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Il mercante di morte

Summary:

Nel momento in cui Provenza è a casa a riprendersi da una ferita, la Crimini Maggiori è chiamata ad investigare su un caso d'omicidio, in cui nulla è come sembra, ed in cui i sospetti non sembrano mancare... e con sinistre connessioni con la guerra in Afghanistan.

Work Text:

La primavera a Los Angeles quell’anno era stata magnanima; le temperature erano state leggermente sotto la media, e una brezza fresca proveniente dall’oceano aveva rinfrescato le vie colme di asfalto, vetro e cemento ed i parchi, permettendo ai cittadini di uscire spesso e volentieri anche durante le ore solitamente più calde della giornata. Elysian Heaven, uno dei consorzi abitati più lussuosi della città, non faceva certo la differenza: quelle tiepide giornate avevano mantenuto i viali e le aiuole di un verde brillante, evidenziato dall’attenzione al limite del maniacale e patologico con cui i giardinieri curavano le piante. I bambini passeggiavano mano nella mano con le loro madri, arzilli vecchietti portavano in giro minuscoli cagnolini che non sarebbero stati fuori posto in una borsetta… quell’anno, tutto era perfetto nel quartiere, e lo sapeva bene Marisol Diaz, che lì lavorava come domestica da oltre vent’anni - era stata assunta da una famiglia di armaioli scozzesi quando il quartiere privato era stato inaugurato, poi, quando la nostalgia di casa si era fatta sentire e i Connery erano tornati nella loro terra natia, lei era rimasta di servizio col nuovo proprietario. 

Purtroppo. 

Marisol amava tutti, era una donna solare, allegra, sempre col sorriso sulle labbra. C’era solo una cosa però che spegneva quel sorriso - una sola persona, per la precisione - e questo era il suo capo. Pomposo, arrogante, arricchito, depravato, irrispettoso: la trattava come una schiava, una serva, non certo una dipendente - e forse era proprio per questo che sovente lei doveva ricordargli il pagamento dello stipendio, che era sempre in ritardo. 

La donna posteggiò la sua piccola e vecchia utilitaria nel vialetto davanti alla casa, come faceva tutte le mattine - in quella fascia oraria, il suo padrone non c’era, e nessuno, se non il personale di servizio, passava di lì. C’era qualcosa di strano però quella mattina: la Tesla Y rosso fuoco, un modello quasi più unico che raro in un mare di auto elettriche bianche e nere, acquistate più per status e vanagloria che non spirito ecologista, era posteggiata davanti al garage, sul selciato di ghiaia bianca che rifletteva i raggi del sole mattutino accecando la donna. 

Marisol cercò di aprire la vettura per capire se, magari, il suo titolare fosse ancora a casa, in procinto di uscire, o tornato dentro dopo aver scordato qualcosa,  ma l’auto era chiusa a chiave: probabilmente, il gentil signore aveva deciso all’ultimo di prendere un taxi o chiamare un Uber, era insolito come comportamento ma alcune volte era già capitato che fin dall’alba rispondesse al richiamo della bottiglia e dovesse farsi scorazzare in giro da altri: un paio di volte era toccato anche a lei l’ingrato compito, e non era stato piacevole.  

Scrollò le spalle: dove andasse e cosa facesse quell’uomo, non era affar suo, a lei bastava che quando glielo ricordava le pagasse quello che le doveva - ormai aveva anche rinunciato al rispetto, all’essere trattata in modo decente, perchè tanto fare quelle richieste sarebbe stato inutile, tempo sprecato: la sua abuela  a San Cristobal avrebbe detto qualcosa del tipo che un lombrico non poteva diventare farfalla - o comunque, qualcosa del genere. 

Marisol fece scattare la porta con la copia delle chiavi che aveva da anni - le serrature non erano mai state cambiate - ed entrò, lentamente, dentro la casa; non appena varcò la soglia, avvertì una sensazione strana, quasi spettrale: brividi - un paradosso, perché non ricordava di aver mai avuto così caldo tra quelle pareti.. Col cuore in gola, i muscoli tesi pronti alla fuga, la donna, che indossava già la sua divisa azzurra, percosse il grande atrio della casa, e si diresse verso la sala. 

C’era silenzio, tra quelle mura, tanto, troppo: non le sembrava nemmeno normale, aveva come un oscuro presagio. 

Una mosca ronzava nell’aria, si posò sulla guancia di Marisol e lei la scacciò con un gesto stizzito della mano; l’insetto cadde a terra e lei lo schiacciò col piede. Marisol fece una smorfia quando sentì un odore dolciastro colpire il naso, ed il ronzio di altre mosche; si affacciò alla sala, mentre, per qualche oscuro motivo, la sua mente tornava al Messico, e alle volte in cui lei ed il suo papi preparavano la carne per la grigliata della domenica. 

Fu allora che, dopo essere caduta all’indietro, il suo urlo di terrore risuonò tra le vie ordinate, tranquille  e perfette di Elysian Heaven, facendo anche fuggire dagli alberi del parco della villa stormi di uccelli neri. 

 

***

“Non male come primo caso come capo della Crimini Maggiori, Tenente Carter.” Sollevando il nastro giallo che delimitava la scena del crimine per la tenente Carter, Flynn fece un fischio di apprezzamento a quella zona che lui aveva sempre solo visto di passaggio e dall’esterno, mentre masticava la punta di uno stuzzicadenti che teneva tra le labbra. “Trentacinque anni di servizio, e questa è la prima volta che metto piede ad Elysian Heaven.” 

“Non sei l’unico, Andy. Iniziavo a credere che qui la gente morisse solo di vecchiaia e dentro le case di riposo.” Lei gli rispose, mentre facevano un rapido cenno agli agenti che controllavano il perimetro, spostando le giacche per mostrare i distintivi di lucido metallo. “Chi è già dentro?”

“Tao è col corpo, Watson sta facendo un giro della casa con un paio di agenti di pattuglia mentre Nolan e Sykes stanno interrogando i vicini.” Arrivati alla porta d’ingresso, i due investigatori indossarono i guanti in nitrile nero e i copriscarpe, mentre ammiravano la casa: indubbiamente bella per quel che riguardava archiettetura e disposizione degli spazi, era però decisamente pacchiana, soprattutto nel gusto dell’arredamento, il che fece pensare alla poliziotta che dovesse probabilmente appartenere a qualcuno che aveva fatto tanti soldi ed in poco tempo - forse, persino più di quanti sapesse gestire o avesse mai immaginato. 

“Okay, bene. C’è una cosa che non mi torna, però…” Carter sbuffò leggermente; si morse le labbra, e si guardò intorno, leggermente preoccupata, ed anche contrariata: se le informazioni che le avevano dato sul caso, per quanto scarne, si fossero rivelate corrette, c’era qualcosa di quella storia che non le tornava. “Abbiamo una sola vittima, maggiorenne, e si tratta come hai detto tu di un caso isolato. Perché la Crimini maggiori è qui? Normalmente questo caso lo avrebbe preso la Rapine ed Omicidi.” 

“Punto primo, il codice di avviamento postale. Lo sai anche tu com’è fatto il Capo Pope, gli piace far credere ai ricchi di essere importanti. Punto secondo, il proprietario della casa lavora per la polizia di Los Angeles e per il governo. Terzo…  guarda tu stessa.” Arrivati davanti alla porta della sala, Andy fece segno a Chris di affacciarsi; il corpo era però circondato da investigatori e dal coroner, Kendall, impedendo loro la visione da dove si trovavano. Era però già forte l’odore di putrefazione. Chris fece una smorfia, sentendosi lo stomaco torcersi in una morsa quasi dolorosa: tanti anni in polizia, e non si era mai del tutto abituata al tanfo di morte. Trattenendo il respiro, prese dalla tasca della giacca di lino beige lo stick di Vaporub al mentolo, e se lo passò sotto alle narici, sperando che il solito trucchetto del mestiere funzionasse anche stavolta. 

“Kendall, Tao, signori.” Chris fece un veloce cenno col capo entrando nella stanza,  avvicinandosi al cadavere; il coroner stava ancora prendendo la temperatura del fegato con una sonda, ma scuoteva il capo, insoddisfatto. “Allora, sappiamo con cosa abbiamo a che fare?”

“Maschio adulto deceduto in seguito a morte violenta, ancora in rigor ma con decomposizione dei tessuti già iniziata. Nella stanza era stato acceso il riscaldamento quindi non so ancora di preciso quando possa essere successo, dovrò fare altre analisi.” Kendall si limitò a scrollare le spalle; ancora a terra, si voltò verso i poliziotti, sospirando. “Per adesso non posso dirvi altro, dovrete aspettare che il dottor Morales finisca l’autopsia.”

La donna si abbassò sul cadavere; nell’aria, ronzavano alcune mosche che si posavano sulle ferite aperte,  il corpo era ricoperto di piccole larve dell’insetto dai colori che andavano dal marroncino-giallastro al bianco: avevano decisamente banchettato, e a ragione. Il corpo dell’uomo era ricoperto di lividi, escoriazioni, ferite… e poi, la testa. L’intero viso dell’uomo era stato come cancellato,  distrutto da diversi colpi di pistola fino a renderlo irriconoscibile; bocca e denti non esistevano più, era persino impossibile capire quale fosse stato il colore dei capelli di quel cadavere - le ciocche rimaste attaccate al cranio erano coperte di sangue e materia cerebrale. 

“Era già a terra quando gli hanno sparato…” Chris constatò, tentando di muovere il corpo il meno possibile mentre un agente della scientifica riprendeva la scena e raccoglieva campioni. “Materia cerebrale sul tappeto. Distanza ravvicinata?”

Tao richiuse il blocco degli appunti, e fece cenno di sì col capo. “Da quello che dicono gli schizzi, sì, anche se non siamo certi né di cosa abbia provocato la morte, né se gli abbiamo sparato prima o dopo il decesso.”

“Dopo?” La donna fece schioccare la lingua contro il palato, alzandosi in piedi e guardandosi intorno: oggetti per terra, un quadro storto, una sedia rovesciata, il tavolino da caffè ribaltato - tutti chiari segni di colluttazione. In qualunque modo le cose fossero andate, il delitto era stato commesso in quella stanza, probabilmente tutto era accaduto lì. “Un po’ eccessivo. Non è più facile che abbiano voluto dargli il colpo di grazia quando hanno capito che le cose sarebbero andate per le lunghe?”

“Non credo che gli abbiano sparato al viso per ucciderlo.” Tao le disse, e fece un cenno a Kendall; il coroner, sollevò una delle mani del cadavere, e mostrò ai presenti il palmo: era nero, i polpastrelli bruciati da lesioni circolari, fresche. “Niente impronte dentali, niente riscontro facciale, niente documenti, e niente impronte digitali - gli hanno bruciato mani e braccia con una qualche sostanza corrosiva.”

“Quindi, non sappiamo nemmeno se sia il padrone di casa o meno… e possiamo solo immaginare che sia stato fatto proprio con questo scopo, per farci perdere tempo.” La donna mise le mani in tasca dei pantaloni del tailleur verde smeraldo. “Tao, accompagna il cadavere in obitorio e dì a Morales che abbiamo bisogno dei risultati dell’autopsia il prima possibile. Flynn, abbiamo un numero di cellulare per il proprietario di questo posto?”

“Sì, ce lo ha dato la governante. Abbiamo provato a chiamarlo ma risulta spento, e per adesso non lo abbiamo trovato né in casa né sembrerebbe essere in macchina, ma senza un mandato abbiamo potuto controllarla solo dall’esterno.” L’anziano detective le rispose, appoggiato allo stipite della porta con la spalla destra. “Telefono al giudice Grove per farmelo dare?” Chris non gli rispose nemmeno; quella di Andy era stata in realtà una domanda puramente retorica.

La donna uscì dalla stanza oltrepassando Flynn; fuori, nel corridoio, i detective Sykes, Nolan e  Watson li stavano già attendendo, quest’ultimo in compagnia della domestica della casa. 

“I Vicini cosa dicono?” Chiese ad Amy e Wes. 

“Quello che dicono tutti i vicini,” Amy scrollò le spalle e sollevò un angolo delle labbra in un sorriso sarcastico. “Era educato, salutava sempre, ma stava sulle sue e si faceva i fatti suoi. E soprattutto, loro non c’erano e se c’erano non hanno sentito nulla.” 

“La porta sul retro sembra però essere stata forzata,” Wes intervenne. “Quindi o non conosceva il suo assassino, o comunque è stato colto di sorpresa.”

“Telecamere?” La tenente domandò, guardandosi intorno - se un sistema di videosorveglianza c’era, era ben nascosto.

“A quanto pare, il signor McKee ama la sua privacy, niente telecamere. Idem i vicini.” Sykes scrollò le spalle. “C’è un sistema di controllo automatico all’ingresso del consorzio, ma l’amministratore dice che senza mandato non può permetterci di violare i diritti costituzionali degli abitanti del quartiere.”

“Figuriamoci se si trovano dei ricchi snob che collaborano…. vediamo se riusciamo a ottenere il mandato, e fate controllare dalla scientifica la porta. Signora, sono il Tenente Carter, Crimini Maggiori. Avrei bisogno di farle alcune domande.” Carter si rivolse alla governante, concentrando tutta la sua attenzione su di lei. La donna latina si guardò intorno tenendosi le mani al petto, occhi sgranati incrociavano quelli del Detective Watson con un certo senso di apprensione ben visibile.  Carter chiuse gli occhi e sospirò, stringendo leggermente i denti: magicamente, come accadeva spesso e volentieri con immigrati, quando qualcosa non andava nessuno parlava inglese. “ Signora, non ci importa se lei o qualcuno che conosce o con cui vive è nel paese illegalmente. Abbiamo bisogno solo che ci dica se manca qualcosa dalla casa e ci parli del suo datore di lavoro, se per caso era preoccupato per qualcosa, se sa se qualcuno lo stava minacciando...”

La governante la guardò stupita, probabilmente non aspettandosi che qualcuno di quegli agenti, oltre a Watson, parlasse effettivamente in spagnolo; si morse le labbra,  si guardò intorno e attese; il giovane detective le mise una mano sulla spalla, e le sorrise, quasi avesse voluto incoraggiare la domestica a parlare ed aprirsi. 

“Ieri a mezzogiorno sono andata via, e non c’era quel corpo. L’ho visto stamattina per la prima volta… ma io non vedo quasi mai il senior McKee. A lui non piace mischiarsi con noi!” La donna gonfiò il petto, mentre sul viso appariva un’espressione sì determinata, ma colma di rabbia ed amarezza. “Ci tratta come servi, e se qualcuno è qui illegalmente o ha qualcuno in famiglia che lo è, e lui lo sa, lui li ricatta, li… li manipola!”

“Un vero stinco di santo questo McKee…” La tenente sollevò un sopracciglio, e si voltò verso Flynn - ufficiosamente suo secondo. “Cos’altro sappiamo di lui?”

“Connor McKee, di anni quarantuno, niente moglie, niente figli, i genitori vivono in una casa di riposo a Burbank, nato e cresciuto a Los Angeles.” Flynn le rispose, scorrendo tra le note scritte a mano, nella sua calligrafia elegante, sul blocco nero. “Ha lavorato per diversi anni per un appaltatore militare operante in Iraq e Afghanistan, una società chiamata… Nighthawk Defense prima di mettersi in proprio. Ha rilevato una società concorrente, l’ha rinominata Aegis Internationa l e si è messo a produrre e smerciare armi, materiale tattico e varie ed eventuali ai nostri soldati oltreoceano.” 

“Connor McKee, hai detto?” Carter sospirò, e abbassò gli occhi, strizzandoli leggermente quasi avesse cercato di concentrarsi meglio. Qualcosa non le tornava - quel nome aveva acceso una qualche lampadina nella sua mente, ma era come se il collegamento non fosse stabile, o fosse stato interrotto. 

Quel nome le diceva qualcosa- solo, non lo sapeva nemmeno lei cosa . Eppure, ne era certa, lo aveva già sentito nominare, non ricordava né dove, né quando, quelli erano  dettagli che, insistenti, le sfuggivano. Ma era indubbio che fossero di vitale importanza. 

Ci avrebbe scommesso il distintivo.

 

“Allora, notizie del nostro fantomatico signor McKee?” Carter domandò a Flynn la mattina dopo,  mentre camminavano verso la sala autopsie. Ci aveva pensato tutta la notte, sveglia a fissare il soffitto al buio, lo aveva anche chiesto a Julio, se per caso quel nome accendesse qualche lampadina - un vecchio caso, una testimonianza, anche solo un’omonimia, ma niente - a lui quel nome suonava nuovo, e lei non ricordava dove e quando  lo avesse già sentito. 

“Non può essere che il suo nome fosse uscito fuori in qualche caso che hai seguito quando stavi all’antitruffa? Comunque, se vuoi, posso chiedere a Daniels o Page di fare qualche indagine. Se il tizio è un military contractor, forse posso rigirare la cosa e farla passare come un caso per l’antiterrorismo…”

Gli aveva detto di no, con la scusa che se il caso fosse passato a loro, rischiava che la Crimini Maggiori lo perdesse in toto, e Chris non voleva iniziare il suo mandato - per ora ufficioso e temporaneo, dati i problemi di salute del Capitano Provenza - di capo dell’unità rendendo infelici e scontrosi i suoi sottoposti. C’era però anche il fatto che non voleva un trattamento di favore perché Julio era suo marito, e lo avrebbe coinvolto solo quando fosse stato necessario. 

“Giuro che ho già sentito quel nome… oh, Flynn, perchè non riesco a ricordami dove diavolo l’ho sentito?” Chris mise il broncio e quasi sbattè i piedi, e Flynn rise sotto ai baffi: più passava il tempo, più Chris sembrava assumere gli stessi comportamenti della Johnson, specie adesso che Provenza le affidava un ruolo sempre più importante nelle indagini, in vista della carica che avrebbe ricoperto in maniera ufficiale in futuro.

“Buon giorno, raggio di sole. Porto buone nuove.” Morales si affacciò dalla porta della sala autopsie; sorrise ai due investigatori, e allungò loro due camici monouso in TNT azzurro. “Andiamo, sù, chi ha tempo non aspetti tempo!”

Chris strinse i denti ed emise un basso grugnito, fulminando il buon amico, mentre Flynn sbuffò e alzò gli occhi al cielo. Afferrarono gli indumenti protettivi e li indossarono sopra i loro completi mentre stavano già varcando la porta del sancta sanctorum di Morales. Si avvicinarono al tavolo dove il corpo già mutilato in vita giaceva, ora con la gabbia toracica divaricata.

“Per prima cosa, le buone notizie: ho identificato la vostra vittima, sono appena arrivati i risultati del DNA e sorpresa delle sorprese, si tratta di Connor McKee. Adesso veniamo alle altre notizie. Buone, cattive? Lascio giudicare a voi.”

“Avrei preferito se ci avessi dato solo quelle buone, doc.” Flynn borbottò, a braccia conserte, e Morales sbuffò, in un modo drammatico degno della prima donna che si era sempre vantato di essere. 

“Allora, il nostro amico era messo talmente male che non ero certo sarei riuscito a capire cosa avesse provocato il decesso, ma con impegno e dedizione e le mia innate capacità investigative, sono riuscito a ricostruire una cronologia  delle aggressioni che ha subito…” Con la mano guantata, Morales prese ad indicare le varie zone di impatto, le ferite man mano che spiegava loro i danni che la salma aveva subito in vita.  “Per prima cosa, è stato picchiato, calci e pugni, soprattutto al petto e all’inguine - quello deve aver fatto male. Ho trovato anche delle micro-lesioni interne, ma non di gravità tale da ucciderlo, erano poco più che fessurazioni. Subito dopo o contemporaneamente, qualcuno gli ha rovesciato addosso della soda caustica che ha provocato queste lesioni… La cosa curiosa è che le aggressioni di questo tipo riguardano normalmente il viso, mentre il vostro assalitore si è concentrato solo ed esclusivamente sulle braccia. Anche qui, grave, ma non da impedirgli di chiedere aiuto.”

“Quindi, sono stati effettivamenti i colpi di arma da fuoco ad ucciderlo… sei riuscito ad estrarre i proiettili? ” Chris osservò quel poco che rimaneva del cranio di McKee; qualcuno ci era decisamente andato giù pesante, quasi avesse voluto essere certo che McKeen sarebbe non solo morto, ma che sarebbe successo tra atroci sofferenze - sempre che si trattasse effettivamente di un solo assassino, o che qualcuno non stesse cercando di coprire le proprie tracce, depistando le indagini e mescolando le carte in quel modo: tutto era possibile, e lei aveva imparato a non dare nulla per scontato.

“Ne ho estratti quattro, li ho già consegnati al tenente Tao, ma non è questa la cosa interessante. Devo fare alcuni test per stabilire l’ora esatta del decesso, perché il fatto che abbiano acceso il riscaldamento ha accelerato la decomposizione e devo ancora capire esattamente di quanto, ma sono assolutamente certo che gli abbiano sparato quasi un’ora dopo il primo attacco. Sulle ferite alle braccia ho trovato della crema antibiotica, quindi o aveva iniziato a medicarsi o qualcuno lo stava facendo per lui.” Morales fece schioccare la lingua contro i denti,  e mimò loro il gesto della pistola, facendo loro l’occhiolino. “Niente DNA sotto le unghie, nonostante la presenza di alcune ferite che ritengo da difesa e… tutto qui per il momento.”

“Se è successo nell’abitazione come supponiamo, deve essere morto dopo mezzogiorno, quando la governante è andata via…” Flynn rifletté. “Sempre che non ci stia mentendo e non sia stata lei.”

“Non credo abbia la forza e la resistenza per causare questo genere di danni, e lo stub è negativo, quindi non ha nemmeno sparato.” Chris fece una mezza smorfia: Marisol era nella lista dei sospetti per i rancori verso il suo principale ma soprattutto perché era stata  lei a trovare il corpo - era la prassi - ma era certa che con quella donna non sarebbero arrivati a nulla di concreto. “Per adesso ce lo faremo bastare. Grazie, Freddy, e tienici informati.” 

I due vecchi amici si fecero un cenno di saluto, e mentre Morales tornava a lavorare sul corpo, i poliziotti uscirono da quella stanza che puzzava di morte e dolore, dalle luci azzurrognole basse e tremolanti. Chris si tolse subito il camice usa e getta, e lo buttò in un cestino dei rifiuti, accartocciandolo. Si sedette sulla panchina che c’era in corridoio, Flynn sistemato accanto a lei, ed estrasse dalla grande borsa di pelle rossa il suo Iphone rosso fuoco. “Dì a Wes e Amy di trovare il contatto di emergenza di McKee per la notifica, ma non devono dirglielo subito, abbiamo bisogno che chiunque sia la persona a cui comunicheremo il decesso collabori con noi, e non appena scopriranno che è morto rischiamo di perderli. Io mi faccio dare un mandato per la casa e l’ufficio della vittima, tu intanto…”

“Chiamo il tuo maritino e chiedo a quelli dell’Intelligence di raccogliere tutto quello che hanno su McKee e sulla Aegis International.” Prima ancora che lei parlasse, mentre attendeva di essere messa in comunicazione con il giudice Grove, Flynn aveva già composto il numero di Julio, allontanandosi leggermente dal suo superiore per parlare più liberamente, senza rischiare che le loro voci si accavallassero. 

Alcuni minuti dopo, avevano entrambi chiuso le loro telefonate, ed Andy era leggermente più rilassato. Guardò Chris, leggermente imbronciata, che strizzava gli occhi come per concentrarsi, e riflettere meglio. la donna emise un sospiro, e si portò i pugni chiusi alla fronte, premendo, quasi avesse sperato che quel gesto potesse alleviare qualche suo dolore, o far sparire un problema: l’uomo si morse le labbra per non ridere, sempre più convinto che più il tempo passava, più quella donna assomigliava alla Johnson- le mancavano boccoli biondi e occhiali da vista, e ne sarebbe stata quasi una fotocopia.

“Appena scoprono qualcosa, ce lo fanno sapere.” Flynn le disse, la voce leggermente bassa. Stava iniziando a preoccuparsi: Chris si stava facendo troppi problemi per un semplice nome - sebbene trent’anni di servizio gli avessero insegnato che raramente l’istinto di certi poliziotti si sbagliava. 

“Okay, allora…” Espirò, e gettò il capo all’indietro, la nuca che andò ad appoggiare contro il muro freddo, dipinto di un azzurro ospedale. “Grove ci manderà i mandati per mail. Voglio Watson e degli agenti in divisa a perquisire l’abitazione, voglio che tutte le armi da fuoco vengano catalogate e testate. E fate portare un’unità K nove, forse il nostro omicida ha lasciato in giro  da qualche parte nella proprietà l’arma  del delitto. E sentite la domestica, chiederete dove venivano tenuti i detersivi. Noi intanto pensiamo all’ufficio, e ci facciamo una chiacchierata coi soci del nostro simpatico amico. Forse sanno qualcosa, potrebbe essersi aperto con loro o potrebbero esserci state delle minacce anche contro di loro.”

“Sono military contractor, Carter.” Andy scosse il capo, e volse lo sguardo verso la porta chiusa, oltre alla quale Morales stava ricucendo il corpo. “Io mi chiederei piuttosto chi non ce l’ha con loro, specie dato il caratterino del nostro Mister Simpatia sul tavolo dell’obitorio. ”

 

 

L’ufficio di McKee alla Aegis era esattamente come casa sua - ogni particolare era ricercato, studiato attentamente per mettere in mostra il patrimonio che negli anni aveva accumulato, il potere che era convinto di possedere. Vetro temprato, legno scuro e soprattutto tanto acciaio in un ambiente quasi asettico, perfetto, ricercato, che non sembrava nemmeno vissuto per davvero: pareva quasi di stare dentro a un catalogo di arredamento, nella sezione “stereotipo dei ricchi maschi etero over trentacinque”. 

“Posso sapere cosa fate nell’ufficio del mio socio?” Mentre agenti in divisa facevano passare cassetti, e tecnici della scientifica prelevavano ogni dispositivo elettronico presente nell’ufficio della vittima, un uomo sui quarant’anni si affacciò alla porta; ogni muscolo del suo corpo era teso, digrignava i denti, e i capillari del viso erano arrossati. Carter si allontanò dalla mensola che stava osservando, colma di foto della vittima nei vari teatri di guerra dove aveva partecipato a conflitti e missioni, immagini di McKee con politici e militari di alto rango - era quasi certa che l’uomo in smoking che gli stringeva amichevolmente la spalla in una delle istantanee fosse stato il segretario della Marina. 

“Tenenti Carter e Flynn, Crimini Maggiori. Stiamo indagando sulla sparizione del suo socio.” La poliziotta mentì, non volendo far sapere a nessuno che McKee fosse deceduto fino a che non fosse stata fatta la notifica ufficiale alla famiglia. “Posso sapere quando è stata l’ultima volta che lo ha visto, signor… mi è sfuggito il suo nome.”

“Harley, Robert Harley. Connor ed io siamo soci. Io… non capisco. Connor è scomparso?” L’uomo rispose, mentre si passava le mani sui pantaloni marroni, lasciando macchie di sudore sul semplice tessuto. Chris e Flynn si scambiarono un’occhiata: Harley aveva il classico aspetto del tecnico di risorse IT, con una polo azzurra messa nei semplici pantaloni dozzinali e sneakers. 

“La sua domestica stamane ha trovato la casa a soqquadro e nessuno è riuscito a contattarlo. Le ripeto la domanda: quando lo ha visto per l’ultima volta?” Carter lo incalzò, sistemandosi la borsa sulla spalla. “E soprattutto, il suo socio non si presenta in ufficio, lei non si fa nessuna domanda?”

“Connor lavora spesso da casa, o va in giro. Lui… lui è bravo con le persone, a fare affari. Io mi occupo più delle cose tecniche.” L’uomo scrollò le spalle, ed ingoiò; teneva gli occhi bassi, e non incrociava lo sguardo della poliziotta; si tolse i sottili occhiali da vista privi di montatura, e li pulì nel tessuto della maglia che indossava. 

“Signor Harley, vorrei farle alcune domande sul suo socio.” Le labbra dell’uomo divennero una linea dura e sottile, ma fece comunque cenno di sì col capo - senza mai tuttavia guardare l’investigatrice. “C’è un posto dove potremmo parlare tranquilli?”

“Certo, mi segua nel mio ufficio.” La donna si voltò, e fece segno a Flynn di rimanere nella stanza e sovrintendere alla perquisizione, mentre lei seguiva Harley nel suo ufficio. Sullo stesso piano, era però dalla parte opposta dell’ampio locale, ed era ben diverso rispetto a quello di McKee: piccolo, poco luminoso, disordinato, pieno di cartelline straripanti di fogli, di computer di cui uno aperto e con mobili in formica che sembravano avere minimo vent’anni. “Stavamo dicendo?”

Carter estrasse un piccolo registratore portatile dalla borsa - voleva avere su nastro la conversazione, nel caso fosse uscito qualcosa di interessante. Fece scattare il pulsante di registrazione, e lo poggiò sulla scrivania. “Mi stava dicendo quando è stata l'ultima volta che ha visto la vittima.”

 “Ieri mattina.”  L'uomo prese un profondo respiro e si guardò intorno grattandosi il collo. “Si è fermato in ufficio solo per qualche momento, ha firmato un paio di documenti e poi se n'è andato. Il che non è assolutamente fuori dalla norma, glie l’ho detto, per questo stamattina non mi sono preoccupato quando non l’ho visto in ufficio..”

“Le sembrava preoccupato per qualcosa ultimamente?”  La donna gli domandò. “Le risulta che avesse qualche problema con qualcuno, che avesse ricevuto delle minacce?”

Harley scoppiò a ridere, una risata sguaiata che sembrava non volersi fermare mai; la poliziotta lo fulminò  con uno sguardo di fuoco, e l'uomo si schiarì la gola, leggermente imbarazzato, tentando di ricomporsi. 

“Tenente,” le disse. “Crede davvero che noi non abbiamo mai ricevuto minacce? Chieda ai nostri avvocati, hanno degli scatoloni interi pieni di minacce e di lettere minatorie.” Harley si tolse gli occhiali e li posò sulla scrivania. Occhi chiusi, si massaggiò il ponte del naso. “Signora, solo perché abbiamo lasciato l'Afghanistan non significa che la gente abbia smesso di farci la guerra a casa nostra.”

“Crede che si tratti di questo, una sorta di attentato terroristico interno per ritorsione per il vostro intervento durante il conflitto?” Lei gli domandò, segnandosi mentalmente di fare richiesta di visionare quelle missive - spesso e volentieri quello era il genere di cose che non portava a nulla, si trattava sovente di semplici esaltati, ma qualcosa di interessante sarebbe potuto venire fuori, o chissà, magari sarebbero potuti essere fortunati e da lì sarebbe giunta una svolta che avrebbe permesso alla squadra di risolvere il caso in tempo record. 

Harley scosse il capo, sorridendo leggermente - un sorriso amaro, quasi disilluso. “Signora qui negli Stati Uniti non è dei musulmani che dobbiamo avere paura, ma dei nostri, degli americani, i nostri stessi concittadini per cui siamo andati in guerra.”

“Tornando a parlare del signor Mckee, c'erano stati dei conflitti recentemente con lui?”  Lei gli domandò, cercando di apparire tranquilla, come se non avesse voluto fargli pressioni. 

“Intende dire fra me e lui, o fra lui e qualsiasi altra persona nel resto del mondo?” Ancora quel sorrisetto dolce-amaro, disilluso, quasi triste. 

“Mi sta dicendo che il signor McKee ha molti nemici?”

“Le sto dicendo che con sa come farsi amare, ma sa soprattutto come farsi disprezzare dal suo prossimo.” Harley fece una mezza smorfia, segno evidente che lui doveva essere probabilmente parte della seconda categoria, nonostante i loro rapporti lavorativi. “Non sono poi così tanti quelli che lo trovano effettivamente simpatico.”

“E le persone che non lo trovano simpatico hanno forse da ridire riguardo all'attività della vostra società, o si tratta di qualcosa di più personale? Amicizie, rancori, problemi di coppia…”  La donna scrollò le spalle; dopotutto, quali erano i motivi principali per cui una persona veniva uccisa? Droga, sesso, denaro - la sacra triade, come Provenza le aveva insegnato. 

“Glielo ripeto, tenente. Noi siamo contractor, alla gente in generale non piacciamo. A malapena i militari ci sopportano, anzi Connor, che in Afghanistan ci è stato, dice che spesso e volentieri sono loro quelli che ci prendono più in antipatia.” L’uomo sospirò, gli occhi rivolti verso il soffitto: non si era ancora rimesso gli occhiali da vista. “ Alcuni pensano che vogliamo prenderci tutti gli onori senza oneri."

Chris rimase in silenzio per qualche attimo, riflettendo; sapeva che quel che diceva Harley era vero, JJ e Matt più volte in passato le avevano raccontato di episodi poco edificanti riguardanti appaltatori militari, e la detective Sykes non era certo da meno: prima di entrare nella polizia di Los Angeles aveva fatto parte di quella militare, facendo due tour in Afghanistan, e raccontava ben poche cose positive dei civili statunitensi che lavoravano al fianco dei militari. 

Connor McKee. Quel nome continuava a ricordarle qualcosa; sentiva che c’era quasi, ma non capiva quale fosse l’ultimo collegamento da fare per arrivare alla verità. 

“Mi dica signor Harley, sa se per caso il signor McKee ha un'agenda dove tenesse traccia dei suoi spostamenti, dei suoi impegni?”

“Nah, lui tiene tutto segnato sul suo Blackberry, ma credo che la sua agenda sia sincronizzata con il calendario del computer. E a tal proposito…" Harley si rimise gli occhiali; si schiarì la gola, e si ricompose; per la prima volta dall’inizio della loro conversazione guardò Carter dritto negli occhi. “Tutto ciò che è nel suo ufficio e che riguarda soltanto lui lo potete assolutamente toccare, ma sia ben chiaro non ho alcuna intenzione di lasciarvi rovistare all'interno delle carte della società, a meno che non riceva un mandato.”

“Signor Harley le conviene…” Chris fece per parlare, ma l’uomo sbattè il pugno sulla scrivania, ed il materiale, ormai vecchio e cedevole, emise uno scrocchio, le carte traballarono ed alcuni fogli caddero a terra. 

“No, mi dispiace, ma non mi conviene un bel niente.” Le sibilò contro, cambiando totalmente il suo comportamento. “Noi lavoriamo per il Pentagono abbiamo degli obblighi di segretezza e non ho nessuna intenzione di rischiare di violare quegli accordi e finire il galera per tradimento perché quell’idiota del mio socio se ne sta probabilmente in giro da qualche parte a ubriacarsi con una bella ventenne.”

“Comunque non ha ancora risposto alla mia domanda, c'era qualcosa per cui il suo socio era preoccupato negli ultimi giorni, qualcuno che vi avesse fatto delle minacce che gli avesse dato da pensare più del solito?” Carter ribadì; anche il suo tono si era fatto molto meno conciliatorio. 

“L’ho già detto, nel nostro lavoro queste sono cose assolutamente normali e Connor non ci fa nemmeno più caso, sono quasi quindici anni che lui fa questo lavoro, sa quante volte gli è capitato che dei pazzi gli scrivessero delle lettere piene di idiozie o che qualcuno gli tirasse dei proiettili di vernice?” Harley ridacchiò, e scrollò le spalle.  “Lui di queste cose ci ride. Sono i classici aneddoti divertenti da raccontare davanti a una birra o un drink, per Connor.”

“Ok ma nel privato…”

“Il privato di Connor è solo suo,  come il mio è soltanto mio.” Harley sospirò. Sulle labbra aveva sempre quel sorrisetto un po’ malinconico, triste, quasi rassegnato. “Noi lavoriamo insieme, ma non siamo esattamente amici, ognuno si fa la sua vita anche perché non so se se n'è accorta ma siamo parecchio diversi.”

Gli occhi di Carter caddero sulla scrivania dell'uomo; in mezzo a tutte quelle carte, alla confusione e al disordine c'erano anche lì parecchie foto. Ma se sulla scrivania di McKee c'erano immagini di politici e uomini di potere, su quella di Harley erano rappresentati ragazzini, bambini davanti a un vecchio faro. In ogni foto c'era Harley che consegnava assegni, borse di studio, materiale scolastico e ludico,  vestiti, giocattoli, cibo…

Ecco un'altra cosa in cui due uomini erano nettamente diversi: McKee ostentava la sua ricchezza tenendola tutta per sé o sperperandola in cose forse inutili, Harley invece faceva beneficenza, e da quelle immagini era evidente che principalmente godessero dei suoi soldi i ragazzini sotto privilegiati. 

“Saprebbe dirmi chi potrebbe darci qualche altra informazione? McKee ha parenti, amici con cui è in contatto, a cui è particolarmente legato?"

“Gliel'ho detto, tenente,  noi non siamo amici, noi lavoriamo insieme.” Harley sospirò, e fece una pausa prima di proseguire.  “Io ero soltanto un dipendente di questa società quando McKee l'ha rilevata, diceva che vedeva in me del potenziale, che avevo buone idee e che aveva voluto premiarmi facendomi diventare socio. 

“Capisco…” La donna fece per alzarsi dalla sedia, quando però vide Flynn affacciarsi alla porta. Il collega le fece segno di seguirla e lei si congedò dal vicepresidente della società.  “Cosa c'è?”  Gli domandò una volta che lo ebbe raggiunto in corridoio. 

“Credo che ci sia qualcosa che tu debba vedere,”  le disse, passandole una cornice estremamente moderna in cui era contenuta una foto. Era difficile capire dove fosse stata scattata, ma si capiva che fosse stata scattata in Medio-oriente durante gli anni dei conflitti degli Usa con Iran e Afghanistan. Tuttavia, a Flynn poco importava dove quella foto fosse stata scattata, e non era nemmeno quello che lui le voleva mostrare.

Il problema era una delle persone nella foto con McKee.

Chris chiuse gli occhi ed emise un profondo respiro, e scosse il capo mentre la sua mente faceva gli ultimi collegamenti e le sue sinapsi nervose si accendevano come luci dell’albero di Natale. 

“Sbaglio o questo è il tuo amico militare, quello col pessimo carattere e un pessimo gusto in fatto di soci?” Chris, senza parlare, fece segno di sì col capo. Adesso ricordava che era stato in Germania che aveva sentito, una volta e una volta sola, il nome di Connor McKee, sospirato fra le lacrime di un pianto quasi disperato, infantile, al buio di una fredda camera di ospedale mentre cercava di convincere Matt che tutto alla fine si sarebbe risolto.

“Senza i marines non sono nulla,  non so più che cosa sono. Io ho mandato a farsi fottere la mia vita  per quello stronzo di Connor McKee e tutto perché lui è amico del segretario della Marina, e sapevo che se gli fosse capitato qualcosa mentre era con me ci avrei rimesso io. E tanto cosa è successo? Sono saltato su una fottuta mina a causa sua e adesso sono un maledetto invalido di guerra di cui non importa niente a nessuno, e che nessuno è disposto ad aiutare perché il nostro paese è così, prima ci usa e poi ci butta via come dei fogli vecchi di giornale.”

“Ho appena ricordato dove avevo già sentito il nome di Connor McKee…” Chris riconsegnò la foto ad Andy e lui le fece un cenno col capo: non conosceva bene Sheppard quanto lei, e lo aveva forse incontrato quattro volte negli ultimi anni, una delle quali in qualità di sospettato strafottente di un caso di omicidio, ma non piaceva nemmeno a lui l’idea di andare a fare domande a un ex militare, un reduce rimasto invalido mentre serviva il suo Paese. “Temo che dovrò farmi una chiacchierata col Maggiore Sheppard per dirgli che al momento è nella lista dei nostri sospettati.” 

 

 

Quando Chris fece girare la chiave nella serratura della porta d’ingresso di casa sua e di Julio erano le dieci passate; stanca, affranta, preoccupata, una volta dentro si appoggiò contro la porta chiusa e fece una serie di profondi respiri per ricomporsi, non volendo che i ragazzi percepissero la sua preoccupazione.  Si voltò in direzione della cucina, da cui proveniva il rumore di piatti e bicchieri e posate che venivano caricati dentro alla lavastoviglie, e con una morsa al cuore ebbe quasi voglia di piangere all’idea che il suo compagno  - suo marito - fosse là dentro, e fare quelle piccole cose che tanti davano per scontate. Aveva avuto Lily al suo fianco per tanti anni, ma erano sempre state solo loro due - quello, tornare a casa e trovare una vera famiglia, era qualcosa di diverso, qualcosa che non aveva mai nemmeno capito di volere per davvero fino a che non lo aveva avuto per le mani.

Salì la scala e andò nelle camere dei ragazzi - dette un bacio sulla fronte e Mark e Lily, entrambi in dormiveglia, e prese in braccio Oscar, perdendosi nel profumo di borotalco e shampoo alla camomilla del figlio, che andava ormai per i tre anni. Il bambino le gettò le braccia al collo, e le tirò, da addormentato, una ciocca di capelli che era sfuggita dal nodo in cui aveva legato la chioma. Gli diede un ultimo bacio e lo rimise nel letto, e una volta accesa la piccola luce a forma di stella accanto al bambino, tornò di sotto. 

In cucina, Julio aveva preparato il tavolo per lei, con tanto di bicchiere di vino rosso colmo - il suo Merlot preferito, se l’aroma non la confondeva - e soprattutto cartelline gialle piene di documenti ed informazioni: l’Intelligence si era già messa al lavoro, e a quanto sembrava aveva già ottenuto risultati. 

“Serata pesante?” Julio le domandò con un mezzo sorriso, mentre si asciugava le mani con uno strofinaccio, non appena lei si fu seduta a tavola ingurgitando mezzo bicchiere di rosso in un sol sorso.

“Sono appena arrivata dall’ufficio del Capo Pope, dove ho avuto un’interessantissima discussione con lui e l’assistente capo Mason,” Chris gli spiegò, sospirando mentre tamburellava con i polpastrelli  contro il calice di vetro, fissando il liquido color rubino. “Ho chiesto di essere ricusata dalle indagini e lasciarle ad Andy, o affidarle alla rapine e omicidi.”

“Per il coinvolgimento di Matt nel caso.” Julio le disse, e Chris fece segno di sì col capo: quella di Julio non era una domanda, doveva aver già scoperto che Sheppard e McKee erano legati da un passato, tragico, in comune. “Il nome di McKee è venuto fuori in un rapporto della polizia militare sull'esplosione di una mina avvenuta nel duemilatredici fuori Kandahar, in cui un certo Maggiore Matthew Eugene Sheppard del corpo dei Marines, membro del Reckon Team Alpha,  rimase ferito così gravemente da diventare disabile e ottenere il congedo con onore.” 

“Inizio a capire perchè Provenza dice sempre che l’intelligence è la CIA della Polizia, non vi scappa niente e sapete tutto prima di tutti,” Chris sorseggiò un po’ di vino, mentre Julio le serviva nel piatto dell’insalata multicolore accompagnata da dei filetti di pollo con una salsina dall’aroma di agrumi - grazie e Dio, uno di loro due aveva imparato a cucinare decentemente dopo il matrimonio. 

Distrattamente, tra un boccone e l’altro, la donna faceva passare i vari fogli, le fotografie - alcuni ritratti ufficiali, altre foto di sorveglianza - dei vari soggetti la cui esistenza si era intersecata con quella di McKee. Oltre al rapporto sul ferimento di Sheppard, c’erano anche un paio di documenti della Polizia Militare - quasi completamente redatti, poche parole visibili in mezzo a spesse linee nere che nascondevano chissà che cosa. 

“Ancora polizia militare, eh?” Chris sgranò gli occhi. “Questo tipo mi sta sempre più simpatico. Non sarà semplice ottenere gli originali… fidati, ne conosco di militari, e McKee aveva parecchi amici a cui non farebbe piacere far sapere che lo avevano protetto.” Chris borbottò, continuando a sorseggiare il suo vino. 

“Intanto, chiedi ad Amy se qualcuno dei suoi contatti dei tempi della Polizia Militare in Afghanistan sa qualcosa. Anche solo delle voci potrebbero essere utili, tanto per cominciare. Io mi muoverò per i canali ufficiali.” Julio afferrò una delle cartelline, e fece passare i vari fogli, fino a che non trovò quello che gli interessava; lo mise, letteralmente, sotto al naso della moglie. “Intanto, però, ti consiglio di leggerti questo articolo di giornale. Molto interessante.”

“Ah, Ricardo Ramos, del Los Angeles Times… quanti bei ricordi!” Lei quasi scoppiò a ridere, mentre invece Julio mise il broncio e volse lo sguardo altrove; di Ramos, lui aveva tutto tranne che bei ricordi, era un egocentrico scribacchino da quattro soldi che fingeva di tenere alle vittime quando invece guardava solo alle vendite del suo giornale - in più, anni prima, ci aveva provato con Chris, e aveva passato giorni interi a girare intorno alla sua scrivania e rompergli le scatole toccando la sua roba pensando che, essendo tutti e due latini, Julio sarebbe stato più disponibile a collaborare con lui - non aveva funzionato, anzi, il piano gli si era ritorto contro. “Oh, andiamo Julio, non avevi nessun motivo di essere geloso, quando quell’idiota ci ha provato con me l’ho subito mandato a quel paese. Anche se devo dire che eri piuttosto sexy quando lo maltrattavi.”

Julio gongolò, sorseggiando la sua birra. Chris, intanto, lesse l’articolo, soffermandosi su alcuni punti più e più volte; riguardava la  morte di un giovane militare, il caporale Thompson, avvenuta pochi giorni prima dal ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan. Thomson era stato colpito al torace da dei proiettili vaganti, ma la vera causa del decesso, secondo Ramos, era da attribuire al giubbotto antiproiettile che indossava: la Aegis, che aveva il brevetto di quel modello, assicurava attraverso la voce di McKee che la causa fosse della mancata manutenzione effettuata da Thompson, mentre la sorella di lui, Megan, era certa che il giubbotto fosse in realtà difettoso - e per dimostrarlo, Ramos nel suo articolo parlava di documenti riservati in cui la Aegis affermava di sapere di un lotto problematico, di difetti di fabbricazione…

“Allora, il verdetto?” Julio le domandò, mentre le rimboccava il bicchiere. 

“Su questo tizio o sulla mia richiesta che mi tolgano il caso?” Chris gli domandò, mettendo un mezzo broncio scocciato, sbuffando leggermente; Julio, in tutta risposta, le lanciò un’occhiataccia, fulminando la moglie, quasi avesse voluto intendere che in una situazione così delicata aveva poco da fare la spiritosa. 

“Pope non vuole che lasci il caso perché dice che posso essere neutrale e che non sarebbe una bella pubblicità per il dipartimento, Mason non dice nulla perché conosce Pope e sa che non sentirà alcuna ragione.” Chris emise un lamento, fece una breve pausa e bevve un altro sorso di vino; lo fece girare in bocca, assaporandone le note tanniche. “Ma è chiaro che pensa che sia una pessima idea farmi seguire il caso, e sinceramente, io tendo a dargli ragione.”

“E tu?” Le domandò. Spostò la sedia, e la mise accanto a quella della moglie. Sedutosi, le mise un braccio attorno alle spalle, e lei appoggiò il capo contro il petto di Julio. Era caldo e solido, e quando socchiuse gli occhi si perse nel profumo del suo dopobarba Old Spice e di casa. “Sai già cosa fare?”

“Domani mattina faccio un salto al locale prima di andare in ufficio, tanto il Maggiore ci vive lì dentro, e…. provo a sentire cosa ha da dirmi.” Julio le lasciò un bacio sulla nuca, stringendola ancora più forte, ben conscio della paura, della preoccupazione, dei dubbi che la stavano probabilmente attanagliando in quel momento. “E speriamo che voglia collaborare e che non mi odierà troppo dopo. Dovrò fargli delle domande non troppo simpatiche.”

“Chris, è di Sheppard che stiamo parlando,” Julio le ricordò. “Va bene, è un militare, è addestrato ad uccidere ed è anche una testa calda, ma credi davvero che sarebbe in grado di fare una cosa del genere?”

“L’uomo che mi ha consolata quando la Marina mi ha sbattuto le porte in faccia non lo avrebbe mai fatto,” lei ammise, e quelle parole furono come un macigno sulla sua anima, pronunciarle le costava più fatica di quanto avesse mai creduto possibile, la drenava di ogni energia. “Ma quando è stato ferito… mi sono trovata alla porta in piena notte un membro del corpo dei marines, che mi diceva che io ero il suo contatto d’emergenza e che in quel momento lo stavano portando in Germania e nemmeno sapevano se ce l’avrebbe fatta. Ti giuro Julio, quando l’ho visto in quel letto d'ospedale, non so chi stesse peggio, se lui o io. Tutto il suo mondo gli è crollato addosso, ha perso la sua identità, e non credo che abbia mai accettato del tutto questa cosa.”

Julio sospirò, ma non disse nulla - Chris non gli aveva risposto, e non sapeva se fosse un bene o un male.

 

 

“Maggiore?” Arrivata di buona mattina nel locale che Matt aveva recentemente acquistato, Chris osservò il suo forse più vecchio amico e confidente pulire e asciugare di buona lena i bicchieri e sistemare bottiglie di birra artigianale negli scaffali alle sue spalle; se le cose fossero state leggermente diverse - se lei non fosse stata lì per lavoro - di sicuro sarebbe stata colpita dall’ordine quasi maniacale, dall’impegno dell’amico nel tenere tutto perfetto, a posto; purtroppo, però, quello non era uno di quei giorni. “Devo parlarti di una questione un po’ delicata. Hai tempo per me?”

Matt sollevò un sopracciglio con aria leggermente stupita, ma soprattutto curiosa - si chiedeva per quale motivo Chris fosse andata da lui così presto, appena le sei del mattino. Sembrava che ci fosse qualcosa che la turbasse, tutto il suo corpo urlava tensione, nervosismo e l'ex marine non poté fare a meno di chiedersi se parte di quel sentimento fosse dovuto a Julio - nons arebbe stata certo la prima volta che i due avevano problemi, anche da quando erano tornati insieme.

“Ragazzina, lo sai che per te ho sempre un attimo libero.” Matt scherzò, con un sorriso sulle labbra e l’aria disinvolta. Chris, però, non rispose al suo sorriso, e sembrava voler tergiversare. “Ok, adesso inizio a preoccuparmi, si può sapere cosa diavolo c'è? Il maritino ha combinato qualcosa?”

Matt fece una breve pausa, cercò gli occhi della donna, ma lei li teneva volutamente bassi, si rifiutava di incontrare quelli dell’ex marine. Fu in quel momento che l’uomo capì che qualunque cosa fosse successa era davvero grave e aveva davvero scosso Chris profondamente. 

“Che diavolo è successo?” Le domandò, stavolta con un tono preoccupato, la voce un sussurro acuto che aveva quasi paura a lasciare le sue labbra…  Julio, Lily, Oscar, Mark, Valeria, Jay, Ellie… Matt si chiese, chi della famiglia di Chris, stesse male, o se qualcosa non fosse capitato a lei. L’ultima volta che l’aveva vista così scossa era stato quando aveva scoperto di essere incinta, e si era chiesta come Julio, che aveva tragicamente perso la prima moglie mentre era al quinto mese di gravidanza, avrebbe reagito a quella notizia.

“Ho bisogno di sapere tutti i tuoi spostamenti delle ultime quarantotto ore.” La donna gli chiese in modo serio, senza che tuttavia mancasse una certa punta di timidezza e impacciamento nella sua voce. Matt arricciò le sopracciglia e rimase un attimo interdetto, non capendo dove lei volesse esattamente andare a parare.

“I miei spostamenti?” Scoppiò quasi a ridere. “Che cazzo Chris, mi stai chiedendo un alibi per qualcosa?”

“Sì,” lei gli rispose, sconsolata. “Per la morte di Connor McKee Lo abbiamo trovato morto l’altro ieri sera, e si tratta di omicidio.” 

Matt scoppiò a ridere di una risata sguaiata, così forte che gli faceva quasi male lo stomaco. Afferrò una bottiglia di birra di un piccolo produttore locale, forzando il tappo contro il tavolo di formica. Bevve direttamente dal collo, mezza bottiglia, così, in un sol sorso.

Chris strinse i denti - era seria, era preoccupata, ma soprattutto l'uomo comprese che era arrabbiata; gli aveva appena detto che l'uomo responsabile della sua distruzione, della sua fine, di tutti i suoi problemi, era morto, che era stato assassinato - proprio lì, a Los Angeles. Chi più di lui aveva un movente per quel crimine? E lui se la stava ridendo. Stava festeggiando. E lei aveva bisogno di chiederglielo. Quasi trent’anni che si conoscevano, che stava a sentirla quando piangeva, che la consolava, e lei aveva la faccia tosta di andare a casa sua ad interrogarlo- ad accusarlo.

Matt gettò la bottiglia ancora mezza vuota dentro un cestino, senza fare eccessiva attenzione;  afferrò il mento di Chris con forza, e a denti stretti avvicinò il viso a quello di lei - così tanto che lei poteva sentire le note ambrate della birra nell’alito dell’uomo.

“Ok, ragazzina, chiedimi quello che vuoi sapere. Spara.” Le disse, arrogante. “Dimmelo in faccia che pensi che potrei aver ucciso quello stronzo.” 

“I motivi tu li avresti, Matt, lo so io e presto lo saprà il resto del dipartimento che, fidati, sarà molto meno propenso di me a credere alla tua innocenza a priori.” Gli rispose. 

“Balle,” le soffiò sulle labbra. Chris dischiuse la bocca per obbiettare, ma Matt fu più rapido, e premette con tutta la forza che aveva la bocca su quella di lei, con rabbia e violenza. Chris serrò le labbra, gli rifiutò accesso quando lui cercò di stuzzicarla con la punta della lingua, e con le lacrime agli occhi, la rabbia che le cresceva dentro e uno scatto rapido, lo afferrò per il polso e gli dette uno strattone, liberandosi dalla sua morsa. La donna fece un paio di passi indietro, non perché temesse lui, ma perché sentiva di essere a tanto così dal prenderlo a schiaffi, e si pulì la bocca con la manica del trench con un gesto stizzito e rabbioso, quasi ne fosse stata disgustata.

“Credi davvero che mi rovinerei ancora di più la vita per uno come lui?” Le domandò. La mascella era serrata in una linea dura, dritta, i pugni erano chiusi con una tale forza che quasi gli facevano male. “Non pensi che abbia già dato abbastanza quando si tratta di quel coglione?”

“Io so solo che quando parli di questa storia, non sei tu,” Chris provò a giustificarsi. Si era appoggiata ad uno dei tavolini del bar, e stava cercando di calmarsi anche lei. “So che l'uomo che mi vuole bene non avrebbe mai fatto una cosa del genere, perché non avrebbe mai voluto fare del male, in primis, a me. Ma quando c'è di mezzo questa storia, quando qualcuno nomina l'Afghanistan, tu vai completamente fuori di testa, e non lo vuoi ammettere.”

Con un colpo rapido di mano, istintivo e furente, l'ex militare fece cadere a terra tutte le bottiglie che aveva posato sul bancone, mandandole in frantumi. “NON SAI NIENTE!” Urlò, sbattendo il pugno sul bancone, mentre Chris si irrigidiva e quasi tremava, scossa da quello che era appena successo.“Tu non puoi capire.”

“Se tu non mi dici le cose, io non le posso capire.” .La donna ribadì. La sua voce era ricolma di tristezza e di rimpianto; fare quelle domande le faceva talmente male che le sembrava di provare un dolore fisico a livello del cuore, e non per la prima volta si chiese se l'amicizia con Matt sarebbe sopravvissuta a quel loro incontro, un dubbio che non l’aveva nemmeno sfiorata quando erano finiti a letto insieme.

“Tanto non lo fai, eh ragazzina? Ti mancano le palle per chiedermelo in faccia. Ti semplifico la vita.” Matt sbottò, feroce. “E hi, Matt, hai ammazzato McKee perché ti ha rovinato la vita, perché a causa sua sei saltato su una mina e adesso hai due schegge nella testa e quattro viti e due placche, e non puoi nemmeno più sparare con una pistola anche se hai un poligono perchè ti hanno tolto il porto d’armi?”

“Direi che sei già abbastanza autodistruttivo senza avere una pistola sotto mano,” la donna gli rispose iniziando a perdere la pazienza. Matt aveva tante qualità, ma non era mai stato un uomo paziente o propenso al perdono, e non conosceva mezze misure: il grigio non esisteva, era tutto o bianco o nero.

“Lo hai fatto?” Gli domandò, tenendo le mani in tasca della giacca. “Lo hai ucciso?”

“Sul serio me lo devi chiedere?” Matt grugnì, mentre, con una rapida falcata, fu di nuovo davanti a lei. “Davvero hai bisogno di sentirmelo dire a voce alta per essere certa che non sia stato io a farlo?”

“Matt, tu vivi nella stessa città della vittima e avevi un movente. Dammi il tuo alibi e sarà tutto finito.” Chris provò a farlo ragionare. “Non perché io abbia bisogno di saperlo, ma perché il resto del mondo deve saperlo.”

“Ho dato tutto per questo paese, Chris!” Matt grugnì, era cos’ arrabbiato che gli occhi sembravano iniettati di sangue. “Quando ho salvato in quel campo minato quel coglione sapevo cosa stavo rischiando. Fidati, se lo avessi voluto morto a quest’ora lo sarebbe stato da tanto tempo, e soprattutto non lo avreste nemmeno trovato, il suo corpo, e tu non saresti qui con il tuo bel faccino a farmi tante domande.”

“Sto facendo il mio lavoro, idiota, e sto cercando di proteggerti! Credi che la gente non lo sappia che hai un problema di gestione della rabbia, che bevi troppo e che a volte è più il tempo che passi fatto che sobrio?” Gli domandò, indicando le bottiglie a terra. “L’unica persona che non vede che hai un disturbo da stress post traumatico grosso come una casa sei tu!”

“Oh, ma non farmi tanto la morale! Dopo che ti sei fatta Dimitri mentre eri sotto copertura non hai più avuto una vera relazione per quanto, tre anni, quattro?” Matt quasi le rise in faccia. “Non invidio quel povero Cristo di Sanchez. Quando ti sei presa quella cazzo di sbandata per lui e vi siete mollati, il problema non era lui che non era pronto come ti piaceva raccontarti, ma tu che non riuscivi a scrollarti di dosso quel tipo, e adesso te ne stai qui a sparare la tua merda su di me!”

“Julio è in terapia da anni per la gestione della rabbia perché ha quasi ammazzato un sospettato a mani nude. Mark e Lily sono stati in terapia perché i loro genitori sono morti assassinati e loro sono rimasti per giorni da soli senza nessuno che li accudisse. Io sono in terapia ancora adesso per quello che Dimitri mi ha fatto perché non pensavo di meritare di essere amata. Io so che sono un disastro, so che ho un problema, e ogni sacrosanto giorno cerco di venire a patti con quello che ho dovuto fare allora e con quello che ho dovuto subire!” Furibonda, Chris gli puntò un dito addosso, punzecchiando il petto a livello del cuore, proprio dove lui aveva il tatuaggio con la scritta Semper Fideli s, il motto del corpo dei Marines. “ Tu non l'hai mai fatto. Tu ti rifiuti di ammettere che hai un problema, che sei un casino. Perché cazzo credi di non essere in grado di avere una relazione? Non sei tu che non vuoi avere una storia, Matt, sono le donne che ti stanno alla larga perché sanno che tu sei tossico e autodistruttivo.”

“Non mi ricordo che fossi così tossico e autodistruttivo quando siamo finiti a letto insieme,” la prese in giro, ridicolizzandola - quasi sminuendo con le sue parole, pugnali che le si conficcavano nel cuore, il loro rapporto.

“Perchè credi che sia successo solo una volta?” Gli domandò. “Io non so se sia la sindrome del sopravvissuto, se sia un disturbo post traumatico, se sia perché hai quelle schegge dentro al cervello, ma tu hai un problema e non lo vuoi ammettere.”

“Non ho nessun problema,” Matt ringhiò. “Fidati, piccola, sono totalmente in controllo di me stesso.”

“Perché altrimenti mi avresti picchiata, mi avresti dato un pugno, come facevi quando eri un buttafuori con quelli troppo esuberanti per i tuoi gusti?” A pronunciare quelle parole, un pezzo del cuore della donna andò in frantumi. “Questo vuoi dire?”

“Io non ho problemi di aggressività.” Lui le ribadì; cercava di apparire calmo, teneva il tono della voce basso, ma ogni suo muscolo, teso e pronto, parlava per lui. Chris sollevò un sopracciglio, fissando le bottiglie a terra: dal suo punto di vista, sembrava che Matt avesse un grosso problema, invece.

“Matt, Flynn o il procuratore distrettuale potrebbero chiamarti al Parker Center per un qualcosa di ben più serio e ben più ufficiale di questo.” La donna gli disse, cercando di riprendere il controllo - o di essere un minimo professionale. “Non vuoi rispondermi perchè la cosa ti fa incazzare? Bene. Ma loro non accetteranno un no come risposta.”

“Non me ne può fregare di meno di rispondere alle domande di gente che non mi conosce!” Matt le ribadì, alzando la voce. Non era solo arrabbiato, però: provava tanto rammarico - ed un’infinita tristezza. Afferrò una scopa, ed iniziò ad ammucchiare i cocci di vetro sparsi sul pavimento.“Il mio problema è che tu pensi che io sarei in grado di ammazzare a sangue freddo un uomo! McKee era uno stronzo, era un bastardo, era uno stupratore e una pallottola in testa se la sarebbe pure meritata, ma io non sono quel tipo di persona, va bene? Ho fatto un giuramento e lo prendo ancora sul serio!”  

“Andiamo, Matt, che preferisci?" La donna sbuffò, mentre un nuovo tassello si aggiunse al puzzle che era quell’indagine - i rapporti segretati dovevano riguardare quelle accuse di violenza carnale, probabilmente. “Rispondere a me o a Flynn, o magari a Provenza?”

"Okay, va bene.” Matt gettò la scopa a terra. Si avvicinò a Chris, e le stette davanti, incombendo su di lei col suo fisico massiccio: li dividevano quasi quaranta centimetri di differenza, ma non era solo quello che la fece trasalire, era vedere il fuoco che gli ardeva negli occhi. Rabbrividì: in tanti anni non aveva mai avuto paura di Matt - per lui, ma mai di lui. Fino a quel momento, almeno. “Alle otto del mattino dell’altro ieri mi sono svegliato da solo, nel mio letto, con un’emicrania che mi spaccava la testa in due, cosa che mi capita spesso e volentieri da quando sono saltato su quella fottuta mina. Così, da solo, ho fatto un salto al dispensario sulla Venticinquesima, ho comprato dei brownies e appena tornato a casa, sempre da solo, me ne sono mangiato un paio, perché il tizio che me li ha dati ha detto che erano belli forti e non c’era bisogno di farmene fuori mezzo chilo. Sono rimasto a letto per altre dodici ore, dormendo e riflettendo sul significato della vita e se ci sia vita sugli altri pianeti. Ti basta?”  

“Quindi niente alibi da dopo che hai lasciato il dispensario,” la donna si grattò il collo, e sospirò. “Matt, questa è una cosa seria, non prenderla sotto mano. Io continuerò ad indagare, a seguire anche altre piste ma fammi il sacrosanto favore di trovarti un avvocato, e trovatelo decente, per cortesia, va bene? ”

Cadde un lunghissimo silenzio tra di loro. Christine guardava, seria, davanti a sé, mentre Matt aveva abbassato gli occhi, fissando le bottiglie e i bicchieri rotti sul pavimento. 

“Chris, io devo saperlo.” Sussurrò, con una voce roca, bassa, rotta dalla tristezza e dal senso di colpa. “Credi davvero che potrei essere stato io?”

“Matt, non importa cosa penso io. Lasciami fare il mio lavoro, non fare stronzate per cortesia, e trovati uno stramaledetto avvocato, va bene?” Lei gli ribadì. La donna girò sui tacchi e se ne andò, mentre il più caro dei suoi amici la guardava allontanarsi fissando la sua schiena. 

Era difficile dire chi dei due fosse rimasto più scosso da quel loro incontro.

 

 

Christine era chiusa in ufficio,  seduta alla scrivania di Provenza a controllare per l'ennesima volta parte delle miriadi di lettere minatorie ricevute dalla vittima, chiedendosi se sarebbe effettivamente servito a qualcosa - sperandoci - quando Julio, senza bussare, entrò nella stanza da cui si godeva la vista delle colline di Hollywood.

“Risultati della balistica,” le disse, sedendosi davanti alla scrivania e allungandole un sottile plico di fogli. “Non ti piaceranno per nulla.”

“Non risulta nel nostro database, quindi non è mai stata usata in un crimine… va bene, è più difficile da tracciare, ma perchè non dovrebbe piacermi?" Lei gli domandò, non capendo dove volesse arrivare.

“Guarda la pagina dopo,” Julio sospirò, e Chris quasi ebbe la tentazione di sbattere la testa contro la scrivania. Julio aveva ragione: non andava bene - non andava affatto bene. “I proiettili sono dei calibro .45, appartenenti ad una M1911A1, un modello di pistola usato esclusivamente nei marines. Le striature coincidono con un esemplare che era in possesso del Recon Team Alpha durante le operazioni in Afghanistan, e che è andato perso nel duemilatredici…”

“L’arma era dell’unità del Maggiore, è sparita quando lui ha lasciato l’Afghanistan…” Chris chiuse gli occhi, sospirò. “E lui non ha un alibi, ma un movente sì. Il procuratore distrettuale ci andrà a nozze con questa roba.”

“Vuoi che ci parli io con Sheppard?” Julio le domandò, serio e preoccupato - sapeva che lui e Matt erano più simili di quanto non avessero mai voluto ammettere, e sperava che gli avrebbe dato retta, anche perché non era certo che Chris avrebbe retto un altro confronto con il Maggiore, era ancora turbata da qualsiasi cosa si fossero detti quando lei era andato ad informarlo della morte di McKee; Chris non aveva avuto bisogno di dirgli che dovevano essere volate parole grosse e poco piacevoli: era palese dal modo in cui si comportava da quando era tornata dall’incontro con il vecchio amico. “Posso provare a convincerlo a venire qui con un avvocato e…” 

Julio non poté finire la frase, né Chris fece per rispondere alla sua domanda, perché qualcuno bussò alla porta dell’ufficio, obbligandoli a cambiare argomento. 

“Avanti,” Carter rispose, tornando a prestare attenzione ai fogli che aveva sotto mano.  Riccardo Ramos, reporter di punta di cronaca nera del Los Angeles Times, fece capolino all'interno dell'ufficio del capo della crimini Maggiori. Gli anni con lui sembravano essere stati clementi, e l’uomo era cambiato ben poco rispetto a quando lei l'aveva incontrato quasi un decennio prima. 

“L’ufficio del capo-sezione… le faccio i complimenti, Carter.” Ramos lanciò un'occhiataccia a Julio, memore dei loro precedenti e dell’antipatia reciproca, mentre invece riservó un sorriso sdolcinato a Carter. Stava flirtando con lei, quello era evidente; il perché era tutto ancora da capire. “Fa sempre piacere vedere una bella donna in cima alla catena di comando, specie se è un tipo determinato e risoluto come lei.”

“Ehy!” Julio sibilò a denti stretti, che ricambiò l’occhiataccia che Ramos gli aveva lanciato poco prima - l’antipatia era sempre stata, decisamente, reciproca.

“Poche smancerie, signor Ramos. Non l’ho convocata qui perché voglio complimenti o che segua un nostro caso per il suo giornale.” Senza troppe cerimonie, Chris gli sbattè sotto al naso la copia del Los Angeles Times aperta sulla pagina dove, in un articolo proprio di Ramos, si parlava di giubbotti antiproiettili difettosi, prodotti dalla società di McKee, che sarebbero stati responsabili della morte di alcuni soldati americani. “Signor Ramos, Conor McKee è stato assassinato alcuni giorni fa. Ho bisogno di sapere il nome della sua fonte per poterla escludere dai possibili sospettati o avere ulteriori informazioni utili alle indagini.”

Julio aveva intanto lasciato  la sua sedia e si era sistemato in piedi alle spalle della moglie; guardava dritto negli occhi Ramos cercando di intimidirlo il più possibile:  quell'uomo non gli era mai piaciuto e alla crimini maggiori non aveva fatto altro che causare problemi. “E fai attenzione a quello che ci dici, Ricky,  Lo sai che non ho un buon carattere quando si tratta di te.”

“Immagino che si ricordi del Tenente Sanchez, quando vi siete incontrati era soltanto un detective.” Chris, con un'espressione tronfia e perfida, spinse verso Ramos la targhetta che normalmente era sulla sua scrivania, in cui il suo nome era scritto a caratteri cubitali: il suo nome di battesimo ed il doppio cognome, Carter - Sanchez. “Mio marito.” 

Ramos sgrano gli occhi abbassandoli verso terra, ingoiò a vuoto e si guardò intorno,  incerto su dove o su chi posare lo sguardo. “Ho il diritto di proteggere le mie fonti.”

“Signor Ramos, non mi obblighi a chiamare un giudice per forzarla a parlare con noi,”  Chris lo avvertì con sguardo serio mentre ticchettava sulla scrivania con le dita.

“Spiacente tenente, ma preferisco finire in galera piuttosto che rivelare le mie fonti.”  Ramos scosse il capo e fece un'espressione che evidenziava quanto disgusto in quel momento provasse verso i due poliziotti, quanta rabbia e quanto odio nutrisse verso di loro.  La tentazione di alzarsi ed andarsene era alta e non avrebbe voluto nient'altro che essere più lontano possibile da quel maledetto palazzo che tanti problemi gli aveva già causato in passato. Ma sapeva che se l'avesse fatto gliela avrebbero fatto pagare.  “Se facessi una cosa del genere e si venisse a sapere non riuscirei mai più a lavorare, non troverai mai più nessuno disposto a collaborare con me.” 

“Di questo non si deve preoccupare,” Carter lo rassicurò, guardandolo con le braccia conserte. “Perché se qualcun altro dovesse morire perché lei si è rifiutato di parlare, sappia che le farò terra bruciata intorno, farò in modo che non possa nemmeno più scrivere gli annunci mortuari o gli articolati per i giornali della parrocchia.”

“Non può farlo,” Ramos le disse, ma la sua voce era incerta, tremolante. Spaventata. Non poteva farlo, certo, ma se fosse stato necessario… lo avrebbe fatto, eccome. 

“Ti conviene fare attenzione, Ricky. Mia moglie ha imparato tutto quello che sa dalla Johnson e tu non le sei mai stato troppo simpatico.” Julio lo avvertì, con espressione a dir poco gongolante: Ramos non era mai piaciuto troppo nemmeno a lui, era tronfio, arrogante e si prendeva troppe libertà.

“Guardi, detective, che non mordo mica. Sempre che a lei queste cose non piacciano…” Ramos fece schioccare la lingua contro il palato, e la guardo sollevando le sopracciglia in modo allusivo. Chris avvertì un qualcosa attorcigliarsi nel suo stomaco, che identificò come puro e semplice disgusto, e si domandò quale aggettivo, peggiore di vomitevole, avrebbe potuto trovare per quel tizio.

“Offerta davvero allettante. E, di nuovo, passo.” Gli lanciò un’occhiataccia, e Ramos si mise comodo. Mani incrociate dietro al capo,piedi sulla scrivania di Julio, guardava il soffitto con un sorriso tronfio. 

“La capisco, sa.” Disse, con un tono falsamente mieloso. “Non dev’essere facile essere una giovane donna all’interno di un'unità di élite come questa, e con il tasso di criminalità di Los Angeles scommetto che non ha nemmeno tempo di uscire…”

“No,” lei si limitò a rispondergli, senza alzare lo sguardo dallo schermo o smettere di battere i tasti. 

“No?” Ramos quasi balzò in piedi; occhi sgranati come un cervo che su una statale avesse incrociato gli abbaglianti di un tir in piena notte, era decisamente sconvolto.

“Sono quasi del tutto certa che anche lei sappia il significato della parola no, signor Ramos.” Chris gli rispose. Chiuse il portatile,e con le braccia conserte sulla scrivania guardò il giornalista con l’espressione più cinica che avesse mai rivolto a un uomo in tutta la sua vita. “Vede, il fatto è che non è che ho poco tempo, è che ho poco interesse -per lei nello specifico, non per il genere maschile in generale, nel caso non l'avesse capito. Io esco, vado a ballare, frequento gente, ma mi piace trovare anche un po' di sostanza negli uomini a cui mi approccio, e non solo un bell'involucro vuoto.”

Di nuovo, Ramos sgranó gli occhi; stavolta sul viso non vi era però traccia di stupore, bensì di rabbia. Era lampante che si sentisse offeso per quella stilettata, anche perché l’intera conversazione (a senso unico) che aveva tenuto con la detective aveva evidenziato come lui si sentisse superiore a lei, quasi a darle le sue attenzioni le avesse fatto un piacere. 

“Sono membro onorario del Los Angeles Pres Club;” l’uomo sibilò, sbiancando in volto e ingoiando a vuoto. “Ho vinto due South California Journalism Awards!”

“Ben per lei, vuole dire che sa riportare le parole dei comunicati stampa delle forze dell’ordine aggiungendoci due parole in croce scritte in modo decente.” 

Ramos tirò fuori dalla tasca del giubbotto di pelle un taccuino e il suo telefono; sbloccò l’apparecchio e prese a scorrere; poi, scrisse qualcosa su un foglio, che strappò e gettò addosso ai due poliziotti mentre si alzava in piedi, pronto ad andarsene. Camminò fino alla porta, afferrò la maniglia e stava per abbassarla quando qualcosa lo bloccò. lentamente, si voltò verso i due investigatori, e li fissò con uno sguardo gelido, determinato - quasi predatorio.

“Appena questa storia sarà finita, farò in modo che si sappia come sono stato trattato.” La sua non sembrava una minaccia - era determinato, deciso, si stava limitando ad informali della sua decisione, dei passi che avrebbe fatto.

“Vedremo, signor Ramos, vedremo.” Chris gli rispose, senza prestargli eccessiva attenzione, mentre leggeva il foglietto; il giornalista si sbattè la porta alle spalle, uscendo, e lo fece così forte che il vetro, su cui era ancora scritto il nome e grado di Provenza, si mosse, nemmeno ci fosse stato un terremoto. 

“Inizio a credere che Flynn abbia ragione, più passa il tempo più assomigli alla Johnson, specie adesso che sei diventata il capo.” Julio la prese in giro. La vita gli aveva insegnato a prendere le cose con leggerezza, cogliere l’attimo - e il suo umorismo ne era prova lampante.

“Non sono ancora il capo,” gli rispose col sorriso sulle labbra. Poi, arricciò il naso, mentre chinò il capo sulla sulla destra.“Secondo te è un bene o male che le somigli?”

“Lo sai che ho sempre avuto un debole per lei, e poi lei aveva sempre delle deliziose gonnelline, che tu potresti indossare più spesso.” Julio rise. Ancora alle spalle della moglie, si chinò  su di lei e lasciò un bacio sul collo, strofinando il naso contro la pelle delicata del viso. “Cerca di arrivare a casa a un'ora decente, ok? Se c'è una cosa che non voglio che impari da Brenda è a non delegare e a tagliare fuori del tutto la tua famiglia.”

Chris gli strinse la mano, e gli diede un bacio, occhi chiusi, sospirando e perdendosi contro la sua bocca: anche se solo per quell’attimo sfuggente, per quella piccola frazione di tempo che dentro di lei sembrava dilatarsi all’infinito, aveva bisogno di smettere di pensare, di preoccuparsi - voleva che per quel breve istante, tutto loro, il mondo intero sparisse. 

Quando si staccarono, lui le strinse la spalla, e le ripetè che l’avrebbe aspettata a casa prima di darle un bacio sulla fronte, come per rassicurarla che qualunque cosa fosse successa, sarebbe andato tutto bene. 

Mentre Julio si chiudeva la porta alle spalle, Chris guardò il foglietto che Ramos aveva gettato sulla scrivania, lo studiò attentamente: sopra, c’era scritto un nome, quello di Megan Thompson - la sorella del caporale morto in Afghanistan. Lei era la talpa - peccato che non avesse il benché minimo senso: come poteva avere informazioni confidenziali, dati tecnici? Doveva esserci qualcosa sotto - doveva esserci qualcos’altro, o meglio, qualcun altro.

Chris aveva solo una certezza: dovevano interrogare quella donna, il suo istinto le diceva che sapeva qualcosa.

 

 

“La Thomson è arrivata - con il suo avvocato.” Non appena uscì dall’ascensore, Chris sospirò quando Andy Flynn pronunciò quella frase; otto del mattino, e meno di dieci parole avevano avuto sul suo corpo lo stesso peso di un macigno e l’avevano schiacciata: non era mai un bene quando qualcuno veniva convocato e si portava dietro l’avvocato. “E non ti piacerà sapere chi è.”

“Non può essere così grave, chi è, l'ex marito della Raydor?” La donna sbuffò; si sistemò la borsetta in spalla, e si diresse in sala video, dove il resto della squadra era già riunita. La Thomson era effettivamente con il suo avvocato - e infatti, gli schermi si limitavano a trasmettere le sole immagini e non l’audio, garantendo il rapporto di segretezza e confidenzialità avvocato-cliente. 

“Goldman.” Non appena vide chi era l’avvocato a cui la giovane donna si accompagnava, la tenente si ingobbò nelle spalle, e si lasciò cadere su una sedia, sconsolata. “La Thomson ha assunto Phil Goldman come avvocato. Quel tizio odia tutta la polizia in generale, e la crimini maggiori in particolare!”

“Già,” Flynn fece schioccare la lingua contro il palato, fissando quell’uomo che tanti problemi aveva causato loro in passato. “Quante cause ha intentato contro di noi?”

“Ho perso il conto,” Watson sospirò, allungando a Carter un auricolare per quando fosse stata in sala interrogatori con la Thomson. “Tenente, il detective Sykes e il tenente Tao hanno scoperto un paio di cose che dovrebbe sapere prima di entrare nella sala…”

“Cosa abbiamo?” La donna domandò, voltandosi verso i due detective, mentre Tao le allungava una lista di fogli stampati. 

“Non abbiamo ancora trovato il cellulare della vittima, ma siamo riusciti ad ottenere un mandato per i tabulati telefonici.” Tao si tolse gli occhiali, e indicò i fogli che la collega teneva in mano. “La Thomson ha tempestato di telefonate la vittima negli ultimi mesi, dalle tre alle… nove volte al giorno, tutte telefonate molto brevi.”

“Dal suo numero personale?” Chris fece un sorrisetto ed alzò gli occhi al cielo. “Non molto intelligente come Stalker. Altro?”

“Tutte le volte che McKee e la Thomson chiudevano la telefonata,” Tao continuò, “la vittima riceveva subito dopo un’altra chiamata, da un telefono usa e getta.”

“Sempre lei?” Carter le diede un’occhiata. Sia la Thomson che Goldman sembravano molto tranquilli, visti attraverso lo schermo, sebbene la ragazza, che non dimostrava più di vent’anni, battesse col piede sul pavimento.

“Dai tabulati siamo in grado di vedere a quali celle i telefoni usati fossero agganciati, e non coincidono.” L’uomo spiegò; i suoi colleghi però non sembrarono apprezzare eccessivamente il fatto che avesse sentito la necessità di spiegare come funzionassero i tabulati telefonici, una cosa che per tutti loro era a dir poco banale. “Non coincidono mai. Però, la cosa interessante, è l’ultima chiamata effettuata da McKee, probabilmente poco prima del decesso. Il numero è un VOIP, ovvero un Voice Over Internet Protocol, significa che la telefonata è gestita dal servizio dati piuttosto che da quello voce, ma non sappiamo a chi sia registrato e non è stato possibile tracciarlo perchè la linea è incanalata attraverso una VPN, ovvero un servizio che permette a chi lo usa di nascondere la propria posizione, impedisce il tracciamento dei dati e…”

“Sappiamo cos’è un VPN, Tao ” Flynn sbuffò, fermando il collega prima che si allungasse in spiegazioni eccessivamente tecniche. “Scommetto che pure i miei nipotini sanno come usarlo!”

“Beh, intanto sappiamo che la Thomson era in contatto con McKee e forse lo perseguitava…” Chris si voltò verso Sykes. “Amy, cos’hai per me?”

“Elysian Heaven continua a non collaborare, e stiamo ancora aspettando il mandato per gli accesi e per i nastri di video-sorveglianza, ma uno degli addetti alla sicurezza ha riconosciuto la Thomson.” La poliziotta gongolò, fiera della scoperta. “Ha provato ad accedere al consorzio di nascosto in almeno tre diverse occasioni.”

“Oh bene, questa donna mi piace sempre di più come probabile colpevole…” Chris non potè fare a meno di sorridere mentre lanciava un'occhiata fuggevole agli schermi; se fossero stati fortunati avrebbero potuto chiudere quel caso in poche ore. “ Fate venire qualcuno dall'ufficio del procuratore distrettuale nel caso decidesse di confessare o che Goldman volesse essere magnanimo con noi e pensasse che ad una causa preferirebbe firmare un accordo.”

“Goldman, un accordo?” Andy scoppiò a ridere. “Gli unici accordi che Goldman fa con la procura sono quelli in cui chiede alla polizia di essere pagato profumatamente!”

“Beh, Andy,” Chris si mise dritta mentre si avvicinava la porta per raggiungere l’avvocato e la sua cliente. “Questa volta le cose potrebbero andare diversamente da come immagini. Amy, con me. Sia mai che avere una ex militare con me ad interrogarla possa spingere la Thompson ad aprirsi con noi.”

“Vuole che le faccia presente che sono un ex militare?” Amy domandò, stupita.

“Sì, dopo che io mi sono presentata tu fai lo stesso e falle le condoglianze per la morte del fratello, dicendole che anche tu sei stata militare in servizio in Afghanistan. Sono curiosa di vedere come reagirà.” Christine chiuse gli occhi e prese un profondo respiro; durò soltanto una frazione di secondo, ma aveva bisogno di quel tempo per rientrare nel pieno controllo delle proprie emozioni, per per ridiventare di nuovo neutrale in quell'indagine. “Va bene gente, andiamo in scena.”

Le due donne entrarono in sala interrogatori uno; Goldman sembrò leggermente sorpreso quando le vide, ma dopo un solo attimo l'uomo riposizionò fermamente sul suo viso la sua maschera di arroganza e  sicurezza. “Mi aspettavo il capitano Provenza,” disse leggermente seccato.

“Il capitano Provenza ha avuto un piccolo infortunio domestico e si sta riprendendo a casa,” Carter gli spiego, sedendosi davanti a lui. “Al momento sto facendo io le sue veci. Tenente Christine Carter, piacere. La mia collega, la detective Sykes, che lei conosce già se non erro, avvocato."

Amy allungò la mano verso la donna, che la afferrò e la strinse senza tuttavia usare eccessiva convinzione. “Mi dispiace molto per suo fratello, le faccio le mie più sentite condoglianze.” Amy disse con voce bassa, seguendo il copione, ma tuttavia provando davvero quel sentimento. “Anch'io sono stata a lungo in Afghanistan con l'esercito.”

Megan finalmente sollevò gli occhi e guardò Amy quasi stupita, senza parole; al suo fianco Goldman sbuffò. “Se state cercando di intenerire la mia cliente, sappiate che non funzionerà.”

“Noi non vogliamo intenerire la sua cliente, avvocato Goldman.” Carter gli disse, allungando verso di lui i tabulati telefonici. “Vorremmo soltanto sapere come mai la signorina Thompson negli ultimi mesi ha telefonato minimo tre volte al giorno alla vittima di un omicidio e perché aveva tentato di intrufolarsi più volte nella sua proprietà.”

“La mia cliente non ha nulla da dirvi,” Goldman si limitò a rispondere. “E non siamo nemmeno obbligati a rimanere qui ad ascoltarvi, quindi se non vi dispiace, ce ne andremmo.”

“Avvocato Goldman, la sua cliente aveva intrapreso una campagna contro la Aegis International. Perseguitava la vittima di un omicidio.” Christine sospirò, guardando dritto negli occhi l'avvocato. “E, secondo il signor Ramos, era stata lei,” indicò con il dito la giovane donna. “A fornirgli tutte le indicazioni inerenti quello che era accaduto in Afghanistan a suo fratello. Quindi mi permetta di dire che sì, abbiamo tutto il diritto ed il dovere di interrogare la sua cliente.”

!Io non ho ucciso McKe!” Emily intervenne. Goldman si voltò verso di lei, allungando una mano verso la giovane donna, come per invitarla a fare silenzio. Megan, tuttavia, si mise dritta sulla sedia e guardò la poliziotta seduta davanti a lei. “Io volevo che quell'uomo e la sua società pagassero per quello che avevano fatto alla mia famiglia. Trevor ed io siamo cresciuti in una casa famiglia e abbiamo sempre lottato per poter rimanere uniti. L'unico momento della nostra vita in cui siamo stati separati è quando lui è partito per l'Afghanistan. Mi aveva promesso che sarebbe tornato a casa, che avrebbe soltanto fatto un paio di tour per guadagnare qualche soldo per potermi pagare gli studi. E poi, un giorno mi scrive una lettera e mi dice che il loro equipaggiamento è sempre scarso, e che soprattutto a volte vorrebbe poter dare qualcosa ai locali. Così io con i soldi che guadagno facendo la cameriera gli ho comprato un giubbotto antiproiettile e gliel'ho fatto.Avere. Un giubbotto della Aegis International.”

“E suo fratello, invece di regalare a qualcuno quel giubbotto, l'ha usato lui.” Amy sospirò, tenendo gli occhi leggermente bassi, cercando di far trasparire la tristezza che provava all'idea di quella vita andata persa - una vita sacrificata per il proprio paese e per la libertà. “Ed è morto a pochi giorni dal ritiro delle nostre truppe dall'Afghanistan, se non erro.”

“Gli avvocati della Aegis e i loro tecnici hanno detto che la colpa era di mio fratello, che era lui che non aveva fatto la giusta manutenzione al giubbotto.” La ragazza scoppiò a piangere e si coprì la bocca con una mano che tremava; agli occhi portava un trucco pesante, scuro, che le sue lacrime sciolsero facendolo colare lungo le guance pallide. “Ma io conoscevo mio fratello, lui è sempre stato un perfezionista. Se qualcosa è successo e perché il giubbotto era fallato.”

“E quindi ha iniziato la sua campagna contro la Aegis.” Carter sentenziò. Ormai la conversazione era soltanto fra le tre donne, Goldman era stato totalmente tagliato fuori e dal modo in cui stringeva la mascella era evidente che la cosa non gli piacesse.

“Sì, volevo che ammettesse le colpe della società, ma lui non aveva alcuna intenzione di farlo.” La ragazza sì incurvò leggermente nelle spalle, la sua voce si fece flebile, poco più di un sussurro. “E poi un giorno ho ricevuto una mail.”

Megan afferrò il suo cellulare; iniziò a scorrere fra i suoi contatti, fra le vecchie mail e poi lo diede alla poliziotta, mostrando la mail in questione; l'indirizzo era chiaramente inventato, non c'era un'indicazione che appartenesse alla  Aegis International o riferimenti a nomi propri di persona, ma era lampante quale fosse il contenuto, che gli allegati contenuti in quel documento dimostravano che la società sapeva che quei giubbotti non erano abbastanza resistenti da sopportare l’impatto di proiettili di grosso calibro e che i decessi attribuibili  a quel difetto erano almeno quattro.

“Signorina Thompson, ha idea di chi possa averle mandato questa email?” Amy le chiese. 

“No, non lo so, so solo che è arrivata dopo che avevo iniziato a telefonare a McKee in ditta. E che in quella mail c’era anche il suo numero personale.” La ragazza scosse il capo; stava continuando a piangere, ma in un modo molto più pacato e controllato.” Vi giuro che per quanto avessi voluto ucciderlo, non l'ho fatto. Io volevo che pagasse, e soprattutto…”

La mano di Goldman andò a coprire quella della ragazza mentre  l'uomo si avvicinò alla sua cliente, immaginando che la donna stesse per dire qualcosa di compromettente. “Megan, si ricordi che lei ha il diritto costituzionale di non autoincriminarsi e non deve dire nulla a queste donne. Può benissimo non rispondere.”

Amy si alzò immediatamente in piedi, e troneggiando sulla sospettata, mentre parlava con tono deciso e sicuro, professionale. “Signorina Thompson, ha il diritto di rimanere in silenzio, qualsiasi cosa dirà potrà essere usata contro di lei in tribunale. Ha diritto alla presenza di un avvocato…”

“Signorina Thompson, ha compreso i suoi diritti?” Carter le domandò, rimanendo seduta, fissando prima la sospettata e poi Goldman. “È assolutamente certa di volere un avvocato presente durante questo interrogatorio?”

“Certo che vuole che io sia presente!” Goldman si infervorò. Saltò in piedi e sbatté i pugni sul tavolo; nella sala video i colleghi delle due donne si misero all'erta, pronti a intervenire nel caso le cose fossero sfuggite loro di mano e l'avvocato avesse deciso di diventare troppo violento. Non era mai capitato fino ad allora, ma non si poteva mai dire, Goldman sapeva davvero essere imprevedibile quando voleva.

“Voglio parlare.” Megan le disse con voce tremolante, ma sicura, determinata .Aveva gli occhi spalancati, macchiati di trucco, e sembrava una guerriera pronta alla lotta, pronta a qualsiasi sacrificio. “Non ho nulla da nascondere. Io non ho ucciso McKee.”

Megan fece una lunga pausa in cui tre paia di occhi rimasero puntati su di lei. Poi, sul suo volto, apparve un sorriso di compiacimento.

“Mi sono limitata a picchiarlo con tutta la forza che avevo in corpo.” La ragazza scoppiò a ridere, con le lacrime agli occhi. “Volevo che sapesse che, se avessi voluto, avrei potuto ucciderlo. Che vivesse nella paura di me. Dal momento che non aveva paura che lo portassi in tribunale o che potessi vincere, volevo almeno avere quel potere su di lui.”

“Non temeva che avrebbe potuto denunciarla per stalking?” Amy le domandò, sorpresa.

“E far sapere a tutti cosa aveva fatto, chi era davvero?” Megan scosse il capo, e scrollò le spalle con noncuranza. “Era troppo codardo per portarmi davanti a un tribunale. C'erano cose che non voleva che uscissero fuori.”

“Si riferisce agli stupri?” Carter le domandò. “Questo non voleva che venisse fuori, il fatto che avesse violentato delle giovani donne mentre era di supporto all'esercito in Afghanistan?”

“Layla non c’entra niente con questa storia,” Megan affermò, calma e determinata e fredda, sicura. Posò le mani sul tavolo e si allungò verso le due poliziotte che si scambiarono uno sguardo di intesa, seppur curioso. Che fosse questa Laila la misteriosa persona che telefonava a McKee dopo che lui e Megan avevano riattaccato ogni volta?

“Eppure è stata Layla a ferirlo alle braccia, no?” Carter tirò a indovinare, cercando tuttavia di apparire sicura di quello che diceva, come se fosse stata una verità supportata da prove e non un'ipotesi che aveva fatto in quel preciso istante, non appena Megan era uscita fuori con quel nome di cui nessuno sapeva nulla, un nome probabilmente contenuto in quei rapporti secretati che nessuno forse avrebbe mai voluto vedere aperti. 

“Layla non ha fatto nulla,” Megan ribadì, stringendo i denti.

“Ed è qui che si sbaglia, Megan, e lei lo sa benissimo.” Amy si morse il labbro, la voce calma e tranquilla. “Sappiamo che Layla ha usato la soda caustica per ferire McKee. Abbiamo dei testimoni che vi hanno visto intrufolarvi a Elysian Heaven e forzare la porta sul retro dell’abitazione di McKee.”

“Lei si è limitata a fargli quello che ha dovuto subire a causa sua!” Megan strinse gli occhi ed i pugni, le labbra che le tremavano. Con la mente tornò alla prima volta in cui aveva casualmente incontrato Layla davanti alla sede della Aegis, entrambe che desideravano soltanto parlare con quell'uomo, avere dei chiarimenti, capire perché si fosse comportato in quel modo - delle scuse. Volevano soltanto giustizia - o forse essere ascoltate da qualcuno.

C'erano volute diverse settimane, ma alla fine un giorno Megan aveva avuto il coraggio di chiedere a Layla perché nonostante le alte temperature, nonostante avesse rinunciato a portare il velo e il suo abbigliamento non fosse diverso da quello delle altre giovani donne che vivevano in California, tenesse perennemente le braccia coperte. Facendo attenzione che gli altri avventori dei diner non la stessero guardando, Layla si era timidamente alzata le maniche, giusto per una frazione di secondo, ma abbastanza a lungo perché Megan vedesse le cicatrici che la giovane donna aveva sul corpo.

Mio padre e i miei fratelli. Loro mi hanno fatto queste cicatrici. Per bruciare via la vergogna. Ma non fu abbastanza. Non sarebbe mai stato abbastanza. Dopo che McKee se n'è andato e ho scoperto di essere incinta, sono dovuta scappare. Per salvare me e per salvare mio figlio.

“La legge del taglione, insomma.”  Carter sospirò. “Lo avete fatto soffrire come lui ha fatto soffrire voi e le persone a cui volevate bene, ma tuttavia non l'avete ucciso.”

Goldman sgranò gli occhi, guardando le due poliziotte con aria estremamente soddisfatta, nemmeno fosse stato lui a risolvere i problemi della sua cliente, eliminarla dalla lista dei sospettati. “Mi state dicendo che la mia cliente non è accusata di omicidio?”

“No, al massimo stalking, violazione di proprietà privata, aggressione, tentato omicidio, ma non omicidio.” Carter lanciò un sorrisetto leggermente crudele all'indirizzo dell'avvocato. Ai tempi in cui lui aveva intentato la sua prima causa contro la crimini maggiori se l'era presa anche con lei e la cosa non le era piaciuta affatto- e ancora di meno le piaceva ancora oggi ricordare quanto lui fosse stato fissato con Julio, quanto avesse cercato non soltanto di farlo fuori dalla polizia, ma mandarlo in galera, credendolo complice di qualcosa che non era mai accaduto. “Mi duole ammetterlo, e per quanto non sia d'accordo con quello che ha fatto la sua cliente per ottenere giustizia, temo che la signorina Thompson potrebbe essere una testimone di quello che è successo a Connor McKee.”

Goldman sorrise soddisfatto, un sorriso a trentadue denti, e gonfiò il petto, quasi fosse stato un tacchino che si metteva in mostra per la sua femmina. “Immagino quindi che potremmo fare un accordo, la testimonianza della mia cliente in cambio dell'indennità per tutti i reati da lei commessi.”

“Assolutamente sì, indennità totale per i reati commessi contro la persona ed i beni di Connor McKee.” Carter scrollò le spalle ed accavallò le gambe. “Dubito fortemente che lui tornerà dalla tomba per lamentarsi.”

“Lo voglio per iscritto,” Goldman precisò.

“Non c'è bisogno di mettere le cose per iscritto avvocato. In questo momento la nostra conversazione viene registrata. In più, tutta la mia squadra è testimone di quello che io le ho appena detto. La sua cliente riceverà completa immunità per tutto quello che ha fatto ai danni di Conno McKee,” Chris ripetè, scandendo accuratamente le parole.

Goldman e Megan si scambiarono un'occhiata d’intesa; lei teneva le labbra leggermente dischiuse, quasi avesse paura a chiedergli che cosa fare, mentre la bocca di lui era una linea dura, dritta. Goldman respirò attraverso il naso, quasi fosse stato un drago sputafuoco crudele di una qualche favola del medioevo, ed emise un suono non dissimile da un grugnito animalesco. “Va bene,” disse, guardando Carter negli occhi. ”La mia cliente collaborerà con voi.”

“Megan, mi ascolti, sappiamo che non siete state lei e Layla ad uccidere McKee. Sul cadavere c'erano tracce di pomata antibiotica, vuole dire che dopo l'aggressione lui era andato a medicarsi o qualcuno lo stava medicando.” Carter guardò la giovane donna negli occhi, cercando di trasmetterle tutto il suo senso di comprensione, cercando di farle capire che per il suo bene doveva collaborare, e  che non erano forse poi così differenti l'una dall'altra. Entrambe volevano la stessa cosa, giustizia. “Qualcuno sapeva del vostro piano, sapeva che stavate andando a casa di McKee per aggredirlo?”

“Nessuno lo sapeva, quello era  un piano che abbiamo studiato, Layla e io insieme, da sole!” Megan si affrettò a dire.

“Nemmeno la talpa all'interno della società lo sapeva?” Chris domandò. “Sappiamo che c'è qualcuno all'interno che le ha passato le informazioni su cosa è successo a suo fratello. Ci dica chi è e soprattutto se sapeva del suo piano.”

“Io vi giuro che non lo so chi sia,” Megan si giustificò, parlando con un tono quasi supplichevole. “Tutto quello che ho è quella mail, a cui non ho potuto nemmeno rispondere perché il mittente risultava inesistente.”

Carter guardò di nuovo lo schermo dell'Iphone di Megan; la mail che aveva ricevuto dalla misteriosa talpa scomparve mentre appariva il salvaschermo: era una foto scattata al mare, probabilmente moltissimi anni prima. C'erano un ragazzo e una ragazzina, più giovane di lui di qualche anno; la tenente non aveva mai visto immagini del caporale Thomson ma era lampante che la bambina di quella foto fosse Megan, con parecchi anni di meno - lo stesso naso, lo stesso taglio degli occhi, lo stesso neo vicino al mento.

“Dove è stata scattata questa foto?” Carter domandò stringendo gli occhi, quasi quell’azione avesse potuto aiutarla a concentrarsi meglio. Quella foto che le ricordava qualcosa, quel paesaggio non le era sconosciuto, era familiare, ma non riusciva a posizionarle né nello spazio né nel tempo. E poi… e poi si rese conto di cosa esattamente rappresentasse quella foto. 

“La lighthouse,” Megan confermò, facendo un cenno col capo. “Era la casa famiglia in cui Trevor ed io siamo cresciuti dopo che i nostri genitori sono morti. Lui se n'è andato appena compiuto diciotto anni, quando ha deciso di arruolarsi per potermi aiutare ad andare un giorno via da lì, poter continuare gli studi come avrei sempre voluto fare.” 

"Lighthouse… molto interessante.” Carter picchiettò sul tavolo con le dita della mano destra; si alzò, ed era quasi dalla porta quando, esasperato, Goldman la fermò, spalancando le braccia in un modo a dir poco teatrale.

“E noi cosa dovremmo fare qui?” Le domando.

“Lei è libero di fare quello che vuole, signor Goldman,” Carter gli sorrise con un ghigno degno dello stregatto di Alice nel paese delle meraviglie - soddisfatto, tronfio, pieno di sé, pieno di gioia all'idea di dargli dei problemi. “La sua cliente, invece, è in arresto per violazione di proprietà privata e stalking.”

“Avevate detto che avrebbe avuto l'incolumità!” L'uomo quasi sbraitò.

“Certo, per i reati commessi contro Connor McKee.” .Carter spiegò, sempre con quello stesso sorriso soddisfatto sul volto - era quasi gongolante. “Non ho mai parlato però di quello che la sua cliente ha fatto ai danni della società di McKee, che è un soggetto giuridico ben diverso.”

“Lei non può farlo.” Goldman strinse i denti. “La mia cliente voleva soltanto far sapere la verità. Voleva giustizia.”

“Signor Goldman, da che mi ricordo lei crede moltissimo nel processo giuridico statunitense. Ne ha quasi una venerazione.” Carter mise le mani ai fianchi, e lo guardò dritto in faccia; la sua voce era seria, fredda, ma estremamente determinata, perché voleva solo uscire da quella stanza e non avere più a che fare con quell’uomo che amava fin troppo rigirare le carte in tavola. “La prima volta che fece causa alla crimini maggiori ci accusò di aver privato Tarrell Baylor della possibilità di avere un giusto processo. Se lo ricorda, vero? Perché io me lo ricordo molto bene. Mi dica, perché la sua cliente è migliore di noi? Ha aggredito un privato cittadino. Ha cercato di ricattarlo emotivamente. Lo ha stalkerato a casa sua e sul suo posto di lavoro… qual'è la differenza?”

“Quando avete accompagnato Tarrell Baylor a casa sua, sapevate che i membri della sua gang avrebbero pensato che lui avesse parlato,  che l'avrebbero ucciso.” L'avvocato sibilo.

“Non potevamo saperlo con certezza, però sì, forse potevamo immaginarlo, e lo sa perché?  Perché se legge le statistiche, scoprirà che l’unirsi ad una gang diminuisce l’aspettativa di vita del cittadino medio di due terzi. Baylor non è morto perché noi l'abbiamo accompagnato a casa, e non lo sto dicendo perché così ha deciso un tribunale.” Carter fece una pausa, abbassò il tono della voce, senza tuttavia smettere di essere decisa e determinata, sicura di quello che stava dicendo. “Tarrell Baylor ha firmato la propria condanna a morte il giorno in cui, invece di seguire il proprio fratello nell'esercito, o fare un qualsiasi altro lavoro onesto, ha preferito unirsi a una gang e non può dirmi che non sia così.”

“Non finisce qui, detective,” lui la avvisò, guardandola dritta negli occhi con uno sguardo a dir poco letale, occhi irrorati di sangue.

“Tenente,” lei specificò avvicinandosi così tanto a Goldman che lui potè sentire il profumo di fiori del detersivo che aveva usato per lavare la camicetta, la voce un sibilo duro. “Non sono più soltanto una detective, sono una tenente e questa è la mia squadra, e si fidi avvocato, non ho alcuna intenzione di permetterle di dimenticarlo.”  

Così dicendo, Carter si chiuse la porta alle spalle, e si incamminò per il corridoio verso la sala video, fuori dalla quale Andy la stava attendendo.

Lei gli sorrise, con espressione trionfante.

“Credo di aver capito,” la donna gli disse. “Forse so che cosa è successo, ma ho bisogno di sapere tutto il possibile sulla casa famiglia in cui i Thompson sono cresciuti. E soprattutto dobbiamo scoprire a chi appartiene l'ultimo numero che McKee ha chiamato.” 

“Pensi che sia quello l'assassino?” Le chiese.

“Penso che sentendosi male, McKee abbia chiamato l’unica persona di cui si fidasse, senza sapere che si stava coltivando una serpe in seno.”  

 

 

“Signor Harley?” Carter bussò alla porta dell’ufficio di Harley alla Aegis, e attese che il vicepresidente ed esperto IT le rispondesse. L’uomo, che stava digitando qualcosa affannosamente al computer su una vecchia tastiera rumorosa, si alzò in piedi, e si sistemò gli occhiali sul naso, sorridendole in una maniera leggermente impacciata.

“Salve, detective…. o… era tenente, giusto? Mi scusi…” Si corresse, imbarazzato, fissando la sua scrivania ed arrossendo leggermente in volto; fece per andarla a raggiungere, magari stringerle la mano, ma Carter lo fermò con un semplice gesto prima che potesse farlo. 

“No, resti pure comodo.” La donna gli sorrise, sistemandosi una ciocca di capelli ribelle dietro l’orecchio, mettendo così in mostra i tre orecchini che aveva a quel lobo, un piccolo cerchio d’oro bianco e due punti luce, uno di diamante - un pensiero della famiglia  per le sue nozze con Julio - e una piccola scheggia verde brillante. “Mi lasci iniziare facendole le condoglianze per la morte del suo socio, e scusandomi se quando ci siamo presentati nei vostri uffici vi abbiamo fatto credere che si trattasse di un semplice rapimento.”

“Io… capisco le sue ragioni,” Harley le rispose, tenendo il capo leggermente basso, senza mai incontrare gli occhi della donna che aveva davanti. “Non si preoccupi.” 

“Signor Harley, adesso mi senta bene.” Carter si incupì; divenne improvvisamente seria, quasi scura in volto - quasi rattristata. “Da questo momento in poi, vorrei che lei si limitasse ad ascoltarmi, ricordando che tutto ciò che dirò è una mera ipotesi. Non parli, perché si ricordi che qui dentro siamo solo noi due e lei in questo momento è privo di un avvocato, e io non voglio leggerle i suoi diritti, non ora.”

“Io…” Harley fece per dire, ma la donna alzò la mano destra, e lui si schiarì la voce, fermandosi. Senza aggiungere nemmeno una sillaba. 

“Sa, quando sono venuta nel suo ufficio lei mi ha ripetuto che con McGee non ve la intendevate perchè eravate troppo diversi… ma non c’era bisogno che me lo dicesse. La cosa era lampante guardando i vostri uffici: quello di McGee pieno di oggetti lussuosi, di design, pezzi ricercati alle aste venduti a prezzi stratosferici messi in mostra per mettere in evidenza i suoi soldi. Il suo, semplice, e pieno di foto di lei con ragazzini a cui fa del bene, e sono proprio queste foto che mi hanno colpito.” Carter prese dalla scrivania dell’uomo una cornice, estremamente semplice, una cosa poco costosa, e allungò la foto verso di lui. “La Lighthouse, è un istituto per orfani, vero? Lei ci è cresciuto, e negli anni ha continuato a supportarlo. Ma quel faro non ha fatto da casa solo a lei, ma anche ai fratelli Thomson.”

Harley serrò i pugni sulla scrivania ed il suo viso quasi si trasformò; sembrava che la sua maschera fosse caduta, lasciando spazio ad un volto segnato dalla rabbia. Carter pregò di non essersi sbagliata, che quell’uomo davvero non fosse pericoloso: diversamente, non era certa che sarebbe stata abbastanza veloce da estrarre la sua Glock dalla fondina che portava alla vita e sparare… ma le labbra di Harley presero a tremare, e il cuore di Carter sussultò, vedendolo che iniziava a singhiozzare, che le sue guance erano rigate da un fiume di lacrime.

“Megan Thomson mi ha mostrato una foto sua e del fratello di prima che lui si arruolasse, e ho riconosciuto la struttura.” Lei gli spiegò. Aveva preso in mano un’altra foto, scattata sempre nella medesima struttura - Harley che posava, con un sorriso smagliante in volto, con dei bambini che giocavano con dei modellini radiocomandati, e la donna si chiese se, magari, in quella foto non ci fossero stati i fratelli Thomson. “Non posso sapere se fosse d’accordo con McKee sul nascondere i difetti di fabbricazione dei vostri giubbotti, ma immagino che leggere di Megan e Trevor, sentirla parlare di come fossero cresciuti nella sua stessa casa e di come suo fratello fosse morto sacrificandosi per lei e per il suo Paese… quello sì, credo che potrebbe avere scatenato forti sensi di colpa in una persona fragile e sensibile. Sensi di colpa abbastanza forti da far trapelare notizie e dati riservati che avrebbero potuto portare alla fine della Aegis, e delle carriere sue e di McKee, e da spingerla a fornire il numero personale del suo socio alle due donne che lo stavano stalkerando.”

Occhi puntati sulla scrivania, Harley piangeva ora in silenzio, gli occhi che sembravano fissare il vuoto; Carter fece una breve pausa, poi, con lo stesso tono di voce grave, riprese a parlare. 

“Io non credo che chi ha ucciso McKee lo abbia fatto in modo premeditato, né che sparare al suo viso sia stato un atto voluto a rallentare l’identificazione della vittima. In questi giorni, ho scoperto molte cose poco piacevoli sul suo socio, che mi hanno portato a formulare un’ipotesi. La vuole sentire?”

Harley si limitò a fare un cenno di assenso col capo, senza tuttavia alzare lo sguardo dal suo piano di lavoro.

“Credo che Megan Thomson e Layla Rahmini avessero capito che non avrebbero mai ottenuto giustizia, perché Connor aveva amici troppo potenti, e così, avevano deciso di ferirlo, e spaventarlo. Riprendersi un po’ di quel controllo che lui aveva tolto loro.” Chris fece una lunga pausa, mentre guardò la finestra dalle veneziane abbassate, la luce artificiale, giallo-biancastra, che accarezzava ogni superficie della stanza: poteva capire quelle due donne - Dio solo sapeva se anche lei non aveva provato la stessa cosa dopo Dimitri. 

“Per questo lo hanno attaccato, lo hanno ferito. Gravemente, ma non abbastanza da ucciderlo. E così lui le ha telefonato, un numero VOIP che passa attraverso la rete VPN perché lei è un po’ paranoico, con tutti questi incarichi governativi, e le bugie raccontate, i segreti rivelati… il suo socio le ha chiesto aiuto, e quando è arrivato, lo ha trovato malconcio, ma soprattutto arrabbiato, e lei ha capito che il piano delle due ragazze si era ritorto loro contro, che lui le avrebbe uccise, con quella stessa pistola che credo abbia rubato anni fa in Afghanistan, e che per un military contractor non deve essere stato difficile importare di nascosto nel paese, mescolata a tutto il resto delle sue armi. Probabilmente se l’era messa lì, sul tavolino da caffè, a portata di mano, e l’omicida… l’ha presa, e ha sparato, accecato dalla rabbia, dal disgusto, forse dalla vergogna. E poi ha manomesso il termometro del riscaldamento per accelerare la decomposizione, nella speranza che sarebbe riuscito a costruirsi un alibi abbastanza solido.”

Il silenzio cadde nell’ufficio, mentre Carter osservava il suo sospettato - l’uomo che era certa fosse colpevole - afferrare la gravità della situazione, la consapevolezza che fosse stato scoperto. Che per lui fosse finita.

“Se qualcuno avesse fatto questa cosa…” Lui domandò, senza alzare gli occhi, le parole rotte, inframezzate da lunghi silenzi. “Se le cose fossero andate come dice lei, cosa… cosa significherebbe per chi… per chi ha commesso questo reato?”

“Se le cose fossero andate così, direi al mio sospettato che ha dodici ore di tempo per costituirsi insieme al suo avvocato presso l’ufficio del procuratore, che potrebbe offrire un accordo per Omicidio di Secondo Grado per Connor McKee e per quattro capi di Omicidio colposo per la morte del Caporale Thomson e gli altri militari deceduti a causa dei difetti di fabbricazione dei loro giubbotti antiproiettile.” La donna si alzò dalla sedia, sistemandosi sulla spalla la borsa di pelle rossa, e si avviò alla porta. Si fermò, e si girò verso Harley, che era ancora immobile. “Avvertirei anche questo sospettato che abbiamo agenti che lo tengono sotto controllo in quanto persona d’interesse, e che scappando non farebbe altro che peggiorare la sua situazione.”

Con spalle pesanti e la morte del cuore, come ogni volta che da anni si trovava ad avere a che fare con l’insensatezza di certi crimini, con odio, rancori e violenza, Carter lasciò l'edificio, camminando con passi lenti e pesanti; appena le porte scorrevoli in vetro limpido si furono aperte, lasciandola fuori, la poliziotta si trovò davanti, ad attenderla, Flynn e Julio. 

“Allora, capo?” Andy le domandò; aveva, come sempre, uno stuzzicadenti all’angolo della bocca. 

“Gli ho dato dodici ore per consegnarsi,” Carter ammise, sospirando, alzando gli occhi verso l’edificio, prima di voltarsi di nuovo verso il suo secondo. “Flynn, dì a Cooper di intensificare la sorveglianza. Non credo che scapperà, ma prevenire è meglio che curare.”

“Sarà fatto,” l’uomo le rispose, andando verso la sua macchina. Julio stava in piedi davanti alla moglie, accarezzò le guance pallide della donna che si abbandonò a quel tocco sospirando ad occhi chiusi - dimenticando, per un momento, tutto e tutti. La abbracciò, lasciandole un bacio sulla fronte, e Chris ricambiò quella stretta, tenendo Julio a sé con tutta la forza che aveva, quasi disperata.

“Sei qui per me?” Gli domandò, con un leggero broncio, pregando che fosse così - che Julio non fosse andato lì solo per lavoro. 

“Ci sono sempre per te, querida, e sempre ci sarò.” Le rispose, sorridendole. “Ho pensato di accompagnarti dal maggiore. Che volessi parlargli di persona.”

Le prese, con un gesto fluido e rapido, degno di un ladro, le chiavi dalla tasca della giacca, e la accompagnò al suo veicolo. Viaggiarono lenti, tranquilli, in silenzio mentre lasciavano il centro cittadino e si avvicinavano alla costa, dove Matt aveva il suo locale, lo sguardo di Julio fisso sulla strada, quello di Chris sul telefono che teneva in mano, sperando che per qualche motivo Matt la chiamasse, ed incapace di chiamarlo lei per prima, forse incerta di cosa gli avrebbe potuto dire, e spaventata da cosa avrebbe potuto rispondere lui. 

Posteggiarono nello spiazzo davanti all’ingresso; le luci erano ancora quasi tutte spente, il locale chiuso agli avventori, ma le porte non erano chiuse a chiave, ed entrarono. Julio camminava davanti a Chris, la teneva per mano, quasi la trascinava, poteva sentire in ogni muscolo della moglie l’esitazione e la paura, come se le mancasse il coraggio di fare quei pochi passi da sola. 

“Siamo ancora chiusi!” Una voce femminile li avvertì; la sagoma di una ragazza sui trent’anni, corti capelli neri spettinati, emerse da dietro il bancone, su cui posò una cassa di bottiglie vuote che tintinnavano, scontrandosi le une contro le altre. 

“Non siamo clienti,” Julio lasciò andare la mano di Chris, e la offrì alla donna, che la guardò con un sopracciglio alzato; il poliziotto la ritirò, capendo che la donna non aveva intenzione di stringerla, e mise le mani in tasca dei pantaloni neri. “Siamo amici del maggiore- di Matt Sheppard. Può dirgli che Julio e Christine sono qui per lui, per cortesia?”

“Matthew è partito con la sua moto stamattina presto, saranno state le sei.” La ragazza scrollò le spalle, chiedendosi come mai, se erano così amici del suo capo, non fossero a conoscenza del fatto che non fosse al locale - che non fosse a Los Angeles, e forse, a quel punto, nemmeno più in California. “Ha detto che si prendeva un paio di settimane di vacanza.”

Gli occhi di Chris caddero sul bancone, dove, appoggiato, stava un cellulare - aveva una cover verde scuro. Guardando il suo, di telefono, fu tentata di comporre il numero dell’amico per vedere se avesse ragione, ma sapeva che sarebbe stato inutile - il telefono sul bancone avrebbe suonato, e lei avrebbe avuto un’ulteriore conferma che Matt aveva deciso di starsene un po’ da solo, per i fatti suoi. Che aveva bisogno di tempo. 

Con le lacrime che le bruciavano gli occhi - se di rabbia o dolore, nemmeno lei ne era certa - Chris girò sui tacchi e camminò veloce verso il parcheggio; raggiunse l’auto prima di Julio, trovandola chiusa, e si limitò ad appoggiarsi alla portiera del lato passeggero, fissando l’asfalto bollente del posteggio mentre cercava di distrarsi, focalizzando la sua attenzione sulle onde dell’oceano che si infrangevano sugli scogli lì accanto. 

“Tutto bene?” Julio le domandò quando, finalmente, la raggiunse, dopo averla lasciata sola immaginando che avesse avuto bisogno di tempo per leccarsi le sue ferite; appoggiò la fronte contro quella di lei, e con le nocche sfiorò quelle di Chris, con quel gesto che era stato loro sin da dopo la morte di Noah - una promessa per esserci, davvero, l’uno per l’altra, qualunque cosa accadesse. Subito lei non gli rispose, si limitò a mordersi le labbra, quasi fosse stata tentata di non dire nulla. Julio prese le mani di lei nelle sue, le strinse, i loro corpi aderivano quasi fossero stati un’unica entità. “Chris, mi amor… non mentirmi, ti prego. Niente segreti.”

La donna sollevò lo sguardo, incrociando gli occhi scuri di Julio; erano tristi, pensò, ma poi si corresse: in quel fuoco nero c’era preoccupazione, e paura, ed il ricordo dei giorni passati lontani da lei quando era scomparsa nel nulla. Non poteva mentirgli, non poteva, ma soprattutto non voleva, nascondergli nulla, per quanto sapesse che si sarebbe arrabbiato, e che la cosa avrebbe accresciuto ancora di più la rivalità tra il marito e quello che aveva sempre considerato la sua persona - ma Julio era lì, con lei, le era stato accanto nei suoi momenti più bui, era lui l’uomo che aveva scelto - la sincerità, era il minimo che gli dovesse.

“L’altro giorno, quando sono venuta ad interrogarlo,” Chris iniziò, soppesando quella decisione per un ultimo attimo, prima di farsi coraggio, raddrizzare le spalle e ammettere la verità, quello che era successo tra lei ed il maggiore. “Matt mi ha baciata. Per zittirmi o forse perché era incazzato e voleva far incazzare anche me, credo. Non lo so.”

“Non lo biasimo, sono stato tentato di zittirti a forza di baci parecchie volte pure io.” Julio scherzò, ma quando vide che lei rimaneva in silenzio e con gli occhi bassi, si schiarì la voce, leggermente imbarazzato, sentendosi quasi colpevole per la battuta. Non chiese però a Chris se avesse risposto al bacio, perché era certo non lo avesse fatto - la conosceva fin troppo bene, e sapeva che per quanto fosse profondo il suo rapporto con Matt, quella nave era salpata da parecchio tempo per lei. Era molto più turbato dal fatto che Sheppard avesse fatto quella scelta: era stata davvero solo dettata dalla rabbia perchè pensava che Chris non gli credesse, o, come Julio aveva pensato in passato, era stato innamorato di lei e quel sentimento era sopravvissuto a tutto? In entrambi i casi, quando (e non se) Sheppard fosse tornato, avrebbero fatto una bella chiacchierata: Chris aveva fatto da parecchio tempo la sua scelta e lui non aveva alcun diritto di manipolarla in quel modo, né, tantomeno, di fare soffrire una persona la cui unica colpa era stata quella di tentare di tenerlo al sicuro. “Querida…”

Senza parlare, Chris afferrò Julio per la manica della giacca, come fosse stata una bambina bisognosa di protezione, e scosse, sconsolata, il capo: aveva vinto una battaglia, chiuso un caso, ma stava pagando un prezzo molto alto, e mentre Julio la stringeva, e lei nascondeva nella sua spalla il viso, la donna pregò di non doverlo pagare per il resto della sua vita.