta da capo?”
Manuel rimane per qualche secondo in silenzio, poi scuote la testa.
“No.” Si fa un po’ vicino, senza sfiorarla davvero. “Va bene così. Te dispiace se sto qua?”
Si gira a guardarlo e per un secondo non vede il Manuel del presente, ma il bambino che si arrampicava su questo stesso letto quando aveva un incubo e che Anita stringeva, la schiena di Manuel contro il suo petto, così forte da non lasciar spazio per la paura.
“No che non me dispiace.”
La mano posata sul copriletto si allunga, cerca quella di Manuel. Le dita ne sfiorano appena il dorso in un tocco leggero, come a ricordargli che c’è, che è qui per lui, qualora lui decidesse di fidarsi.
Per qualche momento restano così, a guardare le immagini succedersi sullo schermo senza prestare loro attenzione. Sanno entrambi che questo film non è che una scusa per essere vicini, per una volta, e Anita lo accetta – che questo è il modo, forse l’unico, in cui il Manuel del presente è capace di lasciarsi consolare
È solo dopo un paio di minuti che Anita si accorge che Manuel sta tremando.
“Manuel.”
Manuel non risponde subito. La schiena gli si tende come una corda di violino. Rilascia un piccolo respiro incerto e spezzato, come se stesse cercando di tenersi insieme con tutte le sue forze, nonostante le crepe sottili che sembrano correre sulla facciata che ha messo su negli ultimi tempi.
“Che c’è?” chiede, poi, brusco.
È difficile, cercare di parlare con lui.
Lo è sempre stato, anche quando non era che un bambino testardo con gli occhi enormi e l’incredibile abilità di combinare un disastro dietro l’altro e non offrire mai alcuna spiegazione, e Anita è abituata a questo tira e molla, a questo dover insistere senza mai risultare asfissiante, a questo cercare di cavargli le parole di bocca ma con cautela, prima che si chiuda a riccio un’altra volta e le impedisca di capirlo, di aiutarlo, di esserci per lui. Negli ultimi tempi, però, è diventato quasi impossibile – provare a intavolare una conversazione con lui assomiglia più a cercare di navigare un campo minato che a parlare col proprio figlio come due persone normali che sanno processare le emozioni in modo sano, e Anita ha sempre il terrore di mettere il piede in fallo e far saltare in aria i pochi, preziosi tentativi di comunicazione che sono riusciti a instaurare con fatica.
Per cui si schiarisce la voce e chiede, esitante, come se non si aspettasse davvero una risposta, “Mi dici che c’hai?”
Manuel si stringe nelle spalle.
“Niente,” replica. “Che devo ave’?”
Niente. È quello che le risponde da quella notte di due settimane fa, quando il clangore di uno schianto ha cambiato la traiettoria delle loro vite in una frazione di secondo. È un niente fatto di notti insonni, di caffè buttati giù di corsa prima di correre a scuola, di pranzi lasciati spesso a metà, di pomeriggi in ospedale a far compagnia a Simone, di rientri a casa silenziosi, di Madonna, ma’, nun t’accolla’, t’ho detto che nun me va de magna’ quasi tutte le sere. È un niente che però viene smentito dalle occhiaie profonde sul suo viso, dal pallore insolito del suo volto, dalle volte in cui torna a casa con gli occhi ancora un po’ lucidi, dal modo in cui la voce gli trema se parla di Simone.
È un niente che però vuol dire tutto.
“So’ due giorni che non mi parli,” tenta.
Manuel scrolla di nuovo le spalle. Preme le labbra insieme in una linea sottile.
“Vabbè,” dice. “Insomma, non è che solitamente c’avemo ‘ste grandi conversazioni, eh.”
“E non hai toccato cibo–”
“Ho preso ‘na roba al distributore in ospedale co’ Simone, ma’, tranquilla, non muoio di fame–”
“Manuel,” lo richiama, così piano che si chiede se abbia sentito. Allunga una mano, esitante, e, quando Manuel non si sposta, gli accarezza delicatamente i ricci disordinati. “Parlami. Per favore. Non mi devi dire tutto, ma per favore, lasciati aiutare per una volta, eh? Non devi affronta’ tutto da solo.”
In risposta, Manuel si irrigidisce ancora di più, se possibile. Contrae la mascella e una nuova tensione si propaga lungo la sua spina dorsale, come se si stesse preparando a una risposta di attacco o fuga. Rimangono entrambi perfettamente immobili per qualche secondo, ad attendere una reazione.
Poi, improvvisa come è apparsa, quella tensione si scioglie. Manuel emette respiro profondo e, senza preavviso, crolla contro di lei.
Anita lo accoglie tra le sue braccia come se non dovesse fare altro nella vita che questo – offrirgli un appiglio. Lo stringe a sé – così forte da non lasciare spazio per nient’altro che non sia la sua presenza –, gli posa un bacio sulla fronte, e Manuel – Manuel che non ha mai bisogno di niente e di nessuno e che si ostina a vivere la vita come se fosse da solo ad affrontarla – si lascia cullare per qualche minuto come se fosse ancora un bambino.
Appoggia la testa sulla sua spalla, nasconde il volto contro il suo maglione e dice, sottovoce, “Domani dimettono Simone.”
Le dita continuano ad accarezzare lentamente i suoi capelli, nel vano tentativo di offrire un conforto. Nella luce che proviene dallo schermo, vede le ciglia lunghe di Manuel tremare appena, come se stesse combattendo l’istinto di chiudere gli occhi e lasciarsi andare per una volta. Si chiede quando sia successo – quando quel bambino felice che correva davanti a lei come se istintivamente sapesse che lei l’avrebbe seguito ovunque e che si lasciava rassicurare così facilmente dalle sue carezze e dai suoi baci quando inevitabilmente si sbucciava un ginocchio sia cresciuto così in fretta e sia diventato questo giovane uomo che ora fa fatica a permettersi di essere vulnerabile.
Sa che è in parte – se non completamente – colpa sua, che gli ha offerto una vita che l’ha solo costretto a crescere in fretta, e sente un dolore fisico, ché l’unico motivo per cui si è trascinata in tutti questi anni è stato il pensiero di dare a Manuel una vita forse non proprio felice, ma almeno serena, e le si spezza il cuore al pensiero di non esserci riuscita.
“Ah.” Si attorciglia un ricciolo attorno alle dita. “Te l’ha detto lui?”
Un mugugno indistinto arriva da Manuel. Anita lo prende come un cenno d’assenso.
“E non è una cosa bella?”
Manuel mugugna di nuovo. Poi, “Sì. No. Boh,” sussurra, la voce incerta e tremolante. “Non lo so.”
C’è un attimo di silenzio. Anita capisce che Manuel ha bisogno di un momento per trovare le parole giuste, ché lui è bravissimo quando si tratta di sparare cazzate o di prenderla per il culo, ma poi, quando si ritrova a fare i conti con le sue stesse fragilità, improvvisamente ridiventa il ragazzino di diciassette anni che non si permette quasi mai di essere.
Guardano per qualche secondo il pc, dove il protagonista sta facendo un discorso alla sua famiglia. Lo ascoltano distrattamente, senza prestare davvero attenzione alle parole. Anita non saprebbe ripeterne neppure una frase.
“Tu lo sai perché Simone sta in ospedale?” le chiede, poi. Si schiarisce la voce, come a non farle notare quanto sia flebile. “Perché ha fatto l’incidente, cioè.”
La sua mano si ferma per un momento, poi riprende a districare i capelli arruffati di Manuel.
“Sì,” dice, solo. “Me l’ha detto Dante.”
Manuel emette un lieve mormorio. Resta in silenzio per un altro secondo, come a metabolizzare.
“Io non lo sapevo.” La voce gli trema un po’, così come le spalle quando rilascia un respiro più profondo degli altri che le pare solo un singhiozzo mascherato. “Me l’ha detto Simone un paio de giorni fa, in ospedale.”
Anita si chiede se sia arrabbiato. Se ce l’abbia con lei, con Dante, con Simone, col mondo intero perché gli hanno tenuto nascosta la verità. È così bravo, Manuel, ad arrabbiarsi. Forse perché – Anita lo sa bene, ché l’ha preso da lei questo furore che lo brucia da dentro – se è arrabbiato, non deve fermarsi a pensare a tutto il resto.
Ma Manuel, Anita se ne rende conto presto, non è arrabbiato.
“E mo me dice che lo dimettono domani,” continua. “E– non lo so, è normale ‘sta cosa?”
“Normale?”
“Eh. Lo fanno usci’ così, come se niente fosse? Come se non avesse cercato de ammazzarse manco du’ settimane fa?”
No, Manuel non è arrabbiato.
È spaventato.
La viene da piangere. Vorrebbe prendersi la sua paura, farsi carico del suo dolore, portarlo per lui, ché è a questo che serve una madre. Ma non lo può fare, per cui si limita a stringerlo a sé, come a far sparire le sue paure col calore delle sue braccia..
“Non lo possono tenere in ospedale per sempre, Manuel,” cerca di dirgli, dolcemente. Le sue parole sono un sussurro, forse perché teme una reazione da parte sua. “Prima o poi deve tornare a casa.”
Manuel non grida, non urla, non s’infiamma. Sarebbe più facile se lo facesse, perché almeno le cose sarebbero normali e Anita saprebbe come prenderlo.
Invece, trema un po’, come se stesse trattenendo i singhiozzi.
“Ma se succede qualcosa–”
“Ascolta, sono sicura che dovrà seguire un percorso di psicoterapia una volta uscito di lì. Non lo dimetterebbero altrimenti,” lo rassicura, facendo scorrere le dita tra i suoi ricci disordinati. “E non sarà solo. Ci sono Dante e Virginia con lui.”
Ci sei tu, vorrebbe dirgli, ma lo ha visto piangere quella notte in ospedale e ripetere che era tutta colpa sua, e non è certa che Manuel consideri la sua presenza benefica per Simone. E non sa esattamente cosa sia successo tra lui e Simone – cosa abbia spinto Manuel a pensare che l’avesse perso ancora prima di rischiare di perderlo davvero – ma vorrebbe che Manuel lo vedesse, il modo in cui Simone sembra rilassarsi e respirare quando c’è Manuel, come se Manuel fosse in grado di sciogliere, con la sua sola presenza, i nodi di tensione che Simone si trascina dietro da così tanto tempo che ormai sono diventati un po’ parte di lui. E forse Anita li ha visti insieme per troppo poco tempo, eppure le è parso evidente, il modo in cui Simone sembra permettersi di vivere solo quando è con Manuel, e la stupisce il fatto che Manuel non se ne sia accorto.
“Ma se non bastasse? Se tutto questo comunque non servisse a un cazzo e dovesse succedere di nuovo–” La voce gli si spezza e Anita sente le lacrime bagnarle il maglione che ha addosso. “Se questa volta non je andasse di culo e– se– se ci riuscisse, stavolta–”
“Non succederà.”
“–io che cazzo faccio senza di lui–”
“Manuel.” Le dita sfiorano la nuca, disegnano piccoli cerchi contro il tessuto della maglietta. Lo sente tremare sotto il suo tocco e improvvisamente le pare incredibilmente fragile, come non si è mai concesso di esserlo. “Manuel, non succederà. Faremo tutti attenzione, te lo prometto. Non lasceremo che gli succeda niente.”
Manuel emette un suono annacquato a metà tra uno sbuffo e una risata isterica.
“Te non hai idea de quanto è testardo Simone, se se mette in testa ‘na cosa è irremovibile,” dice, un po’ rassegnato e un po’ dolce, nonostante tutto, come se la testardaggine di Simone fosse un pregio, per lui, anche in occasioni come questa, dove l’unico suo desiderio sarebbe quello di tenere Simone zitto e buono per trattenerlo il più a lungo possibile in questa vita. “Quel coglione.” E poi, rilascia un’altra piccola, stanca risata, prima di aggiungere, “Irremovibile. Dio santo, ho passato troppo tempo co’ lui.”
“Gli vuoi bene, eh?”
E non sa cosa gli sta chiedendo, non davvero – ché il confine tra bene e amore è sottile e le pare che, se Simone l’ha oltrepassato senza esitare mesi fa, Manuel vi cammini sopra in equilibrio precario da quella notte in ospedale senza che se ne sia reso conto – ma a Manuel non sembra importare, perché non esita neppure un secondo per annuire.
“Sì,” dice, semplicemente. “Io– Simone è il mio migliore amico, ma’. Io non me la so manco immagina’ ‘na vita senza de lui.” Ci pensa. Aggiunge piano, “Non me la voglio immagina’.”
Anita lo stringe un po’ più forte, posa un altro bacio sulla sua fronte e Manuel la lascia fare, cerca il suo conforto e le sue rassicurazioni come una creaturina infreddolita ricerca il calore del fuoco. Forse un giorno gli dirà che ha ragione – che le loro vite sono sempre state destinate a questo confuso intreccio, fin da quella notte di quattordici anni prima, e che, in qualche modo, non ha mai dovuto immaginarsi una vita senza Simone, neanche quando neppure si conoscevano, perché Simone è sempre stato lì, legato a lui in maniera inestricabile, e né il tempo né lo spazio sono stati in grado di recidere questo filo invisibile che li ha portati qui, ora.
È un discorso complicato e difficile e non sa se Manuel sia pronto ad ascoltarlo ora che trema come una foglia tra le sue braccia.
Per cui, si limita a giocherellare con i suoi capelli, piano, e a sussurrare, contro la sua fronte, “Non lo devi fare. Simone non lo perderai, te lo prometto. Faremo tutti del nostro meglio per assicurarci che non succeda di nuovo, mh? Ci prenderemo cura di lui.”
Manuel annuisce contro la sua spalla. Si asciuga le lacrime con il dorso della mano, resta in silenzio per un po’. Guardano insieme il film senza vederlo davvero, le voci degli attori che riecheggiano nella piccola stanza.
Poi–
“So’ stato ‘na merda co’ lui,” confessa, a bassa voce. Deglutisce. “Me so comportato così male che è un miracolo se me parla ancora, e non lo so dove l’ha trovata la forza de perdonarme dopo tutte le cose che gli ho detto, che gli ho fatto. E–” Sbuffa una risata triste. “Cristo, quello sta in ospedale pe’ colpa mia e oggi m’ha chiesto se domani annavo a trovarlo lo stesso, anche se non è più ricoverato.”
“E tu che gli hai risposto?”
Sente, anche se non può vedere, Manuel alzare gli occhi al cielo. È una risposta così da Manuel – una cosa per cui lo avrebbe rimproverato in qualsiasi altra occasione – che sente un calore diffondersi nel suo petto e vorrebbe piangere per quanto vuole bene a questa buffa, testarda, impossibile creatura che è suo figlio.
“Che je dovevo rispondere, ma’?” chiede, retorico, come se fosse infastidito dal fatto che sua madre non stia sul pezzo . “Che c’annavo. Domani e dopodomani e il giorno dopo e pure quello dopo de quello, fino a quando me vole. Che non lo lascio più, se lui me lo permette.”
Si zittisce per un attimo, ma Anita sente che c’è altro che vuole dire. Gli lascia il suo tempo, senza insistere, e fa scorrere lentamente le sue dita lungo la sua colonna vertebrale, come quando cercava di consolarlo dopo una caduta, un brutto sogno, una giornata difficile a scuola. Lascia che i polpastrelli contino le vertebre sopra il tessuto della maglietta, che il calore del suo palmo in qualche modo lo rassicuri, e Manuel si rilassa contro di lei proprio come faceva da bambino.
“Quello che voglio di’–” riprende, sottovoce. “Non voglio più fa’ lo stronzo con Simone. E– Boh, io non lo so se so’ capace di prendermi cura di qualcuno.” Si schiarisce la voce. Anita può sentire il suono incerto del suo respiro tremante, e, forse, anche quello frenetico del suo cuore. “Forse no. Però ci voglio provare, co’ lui.”
E Anita ha sempre amato Manuel in un modo così viscerale che non saprebbe spiegarlo – ché a scrivere è brava, ma ci sono cose al mondo per cui le parole non bastano, e l’amore che prova per suo figlio è una di queste –, ma ora le sembra intollerabile, questo bene che le fa quasi male, come un coltello tra le costole che le si è piantato lì dal momento in cui lo ha preso in braccio per la prima volta – una creaturina urlante con una matassa di capelli già arruffati, pronta a manifestare a suon di pianti il suo profondo sdegno nei confronti del mondo – e che ora affonda un po’ di più, e forse amare qualcuno così tanto deve fare male almeno un po’. Lo osserva, stretto a lei, e vede il bambino che è stato e l’uomo che diventerà e vorrebbe dirgli che è capace – che è sempre stato lui a sostenerla, a rimetterla insieme, a prendersi cura di lei con la stessa feroce tenerezza con cui le parla di Simone ora, e che non ha mai visto nessuno amare come ama Manuel, come se amare volesse dire darsi fuoco per tenere l’altro al caldo.
Invece, “Certo che ne sei capace,” dice. Preme un altro bacio sulla sua fronte, tra i suoi capelli. Le dita tracciano percorsi gentili lungo la sua spina dorsale. “Andrà tutto bene, Manuel. Simone starà bene, te lo prometto.”
Manuel annuisce, senza dire niente. Restano così per un po’ di tempo, non sciolgono l’abbraccio neppure mentre i titoli di coda scorrono sullo schermo del computer. Nessuno dei due si muove quando, dopo un paio di minuti di inattività, lo schermo diventa nero e il pc si spegne. Si limitano a rimanere lì, su quel letto, Anita che accarezza i capelli di Manuel e Manuel che si lascia consolare, per una volta.
Quando Manuel si addormenta, con la testa ancora poggiata contro la sua spalla, Anita non si scosta. Si limita ad allungare un po’ la coperta che ha addosso affinché copra anche lui, e lo culla tra le sue braccia, come se fosse ancora un bambino.
3.
La porta della camera di Manuel è chiusa e l’unica luce in casa arriva dalla cucina quando Anita rientra da lavoro quel pomeriggio. Un silenzio ovattato regna nel piccolo appartamento, interrotto solo dal gentile picchiettare delle gocce di pioggia contro i vetri delle finestre.
Batte le palpebre, confusa.
“Manuel?” richiama, mentre si sfila gli stivali e li sistema accanto alla porta di ingresso. Si toglie anche la giacca un po’ umida di pioggia, la lascia sull’appendiabiti che ha visto di sicuro tempi migliori. “Simone? C’è nessuno?”
Nessuna risposta.
Non si preoccupa, non realmente, non nel modo in cui una madre potrebbe preoccuparsi – ché è vero che Manuel l’ha fatta disperare più volte di quante ne possa contare sulle dita di entrambe le mani e che per poco non ci sono rimasti secchi entrambi grazie alle sue brillanti trovate; ma è anche vero che quando si tratta di Simone, nelle ultime settimane, suo figlio ha dimostrato di possedere un solido senso della responsabilità di cui non aveva mai fatto sfoggio in precedenza e Anita sa, istintivamente, che non può essergli successo nulla, perché è Manuel stesso che non permetterebbe mai che qualcosa possa succedere a Simone.
Un po’ – forse più di un po’, ché l’altro giorno l’ha visto infilare due ombrelli al posto di uno nello zaino perché Simone se lo dimentica sempre e le è venuto da piangere – la intenerisce, il modo in cui è così premuroso nei suoi confronti.
In ogni caso, pur non essendo preoccupata, è comunque confusa.
Stamo a casa a studià oggi, ce trovi qua quando torni, le ha scritto Manuel poco dopo essere uscito da scuola, e Anita ha imparato a capire che quando parla al plurale, si riferisce sempre a lui e Simone, come se fossero due entità inseparabili, come se essere insieme fosse la loro condizione naturale e specificarlo fosse inutile.
Per cui, si aspettava di trovarli qui, a studiare nel migliore dei casi e a non fare un cazzo come la maggior parte delle volte nel peggiore.
Invece, quando entra in cucina, trova solo Manuel.
Davanti agli occhi le si presenta una scena che definire surreale sarebbe un eufemismo – Manuel, con un paio di cuffie enormi, che muove la testa al ritmo della canzone che sta ascoltando e che sfoglia, pigro, il vocabolario di latino, mentre con la mano libera giocherella col tappo della bic nera che sta reggendo, prima di scribacchiare distrattamente qualcosa sul quaderno. Dopo un paio di secondi si ferma, rilegge quello che ha scritto, preme le labbra insieme in una smorfia e scrolla le spalle.
Sarebbe un’immagine quasi normale, se solo Anita lo avesse mai visto tirare giù il dizionario di latino dallo scaffale della sua camera. Sinceramente, non era neanche sicura che Manuel ne conoscesse la collocazione.
Confusa, si avvicina a suo figlio e abbassa le cuffie, prima di chiedergli, “Oh, ma che succede?”
Manuel emette uno strano verso a metà tra la sorpresa e il terrore e salta sulla sedia, porta una mano al cuore. Impiega un secondo a metterla a fuoco, poi, una volta capito che si tratta di lei, le lancia un’occhiataccia, senza smettere di accarezzarsi il petto.
“Dio santo, ma’,” butta fuori, il respiro irregolare. Sfila le cuffie, le poggia sul tavolo. “M’hai fatto veni’ ‘n infarto, ma che se fa così?”
“Quante storie. Sei giovane, sopravviverai.” Anita ridacchia alla sua espressione offesa, si appoggia al bancone della cucina per osservarlo. “Che è successo? Non dovevi studia’ co’ Simone?”
La risposta di Manuel è uno sbuffo, tanto per cambiare.
“Eh, dovevo.” Arriccia il naso, come infastidito, ma Anita riconosce il sorriso che minaccia di sollevargli gli angoli delle labbra e che Manuel sta cercando di reprimere. “Quel coglione s’è addormentato con la faccia sul libro di latino.”
“Così, de botto? Alle–” Controlla l’orario sull’orologio appeso alla parete di fronte. “–cinque del pomeriggio?”
“Eh, che te devo di’. Il latino magari non apre la mente ma de sicuro concilia il sonno.” Si passa una mano tra i ricci disordinati, arruffandoli ancora di più, e rilascia un piccolo sospiro. La voce gli si fa più dolce quando aggiunge, “So’ i farmaci. Lo stancano un botto. Nun è colpa sua.”
Un po’ la fa sorridere e un po’ la fa commuovere, il modo in cui Manuel si è scoperto così protettivo nei confronti di Simone, al punto da sentire il bisogno di giustificarlo anche per qualcosa di assolutamente normale come addormentarsi nel pomeriggio. Anita non è mai stata bravissima a capirlo e ormai è scesa a patti col fatto che non saprà mai tutto di lui, ma le sembra evidente l’affetto e l’amore e la cura che Manuel mette in ogni cosa che fa e dice quando si tratta di Simone, e si chiede se non se ne sia reso conto pure Simone.
Deglutisce. Sente uno strano groppo in gola. Si domanda se è quello che ti succede quando realizzi che tuo figlio sta crescendo e cambiando sotto i tuoi occhi.
Si schiarisce la voce, un po’ per cambiare argomento e un po’ perché non vuole che Manuel noti che è sull’orlo delle lacrime per qualcosa di così sciocco.
“E tu che stai a fa’?”
Manuel, in tutta risposta, si stringe nelle spalle e il volto gli si contorce in qualcosa che è a metà tra un sorriso e una smorfia.
“Secondo te? ‘Na lettura di piacere?” Indica il dizionario, con aria un po’ irritata e un po’ sconsolata, un’impresa che probabilmente riesce solo a lui. “Sto a fa’ la versione pe’ domani.”
Anita batte le palpebre una volta. Due. Tre. Si chiede se, dopo un’intera giornata trascorsa a passare da una lingua all’altra, il meccanismo atto alla decodifica del linguaggio nel suo cervello non sia definitivamente impazzito e ora stia recependo parole a caso.
“La versione,” gli fa eco. “Tu.”
Manuel annuisce come se fosse ovvio.
“Eh,” dice. Allarga le braccia in maniera un po’ teatrale, come a dire solo io ce sto, questo passa il convento. “Io.”
Cerca di dare un senso a questa informazione, ma i ricordi di questi quattro anni in cui Manuel ha frequentato il Da Vinci tornano prepotenti a far capolino nella sua mente e in nessuno di questi Anita lo ha mai visto sedersi anche solo due minuti per fare mezzo compito, figuriamoci prendere il vecchio vocabolario che risale ai suoi anni del liceo e fare una versione intera.
“Ma da quando fai le versioni?” chiede, e ritiene che il suo tono un po’ sorpreso sia, se non meritato, quantomeno assolutamente giustificato, visti i trascorsi a cui suo figlio l’ha abituata.
Manuel non sembra pensarla allo stesso modo e, invece, la guarda con un cipiglio indignato. “Da sempre?”
“Da sempre? Manuel, sono quattro anni che hai fisso il debito in latino.”
“Non è vero, l’anno scorso non l’ho avuto.”
“Perché t’hanno bocciato direttamente.”
“Vabbè, se mo ti vuoi mettere a fa’ la punta al cazzo, però–”
“Manuel!”
“Sssh! Ma sei scema? Smettila de strilla’, ce sta Simone che dorme.”
Le fa immediatamente segno di abbassare la voce. Per un attimo, restano entrambi in silenzio, in attesa di sapere se il loro scambio di battute abbia svegliato Simone, ma nessun rumore arriva dalla camera di Manuel. Quando risulta evidente che Simone, beato lui, sta ancora dormendo il sonno dei giusti, Manuel tira un sospiro di sollievo e Anita sente le labbra che si piegano in un sorriso divertito.
“Che carino che sei, tutto preoccupato,” gli dice, allungando appena la gamba per dare un colpetto gentile al suo stinco. Trattiene a stento una risata.
Un lieve, quasi impercettibile rossore si diffonde sul volto di Manuel.
“Non te fa’ strane idee,” borbotta, distogliendo lo sguardo. “È che se quello se sveglia de soprassalto poi sta imbronciato tutto il giorno, ‘na cosa tremenda, non puoi capi’. Fidate che lo faccio pure pe’ te.”
“Mh-hm.” Anita sente il sorriso che le si allarga sul volto. “Certo, certo.”
“E comunque–” continua, cercando di fare del suo meglio per ignorarla, anche se non sembra riuscirgli particolarmente bene, a giudicare dal modo in cui il rossore si sta facendo strada lungo il suo collo. “Non è che sto proprio a fa’ la versione.”
“La stai a copia’?”
“No, che sei pazza? Lombardi ce sgamerebbe in tre secondi, so’ sicuro che quello c’ha il sesto senso.” Si massaggia la nuca con fare imbarazzato. “Diciamo che sto a tenta’ de fa’ ‘sta versione, ma nun c’ha senso. Però almeno Simone può aggiusta’ questa quando se sveglia, invece de parti’ da zero.” Riporta lo sguardo sul quaderno. Si passa una mano sulla faccia, sconsolato. “Anche se, oddio, se riesce a capi’ qualcosa da ‘sta roba je devono da’ il posto de Lombardi direttamente.”
Anita lo osserva per qualche secondo mentre Manuel rilegge la sua traduzione con aria progressivamente più avvilita – le sopracciglia un po’ aggrottate, gli incisivi che affondano nel labbro inferiore, una smorfia che gli accartoccia il volto. I capelli gli ricadono in una massa confusa sulla fronte, segno che ha trascorso l’ultima mezz’ora a passarvi le mani come fa quando è concentrato, e in qualche modo è riuscito a sporcarsi entrambe le mani di inchiostro pur non essendo mancino.
Pensa che il cuore umano non è fatto per contenere tutto il bene che sente per questo ragazzo cocciuto e impossibile con cui si è ritrovata a condividere la vita.
Si avvicina piano, gli stringe un braccio attorno alle spalle in una sorta di abbraccio impacciato e si abbassa per posargli un bacio tra i capelli.
“Simone è un ragazzo fortunato,” sussurra.
Manuel arrossisce di nuovo. Il suo volto, a parer di Anita, emana abbastanza calore da poter tranquillamente alimentare questo appartamento per un paio di settimane.
“Non è come pensi,” si affretta a mettere in chiaro.
E Anita potrebbe prenderlo in giro e punzecchiarlo, ché a questo punto le pare abbastanza ovvio che sia esattamente come pensa, e l’ha capito lei, l’ha capito Manuel e forse l’ha capito pure Simone, che sono settimane che lascia che sia Manuel ad aiutarlo nel difficile compito di rimettersi insieme e lo fa con una fiducia quasi disarmante che lascia Anita senza fiato.
Ma sente che sono inciampati un po’ per caso e un po’ per una qualche contorta, nascosta volontà in una conversazione importante e vuole darle il giusto peso, cercare di farsi carico delle insicurezze di Manuel e delle sue paure, e sostituirle invece con la convinzione incrollabile che è amato, sempre e comunque, e niente potrà cambiare questo dato di fatto, questa condizione di base che è il fondamento su cui ha costruito questa intera vita.
Per cui posa un altro bacio tra i suoi capelli, lieve, e gli dice, il più delicatamente possibile, come se stesse cercando di aiutare un animaletto ferito che ricerca spasmodicamente un tocco gentile e che, allo stesso tempo, tenta di azzannare la mano che lo sta aiutando, “Guarda che non ci sarebbe niente di male se fosse come penso.”
Manuel resta fermo per un secondo, ad Anita sembra che neppure respiri.
Poi, con voce esitante, “No?” chiede.
Poggia il mento sui ricci disordinati, soffici come la prima volta che li ha sfiorati, quasi con timore reverenziale nei confronti di qualcosa di così minuto e fragile eppure così pieno di vita e di voglia di urlare il suo disappunto davanti all’idea di essere al mondo. Tenerlo in braccio per la prima volta era stata una rivelazione e ora – ora che è qui, con un braccio attorno alle spalle di Manuel, la testa che riposa sulla sua e la mano libera che gli lascia carezze gentili sopra la manica della sua felpa – sente la stessa chiarissima, totalizzante devozione che ha sentito quasi diciotto anni fa, quando ha avuto il privilegio di diventare sua madre.
“No,” conferma. “Assolutamente. Non cambierebbe niente.”
Gli dà il tempo per capirlo. Per accettarlo, ché Manuel ama così tanto, in modo così intenso, ma poi sembra fare una fatica immensa a lasciarsi amare nello stesso modo.
“Non è comunque come pensi,” dice, infine. La voce è un po’ meno esitante, un po’ più sicura. Come se la paura non fosse del tutto scomparsa, ma si fosse affievolita. “Però–” Si morde le labbra. Prende un respiro profondo. “Potrebbe esserlo, forse. Non lo so. È tutto un po’–” Deglutisce. “Confuso.”
Anita sorride. La mano si ferma sulla sua spalla, la stringe un po’ come a fargli sentire che è lì, sempre. D’altro canto, dove dovrebbe mai andare senza Manuel, se lo scopo della sua vita è quello di amarlo?
“Va bene,” lo rassicura. Lascia l’ennesimo bacio tra i suoi capelli, nella speranza che tutto questo amore che sente in qualche modo gli arrivi. “Grazie per avermelo detto.”
A queste parole, Manuel emette uno sbuffo un po’ divertito e un po’ isterico. “Guarda che hai fatto tutto da sola.”
Le sembra naturale assestargli un pugno sul braccio, così lieve che sembra quasi una carezza.
“Cretino,” dice, ma sta sorridendo. Sa che sta sorridendo anche Manuel. “Vabbè, grazie per avermi assecondata, che ti devo di’.”
La tensione che ancora si agitava sotto la superficie placida di questo momento si dissipa nella risata che Manuel rilascia, un po’ sollievo e un po’ paura, e Anita lo stringe forte, come se potesse proteggerlo, offrirgli di nuovo i battiti del suo cuore, lo scudo della sua pelle. Posa un altro bacio sulla sua testa riccioluta e sente le lacrime affiorarle agli occhi, e pensa che non c’è niente al mondo che non farebbe per questa persona che non si ricorda mai di rimettere l’acqua in frigo e che si rapporta coi piatti da lavare nello stesso modo di un bambino di cinque mesi che non vede sua madre nel suo immediato campo visivo, vale a dire convincendosi della loro non-esistenza.
Che cosa assurda, questa di portare in grembo qualcuno per nove mesi e poi vederlo crescere in modi così imprevedibili eppure così belli.
Anita non pensa si abituerà mai.
“Manuel?”
La voce un po’ assonnata di Simone si fa largo nella cucina, e qualche secondo dopo Simone compare sulla soglia della porta. Ha i capelli un po’ ammassati e il volto stropicciato di chi si è appena svegliato senza sapere bene in che anno si trovi. Dell’incidente non conserva quasi più alcuna traccia, se non per qualche piccola cicatrice sul volto appena visibile in questa luce, il tutore che ancora porta al braccio e una vaga malinconia che sembra essergli rimasta un po’ incollata addosso e che si dissipa, come neve in una giornata di primavera, quando Manuel lo guarda.
Improvvisamente Anita vorrebbe abbracciare pure lui; dirgli che è felice che sia qui, in questa giornata piovosa, a condividere lo spazio ristretto di questa cucina; ringraziarlo per aver insegnato a Manuel il modo per lasciarsi amare.
Invece, si raddrizza, lasciando andare Manuel che, al momento, sembra aver perso la facoltà di respirare, e gli sorride, gentile.
“Ciao, Simone. Scusa, t’abbiamo svegliato?”
Simone arrossisce. Si strofina un po’ gli occhi. “Ciao, Anita. No, tranquilla, mi sono svegliato da solo.”
Abbassa lo sguardo su Manuel, che non si è mosso di un centimetro da dove Anita l’ha lasciato e sembra impegnato a vivere due o tre crisi esistenziali diverse nello stesso momento. Quasi le scappa una risata, ma si contiene perché non vuole mettere in imbarazzo Manuel più di quanto non stia facendo – con incredibile successo – lui stesso.
“Scusa,” aggiunge Simone, interpretando male il silenzio di Manuel. Una smorfia contrita gli si dipinge sul volto. “Dovevamo fa’ latino e mi sono addormentato come un coglione. Mi dispiace.”
E Manuel – che solo dieci minuti prima aveva detto la stessa identica cosa – scuote la testa così velocemente che è un miracolo che non si sia spezzato l’osso del collo.
“Ma va’.” Scrolla le spalle con una disinvoltura quasi eccessiva. “Te devo ricorda’ tutte le volte che me so’ addormentato mentre cercavi de farme entra’ ‘n testa qualcosa de matematica? Stamo pari.” E, prima che Simone possa dire qualsiasi altra cosa, si alza dalla sedia e lo raggiunge, una mano alla base della schiena come a guidarlo. “Te faccio ‘na tisana e poi ce mettiamo a fa’ latino?”
Simone sobbalza appena quando sente i polpastrelli di Manuel sfiorare la sua pelle sopra il tessuto della sua felpa, ma non si scosta.
Invece, rilascia una piccola risata. “Da quando c’hai le tisane, tu?”
Anita non può fare a meno di punzecchiarlo e chiedergli, “Già, Manuel, da quando abbiamo le tisane?”
Manuel alza gli occhi al cielo. Il volto gli si fa un po’ rosso.
“Da mo.” Le lancia un’occhiataccia, prima di tornare a guardare Simone, con occhi enormi e un piccolo sorriso sul volto. “La vuoi o no?”
La pioggia picchietta ancora contro i vetri della cucina. Anita li guarda per un attimo – Simone che sorride con uno di quei rarissimi sorrisi che gli arrivano fino agli occhi e che, forse in maniera inconsapevole, si rilassa sotto il tocco di Manuel, e Manuel che lascia scorrere, senza neanche farci caso, le sue dita lungo la spina dorsale di Simone, come a rassicurarlo. La tensione che, mesi fa, sembrava essersi annidata tra le scapole di Simone ora si dissolve sotto il palmo di Manuel, e, a dispetto di quello che Manuel le ha detto, non le sembra affatto confuso.
Le sembra la cosa più chiara del mondo.
4.
“Ancora non t’ho ringraziato,” dice Anita dopo qualche minuto di silenzio, in cui si erano limitati a lasciare che il tintinnio della ceramica e lo scroscio dell’acqua del rubinetto riempissero la cucina di villa Balestra.
Simone – che era sul punto di porgerle l’ennesima stoviglia da asciugare – è chiaramente sorpreso dalle sue parole e resta un attimo fermo a guardarla, la mano a mezz’aria che regge il piatto, le sopracciglia corrugate in un’espressione interrogativa e la bocca leggermente aperta, come a farle una domanda che non arriva immediatamente.
“Per cosa?” chiede, infine.
Anita afferra il piatto che Simone ancora regge in mano. Gli sorride, incrociando il suo sguardo confuso.
“Per aver aiutato Manuel,” spiega. Agguanta di nuovo lo strofinaccio che stava utilizzando e ritorna ad asciugare il piatto con cura, prima di impilarlo sugli altri già lavati e asciugati. “Se non fosse stato per te, non so se avrebbe passato ‘st’esame informale.”
La cena – che Dante ha insistito per organizzare con lo scopo di festeggiare il fatto che sia Simone che Manuel, a dispetto di tutto, abbiano superato l’esame e siano stati ammessi in quarta, e che Simone e Manuel hanno trascorso a sorridersi dai due lati della tavola pensando anche di passare inosservati – si è conclusa da un po’. Manuel e Dante sono spariti nello studio di quest’ultimo circa dieci minuti fa, a parlare di libri di filosofia che Dante ritiene possano piacergli, mentre Virginia si è dileguata già da tempo con un sorrisetto e un ho un appuntamento a teatro con Attilio, che ha elicitato un identico verso di disgusto da parte di Dante e Simone e una risata esplosiva da parte di Manuel.
Dopo un paio di tira e molla – Non devi, posso lavarli da solo, sei ospite qui, ti giuro che il giorno in cui papà si decide a far riparare la lavastoviglie sparo i fuochi d’artificio, va bene però io lavo e tu asciughi – Simone si è convinto a lasciarsi aiutare coi piatti ed ora sono qui, in questa cucina silenziosa, la brezza estiva che arriva dalla porta della veranda lasciata aperta e che accarezza, gentile, i loro volti mentre loro sono intenti a lavare, asciugare, impilare in un silenzio che non è imbarazzato o vuoto, ma che sa, finalmente, di pace.
Simone ci mette un attimo per rispondere, come se stesse cercando le parole giuste. Ad Anita piace la cura che mette in ogni cosa; le piace il modo in cui dà il giusto peso a quello che gli ha detto; le piace persino il fatto che riesca a trasformare anche una conversazione come questa – un banale scambio di battute a fine cena, mentre sono impegnati a lavare le stoviglie – in qualcosa di importante. Capisce perché Manuel sia così preso da lui, perché lo sia stato dal primo momento anche se non riusciva a capirlo – accanto a Simone, il mondo sembra farsi più vero, come se fosse lui a dargli un significato.
“Non credo di aver fatto granché,” dice, infine, stringendosi nelle spalle.
È un’abitudine che non l’ha abbandonato del tutto, nonostante sembri aver preso un po’ di confidenza con il proprio corpo in questi mesi. La schiena non è più curva in avanti, come se fosse finalmente sceso a patti con la sua altezza e avesse trovato il suo baricentro, ma Anita può ancora leggere, nella linea delle sue spalle, quella tendenza a farsi piccolo, come a scomparire. Suppone che ci vorrà del tempo per disimparare un’abitudine così radicata, ma sente che è quello che Simone si sta dando, per una volta.
Tempo, per capirsi e ricostruirsi pian piano.
“Anzi,” continua, senza far caso allo sguardo di Anita. “Ha fatto tutto da solo, io ho solo cercato di spronarlo. Manuel è–” Un piccolo sorriso gli piega le labbra verso l’alto. È così dolce che Anita quasi si sente come si fosse intrufolata in qualcosa di intimo e privato che non avrebbe dovuto vedere. Sembra voler dire un milione di cose, ma poi scuote piano la testa e si accontenta di mormorare, “È molto più capace di quello che crede.”
Annuisce. Il cuore le si stringe in una morsa che non sa se sia piacevole o meno.
“Lo so.”
Simone annuisce a sua volta, come se la stessa sensazione attanagliasse anche il suo cuore.
“Vorrei solo che–” Sospira, un po’ frustrato e un po’ dolce. “Che lo vedesse.”
C’è così tanto – esasperazione, rassegnazione, amore, così tanto amore – in queste poche parole che Anita non sa bene come replicare. Posa la mano sul braccio di Simone. È più lieve di una carezza, ma Simone si volta lo stesso nella sua direzione, un po’ sorpreso, come se non fosse del tutto abituato all’idea di essere sfiorato.
Gli offre un piccolo sorriso.
“Grazie per aver cercato di farglielo vedere.”
Per avergli spiegato come fare a lasciarsi amare. Per avergli insegnato ad essere vulnerabile e non averne paura. Per non averlo lasciato e per avergli permesso di non lasciarti.
Lui annuisce, piano. Si schiarisce la voce.
“Ha fatto lo stesso con me,” dice, con il volto piegato in qualcosa a metà tra un sorriso e una smorfia. “Se non fosse stato per lui in questi mesi, io–” Si stringe di nuovo nelle spalle. Scuote di nuovo la testa. “Non lo so. Sarebbe stato tutto più difficile.”
L’improvviso desiderio di abbracciarlo e rassicurarlo le toglie il fiato. Simone parla con semplicità di quello che gli è successo, e la sorprende la limpida onestà delle sue parole, la naturalezza con cui mostra parte delle sue fragilità. Pensa a Manuel, al modo in cui, come a farsi perdonare per tutte le mancanze di prima, sembra sempre impegnato nel tentativo di offrirgli una rassicurazione – un sorriso ogni volta che incrocia il suo sguardo, una mano posata alla base della sua schiena, un braccio attorno alle spalle – e si chiede se forse parte della facilità con cui Simone accetta la sua stessa vulnerabilità non venga dal fatto che sa che ci sarà qualcuno che di quella vulnerabilità si prenderà cura.
Lo sai perché lo fa, vorrebbe dirgli, ma non le piace impicciarsi e non vuole togliere a Manuel la possibilità di scegliere quando e come dirglielo, se mai vorrà. Sente che questo è un discorso che devono affrontare da soli, che né lei né Dante devono entrarci e affrettare i tempi, ché hanno già fatto abbastanza danni in passato e non tocca a loro decidere di questo.
Per cui, gli sorride di nuovo e gli chiede, “Come stai?” E, memore dei quasi diciotto anni di esperienza con Manuel, aggiunge, “Non devi parlarne se non vuoi.”
Simone sembra rifletterci di nuovo. Non si chiude a riccio come Manuel, ma attende qualche attimo prima di rispondere. Sciacqua l’ennesimo piatto sotto il rubinetto, glielo passa con la stessa meticolosa attenzione che riserva a tutto, poi sospira.
“Meglio, credo,” dice, infine. “Certi giorni sono più pesanti di altri, ma a volte ci sono giorni come questo e–” Il volto gli si apre in un piccolo sorriso che fa comparire delle fossette sulle sue guance. “E mi sembra che ne valga la pena. Ha senso?”
Anita lo osserva per un attimo – ha il viso un po’ arrossato per via del sole che ha preso, dato che immediatamente dopo l’esame Manuel ha insistito per portarlo al mare e sono rimasti lì per tutta la giornata. Il naso è completamente spellato, ma sulla fronte e sulle guance gli sono comparse un paio di piccolissime lentiggini che danno una luminosità diversa al suo volto. Gli occhi sono enormi e le sembrano brillare un po’ di più rispetto alla prima volta in cui lo ha visto, mesi fa. Un leggero sorriso aleggia sulle sue labbra da quando è tornato a casa assieme a Manuel, i capelli sono increspati per via dell’aria salmastra che gli è rimasta incollata addosso, e la maglia che indossa è leggermente stropicciata, come se fosse rimasta piegata sul fondo dello zaino per un po’.
Non le è mai sembrato così diverso dal Simone coi capelli perfettamente pettinati e i vestiti in ordine che ha visto nella sua cucina mesi fa, e, allo stesso tempo, non le è mai sembrato così vivo.
“Certo che ha senso,” gli dice. Gli angoli delle labbra le si piegano in un sorriso che spera riesca a comunicare tutto l’affetto che sente in questo momento. “Sono felice di sentirtelo dire.”
Una lieve sfumatura di rosa colora il volto già rosso di Simone, come se dovesse ancora abituarsi del tutto a queste attenzioni.
“Grazie,” replica, sottovoce. Fissa per un attimo i pochi piatti rimasti nel lavello. “Mi dispiace per– Insomma, per tutto. Per avervi fatto preoccupare e– per il casino che ho fatto.”
Questa volta, la presa sul braccio di Simone è più forte, quasi come se Anita stesse cercando di trattenerlo qui.
“Non lo devi neanche dire.” La mano risale piano verso il suo volto, gli lascia una carezza gentile e gli occhi di Simone si fanno un po’ lucidi, come se fosse sorpreso da questo tocco volto a confortarlo. “Non ti devi scusare. Va tutto bene, non hai fatto nessun casino. Siamo solo felici che tu stia bene. Capito?”
Simone annuisce, piano. Resta in silenzio per qualche secondo, la osserva lasciar cadere la mano come se fosse ancora un po’ stupito.
“È ancora difficile, a volte,” confessa, poi, e ad Anita sembra così piccolo , nonostante sia più alto di lei di almeno quindici centimetri. “Ma– non dirlo a mio padre altrimenti si monta la testa e chi lo sente, ma c’aveva ragione. La terapia aiuta. E–” Rilascia un sospiro che sembra una risata annacquata. Delle rughe quasi invisibili compaiono agli angoli dei suoi occhi quando sorride. “Anche Manuel, a modo suo.” Ci riflette un attimo. “Soprattutto Manuel.”
Anita ripensa al sorriso con cui sono entrati in casa mentre loro già li aspettavano a tavola. Alla naturalezza con cui i loro corpi sembrano gravitare uno attorno all’altro, al modo in cui Manuel poggia una mano sul braccio di Simone senza neanche pensarci, alla semplicità con cui Simone fa scontrare le loro spalle quando vuole prenderlo in giro, ai colpetti che Manuel dà al suo piede quando cerca di confortarlo senza bisogno di parole. Alla sicurezza con cui Simone si gira verso Manuel, ogni volta, come se sapesse in maniera istintiva che sarà sempre lì al suo fianco.
Le viene in mente quel pomeriggio di mesi fa, quando aveva capito che Simone si era innamorato di Manuel e aveva letto la paura nel suo sguardo davanti a quel sentimento. Non c’è niente del genere, ora, sul suo volto: è come se Simone avesse preso confidenza con questo amore così come ha fatto col suo corpo, come se vi fosse cresciuto dentro – come quei maglioni di una taglia in più che Anita comprava a Manuel quando era più piccolo, in modo che gli potessero durare un paio di anni –, ne avesse preso pieno possesso e ora non ne avesse più paura.
È bello da vedere, come questo amore non lo faccia più a pezzi ma lo metta pian piano insieme.
Le viene spontaneo chiedergli, “Gli vuoi bene, vero?”
E Simone sorride, rassegnato e divertito al tempo stesso, e solleva appena una spalla. Non s’imbarazza, e un po’ la sorprende il modo in cui è capace di arrossire per una parola gentile, e poi parlare d’amore così tranquillamente.
“Sì,” dice, con serenità assoluta. “È così evidente?”
E forse è proprio quello che Manuel si merita – qualcuno che lo ami così, come se fosse naturale, come se non vi fossero incertezze e imbarazzi, come se, nonostante tutto, amare fosse bello e facile come respirare.
“Un po’.” Incrocia il suo sguardo e gli offre un sorriso mentre afferra il bicchiere che Simone le sta porgendo. “Ma è ‘na cosa bella, eh. L’amore è sempre ‘na cosa bella, anche se a volte è ‘na mazzata.”
Una piccola risata sfugge alle labbra di Simone e gli fa tremare le spalle.
“Sto iniziando a rendermene conto,” dice.
Sembra essere sul punto di aggiungere qualcos’altro, ma proprio in quel momento–
“Oh.”
Manuel annuncia il suo ingresso in cucina con la solita grazia ed eleganza che lo contraddistinguono, e quando sia Simone che Anita si voltano nella sua direzione, se lo ritrovano appoggiato allo stipite della porta, con le braccia incrociate, a fissarli con aria confusa. Se Simone sembra appena un po’ più disordinato del solito, Manuel pare essersi azzuffato con qualcuno e aver avuto la peggio, col volto arrossato, i ricci crespi e sparati in tutte le direzioni e i vestiti completamente sgualciti.
“Ma che state a fa’?”
Anita alza gli occhi al cielo. “I piatti, Manuel,” replica. “So che per te è un concetto nuovo, ma questo è quello che fanno le persone normali dopo aver mangiato.”
Sente, ancor prima di vedere, la risata di Simone. Rimbomba un po’ nella cucina, e Anita pensa che è un bel suono, e che Simone si merita di ridere così tutti i giorni.
“Simpaticissima. Una fine umorista. Hai pensato de fa’ il provino pe’ Zelig? Sicuro te prendono co’ ‘sto repertorio scoppiettante che c’hai,” borbotta Manuel in risposta, facendo qualche passo nella loro direzione. Mette su un broncio prima di aggiungere, “E comunque, pe’ tua informazione, so cosa vuol dire fare i piatti.”
Ad Anita viene da ridere davanti all’assoluta serietà di quest’affermazione surreale.
“Non si direbbe.”
“Ma se ho sempre fatto io i piatti quando Simone s’è fermato da noi–”
“Solo perché ho avuto un braccio ingessato per un mese e mezzo,” interviene Simone, il sorriso chiaramente udibile nella sua voce.
Manuel si volta nella sua direzione con un’espressione indignata, come se Simone lo avesse appena pugnalato alle spalle.
“Simo’, manco a fa’ così, però,” dice, ma gli angoli delle sue labbra hanno un fremito prima ancora che abbia terminato la frase, e per quando le parole hanno lasciato la sua bocca sta già sorridendo, un sorriso così ampio che Anita si chiede se non gli faccia male il volto.
È evidente da questo sorriso che qualsiasi traccia di confusione che Manuel ancora si portava dietro sia sparita per sempre dopo questa giornata.
Simone ricambia il sorriso, gli occhi gli si illuminano.
“Scusa,” dice, ma entrambi sembrano aver dimenticato di cosa stavano parlando e si limitano a guardarsi e a sorridersi come due rintronati.
Ah.
Anita capisce al volo.
“Vado a cercare Dante,” annuncia, non si sa bene a chi visto che Simone e Manuel sembrano troppo occupati a fissarsi come se non si fossero mai visti prima per prestare attenzione a qualsiasi altra cosa nel loro campo visivo. “Ci vediamo dopo, eh?”
Ha a malapena fatto qualche passo nel corridoio che porta verso lo studio di Dante, quando sente la voce di Manuel dalla cucina. E Anita non vuole origliare, davvero, ché lei non è mica Dante e cerca di farsi i fatti suoi il più possibile a differenza di qualcun altro, ma il corridoio è silenzioso e la voce di Manuel rimbomba e non può fare a meno di sentire e–
“Senti,” dice Manuel. C’è un po’ di imbarazzo nelle sue parole. “Oggi…al mare–”
La voce di Simone è così piena di speranza che le fa quasi male il cuore. “Sì?”
Manuel impiega un secondo per continuare.
“È stato… bello.” Un attimo di silenzio. Anita se lo immagina diventare rosso, torturarsi le mani come fa quando è nervoso. “Pensavo che… che potevamo rifarlo, ‘na sera di queste. Usci’, anna’ da qualche parte. Io e te.”
C’è un attimo di silenzio, poi–
“Tipo un appuntamento?”
“Eh.” Manuel sospira. “Tipo.”
Simone non esita neppure un secondo. “Sì.”
“Sì?”
Una risata, dolce. “Sì.”
“Ah.” Un respiro profondo da parte di Manuel. Un altro. Non capisce se stia tirando un sospiro di sollievo o se stia avendo una crisi respiratoria. Forse entrambe. “Okay. Bene. Ottimo. Perfetto.”
La risata di Simone inonda il corridoio, poi c’è silenzio.
L’ultima cosa che sente prima di andare davvero a cercare Dante e smetterla di impicciarsi è Simone che, divertito, chiede, “Mo mi dai ‘na mano co’ sti piatti, visto che sei tanto esperto?”
+1
Il sole sta tramontando e Anita è sul terrazzo a recuperare i panni che ha stesso qualche ora prima, quando il silenzio tipico delle sere d’estate in città viene spezzato dal familiare rombo di una Vespa.
Nell’arancione-rosato del tramonto, vede dapprima la Vespa bianca fermarsi davanti al garage, poi intravede la figura di Manuel che lascia andare i fianchi di Simone e scende dal sellino con disinvoltura. Simone scende a sua volta, afferra il casco che Manuel gli sta porgendo, lo ripone sotto il sellino e si volta di nuovo nella direzione di Manuel.
In questa luce, coi raggi del sole che cadono di sbieco, Anita non distingue bene i loro volti, ma è abbastanza sicura stiano sorridendo.
D’altro canto, hanno fatto poco altro in queste settimane.
Manuel dice qualcosa che, un po’ per la lontananza e un po’ per il fatto che quando sono insieme tendono a parlare a voce bassa, come immersi nella loro bolla personale, Anita non riesce a captare e Simone rilascia una piccola risata. Se ne accorge da come getta il capo indietro, con una naturalezza che a inizio anno non possedeva affatto e che gli sta incredibilmente bene addosso. Anche Manuel ride, ma non distoglie lo sguardo da lui, come se non volesse perdersi neppure un secondo di quello spettacolo.
“Ci vediamo domani.” La voce di Simone arriva un po’ ovattata, ma Anita sente ugualmente il sorriso nel suo tono. “Passi tu da me?”
Manuel annuisce. Poi, senza dire altro, si alza sulle punte dei piedi, prende il volto di Simone tra le mani e lo bacia con disarmante facilità.
Davanti a questa scena, Anita distoglie lo sguardo per offrire loro un po’ di privacy, anche se non si sono accorti della sua presenza. Non è una sorpresa, non realmente – benché non si siano mai lasciati andare ad effusioni in sua presenza, le è apparso evidente che qualcosa deve essere cambiato nel loro rapporto a partire da quella cena di qualche settimana fa. Lo vede nel modo in cui si sorridono; nella facilità con cui le mani di Simone sembrano indugiare sulla pelle di Manuel in gesti che appaiono assolutamente naturali; negli sguardi che Manuel gli lancia quando pensa che Anita non stia prestando attenzione; persino nel guardaroba di Manuel che sembra essersi riempito di maglie di qualche taglia in più sui toni dell’azzurrino e del blu scuro. È evidente che qualcosa sia successo e non ci sia più confusione, e questo bacio è una conferma di cui Anita non aveva realmente bisogno dopo averli osservati per così tanto tempo e aver imparato a capirli.
Ma sente che è giusto così, che è importante lasciar loro i loro spazi e i loro tempi senza insistere o impicciarsi. Sa, con certezza assoluta, che Manuel gliene parlerà quando vorrà.
Per ora è solo grata di saperli entrambi felici.
La Vespa riparte poco dopo con lo stesso rombo di prima e la risata di Simone, che riempie per qualche secondo questo spiazzo deserto. Qualche minuto dopo, Anita sente i passi familiari di Manuel sulle scale – le fa a due a due, come se si sentisse improvvisamente leggero, e le viene da sorridere. Pensa che questa sia la prima volta in anni che Manuel si permette di essere Manuel e basta, il ragazzo di quasi diciott’anni che non è mai stato.
“Lo so che c’hai visto.”
Le parole risuonano nel silenzio del quartiere. Manuel la raggiunge in terrazza, facendosi strada tra le lenzuola ancora stese. Queste settimane d’estate hanno donato una sfumatura più chiara ai suoi capelli e una più scura alla sua pelle, ma quello che le salta immediatamente agli occhi è il luccichio nel suo sguardo e la facilità con cui sorride, come se non ne potesse fare a meno.
Anita neanche se lo ricorda più quando l’aveva visto sorridere in questo modo per l’ultima volta.
“Non me pare che ve stavate a nascondere,” replica, inarcando le sopracciglia mentre si affretta a piegare il lenzuolo che ha appena recuperato.
“No, ‘nfatti.” Manuel scrolla le spalle. La osserva di sottecchi, come se stesse studiando la sua reazione, come se si aspettasse qualcosa da lei che evidentemente non arriva. Poi, forse spazientito, allarga un po’ le braccia e dice, “Embé? Non c’hai niente da di’? Manco un te l’avevo detto? Un alla faccia de non è come sembra?”
Lo guarda per un attimo – i capelli arruffati come al solito, gli occhi grandi che ha preso da lei, quel sorriso che minaccia di piegargli le labbra verso l’alto e quel fuoco che sembra bruciare nel suo sguardo e che le ricorda un incendio devastante e bellissimo – e vorrebbe replicare che ha tutto da dirgli. Che gli vuole un bene che non sa neppure quantificare, che darebbe la sua vita per lui e che vederlo così, sicuro di quello che prova e pronto a permettersi di viverlo, la fa sentire così fiera che quasi le gira la testa, e vorrebbe abbracciarlo e tenerlo stretto a sé per sempre e allo stesso tempo non vede l’ora di vederlo crescere ancora e scoprire assieme a lui la persona meravigliosa che diventerà, che sta già diventando, ma magari non subito, se può evitarlo, se può crescere più piano, ché non è pronta a lasciarlo andare e non lo sarà per un po’.
Invece, gli chiede solo, “Tu sei felice?”
Manuel incrocia il suo sguardo. Il sorriso sul suo volto diventa più ampio, facendo intravedere quelle fossette che Anita sa che sono lì, sotto la barba.
Annuisce. “Sì,” dice, piano. I suoi occhi sono più luminosi del tramonto attorno a loro. “So’ felice.”
Un calore improvviso le riempie il petto, piacevole e doloroso al tempo stesso. Eppure, nonostante tutto, non rinuncerebbe a questo dolore per nulla al mondo.
“E allora che devo di’?” Scrolla le spalle come fa Manuel. E che bello pensare che se Manuel ha preso qualcosa da lei, allora anche lei ha preso qualcosa da lui, che sono quello che sono perché si sono ritrovati a condividere questa vita e a farla funzionare insieme, nonostante gli intoppi e le storture. “Questo è tutto quello che conta per me.”
Non si aspetta che Manuel la abbracci, ché è sempre così schivo, ma lo fa. Stringe le braccia attorno alla sua vita, il cuore che batte velocissimo contro la schiena di Anita, e poggia il mento sulla sua spalla, anche se deve essere scomodo, considerando quant’è cresciuto negli ultimi anni, senza che Anita riuscisse a capire quando, esattamente, il bambino con una montagna di ricci che aveva preso in braccio fino al giorno prima fosse diventato questo ragazzo di un metro e ottanta troppo alto per il suo lettino.
Restano per un secondo lì, a dondolare in maniera impacciata sul terrazzo, Anita che ancora stringe tra le mani le lenzuola. Devono sembrare ridicoli, ma a nessuno dei due importa davvero.
“Grazie,” dice Manuel, con voce bassa. Nasconde il volto nella maglia leggera che Anita ha addosso. “Non solo per questo, eh. Cioè sì, anche, mica è scontato, ma– Per tutto. Per non averme cacciato de casa alla prima cazzata che ho fatto. Per volerme bene pure se so’ ‘n disastro certe volte. Grazie.”
Le lacrime le pungono gli occhi. Porta una mano su quella di Manuel, la stringe.
“Lo sai che non mi devi ringrazia’.”
“E invece sì.” Le posa un bacio veloce sulla tempia, poi, senza preavviso, la lascia andare e dice, di tutte le cose possibili, “Vabbè, che se magna stasera?”
Anita lo fissa con aria sconvolta, ancora impegnata a cercare di tenere a bada le lacrime. “Manuel, ma stavamo parlando–”
“Seh.” Si volta nella sua direzione con un ghigno divertito sul volto. I suoi occhi sono un po’ lucidi, anche se cerca di non farlo notare. “Ma te stavi pure pe’ metterte a piagne’. Ho preferito non infierire.”
Una risata le scoppia sulle labbra, un po’ commossa e un po’ esasperata.
“Cretino che sei.”
“Da qualcuno devo aver preso.”
“Manuel!”
Lo sente ridere mentre si avvia in casa e, anche se certe volte vorrebbe strozzarlo con le mani sue, pensa che non vorrebbe nessun altro suono a riempire queste stanze.
